Pubblicato in: filosofia

Deuteros plous, “la seconda navigazione” di Platone


Audio-lezione di filosofia per le classi terze del liceo

-Nella precedente lezione, se vi ricordate, abbiamo introdotto e definito le parole fondamentali del lessico della teoresi platonica. Per entrare subito nel cuore del discorso, partiamo dal titolo della lezione di oggi: “la seconda navigazione”. Ovviamente, il titolo non me lo sono inventato io. Platone usa questa espressione in un celeberrimo passo del Fedone, dialogo che parla della morte di Socrate e delle ultime conversazioni tenute dal grande Ateniese. Insomma, Socrate si è incamminato verso il calice di cicuta continuando a fare quello cui aveva dedicato tutta la vita: ricercare, conoscere attraverso il ragionamento dialogico. Oggi sappiamo, grazie ad una serie di indagini stilistiche, che il Fedone appartiene ai cosiddetti “dialoghi della maturità”. Quelli, dunque, in cui Platone utilizza il personaggio di Socrate per esprimere le sue teorie, piuttosto che limitarsi a riecheggiare quanto aveva ascoltato dal maestro in vita. Ad un certo punto, Platone, per bocca di Socrate – il quale sta dialogando con un tal Cebete, un filosofo di scuola pitagorica, manco a farlo apposta – afferma quanto segue: «Io, o Cebete, da giovane nutrii un desiderio vivissimo di possedere quella scienza che chiamiamo “indagine sulla natura”. Infatti, mi sembrava una cosa straordinaria sapere quali sono le cause di ciascuna cosa, ossia sapere perché ciascuna cosa si genera, perché si corrompe e perché esiste». Da giovane il filosofo, quindi, si sarebbe interessato di fisica, appunto la scienza della natura, osservando e studiando le cause materiali delle cose. Poi avrebbe incontrato un personaggio eccezionale, in grado di suscitare in lui grandi speranze. Vediamo di chi si tratta: «Ma ecco che un giorno io sentii un tizio che leggeva un libro di Anassagora, almeno così mi diceva, dove c’era scritto che esiste una Mente ordinatrice [il Nous, vi ricordate?], causa di tutte le cose. Io mi rallegrai al pensiero che ci fosse una Mente, causa di tutto e lo trovai giusto: se è così, pensai, questa Mente ordinatrice, deve effettivamente presiedere all’ordine universale e disporre nel modo migliore possibile ogni cosa. Se uno, dunque, volesse trovare la causa di ciascuna cosa, come essa, cioè, nasca, perisca o esista, costui deve scoprire, di ciascuna cosa, il suo modo migliore di essere, di subire o di fare alcunché. Partendo da questa premessa, io ritenni che un uomo, se avesse voluto indagare su se stesso o sulle altre cose, non avrebbe dovuto far altro che scoprire ciò che è perfetto ed eccellente; questo lo avrebbe necessariamente portato a conoscere anche il pessimo, perché unica è la scienza in proposito. E, così ragionando, io mi rallegravo di aver trovato chi avrebbe potuto insegnarmi, nel modo a me più confacente, le cause di ciò che è, Anassagora, che mi avrebbe detto se la terra è piatta o è rotonda e poi me ne avrebbe spiegato la causa e la necessità, persuadendomi del perché è meglio che sia così; e se avesse affermato che la terra è il centro dell’universo, mi avrebbe certamente anche spiegato perché è meglio che essa stia al centro». Insomma, Anassagora introducendo la nozione di Nous, la mente ordinatrice, avrebbe dischiuso dinanzi a Socrate-Platone un nuovo modo di concepire la scienza della natura: oltre alle cause strettamente materiali, egli lasciava intravvedere la possibilità di ricercare e definire cause ulteriori che spiegassero il “perché” dei fenomeni e non solo il “che” e il “come”. Ma dopo la speranza, ecco subentrare la delusione: «Ah, ma a questa meravigliosa speranza, amico mio, subentrò la delusione, perché, via via che procedevo nella lettura, mi vedevo davanti un uomo che non si serviva affatto della Mente e che ad essa non assegnava alcuna causalità nell’ordine delle cose ma indicava come causa, l’aria, l’etere, l’acqua e altri assurdi principi del genere. Mi pareva che egli facesse precisamente come uno che, mentre dice, per esempio, che Socrate, tutto quel che fa, lo fa con la mente, quando poi si tratta di spiegare le cause di ogni mio gesto, se ne esce col dire che io sto seduto perché il mio corpo è fatto di ossa e di muscoli e che le ossa son rigide e hanno le articolazioni che le separano le une dalle altre…» ecc. ecc. Insomma, fosse stato romano de Roma il grande Ateniese avrebbe definito Anassagora “un sola”. Non mantiene quello che promette. Socrate, dunque, decide di procedere oltre, alla ricerca di un approccio che gli consenta di cogliere il senso, il perché delle cose (ovvero, la cosiddetta “causa finale”). Ed è qui, nel passo che segue, che troviamo l’espressione “deuteros plous”, “seconda navigazione”: «Per sapere come agisce una causa simile, sarei volentieri diventato allievo di chiunque; ma poiché questo mi era negato e non ero riuscito a trovarla da me né ad apprenderla da un altro… vuoi che ti esponga, Cebete, la seconda navigazione che intrapresi alla ricerca della causa? Lo voglio immensamente, rispose quello. Dopo di ciò, disse, poiché mi ero scoraggiato di indagare gli enti, mi sembrò che dovessi stare attento a non subire ciò che subiscono quelli che contemplano e osservano l’eclissi di sole: alcuni perdono gli occhi, se non ne osservano l’immagine nell’acqua o in qualcosa di simile. Così pensai anch’io e temetti di diventare completamente cieco nell’anima, osservando le cose con gli occhi e tentando di coglierle con ciascuno dei sensi. Mi parve che dovessi rifugiarmi nelle ragioni ed indagare in esse la verità degli enti. Forse il paragone non è, in certo modo, appropriato, perché non ammetto affatto che indagare gli enti nelle loro ragioni sia indagarli in immagini più che nelle loro realtà. Comunque, mi avviai per questa strada e, ponendo come ipotesi in ciascun caso la ragione che giudico più forte, pongo come vere le cose che mi sembrano essere in accordo con essa, sia riguardo alla causa sia riguardo a tutte le altre cose, mentre quelle che non mi sembrano in accordo, le pongo come non vere».

-Avete capito in cosa consiste questa famigerata “seconda navigazione”? Ma sì, dai! È la scienza delle idee! Invece di osservare direttamente gli oggetti sensibili, che so alberi, animali, pietre, attraverso il senso della vista, il filosofo prova a contemplarne “le ragioni” e si mette ad “indagarli in immagini”, che altro non sono se non quelle idee di cui abbiamo detto sin qui. A fissare troppo intensamente gli oggetti materiali, si finisce per accecarsi, come quando si alzino gli occhi direttamente al sole! Cioè: a forza di guardare le cose sensibili, le cose materiali si finisce con lo smarrire il senso ultimo della conoscenza. Anche perché le cose sensibili sono molteplici, mutevoli, incerte, sbiadiscono, confondono… creano un turbine di opinioni contrastanti. La conoscenza sensibile, quella che avviene attraverso i sensi, e che rappresenta per usare la metafora di Platone “la prima navigazione”, conduce inevitabilmente alla doxa, all’opinione, che non è scienza, episteme, non sta in piedi da sola! Come non stanno in piedi le tante opinioni espresse su covid o sulla didattica a scuola da chi non è epidemiologo o non si occupa professionalmente di didattica! Mi sono spiegato? Con “la seconda navigazione”, quella che usa gli strumenti dell’intelletto e che mira alle idee, alle essenze formali e logiche delle cose, e che è, dunque, “sovrasensibile”, invece, è possibile giungere alla aletheia, alla verità. Dalle singole cose belle, per capirci, al bello in sé.

-Ma da dove trae Platone l’espressione “seconda navigazione” (o meglio “seconda modalità di navigazione”)? Semplice: dal linguaggio marinaresco. La prima navigazione, più semplice, era quella che si riusciva a fare dispiegando le vele della barca. Non richiedeva grande fatica. Come la conoscenza sensibile, appunto. Basta osservare il mondo con gli occhi sensibili. Alla seconda, invece, occorreva ricorrere quando il vento calava e la barca era in panna. Olio di gomito e giù a remare! Uno, due, uno, due…! Faticoso eh? Ma questo, fuor di metafora, lo sapete bene pure voi no? Studiare come si deve, stanca. Perché si esercita la mente, l’intelletto. Ma il premio dovrebbe far gola a tutti i veri “sophia-nauti”, i “navigatori dell’oceano sapienza”…

-Prima di lasciarvi, vorrei accennare ad un altro punto che è centrale per comprendere la filosofia di Platone. La concezione platonica, come la maggior parte delle filosofie antiche, è una forma di “realismo”. Nella precedente lezione, se vi rammentate, abbiamo definito il significato della parola “realtà”, dal sostantivo latino “res”, cosa. Il termine “realismo” definisce la visione del mondo secondo la quale alle nozioni che abbiamo delle cose, ovvero alle idee delle cose, corrispondono le cose stesse, gli enti in sé e per sé. Ne abbiamo già ampiamente parlato a proposito dei Presocratici, leggendo e commentando alcuni frammenti di Eraclito e Parmenide. Si tratta della famosa coincidenza della sfera logico-linguistica con quella ontologica: se penso e posso dire una cosa, allora quella cosa esiste così come la dico e la penso (seguendo correttamente il logos). D’altro canto, se una cosa esiste, posso pensarla e dirla. Vi ricordate il monito di Parmenide, “venerando e terribile”, come lo chiama Platone? “Ciò che non è, non ti permetterò né di dirlo né di pensarlo: poiché esso non è né esprimibile né pensabile dal momento che non esiste.” Logica stringente. Avete capito che Parmenide è meglio non farlo arrabbiare. Ma torniamo a Platone. Il realismo di Platone è di tipo particolare, tanto da essere stato ribattezzato “idealismo”. Ma come, direte voi? Un realismo che è idealismo? Non è una contraddizione in termini? In realtà no. Nelle prossime lezioni vedremo come Platone arriva ad invertire il rapporto tra oggetto sensibile ed idea corrispondente, cioè, per fare un esempio, tra il cane che mi sta accucciato sotto la scrivania mentre registro questa lezione e l’idea generale di cane. Ebbene, l’immagine di cane, l’universale di cane, non mi deriva dai singoli cani in carne ed ossa, vivi o non più vivi, che ho conosciuto nel corso della mia vita. Sono i singoli cani sensibili a trarre la loro ragion d’essere dall’idea di cane! Che esiste, in un senso ontologico più forte rispetto ai cani sensibili, mortali e transeunti, in una realtà ulteriore rispetto al mondo fisico, una realtà che sarà poi definita “meta-fisica” (oltre il regno della fisica), e che Platone chiama “Iperuranio”, la dimensione che si colloca “oltre il cielo”. E a quella dimensione, che per alcuni versi può ricordare il Paradiso cristiano, appartiene anche la parte più nobile del nostro essere, l’anima, quella attraverso cui sviluppiamo la conoscenza intellettuale e il ragionamento, quella che ci consente di “vedere le idee”. Che, a ben guardare, non sono una conquista dell’ultima ora, giacché le idee le conosciamo, attenzione!, ricordandocele (Per l’esattezza, Platone usa il termine “anamnesi”, reminiscenza, che noi oggi utilizziamo in medicina per indicare la raccolta preliminare di informazioni sullo stato di salute del paziente a cura del medico curante). Le idee le abbiamo già viste, quando la nostra anima, che è immortale – non per niente, sempre nel Fedone, Platone si produce nella prima dimostrazione razionale dell’immortalità dell’anima – se ne andava svolazzando nell’Iperuranio prima di perdere quota e precipitare – ahinoi! – in questo mondo sensibile e materiale in cui ci troviamo intrappolati ora. Aiuto! Si tratta ora di riguadagnare gli spazi siderali, “verso l’infinito e oltre” come ama dire Buzz lightyear il cosmonauta giocattolo di Toy story. E con questo, per oggi, è davvero tutto. Passo e chiudo.

Autore:

Ho studiato filosofia presso l'Università degli Studi di Roma “La Sapienza” e mi sono laureato nel 1990, relatore il prof. Gabriele Giannantoni, con una tesi in storia della filosofia antica intitolata "Vivere significa morire: analisi di alcuni frammenti eraclitei". Sono socio della SFI - Società Filosofica Italiana di cui curo il sito web. Da alcuni anni mi interesso di Pratiche Filosofiche e Consulenza Filosofica, collaborando con riviste scientifiche del settore, sulle quali ho all'attivo decine di pubblicazioni. Dal 2004 svolgo la professione di Consulente Filosofico e ho promosso una serie di iniziative filosofiche (Caffè Philo, Dialogo Socratico, Seminari di gruppo) aperte al pubblico. Attualmente insegno filosofia e storia presso il Liceo "I. Vian" di Bracciano (Liceo Classico sezione X). Utilizzo la filosofia in pratica sia durante le lezioni ordinarie che in altre "straordinarie" occasioni (passeggiate filosofiche nel bosco, dialoghi socratici a tema, ecc.). A scuola provo a tener aperto uno "sportello" di consulenza filosofica rivolto ai grandi ed ai meno grandi.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...