Pubblicato in: filosofia

“Era questa la vita? Va bene! Ancora una volta!” – Nietzsche: Eterno ritorno e prospettiva esistenziale


Audio-lezione di filosofia per le classi quinte dei licei

Zarathustra mi ha un po’ preso la mano. Avrei dovuto aspettarmelo. Allora, dovrete sopportarmi per qualche altra lezione. Non tre, dunque, ma qualcosa di più. E il bello è che torneranno tutte quante in eterno. E non sarà certo merito di youtube. Torneranno e basta e voi ve le sentirete o non ve sentirete in eterno. A voi la scelta. Oggi, lo avrete già capito, parliamo di “eterno ritorno”. E lo facciamo, al solito, leggendo e commentando i testi del nostro filosofo. Due in particolare: il primo tratto dalla Gaia Scienza del 1882; il secondo dallo Zarathustra, pubblicato a pezzi tra il 1883 e il 1885.

Incominciamo con la Gaia Scienza. Si tratta dell’aforisma 341:

(F. Nietzsche, La gaia scienza, Libro IV, 341)

“Che accadrebbe se, un giorno o una notte, un demone strisciasse furtivo nella più solitaria delle tue solitudini e ti dicesse: «Questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni indicibilmente piccola e grande cosa della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione – e così pure questo ragno e questo lume di luna tra i rami e così pure questo attimo e io stesso. L’eterna clessidra dell’esistenza viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa, granello di polvere!». Non ti rovesceresti a terra, digrignando i denti e maledicendo il demone che così ha parlato? Oppure hai forse vissuto una volta un attimo immenso, in cui questa sarebbe stata la tua risposta: «Tu sei un dio e mai intesi cosa più divina»? Se quel pensiero ti prendesse in suo potere, a te, quale sei ora, farebbe subire una metamorfosi, e forse ti stritolerebbe; la domanda per qualsiasi cosa: «Vuoi tu questo ancora una volta e ancora innumerevoli volte?» graverebbe sul tuo agire come il peso più grande! Oppure, quanto dovresti amare te stesso e la vita, per non desiderare più alcun’altra cosa che questa ultima eterna sanzione, questo suggello?”

Il tempo si avvita su se stesso. Da lineare, ci alita nell’orecchio il demone, si trasforma in circolare. La prima reazione, umanamente comprensibile, è il panico. Perché reagiamo così?

Perché la strada che percorriamo, la vita di ciascuno di noi, ci appare sempre e comunque lineare. Passato, presente, futuro. Un passo dopo l’altro: ieri, oggi, domani. E ci sembra sempre di andare verso qualcosa, di dover raggiungere una qualche meta. Quale meta? La salvezza dell’anima, un tempo. Il successo, condito in termini economico-tecnologici, oggidì. Questione di punti di vista. Cambiano con le epoche storiche. Ogni epoca ha la sua “metafisica”.

È una prospettiva tranquillizzante in un certo senso. Quel che oggi non va potrà senz’altro cambiare in meglio. E c’è sempre qualcosa che non va. Perché la nostra capacità ottativa, la nostra brama di bramare, la nostra irrequietezza che si alimenta di bisogni da soddisfare e di paure da fugare, è infinita. Ma ecco la buona novella! C’è comunque un punto d’arrivo. C’è un senso. La vita ha senso! E a darle senso è il fine ulteriore, che guida la nostra vita dal di fuori: a dare senso e valore all’oggi è il domani, è la promessa del domani. C’è un punto d’arrivo, un telos, in greco “fine”, “scopo”. Il tempo “teleologicamente” orientato è quello tipico della concezione giudaico-cristiana. C’è un’alfa e una omega: la creazione e il giorno del giudizio. E in mezzo la calata salvifica del redentore. Oggi dipende da domani che dipende da ieri. È rassicurante sapere di andare verso qualcosa, che si chiami Dio, che si chiami “sol dell’avvenire”, che si chiami “le magnifiche sorti e progressive” dell’umanità su cui ironizza Leopardi.

Ma Dio è morto. Abbiamo un problema Houston. Dio è morto e resta morto, come aveva annunciato il folle uomo in un altro passo della Gaia Scienza, il famoso aforisma 125. Che vuol dire? Ve lo spiego in termini geometrici: la linea del tempo cessa di essere un vettore orientato. Non è più una “freccina”, non punta più da nessuna parte, né a destra, né a sinistra, né in alto, né in basso. Perché non c’è un punto preciso all’orizzonte verso cui puntare. È una linea e basta, a volerla considerare così, nella sua semplice nudità geometrica. E voi lo sapete: una linea ci impiega poco a incurvarsi e, procedendo verso l’infinito, a chiudersi su se stessa, a confondersi con se stessa, in un abbraccio che sa di eternità. Da dove è partita? Dove è arrivata? Qual è il principio e quale la fine?

Si tratta della concezione del tempo circolare, eternizzante, tipica delle culture antiche. Ma Nietzsche, che è innamorato dei Greci, ha in mente un modello preciso: il grande anno dei filosofi stoici, quello ispirato alla concezione eraclitea: «questo cosmo non lo fece nessuno degli déi né degli uomini, ma sempre era, è e sarà, Fuoco sempre vivente, che con misura divampa e con misura si spegne». Così recita il fr. 50 di Eraclito.

La ragione del Tutto non è fuori dal mondo, non è qualcosa di “extraterrestre”: “vi prego, fratelli, rimanete fedeli alla Terra” – aveva implorato Zarathustra. Nessuna ragione ulteriore, dunque. Il cosmo, come dice Eraclito, è “fuoco che a tempo debito s’accende e a tempo debito si spegne”. Ritorna su se stesso, non appetisce alcun senso ulteriore, né tende verso un Dio trascendente perché è del tutto autonomo. Il cosmo è divino, la Natura è Dio, come aveva detto Spinoza, un altro filosofo caro al nostro Nietzsche. Dunque, del Dio dell’Antico Testamento possiamo pure fare a meno.

Ma per vedere la circolarità, come dicevano gli antichi, occorre elevazione. Senza elevazione non si può produrre quello “sguardo dall’alto” che ti consente di vedere il Tutto di cui tu sei parte. Ci vogliono occhi di aquila per contemplare la grande ruota del tempo, la curva che eternamente piega ed eternamente ritorna. Ma, soprattutto, ci vuole uno stomaco da aquila per digerire questa visione. Perché d’improvviso si squarcia il velo e ti si rivela che le cose sono così come sono e basta! E che “alle cose come sono”, per usare un’espressione mutuata dal “buddismo comune” dello scrittore francese Hervé Clerc, appartiene anche la tua vita, il tuo destino, il tuo daimon: e, guarda un po’, lo devi accettare così com’è. Non puoi farne a meno, non ti puoi sottrarre a questa impresa. La vita devi accettarla per come ti si presenta, zoppa, imperfetta, depressiva, entusiasta, folle, orrenda.

Avete capito? Avete inteso in cosa consiste il fardello di cui parla Nietzsche-Zarathustra? Alzi la mano chi è in grado di vivere ogni attimo della sua vita amando quel che il cielo, si fa per dire, gli manda nel qui e nell’ora… chi ha lo stomaco così forte per reggere una visione del genere. Forse, possiamo farcela per una manciata di secondi, per un minuto. Forse, un monaco zen abbastanza evoluto può farcela per qualche ora. Ma noi no, noi abbiamo bisogno di riprendere fiato, andiamo subito in apnea. Ed eccoci qui, a rituffarci nella nevrosi del tempo che fugge e non torna, del tempo che tende ad un futuro che non arriva mai, un futuro che oggi si schiaccia, si appiattisce sempre più velocemente in un presente fatto di consumi, consumi, suonerie, intrattenimento, stordimento, quieta disperazione.

Liberarci con un urlo: c’è solo qui ed ora, hic et nunc! Domani è ora, ieri è ora. Ora tutto ritornerà, ora tutto è ritornato, ora tutto ritorna. Il senso del mondo è nel mondo, ed è esattamente questa prospettica insensatezza, questa fame insoddisfatta di senso che tu stai sentendo in questo momento! Fattene una ragione. Non c’è altro. Anzi sì: amore, amore, che non significa mera accettazione, ma stare nel qui ed ora con gli occhi aperti, abbracciarlo questo qui ed ora. È quel sentimento che gli stoici avevano chiamato “amor fati”, amore del destino, e che Spinoza aveva denominato “amor Dei intellectualis”, amore intellettuale di Dio, il saper stare nel Tutto come parte del Tutto.

Lascia sgomenti. Senz’altro. Questo è l’ultimo suggello. Doversi mettere al posto di Dio, dover rinunciare a Dio! Ahinoi! È una responsabilità schiacciante. Mi sono spiegato? Lo sentite anche voi questo peso? Doversi mettere al posto del padre. Con chi te la prenderai ora? Tu sei padre e madre allo stesso tempo. Provate ad afferrare l’eternità che è contenuta in quest’attimo… essa vi sguscerà via come sabbia dalle mani. Ma è lì, lì, soltanto lì.

Mi taccio qui. Diamo la parola a Friedrich Nietzsche. Il passo che leggo e commento è tratto dalla terza parte dello Zarathustra ed è intitolato “la visione e l’enigma”:

* * *

(F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra)

Coraggio è la mazza più micidiale: il coraggio ammazza anche la compassione. Ma la compassione è l’abisso più fondo: quanto l’uomo affonda la sua vista nella vita, altrettanto l’affonda nel dolore. Coraggio è però la mazza più micidiale, coraggio che assalti: esso ammazza anche la morte, perché dice: “Questo fu la vita? Orsù! Da capo!”. Ma in queste parole sono molte squillanti fanfare. Chi ha orecchi, intenda. “Alt, nano! dissi. O io! O tu! Ma di noi due il più forte son io: tu non conosci il mio pensiero abissale! Questo – tu non potresti sopportarlo!”. Qui avvenne qualcosa che mi rese più leggero: il nano, infatti, mi saltò giù dalle spalle, incuriosito! Si accoccolò davanti a me, su di un sasso. Ma, proprio dove ci eravamo fermati, era una porta carraia. “Guarda questa porta carraia! Nano! continuai: essa ha due volti. Due sentieri convengono qui: nessuno li ha mai percorsi fino alla fine. Questa lunga via fino alla porta e all’indietro: dura un’eternità. E quella lunga via fuori della porta e in avanti – è un’altra eternità. Si contraddicono a vicenda, questi sentieri; sbattono la testa l’un contro l’altro: e qui, a questa porta carraia, essi convengono. In alto sta scritto il nome della porta: “attimo’’. Ma, chi ne percorresse uno dei due sempre più avanti e sempre più lontano: credi tu, nano, che questi sentieri si contraddicano in eterno?”. “Tutte le cose diritte mentono, borbottò sprezzante il nano. Ogni verità è ricurva, il tempo stesso è un circolo”. “Tu, spirito di gravità! dissi io incollerito, non prendere la cosa troppo alla leggera! O ti lascio accovacciato dove ti trovi, sciancato – e sono io che ti ho portato in alto! Guarda, continuai, questo attimo! Da questa porta carraia che si chiama attimo, comincia all’indietro una via lunga, eterna: dietro di noi è un’eternità. Ognuna delle cose che possono camminare, non dovrà forse avere già percorso una volta questa via? Non dovrà ognuna delle cose che possono accadere, già essere accaduta, fatta, trascorsa una volta? E se tutto è già esistito: che pensi, o nano, di questo attimo? Non deve anche questa porta carraia esserci già stata? E tutte le cose non sono forse annodate saldamente l’una all’altra in modo tale che questo attimo trae dietro di sé tutte le cose avvenire? Dunque – anche se stesso? Infatti, ognuna delle cose che possono camminare: anche in questa lunga via al di fuori – deve camminare ancora una volta! E questo ragno che indugia strisciando al chiaro di luna e persino questo chiaro di luna e io e tu bisbiglianti a questa porta, di cose eterne bisbiglianti – non dobbiamo tutti esserci stati un’altra volta? e ritornare a camminare in quell’altra via al di fuori, davanti a noi, in questa lunga orrida via – non dobbiamo ritornare in eterno?”. […] L’uomo è il più crudele degli animali: ecco che io muoio e scompaio, diresti, e in un attimo sono un nulla. Le anime sono mortali come i corpi. Ma il nodo di cause, nel quale io sono intrecciato, torna di nuovo, esso mi creerà di nuovo! Io stesso appartengo alle cause dell’eterno ritorno. Io torno di nuovo, con questo sole, con questa terra, con quest’aquila, con questo serpente, non a nuova vita o a vita migliore o a una vita simile: io torno eternamente a questa stessa identica vita.

Questo testo, a leggerlo in profondità, fa venire i brividi. Senti la pelle accapponarsi. Ci vuole coraggio, un mucchio di coraggio, per sopportare fino in fondo l’incalzante profluvio degli argomenti e delle metafore nietzschiane. Il coraggio che diventa una mazza contro la compassione. Perché, sì, è vero, di primo acchito, sentendosi coinvolti in prima persona nella visione di Zarathustra, si prova compassione per se stessi, una compassione che sfocia nel vittimismo. È possibile portare un peso così grande?

Prima di proseguire il commento al testo, due parole sulla sua origine. È l’estate del 1881. Friedrich Nietzsche, che all’epoca ha 37 anni, si trova in Svizzera a Silvaplana in alta Engadina, nel Cantone dei Grigioni. Vi si è trasferito per ragioni di salute, ma soprattutto per cercare solitudine ed ispirazione. Si tratta di un paesino di montagna vicino a un bellissimo lago dove Nietzsche ama passeggiare nel pomeriggio, mentre la sera, appena tornato nel suo chalet, butta giù quanto è andato ruminando durante la passeggiata. È un modo magnifico di fare filosofia. Ve lo consiglio. Ne parla anche un altro grande filosofo, un po’ più giovane di Nietzsche, Thoreau, in un famoso libretto intitolato Walking, “Camminare”. Mettendo in moto il corpo, a contatto con la natura, i pensieri germinano più freschi, fecondi e profondi. Ma, insomma, durante una passeggiata, Nietzsche viene colto da questa immagine del tempo, l’immagine dell’eterno ritorno, di cui parla in questo celebre passo dello Zarathustra. È un’immagine “taumatica”, per dirla alla maniera ellenica: genera in lui un “thauma”, un sentimento di meraviglia, che lo sconvolge, lo spaventa e lo ammalia allo stesso tempo.

Ecco la testimonianza autobiografica dell’evento tratta da Ecce Homo del 1888: «Racconterò, ora, la storia dello Zarathustra. La concezione fondamentale dell’opera, il pensiero dell’eterno ritorno, questa formula d’affermazione che è la più alta che possa essere raggiunta, è dell’agosto 1881: è buttata giù su un foglietto di carta, con sotto scritto: «a 6000 piedi al di là dell’uomo e del tempo». Andavo, quel giorno, lungo il lago di Selvapiana, attraverso i boschi; presso un masso imponente che si ergeva a piramide non lungi da Surlei mi fermai. Lì mi venne quest’idea.» (Ecce Homo)

Dunque, come dicevo prima, ci vuole coraggio per sopportare questa visione e tradurla in parole. Ma, allo stesso tempo, è pratica liberatoria. Il nano che Zarathustra-Nietzsche si porta sulle spalle mentre sale lungo un sentiero montano – chissà se mentre scriveva queste parole non gli ritornassero in mente i magnifici scenari di Silvaplana – rappresenta lo “spirito di gravità”. Ce lo avete presente? Sono le catene dell’abitudine, il grigiore micragnoso della quotidianità, il chiacchiericcio della nostra mente ordinaria, quello che, appunto, “ci tira giù”. Ma non possiamo buttarlo via, perché è una parte di noi e, in un certo senso ne abbiamo bisogno. Dunque, come fa Zarathustra, ce lo dobbiamo portare sulle spalle.

Ma ecco che la visione si manifesta: “War das das Leben? Wohlan! Noch Ein Mal!”. “Era questa la vita? Questa è la vita? Va bene, ancora una volta!” Avanti, al diavolo, va bene così: io voglio dire di sì a questa vita, voglio dirle di sì per come è, non mi pento di niente, non c’è niente di cui pentirsi, non ho più alcun senso di colpa, se devo morire morirò leggero, al diavolo, nessun fardello più sulle mie spalle! Quello che ho fatto, quello che ho vissuto, quello che sto vivendo, non posso non farlo, lo rifarei cento, mille volte, lo farei un’infinità di volte, perché è il mio destino ed io sono il mio destino!”

Avete capito? Avete davvero capito bene? Questo è “amor fati”. Questo significa diventare quel che si è, abbracciare il proprio destino. Questa è l’essenza dell’insegnamento di Zarathustra. Io, Zarathustra, vi insegno a diventare uomini che sanno andare oltre (ecco, in questo contesto metaforico, il significato di super-uomo!), ovvero che sanno mettere in pratica, qui ed ora, il comandamento delfico, quello di Apollo-Dioniso che così recita: “uomo conosci te stesso, conosci i tuoi limiti, uomo diventa quello che sei!”. Ecco, Zarathustra ci insegna „wie man wird, was man ist“, come si diventa quel che si è!

Non a caso, amor fati ed eterno ritorno costituiscono l’essenza dell’insegnamento di Zarathustra: «Ecco, tu [Zarathustra] sei il maestro dell’eterno ritorno [….] Vedi, noi sappiamo ciò che tu insegni: che tutte le cose eternamente ritornano e noi con esse, e che noi siamo stati già, eterne volte, e tutte le cose con noi. Tu insegni che vi è un grande anno del divenire, un’immensità di anno grande: esso, come una clessidra, deve sempre di nuovo rovesciarsi, per potere sempre di nuovo scorrere, e finire di scorrere». (Zarathustra, Parte III, Il Convalescente)

Quando realizzi questa cosa qui, quando te la senti ballare dentro, quando ti senti lo stomaco sottosopra, improvvisamente, come dice Zarathustra, ti viene da muovere passi di danza, i piedi ti si muovono da soli, senti la musica e gli altri ti prendono per matto perché la musica non riescono a sentirla. Ma tu ce l’hai dentro, chiamala Dioniso, chiamala Natura, chiamala Vita, se ti va. Non sei ancora morto, almeno non sei morto dentro. E allora sai che ne valeva la pena, ne è valsa comunque la pena e, per quello che ti resta da vivere, ne vale la pena. Perché non c’è altro, niente da realizzare, nessuna meta da cogliere, nessun perdono da impetrare, la vita è semplicemente quello che è. Ora che la frenesia ha smesso di bruciarti dentro puoi respirare a pieni polmoni. Aria buona e salute! Ecco perché la visione ha luogo lungo alpeggi e sentieri di montagna!

La linea del tempo non si è spezzata, prosegue, ma s’incurva all’orizzonte, e tu, finalmente, sei in grado di vederla mentre s’incurva! Oltre la porta carraia la vedi filar via in una direzione e la immagini tornare indietro dall’altra. Il segreto sta nella porta carraia, quella su cui è scritta a lettere di fuoco la parola “attimo”. Nell’originale tedesco, “Augenblick”. Augenblick è una parola meravigliosa. Alla lettera significa “batter d’occhio”. Il segreto del tempo è proprio lì, nel batter di ciglia o, per applicare uno dei principi della meditazione “ana-pa-na-sa-ti” nel respiro. Concentrarsi sul respiro che entra e che esce è un modo per restare nel presente, per cogliere il presente, che è il luogo di manifestazione del reale, cioè delle “cose come sono”. Nel momento presente, a volerlo sfogliare, petalo dopo petalo, c’è il segreto dell’eternità. È un insegnamento antico, che va da oriente ad occidente, dagli altipiani dell’India settentrionale, alle pendici del massiccio dell’Himalaya, all’Ellade assolata tanto cara a Nietzsche: dall’antica tradizione yoga alla pratica buddhista, dagli esercizi spirituali delle scuole ellenistiche a quelle tardo-imperiali. Il modello nietzschiano, così come l’idea dell’eterno ritorno dell’uguale, è molto probabilmente di derivazione stoica.

L’eterno ritorno è, allo stesso tempo, teoria cosmologica e concezione di vita. Pensare il tempo significa dare forma alla propria visione del mondo e regolare su di essa la propria scelta di vita. Che ne sia consapevole o meno, io vivo alla maniera in cui concepisco il mondo: a questa massima non si sfugge. Ecco perché chi controlla il calendario, ovvero la concezione del tempo e della storia collettiva ed individuale, esercita la forma suprema di potere. Il tempo è divino. Per Eraclito è l’eone che gioca con gli astragali in riva al mare sotto il solleone del Mediterraneo. Nella concezione giudaico-cristiana il tempo appartiene a Dio. Ha inizio con la genesi e con la creazione di Adamo, è scandito da re e profeti, culminerà con l’avvento del Messia, il ritorno alla terra promessa. Oppure, se crediamo che il messia, il Cristo, sia Yeshua ben Youssef, Gesù, la fine dei tempi sarà determinata dal suo apocalittico ritorno, il disvelamento finale, il giudizio universale.

Per questo il cristiano resta in attesa. Egli appetisce l’infinito, si nutre del tempo futuro, vive sospeso tra questo mondo e il mondo che verrà, il “mondo dietro il mondo” di cui parla Zarathustra, nel capitolo dedicato agli avvelenatori dell’anima, preti e simil-preti. Ma Dio è morto e con il grande estinto è venuto meno il “sovramondo” della tradizione platonica, la schizofrenia del corpo sepolcro-orfico o macchina-cartesiana al servizio dell’anima immortale. L’eterno ritorno è la chiave di volta di una spiritualità laica, terrestre, naturale, basata sull’esperienza dell’attimo presente. Nessuna immortalità, nessun dualismo: tutto ritorna in eterno, questo tramonto, che sia il prima o l’ultimo, questo bicchiere mezzo pieno di vino, questo sentire le budella in fermento.

Se vi piace, è lì, vicino alla porta carraia, che ci si può davvero incontrare: Io che guarda negli occhi l’Altro, l’Io che negli occhi dell’Altro vede riflesso se stesso, come Dioniso-Zagreo, il dio bambino, il quale, scrutandosi nello specchio, intravede il mondo dei fenomeni. La porta carraia di cui parla Zarathustra, dunque, è la cifra, il simbolo di una nuova concezione del mondo, quella che abbiamo definito “prospettica”, “prospettivismo”. Prospettiva ovvero via di fuga: in avanti, indietro. Ma non è tutto relativo: non si tratta di relativismo perché, alla fine, da qualche parte, tutte le prospettive si fondono in un unico “fuoco”. Non c’è dato vederlo se ce lo immaginiamo distante e sovraelevato. In realtà, ce lo abbiamo sotto gli occhi: è la porta carraia, proprio lei! Augenblick, l’attimo eternamente fuggente. La vita ora!

Ma l’eterno ritorno è anche una sconvolgente visione astrofisica, da far tremare le vene ai polsi anche a visionari della fantascienza come Philip Key Dick.

Sentiamo cosa ci dice Nietzsche in un frammento postumo del 1881: «La misura della forza del cosmo è determinata, non è “infinita”: guardiamoci da questi eccessi del concetto! Conseguentemente, il numero delle posizioni, dei mutamenti, delle combinazioni e degli sviluppi di questa forza è certamente immane e in sostanza “non misurabile”; ma in ogni caso è anche determinato e non infinito. È vero che il tempo nel quale il cosmo esercita la sua forza è infinito, cioè la forza è eternamente uguale ed eternamente attiva: fino a questo attimo, è già trascorsa un’infinità, cioè tutti i possibili sviluppi debbono già essere esistiti. Conseguentemente, lo sviluppo momentaneo deve essere una ripetizione, e così quello che lo ha generato e quello che da esso nasce, e così via: in avanti e all’indietro! Tutto è esistito innumerevoli volte, in quanto la condizione complessiva di tutte le forze ritorna sempre». (Frammenti Postumi, 1881)

In altre parole, supponiamo che, per quanto immense, le energie del cosmo non siano infinite. Non possono esserlo perché il Tutto è Tutto e la somma del Tutto, come ci insegnano le moderne teorie cosmogoniche, è zero. Sto pensando ad un libro di Guido Tonelli, uno dei cacciatori del celeberrimo “bosone di Higgs”. Il titolo del libro è: Genesi. Il grande racconto delle origini. Tutte le condizioni possibili, considerando infinito il tempo, si sono già date e in eterno si daranno. Dunque, provate a pensarci: tempo infinito e configurazioni causali e spaziali finite. Tutte le configurazioni ontologiche ed ontogeniche all’interno della “ben rotonda sfera” di Parmenide sono presenti a se stesse: accadono, sono accadute, accadranno. Presente, passato, futuro, altro non sono che prospettive, vie di fuga della stessa sferica realtà che gira su se stessa.

Dai, provate a pensarci bene. Le cose non dovete semplicemente intuirle, dovete vederle! Su questo aveva ragione Platone! Allora ricorriamo, al solito, alla geometria. Prendete un cerchio: indicatemi con A l’inizio del cerchio e con B la sua fine… Ebbene, ogni punto è A e B! Avete visto? Con una retta, o con figure rettilinee, quelle che secondo il nano “mentono”, hai voglia a segnare con A e con B punti differenti, hai voglia a far correre il Pelide Achille appresso alla tartaruga di zenoniana memoria!

Allora? Allora le condizioni del tutto dovranno, prima o poi, riconfigurarsi e presentarsi come si configura e si presenta in questo Augenblick. Non importa quanto tempo ci vorrà: ne abbiamo un’eternità e spicci! In India, questa figura circolare la chiamano Dharmachakra, (DARMA CIA CRA), “Ruota del Dharma”, ovvero “Ruota della legge universale”. Per noi, che siamo nipotini dei Greci, si tratta della legge fondamentale del cosmo, il logos di eraclitea memoria. In questo discorso, quelli più attenti tra di voi lo avranno certamente notato, anche Eraclito ritorna di continuo…

Non so se quella di “ritornare in eterno” alla stessa maniera in cui si è vissuti è una prospettiva che vi entusiasma o meno. Le altre alternative sono quelle di sparire nel nulla o meglio di disperdersi nel tutto. Oppure se vi piacciono i miti antichi, la sopravvivenza in forma di anima, che se ne va svolazzando in cielo, come la biga alata di Platone. O ancora, l’escatologica resurrezione alla fine dei tempi (quali tempi?), anima e corpo insieme per essere spediti in Paradiso o all’Inferno. Sempre che all’Inferno non ci siamo già… Scegliete voi. Le uniche cose certe sono che dobbiamo morire e che, prima di morire, sarebbe il caso di vivere. Ecco, a noi spetta decidere in che modo vivere, che cosa fare della nostra vita. E con questo, siccome, in onore dello Zarathustra nietzschiano, voglio essere anch’io un po’ malvagio, vi lascio in pasto a voi stessi.

Autore:

Ho studiato filosofia presso l'Università degli Studi di Roma “La Sapienza” e mi sono laureato nel 1990, relatore il prof. Gabriele Giannantoni, con una tesi in storia della filosofia antica intitolata "Vivere significa morire: analisi di alcuni frammenti eraclitei". Sono socio della SFI - Società Filosofica Italiana di cui curo il sito web. Da alcuni anni mi interesso di Pratiche Filosofiche e Consulenza Filosofica, collaborando con riviste scientifiche del settore, sulle quali ho all'attivo decine di pubblicazioni. Dal 2004 svolgo la professione di Consulente Filosofico e ho promosso una serie di iniziative filosofiche (Caffè Philo, Dialogo Socratico, Seminari di gruppo) aperte al pubblico. Attualmente insegno filosofia e storia presso il Liceo "I. Vian" di Bracciano (Liceo Classico sezione X). Utilizzo la filosofia in pratica sia durante le lezioni ordinarie che in altre "straordinarie" occasioni (passeggiate filosofiche nel bosco, dialoghi socratici a tema, ecc.). A scuola provo a tener aperto uno "sportello" di consulenza filosofica rivolto ai grandi ed ai meno grandi.

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