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Il governo dei “migliori”: struttura e funzionamento della Kallipolis di Platone


Audio-lezione di filosofia per le classi terze del liceo

Care ragazze, cari ragazzi, oggi parliamo di politica. Tempo fa, un personaggio politico ha affermato che “a scuola non si dovrebbe parlare di politica”. Però, poi, ci hanno fatto intendere, hanno fatto intendere all’opinione pubblica, che le cose nel nostro paese vanno male, perché a scuola non si fa “educazione civica”. Che, da quest’anno, come ben sapete, è stata trasformata, in teoria, in una vera e propria materia, con tanto di voto sul registro. A costo zero, ovviamente: è la regola da 30 anni a questa parte. Questo significa che le ore di educazione civica saranno pretestuosamente ritagliate dalle ore delle altre materie e non aggiunte, con un docente dedicato alla disciplina, come sarebbe stato opportuno e sensato.

Ecco, entrambe le affermazioni, un Platone redivivo, le avrebbe rigettate come “irrazionali” e “contraddittorie”. E, badate bene, in bocca ad un filosofo, termini come “irrazionale” e contraddittorio” suonano decisamente “pesanti”, quasi “inappellabili”. E noi, di certo, non vogliamo far adirare Platone… Chi, per ignoranza, non temesse la sua mole intellettuale, dovrebbe comunque temerne la mole fisica: se vi ricordate “Platone” era un soprannome e significava “dalle spalle larghe”. Quindi, sforziamoci di capire perché a scuola è necessario, indispensabile, irrimandabile parlare di “politica” – e parlando di politica, di fatto, si “fa politica” – e perché fare politica e fare “educazione civica” possono, debbono significare la stessa cosa… Proveremo ad argomentare, pertanto, il motivo per cui Platone sostiene, e sosterrebbe anche oggi, l’equazione filosofia=politica=educazione alla cittadinanza. Ovvero, impegnarsi seriamente nello studio della filosofia significa impegnarsi in politica e provare ad essere un buon cittadino. Questo, beninteso, a prescindere dagli esiti della riflessione platonica: ossia, possiamo anche non concordare con Platone sul fatto che il modello di Stato che lui propone sia il migliore possibile, ma non possiamo non concordare con lui sul fatto che fare filosofia, ieri come oggi, sia il modo migliore, il più significativo per occuparsi di politica. E, come si suol dire, cari miei, se voi non vi occupate di politica, la politica si occuperà comunque di voi… Andiamo allora.

Come sappiamo, lo abbiamo già detto leggendo e commentando alcuni brani della Lettera VII, la filosofia platonica è faccenda che nasce dalla politica e per la politica. Questo è l’orizzonte mentale e lo scenario storico e culturale all’interno del quale si muove Platone. Il quale, peraltro, per il suo tempo, non rappresenta affatto l’eccezione, bensì la norma. Perché ci dovremmo dedicare alla “filosofia”, intesa come “appassionata ricerca del sapere”? Risposta: per ricercare il Bene. E a che serve conoscere il Bene? Risposta: va da sé, per “stare” bene, per vivere meglio. Vi viene in mente una questione più fondamentale e meno “astratta” di questa? Ora, si tratta di definire, preliminarmente, come dobbiamo declinare il concetto di “Bene”. In termini individuali e personalistici? Oppure, piuttosto, in termini comunitari, relazionali? Detto in altri termini: possiamo stare davvero bene a prescindere da come funziona la comunità in cui siamo inseriti, di cui facciamo parte? O ancora, chiediamoci: viene prima l’individuo, la dimensione personale, o quella sociale, comunitaria?

A queste domande, naturalmente, possono esserci molte, differenti risposte. E, studiando storia della filosofia, in effetti, ne incontreremo di diverse e alternative a quelle di Platone, soprattutto in età moderna. Ma, è fuor di dubbio che un Ateniese del V-IV secolo a.C. non avrebbe esitato a rispondere che la comunità, intesa come polis, la città-stato, viene prima del singolo individuo, il quale è, in primo luogo, polìtes, cittadino. La natura umana si realizza, eminentemente, all’interno della polis: l’uomo è, come dirà Aristotele, politikòn zòon, “animale politico”, physei, “per natura”. Al punto che l’essere espulso dalla comunità politica di appartenenza, l’esser costretto all’esilio, per un Ateniese può essere peggiore della morte. Ce ne rende testimonianza Socrate nel suo discorso in tribunale. Anche per questo preferirà bere la cicuta, piuttosto che, alla sua età, andarsene “ramingo di gente in gente”. La dimensione personale, privata, dell’uomo, pure si dava, era contemplata, ma in maniera subordinata a quella politica: la sfera personale era definita idìon ed occupandosi di essa si agiva da idiòtes. Ecco da dove deriva il vocabolo “idiota” che, come ben sapete, non ha esattamente un’accezione positiva… Insomma, chi non si occupa di politica, chi non si preoccupa della comunità di cui fa parte, chi non cerca di armonizzare la propria condotta in conformità al bene o all’utile pubblico, chi non rispetta le leggi, quando si tratti di leggi giuste, è un “idiota”. Lo siamo un po’ tutti quanti. Chi più, chi meno. Basta che vi guardiate intorno: prendersi cura della comunità e, allo stesso tempo di se stessi, oggi, può significare, ad esempio, indossare correttamente la famosa mascherina anti-covid…

Allora mi avete seguito? Per vivere “bene”, bisogna conoscere ciò che è bene, l’idea di Bene. Non il bene in senso relativistico, come dicevano i sofisti, quel che è bene per me o quel che è bene per te. La misura che dobbiamo cogliere, la ratio, non è quella che si collega al singolo individuo, ma quella che si dà in maniera “assoluta”, sciolta da qualsivoglia vincolo (questo è il significato del termine latino “ab-solutus”). Per questo, secondo Platone, abbiamo bisogno di un approccio che non sia “opinabile”, ossia basato sull’opinione, sulla doxa, su quello che appare (a me, a te o a loro), bensì “epistemico”, alla lettera, “che sta in piedi da solo”, scientifico, oggettivo. A questo serve lo studio della filosofia. Questo è il fine, scientifico, della filosofia. Questo è ciò che si fa, una volta entrati nell’Accademia platonica. Mi sono spiegato?

Come potrei, del resto, praticare il Bene, conformare le mie azioni al Bene e, come legislatore, fare leggi volte al Bene, se non ne avessi una visione chiara e distinta, assolutamente inequivocabile? Da qui la necessità del fare filosofia e del fatto che solo i filosofi dovrebbero reggere lo stato. Come potrei, peraltro, aspettarmi che gli altri pratichino il bene, la giustizia, siano dei buoni cittadini, se non li allevassi ed educassi al bene sin dalla più tenera età? Da qui la necessità che filosofia e politica siano una questione eminentemente pedagogica. Cioè di competenza della scuola: la “pedagogia” è la scienza che si occupa di “ben guidare i ragazzi” nel loro percorso di crescita come esseri umani e come cittadini: per i Greci, lo abbiamo già detto, non fa alcuna differenza, si è umani nella misura in cui si è cittadini, e viceversa. La parola “pedagogia” è greca, come buona parte di quelli che utilizziamo in questo contesto: agoghé, “conduzione”, “guida”, viene dal verbo “ago”, l’equivalente latino di “duco”, conduco; pais è il fanciullo, il ragazzino. Senza contare che i ragazzi e le ragazze di oggi saranno gli uomini e le donne di domani: vedranno il mondo come è stato loro insegnato a vederlo, attraverso la lente dei valori ai quali sono stati educati, ed agiranno di conseguenza. Scusate: sto parlando in terza persona di voi. Ecco perché mi sforzo, ci sforziamo, di tirare fuori il meglio da voi (educo, in latino, significa proprio questo, “condurre fuori da”: insomma, si tratta di un’operazione “maieutica”). Voi, care studentesse, cari studenti, siete importanti, preziosi, preziosissimi. Da voi dipende il fatto che questo mondo diventi, nonostante tutto, un posto bello dove vivere in armonia, tra di noi, con gli animali, le piante, la natura in generale.

Devo aggiungere altro? Avete capito per quale motivo filosofia=politica=educazione alla cittadinanza? Avete capito perché la scuola è un luogo eminentemente “politico”? Anzi, il luogo politico per eccellenza? Perché mai, altrimenti, Platone si sarebbe preso la briga di fondare l’Accademia? Cosa credete si facesse nell’Accademia? Giochi di società?

Ma torniamo a Platone ed entriamo nel vivo della nostra lezione. Il Dialogo che ci interessa di più, per quanto riguarda il Platone politico, è un dialogo della maturità, e s’intitola, non a caso, Repubblica, in greco Politeia, Costituzione, ordinamento dello stato. Platone è stato spesso definito un “pensatore utopista”, cioè uno con la testa un po’ tra le nuvole – una testa notevole, beninteso – che, avendo un sacco di tempo libero, si è messo ad immaginare come dovesse configurarsi lo stato ideale, quello che, per essere troppo bello, non si trova, né potrà mai trovarsi in nessun luogo: questo significa, in greco, ou-topos, nessun luogo, da nessuna parte. Insomma, avete capito: sarà pure bello ed interessante pensarci, ma serve a poco o a nulla.

In realtà, questa chiave di lettura è piuttosto fuorviante. Platone vive in un’età di transizione. Atene ha subito una sconfitta epocale. Con la guerra del Peloponneso, terminata alla fine del V sec. con la vittoria della potenza rivale, Sparta, è venuto meno un sistema politico che fino a qualche anno prima era fiorente e sembrava invincibile: la democrazia periclea. La politica di Atene, insomma, è tutta da riscrivere, da riprogettare. Soprattutto dopo il processo a Socrate. Allora capite, non si tratta, qui, di immaginare mondi fantastici o isole beate. Si tratta piuttosto di “progettare” un sistema politico che possa funzionare, che sia giusto in quanto conforme alla verità delle cose, che abbia delle solide basi “scientifiche”, diremmo noi oggi. Ecco, se vogliamo, Platone è stato il primo “scienziato della politica”. Tutto quello su cui Platone è andato meditando e scrivendo all’interno dell’Accademia, dunque, non era affatto “campato in aria”. Egli pensava di poterlo, in qualche maniera, realizzare. E, come sappiamo, ci ha provato, eccome!, facendo di Siracusa, a più riprese, il suo laboratorio…

– La “kallipoli”, la “città bella”, nel senso di “ben governata”, è quella in cui al potere ci sono i migliori, gli aristoi, che, nel senso platonico del termine, sono i più sapienti, ovvero coloro i quali, avendo un’anima nobile e predisposta alla conoscenza, hanno deciso di dedicare la loro vita alla filosofia.

Come troviamo nel V libro della Repubblica: «Se i filosofi non governano le città o se quelli che ora chiamiamo re o governanti non coltiveranno davvero e seriamente la filosofia…è impossibile che cessino i mali delle città e anche quelli del genere umano».

La risposta ai problemi degli individui e delle comunità cui appartengono non può che essere politica: come dire, se un pesciolino sta male, invece di accanirsi sul pesciolino cercando di capire quale problema abbia, è necessario cambiare o purificare l’acqua in cui nuota insieme agli altri pesciolini. Ma questa operazione deve essere affidata a coloro che sono in grado di svolgerla, in quanto competenti: i filosofi. La loro competenza ad amministrare lo stato deriva dalla conoscenza delle idee, ovvero dalla scienza dialettica, che consiste nel connettere le idee in maniera “veritiera”, ovvero “realistica”. Ricordatevi che, per Platone, la verità consiste nella corrispondenza della cosa all’idea, che ne rappresenta il modello perfetto. Per esempio, se faccio il medico, sono in grado di curare questa o quella persona in carne ed ossa, solo nella misura in cui conosco, in maniera appropriata, l’idea di uomo, lo schema generale della sua fisiologia psichica e corporea. D’altro canto, sarò in grado di prendermi cura degli affari della polis, se, e soltanto se, conosco in maniera adeguata la fisiologia della comunità politica e sono in grado di prevenirne e curarne le eventuali patologie.

L’idea-chiave intorno a cui ruota la “fisiologia” del corpo politico è quella di “Giustizia”, in greco dìkaion o dikaiosyne: essa è condizione della nascita e della vita dello Stato. Giustizia, come vedremo, è di per sé un’idea “dialettica”. Che vuol dire “dialettica”? Ne abbiamo già parlato ma, come sempre, repetita juvant. “Dialettica” viene dal verbo greco dia-lego, “lego tra”, “collego”. “Collegare” significa qui mettere in equilibrio, trovare il giusto equilibrio tra le varie parti che compongono lo Stato e la comunità civile. Averlo presente in termini conoscitivi per poterlo realizzare: come dire, dalla teoria alla prassi. Ci siete? Vi faccio un esempio che, forse, sarebbe risultato gradito allo stesso Platone. Avete presente il teorema di Pitagora? Il quadrato costruito sull’ipotenusa di un triangolo rettangolo è equivalente alla somma dei quadrati costruiti sui due cateti. Si tratta di un’unica “visione”, un’idea che si compone “dialetticamente” di una serie di elementi concettuali (triangolo rettangolo, cateti, ipotenusa, quadrati, ecc.) armonizzati tra di loro. Il risultato è assolutamente certo, incontrovertibile. Applicando correttamente il teorema di Pitagora, un geometra è in grado di risolvere una serie di questioni pratiche. Si tratta di ricreare, caso per caso, quell’equilibrio, quell’armonia geometrico-matematica che presiede al funzionamento del nostro teorema. Ecco, la stessa cosa varrebbe, platonicamente, per l’architettura dello Stato. Se conosco il teorema della “Giustizia”, sono in grado di metterlo in pratica. Si tratterebbe, come dire, di un’operazione di “ingegneria” politica. L’unica differenza è che, mentre nel primo caso si lavora con idee geometrico-matematiche, nel secondo caso si maneggiano idee-valori, che richiedono una forma di intelligenza diversa. Ne parleremo più in là. Ad ogni buon conto, tenete presente che matematica e geometria erano prerequisiti fondamentali per lo studio della filosofia politica, se è vero che, secondo la tradizione, sulla porta dell’Accademia campeggiava la scritta: Ageōmètrētos mēdéis eisìtō, “Non entri chi non è geometra”.

Peraltro, la trafila del giovane accademico che volesse intraprendere la carriera politica era lunga e assai selettiva, tipo “Normale di Pisa”: istruzione comune con gli altri giovani fino a 17 anni, poi per gli idonei 3 anni di ginnastica, 10 anni di scienze matematiche (che comprendevano aritmetica, geometria, astronomia e musica, quello che sarà poi il “quadrivio” medievale), poi 5 anni di dialettica (ovvero la filosofia, che è scienza delle idee), a 35 anni lungo tirocinio in mansioni amministrative dello stato, e, infine, a 50 anni, superate con esito favorevole tutte le fasi preparatorie, a turno governanti e studiosi nel tempo libero, si fa per dire.

– Continuiamo a ragionare in termini matematico-geometrici. Il tre, cui corrisponde il triangolo, e viceversa, la celebre “triade” di pitagorica memoria, ritorna spesso nel discorso platonico. Esiste una corrispondenza precisa, sostanziale, tra dimensione antropologica e dimensione politica. Cosa s’intende con “dimensione antropologica”? Quella che riguarda l’uomo (ànthropos) inteso come individuo. Insomma, quel che vale per il singolo essere umano, vale, su scala più ampia, per la comunità politica. Vi ricordate? Lo abbiamo visto studiando il Fedro; l’anima umana è un’entità dialettica, composta di tre parti: concupiscibile, irascibile e razionale. Nel celebre mito della biga alata tali parti corrispondono rispettivamente al cavallo nero, la parte concupiscibile, quella istintuale; al cavallo bianco, la parte irascibile, quella del thymòs, la sede dei sentimenti elevati, diciamo così; e all’auriga, la parte propriamente intellettiva. Ad ogni tipo di anima corrisponde una determinata virtù, cioè una capacità etica che può essere realizzata in maniera più o meno completa: l’anima concupiscibile funziona bene se viene gestita con temperanza, cioè con moderazione, con equilibrio (il concetto espresso dal termine “dieta”, che usavano i Greci ed usiamo ancora noi oggi, per indicare un corretto regime di vita e, in particolare, un equilibrato regime alimentare); quella irascibile se la rabbia, l’animosità istintiva viene messa al servizio di una causa nobile, trasformandosi in “coraggio”, virtù tipicamente guerriera; ed infine, quella razionale, se genera “saggezza”, il saper stare al mondo. È chiaro? Ecco, chiamiamo “felice” un uomo che è in grado di realizzare in sommo grado tali virtù, armonizzandole tra loro. Naturalmente, come vedremo tra un momento, non tutti gli uomini sono eguali. Alcuni hanno più sviluppata la parte dell’anima concupiscibile, piuttosto che quella irascibile o razionale e viceversa. Ma, insomma, vocaboli come “felicità” e “benessere” a livello antropologico, significano “armonia” tra le diverse parti che compongono ciascuno di noi. Vogliamo dire “equilibrio interiore” oppure “equilibrio psico-fisico”? È chiaro?

-Ebbene, a livello comunitario, passando dal microcosmo individuale al macrocosmo politico, troviamo la stessa tripartizione: la polis è composta da tre classi fondamentali, quella dei produttori, quella dei guerrieri o guardiani (phýlakes), quella dei governanti (árchontes, arconti). Alla prima classe appartengono, per natura e per scelta, come vedremo nel mito di Er, gli uomini in cui predomina la parte psichica concupiscibile; alla seconda, quella dei militari, appartengono coloro che hanno più sviluppata la parte irascibile; alla terza, manco a farlo apposta, i filosofi-governanti, in cui predomina la parte intellettiva. Che cosa significa allora “giustizia”? Significa che se vogliamo vivere in una polis ben ordinata, fiorente e potente, occorre che ognuno svolga il ruolo, interpreti la parte che gli compete per “qualità d’anima”, per potenzialità intrinseca: chi è nato per fare l’artigiano faccia l’artigiano, chi ha vocazione alla medicina, faccia il medico, chi è coraggioso entri nell’esercito, chi è dotato di una visione “superiore”, d’insieme, si dedichi alla cura degli affari politici. Insomma, per dirlo con un’espressione latina: cuique suum, “a ciascuno il suo”. Ve la immaginate una società in cui chi ha potenzialità intellettuali sia costretto, sprecando tali potenzialità, a fare il “rider”, mentre a chi ha vocazione all’impresa e all’arricchimento personale o sia bravo a maneggiare denaro faccia il governante? Ah, mi state dicendo che ci riuscite perfettamente…? Beh, se ci riuscite, allora avete anche capito perché Platone è considerato un pensatore utopico…

Ma diamo la parola direttamente a Platone. Leggiamo dal libro IV della Repubblica:

«- Un’immagine della giustizia e insieme una fonte di utilità era, Glaucone, in questa norma: chi è per natura calzolaio è giusto che faccia il calzolaio, senza svolgere altre attività, e chi è falegname il falegname, e così via. – È evidente. – E la giustizia, come sembra, era davvero qualcosa di simile: essa però consiste nell’adempire i propri cómpiti non esteriormente, ma interiormente, in un’azione che coinvolge veramente la propria personalità e carattere, per cui l’individuo non permette che ciascuno dei suoi elementi esplichi compiti propri di altri né che le parti dell’anima s’ingeriscano le une nelle funzioni delle altre; ma, instaurando un reale ordine nel suo intimo, diventa signore di se stesso e disciplinato e amico di se medesimo e armonizza le tre parti della sua anima, come perfettamente sintonizzano le tre armonie di una nota fondamentale, bassa alta media, anche se per caso se ne inseriscono altre in mezzo: allora, dopo averle legate tutte ed essere divenuto uno di molti, temperante e armonico, eccolo ormai agire così, sia che la sua attività si rivolga ad acquistare beni materiali o a curare il corpo, sia che si svolga nell’àmbito politico o in contratti privati; e in tutto questo suo agire giudica e denomina giusta e bella l’azione che conserva e contribuisce a realizzare questo intimo equilibrio, e sapienza la scienza che la dirige; ingiusta l’azione che via via distrugge quell’equilibrio, e ignoranza l’opinione che la dirige. – Le tue affermazioni, Socrate, disse, sono assolutamente veraci. – Ebbene, feci io, non dovremmo sembrare affatto mentitori, credo, se dicessimo di aver trovato l’uomo giusto, lo stato giusto e che cosa è in essi la giustizia. – No, per Zeus!, rispose. – Allora, possiamo dirlo? – Diciamolo pure.»

– Ecco, questa è “giustizia”. In uno stato ideale, che, vale la pena ripeterlo, non vuol dire “irreale” o “inattuabile”, le cose dovrebbero funzionare in questo modo, grazie ad istituzioni e leggi che favoriscano una distribuzione equa ed appropriata dei ruoli sociali. Uno Stato “giusto” è composto da cittadini “felici”. Ovvero: dando a ciascuno la possibilità di realizzarsi in quanto individuo, mettendo al servizio della comunità le sue migliori attitudini, avremo, col tempo, una società giusta, equilibrata. Attenzione, però, ripeto: essere “giusti” non significa dare a tutti la stessa cosa, creare una società composta di persone con il medesimo status sociale. Significa fare in modo che tutti abbiano la possibilità di realizzare a vantaggio di se stessi e dell’intero corpo sociale, quello che, per le loro attitudini psichiche, sarebbero destinati a fare. Mi sono spiegato?

– Ma, a questo punto, sarebbe lecito chiedersi: da dove provengono tali “attitudini psichiche”? Sono frutto del caso? Le maturiamo nel corso della nostra vita terrena? In parte forse sì, possiamo perfezionarle, esprimerle appieno o lasciarle giacere inespresse nel fondo della nostra anima… come i proverbiali “talenti” della parabola evangelica. Oddio, spero che il riferimento al Vangelo non vi colga del tutto impreparati… Andiamo avanti, senza complicarci troppo la vita. Come già sapete, Platone, in vari passaggi dei suoi Dialoghi, esprime una complessa visione escatologica che deriva dal Pitagorismo e dall’Orfismo. Con “escatologia”, dal greco éskhatos, “ultimo”, si intende una dottrina religiosa o filosofica che cerca di spiegare, spesso per via mitologica e in chiave simbolica, il destino ultimo del singolo uomo o dell’umanità intera. Un libro “escatologico”, tanto per fare un esempio, è l’Apocalisse di San Giovanni, l’ultimo libro del Nuovo Testamento, quello che parla dell’Anticristo e del Giudizio Universale. La concezione escatologica di Platone già in parte la conosciamo: l’anima è immortale, lo abbiamo visto nel Fedone, ed è soggetta a varie reincarnazioni o “metensomatosi”. Il fine ultimo della vicenda psichica e del cammino spirituale dell’uomo consiste nell’abbandonare definitivamente questa “valle di lagrime”, chiamiamola così, il corpo-prigione e tomba (soma-sema) e “divinizzarsi”, andando a risiedere a tempo indeterminato in quel mondo iperuranio dove gli dèi gozzovigliano in orge intellettuali a base di idee. Dai riferimenti che faccio avrete intuito anche il motivo per cui la filosofia platonica, adeguatamente rivisitata e contraffatta, si è prestata molto ad essere cristianizzata in epoca tardo-antica e medievale. Ma, insomma, questa “auto-strada verso il cielo”, la Stairway to Heaven dei Led Zeppelin, richiede tempo, molto tempo e varie metensomatosi. Alla fine di ciascuna vita, in base a come si è vissuto e a quanto si è progredito (o regredito) lungo la scala della conoscenza, si sceglie il tipo di vita che si farà nella successiva reincarnazione. Morale della favola: entro certi limiti, ciascuno di noi è libero di scegliere il proprio destino e porta con sé questo bagaglio di “attitudini psichiche” da sviluppare e da mettere al servizio della comunità. Bene, qui dalla politica abbiamo sconfinato nell’escatologia… ma come vedete è tutto collegato.

Ho usato l’espressione “morale della favola”. Avrei dovuto dire “morale del mito”. Prima ho accennato al cosiddetto “Mito di Er”. Platone lo colloca alla fine della Repubblica, nel decimo libro. Non è un caso. Esso fa, in un certo senso, da cappello alla costruzione politica del nostro filosofo, collegando teoria dello Stato e destino individuale. Ve lo racconto in poche parole. Er è un valoroso soldato della Panfilia caduto in battaglia. Mentre la sua salma sta per essere arsa sul rogo rituale, improvvisamente Er risuscita e racconta ciò che aveva visto nell’aldilà. Si tratta di una visione complessa, ricca di elementi simbolici e mitici, che non ci interessa qui discutere nel dettaglio. Uscite dalle voragini del cielo e della terra dopo un viaggio di 1000 anni, ed una sosta di 7 giorni, le anime si dirigono verso la luce della circonferenza del cielo, alle cui estremità è appeso un fuso che gira sulle ginocchia di Ananke, la dea della Necessità, con accanto le tre Parche (Moirai), Lachesi per il passato, Cloto per il presente e Atropo per il futuro.

Leggiamo dal libro X della Repubblica, le parole di Moira Lachesi:

«Parole della vergine Lachesi, figlia di Ananke: anime, che vivete solo un giorno (ephémeroi), comincia per voi un altro periodo di generazione mortale, portatrice di morte (thanotephòron). Non vi otterrà in sorte un dàimon, ma sarete voi a scegliere il dàimon. E chi viene sorteggiato per primo scelga per primo una vita, cui sarà necessariamente congiunto. La virtù (areté) è senza padrone (adéspoton) e ciascuno ne avrà di più o di meno a seconda che la onori o la spregi. La responsabilità è di chi sceglie; il dio non è responsabile.»

Le anime vengono chiamate a scegliere tra diversi modelli di vita offerti loro per la successiva incarnazione. In parte la scelta dipende dal caso, in quanto i primi a scegliere hanno un numero maggiore di possibilità. Ma poiché le possibilità sono assai superiori ai candidati, anche gli ultimi hanno diverse scelte per avere una vita felice. Il daimon che presiede alle sorti di ognuno di noi, dunque, dipende dalle nostre scelte. Nostra è la responsabilità… Lo avete capito: “libertà” si coniuga sempre e comunque con “responsabilità”. Questo è il grande insegnamento di Platone. La partita della responsabilità etica e politica, dunque, si gioca anche in questa vita, ma la sua portata va ben oltre la presente incarnazione. È una storia assai lunga, che si estende indietro nel passato e si apre al futuro.

– È chiaro il messaggio? La concezione politica di Platone può apparire, di primo acchito, assolutamente tradizionalista, aristocratica alla vecchia maniera. Il principio base della democrazia periclea, l’isonomia, l’uguaglianza (isos) dei cittadini dinanzi alla legge (nòmos) viene destituito di fondamento.Non siamo affatto tutti uguali! Ci sono uomini di natura aurea, più evoluti degli altri in senso intellettuale, ovvero i filosofi, destinati a governare la città. Lo abbiamo visto. Seguono le anime “argentee”, che, evidentemente, prima dell’ultima incarnazione, dinanzi alla Parca, hanno optato per una vita da guerrieri. Poi, andando più giù nella scala sociale, troviamo gli uomini di natura bronzea o ferrea, meno evoluti, meno “politici”, più attaccati ai beni materiali e ai bisogni corporei, che si occuperanno del sostentamento economico della polis. Le differenze, lo ripetiamo, sono funzionali alla vita della comunità politica: si tratta di un modello “organico”. Come in un organismo complesso, ogni parte del corpo politico deve svolgere al meglio la sua funzione: come la testa e il cuore hanno bisogno dei visceri per poter funzionare, così le prime due classi sociali, governanti-filosofi e guerrieri dipendono dalla classe dei produttori.

Ma qual è allora, mi chiederete, la differenza tra il sistema aristocratico platonico e il vecchio modello aristocratico ateniese o spartano? Ricordatevi che Platone, al secolo Aristocle, discende da un’antica e nobile famiglia ateniese che può vantare tra i suoi antenati nientepopodimeno che il nomoteta Solone e Codro, l’ultimo leggendario re di Atene. Ebbene, la differenza è che nella città ideale di Platone gli uomini si distinguono, come abbiamo visto, per differenze e attitudini naturali, liberamente scelte in senso escatologico, se vogliamo, e non per i loro diritti di nascita. Insomma, non è una questione di “sangue blu”: gli “aristoi”, i migliori, non sono necessariamente “figli di papà”. Anche se, occorre ricordare che Platone evidenzia come i figli assomiglino ai propri genitori. Quasi sempre, dunque, rimangono nella classe di appartenenza. Come dire, qui lo dico e qui lo nego… A buon intenditor, poche parole… Ma, insomma, non si tratta di caste chiuse ed immobili: una certa “mobilità sociale” è ammessa ed auspicata in base ad un concetto di “meritocrazia”, che consente di selezionare i migliori in ogni campo, a prescindere dalla famiglia di provenienza. A ciò provvedono i “guardiani della città”, una specie di “senato accademico” il cui giudizio è inappellabile. Insomma, non è esattamente la logica di un pubblico concorso, aperto a tutti e trasparente… Con “aristoi”, i migliori, non si intendono tanto e soltanto i più forti in battaglia, i più “tosti”, come nella concezione omerica: nella Repubblica platonica al potere non troveremmo Agamennone e Menelao, né tanto meno Achille, i quali, al massimo, al massimo, sarebbero ammessi nelle file della falange oplitica, sempre che abbiano messo la testa a posto rinunciando a qualsivoglia mania di protagonismo. Quella di Platone è una vera e propria “noocrazia”, altra parolaccia, scusate. A capo dello Stato troveremmo dei sapienti, magari un po’ in là con gli anni: la forza per esercitare il potere, kratos, deriva loro dal nous, dall’intelletto. Ecco cosa significa noocrazia: potere agli intelligenti… che poi sono anche quelli con maggiori attitudini politiche, ovvero che hanno dimestichezza con l’idea di “giustizia”, e non solo con quella. Sono dei “fini dialettici”, sanno come fare “i giusti collegamenti”, tra una disciplina e l’altra, diremmo noi oggi. Ecco perché la noocrazia è il contrario della idiocrazia, che è il regime in cui a dominare sono quelli che hanno a cuore solo i propri interessi privati. Ovvero “gli imbecilli”, come ebbe a dire Umberto Eco. Ora capite perché quando sento parlare di “governo dei migliori”, oggidì, mi viene l’orticaria…

Un sistema, quello platonico, che, ripeto, si può non condividere, soprattutto alla luce delle categorie di pensiero che siamo abituati a maneggiare oggi, e che di problemi aperti ne presenta parecchi, ne vedremo qualcuno dopo, ma che, di certo, non si può archiviare giudicandolo utopico, inattuabile, antistorico. Vi faccio quattro esempi. Mi scuserete per la prolissità, ma si tratta di cose che abbiamo o già studiato, o che studieremo prossimamente. Il primo: Sparta. Un esempio indubbiamente vincente, che Platone-Aristocle conosce perfettamente. Vincente perché ha sconfitto Atene nella Guerra del Peloponneso. Guerra che non è stata soltanto scontro imperialistico tra le due principali poleis elleniche, ma anche scontro ideologico tra due diversi sistemi politici e due diverse concezioni del mondo, che ha aperto all’interno di Atene una vera e propria guerra civile tra il partito democratico e quello aristocratico, cui apparteneva anche Platone. Dunque, sistema utopico, irreale? Manco per niente. Può non piacere, può esser giudicato una vera e propria maledizione, ma è lì, sotto gli occhi di tutti. Come oggi la grande democrazia statunitense o la repubblica popolare cinese. Ed è, per l’appunto, quello spartano, un sistema castale, militarista, con tratti che oggi definiremmo fortemente “razzisti”, inaccettabili. Una ristretta aristocrazia razzialmente pura, autoperpetuantesi attraverso matrimoni combinati, che detiene il monopolio della forza ed ha saldamente in pugno le istituzioni, gli spartiati, i quali dominano sulle classi inferiori dei perieci e degli iloti. I perieci sono cittadini liberi di Sparta. Possono esercitare attività produttive o commerciali e possedere denaro. Tuttavia, a differenza degli spartiati i perieci non hanno diritti politici nella società spartana. Sono prevalentemente dei mercanti e non partecipano alla vita politica dello stato. Un po’ come la classe dei “produttori” di cui parla Platone, uomini dalla natura bronzea o ferrea. Poi, ancora più sotto, ci sono gli iloti, veri e propri schiavi, che possono essere comprati e venduti. Decisamente “ferrei”, dei veri e propri “attrezzi agricoli”, privi di personalità giuridica, nonché di una vera e propria umanità (ricordatevi che per i Greci in generale si è “uomini” in quanto “cittadini” e viceversa), tanto che possono essere “sportivamente” cacciati e ammazzati per far allenare i giovani Spartiati. Sono “razzialmente inferiori”, i nazisti li avrebbero definiti “Untermenschen”, sottouomini, in quanto discendenti dai popoli assoggettati dai Dori, antenati dei Lacedemoni. Che ne pensate? Quello spartano sarà pure un contesto filmicamente accattivante, tipo il film “Trecento”, che narra, in maniera iper-hollywoodiana, la vicenda di re Leonida e dei Trecento immolatisi alle Termopili per fermare l’esercito persiano. Ma ci pensate a viverci? Una specie di Terzo Reich ante litteram, senza tecnologie e senza mezzi di propaganda di massa…

Ora vado più veloce, tanto, lo avrete capito, la musica non cambia. Il secondo esempio, antichissimo e ancora oggi in parte presente, è quello Indù. A proposito di caste chiuse, prima parlavamo di “iloti”, che vogliamo dire dei cosiddetti “paria”, i “fuori casta”, “impuri”, “intoccabili”? La polvere dei calzari di Shiva… Avete capito? Se raffiguriamo, metaforicamente, il corpo sociale indù con il dio Shiva, essi non fanno nemmeno parte di tale corpo, sono polvere, sporcizia. Anche la società indù è divisa in caste, quattro per l’esattezza (i brahmani, sacerdoti-sapienti, i guerrieri, i mercanti e artigiani e, ultimi, i servitori) e, come in Platone, tale distinzione sociale dipende dalla vicenda escatologica dell’anima individuale, dal suo minore o maggiore progresso spirituale e dalle sue scelte al momento della reincarnazione. Il Mahatma Gandhi, a suo tempo, cercò di combattere tale sistema e, anche per questo, è stato ammazzato… Non è morto invano se è vero che, nonostante tutti i problemi che conosciamo, oggi l’India è la più grande democrazia del mondo.

Il terzo esempio, che dovreste avere perfettamente presente, è quello della società altomedievale, tripartita in tre “caste”, corrispondenti nientepopodimeno che alle tre persone della trinità cristiana: gli orantes, quelli che pregano, i bellantes, quelli che combattono e tutti gli altri, i laborantes, quelli che lavorano, i “produttori”. Aristocrazia sapienziale-religiosa e aristocrazia guerriera, dominanti su una massa di servi della gleba. Che ne dite? Utopia? Pensate che il cosiddetto “vecchio regime”, Ancien Regime, è stato abolito soltanto nel 1789, all’epoca della Rivoluzione francese…

Il quarto e ultimo esempio (ma se ne potrebbero fare molti altri). Karl Popper, filosofo austriaco naturalizzato britannico di origini ebraiche, nel 1945 ha pubblicato un libro famoso intitolato La società aperta e i suoi nemici, in due volumi, in cui difende il sistema liberal-democratico, di cui egli è promotore e alfiere, di contro ai regimi totalitari di destra e di sinistra: il Terzo Reich, cui accennavamo prima, e lo Stalinismo sovietico. Il libro è in due volumi. Il secondo è dedicato a due filosofi moderni, che avrete sentito quanto meno nominare: Hegel e Marx. Il primo, invece, provate ad indovinare a chi è dedicato? S’intitola Platone totalitario. Ecco, il titolo dice tutto… Si tratta, naturalmente, di un’interpretazione discutibile e discussa. Ma non del tutto infondata, se leggiamo alcuni passaggi, scolasticamente meno frequentati, della Repubblica.

Eccone uno, per esempio, tratto dal libro V, in cui si sta parlando delle misure che i governanti debbono prendere per favorire il “miglioramento della discendenza” all’interno delle classi dominanti. Un vero e proprio programma di “eugenetica”, assimilabile al progetto Lebensborn partorito nel 1935 dalla mente del gerarca nazista Heinrich Himmler, che avrebbe dovuto selezionare ed incrementare il numero degli individui di pura razza ariana attraverso “accoppiamenti” mirati. Per far ciò, dice Platone, è anche lecito ricorrere alla menzogna. Non ce lo saremmo aspettati in bocca a dei “sapienti” accademici. Sentite un po’ e giudicate voi:

«È probabile che i nostri governanti debbano ricorrere frequentemente alla menzogna e all’inganno per il bene dei sudditi. E abbiamo affermato che tutto ciò è utile come una medicina». «In che senso?» «In base a quanto si è convenuto», risposi, «i maschi migliori devono unirsi il più spesso possibile alle femmine migliori, e al contrario i maschi peggiori alle femmine peggiori; e i figli degli uni vanno allevati, quelli degli altri no, se il gregge dev’essere quanto mai eccellente. Ma nessuno, fuor che i governanti, deve sapere che avviene tutto questo, se il gregge dei guardiani vorrà essere il più possibile immune dalla discordia». «Bisogna dunque istituire alcune feste e cerimonie sacre nelle quali riuniremo gli sposi e le spose, e i nostri poeti devono comporre degli inni adatti alle nozze che vengono celebrate; sul loro numero lasceremo decidere ai governanti, che si porranno l’obiettivo primario di mantenere invariata la popolazione, di modo che, tenendo conto di guerre, malattie e altri eventi del genere, la nostra città non diventi, nei limiti del possibile, né troppo grande né troppo piccola». «Allora credo che si debbano organizzare dei sorteggi mirati, per far sì che in ogni accoppiamento la persona mediocre incolpi la sorte, non i governanti». «E ai giovani valorosi in guerra o in altri campi bisogna assegnare, oltre a onori e altre ricompense, una più ampia facoltà di giacere con le donne, così che abbiano nello stesso tempo il pretesto per generare il maggior numero possibile di figli». «Autorità apposite, costituite da uomini o da donne o da entrambi, dato che le cariche sono comuni a uomini e donne, prenderanno in consegna i neonati e porteranno, penso, i figli degli uomini eccellenti all’asilo, da alcune nutrici che abitano in una zona appartata della città; invece, i figli degli uomini peggiori, e quelli degli altri eventualmente nati con qualche malformazione, li terranno nascosti, come si conviene, in un luogo segreto e celato alla vista».

Insomma, il testo è abbastanza chiaro. Non si tratta esattamente della scuola repubblicana e democratica che in ottemperanza all’art. 3 della nostra Costituzione dovrebbe contribuire a «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese». Mi sono spiegato?

– Veniamo ora al famoso “comunismo platonico”. Ma come, Platone comunista? Il professore ci sta prendendo in giro. È un burlone, del resto. Lo conosciamo bene. Gli piace scherzare. Abbiamo appena finito di dire che alcuni passi della Repubblica potrebbero addirittura avere cupe assonanze naziste… e, ad ogni buon conto, abbiamo mostrato sin qui che il pensiero platonico è decisamente “elitista”, cioè a favore dell’elites, ovvero della minoranza aristocratica al potere. Figuriamoci comunista, quindi… E no. Qui dobbiamo deporre le nostre categorie di giudizio moderne… Le classi dominanti, quella degli árchontes, i governanti-filosofi e quella dei phýlakes, i guardiani-soldati, oltre ad avere il privilegio di essere sottoposti ad un’educazione, una paideia, particolare, debbono avere tutto in comune, non solo i beni, che appartengono allo Stato (come a Sparta), ma anche la prole, i figli. In questa ristretta élite pure le donne hanno le stesse prerogative degli uomini: i figli li si alleva in comune. Anche in questo caso, qualcuno ha voluto sottolineare la modernità di Platone: la parità dei sessi nel IV secolo a.C.! Roba che nemmeno oggi si può parlare di una vera parità tra i sessi… Nulla di moderno, in realtà, ma di antico: basta riandare, ancora una volta, in quel di Sparta, dove le donne non era considerate delle mere “riproduttrici”…

Leggiamo insieme due passi tratti dalla Repubblica. Il primo tratto dal libro IV, che mostra come si possa essere felici anche senza il possesso delle ricchezze. Il secondo dal libro V in merito all’uguaglianza tra uomo e donna e alla comunanza della prole.

Il primo:

«Innanzitutto, nessuno possieda sostanze proprie, se non quelle strettamente necessarie; in secondo luogo, nessuno abbia un’abitazione e una dispensa in cui non possa entrare chiunque lo desideri. Quanto al sostentamento di cui necessitano atleti della guerra temperanti e coraggiosi, in base a un accordo con gli altri cittadini ricevano un compenso per il servizio di guardiani che non sia né superiore né inferiore al loro fabbisogno annuale. Vivano in comune partecipando ai banchetti pubblici come se fossero all’accampamento. Occorre poi dire loro che da sempre hanno nell’anima oro e argento divino, dono degli dèi, e non necessitano affatto di quello umano; quindi, è un’empietà contaminare quel possesso mescolandolo all’acquisto di oro mortale, perché molte azioni empie sono state compiute per la moneta del volgo, mentre quella che portano dentro di loro è pura. Anzi, essi siano gli unici, tra tutti i cittadini, a cui non sia lecito maneggiare e toccare oro e argento, né entrare in una casa che lo contenga, né portarlo al collo, né bere da boccali d’argento o d’oro. Così potranno restare incolumi e salvare la città. Ma quando possederanno terra, case e moneta propria, e diventeranno amministratori e contadini anziché guardiani, padroni ostili anziché alleati degli altri cittadini, passeranno tutta la vita a odiare e ad essere odiati, a tendere insidie e ad essere insidiati, e avranno molta più paura dei nemici interni che di quelli esterni, correndo ormai sull’orlo della rovina, essi e il resto della città».

Avete capito a cosa si riferisce qui Platone? Il tema è di grande attualità, se ci pensate. Oggi utilizzeremmo un’altra locuzione: “conflitto di interessi”. Chi governa la cosa pubblica non dovrebbe “maneggiare oro e argento”, soldi, non dovrebbe essergli consentito di possedere beni privati in quantità significativa. Proprio per evitare che cada nella tentazione di “farsi gli affari propri”, di arricchirsi alle spalle della comunità, passando tutto il tempo a tramare per una bustarella o un appalto in più… Privato e pubblico dovrebbero esser tenuti nettamente separati, con una netta preminenza dell’interesse pubblico su quello privato. Non a caso, chi nella kallipolis si occupa di commercio e, quindi, non può fare a meno di maneggiare denaro a fini privati, mosso dalla voglia di arricchirsi, semplicemente è escluso dal godimento di diritti politici. È suddito, non propriamente cittadino. Sempre come a Sparta. Chi è mosso dalla brama di ricchezze, inevitabilmente, finirà col diventare un nemico dello Stato. Un modello, questo, decisamente anti-liberale, considerando che, nei regimi moderni, a detenere il potere, almeno dalla Rivoluzione francese in poi, generalizzando molto, sono proprio i ricchi (industriali o finanzieri) o quelli che con i ricchi fanno affari… Solo un aristocratico asceticamente dedito al Bene dello Stato, che ha ricevuto sin dalla più tenera età un’educazione in tal senso, potrebbe, per converso, non cadere in tentazione…

Veniamo al secondo passo:

«E non ci sono donne che amano la sapienza e altre che la odiano? Donne coraggiose e donne vili?» «Quindi ci sono anche donne guardiane e altre no. Non abbiamo scelto con questo criterio anche la natura dei guardiani maschi?» «Dunque nella difesa della città la natura della donna e dell’uomo è la stessa, solo che una è più debole, l’altra è più forte» «Bisogna quindi scegliere donne fornite di tali qualità perché abitino con uomini tali e li affianchino nella funzione di guardiani, dato che sono all’altezza di questo compito e hanno una natura affine alla loro».

«Le donne dei guardiani devono spogliarsi, se davvero si vestiranno della virtù anziché degli abiti, e prendere parte alla guerra e agli altri compiti attinenti alla difesa della città, senza occuparsi di altro; ma per la debolezza del loro sesso i compiti più leggeri debbono essere assegnati alle donne piuttosto che agli uomini». «Le donne di questi nostri uomini siano tutte in comune, e nessuna conviva in privato con nessuno; inoltre, anche i figli siano comuni, e il padre non conosca il figlio, né il figlio il padre». «Allora tu», continuai, «che sei il loro legislatore, sceglierai le donne così come hai scelto gli uomini, in modo da unire persone il più possibile simili per natura; ed essi, avendo case e pasti in comune, dal momento che nessuno possiede niente del genere a titolo personale, vivranno assieme e frequentandosi nei ginnasi e nelle restanti attività educative saranno indotti da una necessità innata ad accoppiarsi».

Per le donne delle classi superiori è prevista la stessa educazione degli uomini. Avranno anch’esse costumi assolutamente parchi e morigerati. Per combattere un’altra classica piaga sociale, il familismo o nepotismo (cioè la tendenza a favorire i propri figli o parenti – per “nipoti”, in genere, si intendevano, in età moderna, i figli di alti prelati della Chiesa cattolica), i figli non conosceranno i padri, né i padri i figli. Tutti i figli saranno cresciuti ed educati negli stessi istituti, consumeranno insieme i pasti, faranno vita comune. Dunque, nessuna “raccomandazione”, “segnalazione”, o cose tipo “Lei non sa chi sono io”.

È chiaro? Che ne pensate? Pura e semplice utopia? Indubbiamente, i costumi di cui parla Platone ricordano, per alcuni versi, quelli previsti dalle regole monastiche cenobitiche sin dal Medioevo, e non solo. Certo, c’è una differenza rilevante: l’accademico fa voto di obbedienza alle leggi della città e di povertà, non certo di castità, come il monaco cristiano. Ma nelle classi dominanti la sessualità è chiaramente messa al servizio della comunità, non certo del piacere personale… Insomma, chi pensasse a dionisiache orge di gruppo in seno all’Accademia, sarebbe decisamente fuori strada.

Rimangono un paio di questioni aperte. Immagino siate stanchissimi. Dunque, le accennerò soltanto. La prima: i governanti, senza beni di conforto, senza privacy, senza alcuna forma di consumismo, privati persino del calore familiare e dell’affetto di una compagna o compagno fisso, potranno mai essere felici? Non rischieremo di affidare il potere ad una casta di “depressi cronici”? Manco per niente, risponde Platone. Una vita dedicata alla conoscenza e alla pratica del Bene è premio a se stessa. Immagino la faccia di alcuni di voi… La seconda: chi controlla i controllori? Il sistema liberal-democratico moderno, che Platone disprezzerebbe oltremodo o, forse, semplicemente, farebbe fatica a capire – cosa che spesso capita anche a noi – si basa sul cosiddetto principio della separazione dei poteri, legislativo, esecutivo e giudiziario, che non possono essere affidati alla stessa persona o alla stessa istituzione e sulla selezione delle classi dirigenti attraverso libere elezioni. Ora, che il demos, il popolo, composto da persone ferree, incapaci di tenere sotto controllo i propri istinti – in essi, anche se all’esterno manifestano una forma umana, prevale la “bestia polimorfa” che, in un altro mito platonico, rappresenta l’anima concupiscibile – ebbene, che gente del genere sia in grado di scegliere i “migliori” in senso platonico, ci sembra effettivamente improbabile. Ma chi ci garantisce che gli aristoi non degenerino, trasformandosi in una combriccola di delinquenti o dando vita ad un regime tirannico (o totalitario, come lascia intendere Karl Popper)? La risposta è oudèis, nessuno. Ci dobbiamo fidare. Addestrati fin dalla nascita a cercare il bene collettivo, essi sono in grado di custodire innanzitutto se stessi. Insomma, è sempre una questione di educazione.

In chiusura: avete capito perché la scuola è così importante e perché essa è un luogo eminentemente politico? Su questo, comunque la si pensi, non possiamo non dar ragione a Platone: un sistema politico è tanto più virtuoso quanto più curerà l’educazione e la formazione dei giovani. Questa è stata nel Novecento, ed è, ancora oggi, soprattutto oggi, la sfida dei sistemi democratici contemporanei: elevare il livello medio dell’educazione e della cultura di tutti i cittadini, senza distinzioni, concezioni escatologiche permettendo, in modo che tutti quanti possano contribuire, sia passivamente che attivamente, alla selezione di una classe dirigente preparata e dignitosa. Platone, redivivo, aggiungerebbe con un sorriso sardonico sulle labbra: che governi, avendo come unico orizzonte personale, il godere dei beni del filosofo, ovvero della scienza e della contemplazione delle idee, e la possibilità di estendere tale godimento al popolo tutto? A proposito: chissà se per il prossimo anno scolastico, anche in considerazione della pandemia, il governo degli aristoi, i migliori, non si deciderà ad abbassare il dividendo (attualmente 27) per la formazione delle nuove classi… aiuterebbe parecchio…

Autore:

Ho studiato filosofia presso l'Università degli Studi di Roma “La Sapienza” e mi sono laureato nel 1990, relatore il prof. Gabriele Giannantoni, con una tesi in storia della filosofia antica intitolata "Vivere significa morire: analisi di alcuni frammenti eraclitei". Sono socio della SFI - Società Filosofica Italiana di cui curo il sito web. Da alcuni anni mi interesso di Pratiche Filosofiche e Consulenza Filosofica, collaborando con riviste scientifiche del settore, sulle quali ho all'attivo decine di pubblicazioni. Dal 2004 svolgo la professione di Consulente Filosofico e ho promosso una serie di iniziative filosofiche (Caffè Philo, Dialogo Socratico, Seminari di gruppo) aperte al pubblico. Attualmente insegno filosofia e storia presso il Liceo "I. Vian" di Bracciano (Liceo Classico sezione X). Utilizzo la filosofia in pratica sia durante le lezioni ordinarie che in altre "straordinarie" occasioni (passeggiate filosofiche nel bosco, dialoghi socratici a tema, ecc.). A scuola provo a tener aperto uno "sportello" di consulenza filosofica rivolto ai grandi ed ai meno grandi.

Un pensiero riguardo “Il governo dei “migliori”: struttura e funzionamento della Kallipolis di Platone

  1. Perfettamente d’accordo con Platone e perfettamente d’accordo con la sua sintesi.
    Mi permetto di aggiungere, senza voler assolutamente disturbare la sua lezione, aggiungendo quindi solo pensieri di carattere personale, quanto segue:
    .
    – Aldous Huxley – Il Mondo Nuovo
    Una sorta di Repubblica platonica trasferita nel mondo tecnologico dei primi del ‘900, ma che immagina un mondo futuro in cui le classi sociali vengono scelte non tanto dal destino delle anime, quanto piuttosto dalle necessita’ economiche e sociali. La societa’ e’ divisa in classi. Ogni classe viene progettata e realizzata in provetta, attraverso la manipolazione genetica…
    Tutto funziona bene e ogni individuo e’ felice all’interno della sua classe sociale, perche’ progettato apposta per quella classe… finche’ un giorno arriva un individuo nato dall’utero materno e non dalla provetta.

    – Artur Clarke – La citta’ e le stelle
    In un mondo futuro, la citta’ e’ progettata per gli esseri umani. La citta’ e’ perfetta. Tutti sono contenti, nati anch’essi ognuno da una matrice genetica archiviata nella memoria di un enorme calcolatore che provvede a rinnovare gli individui al termine della loro vita.
    La citta’ tuttavia ha una caratteristica originale. Periodicamente viene introdotto (creato) un individuo imprevedibile, che contiene in se’ elementi intellettuali non previsti, creando cosi’ una interruzione nella perfezione del progetto della citta’. Cio’ e’ stato inserito nel calcolatore proprio per produrre ogni tanto un elemento di innovazione e di originalita’. In effetti, pensando alla Repubblica di Platone, un suo difetto potrebbe essere la mancanza di un disturbo nella perfezione del progetto, un elemento casuale.

    – Ivan Efremov – La Nebulosa di Andromeda
    In un futuro molto lontano, il comunismo trova la sua piena realizzazione. Non piu’ i partiti governano la citta’, ma governa il dipartimento di statistica che, sulla base di cio’ che risulta statisticamente migliore e accettabile economicamente, realizza di volta in volta il benessere dell’individuo e della comunita’. Non piu’ necessita’ di scambi in denaro, la moneta non esiste piu’, gli individui nascono dall’utero materno, ma vengono affidati all’educazione comunitaria gia’ dalla primissima eta’… Non piu’ lo stesso lavoro alienante per tutta la vita, ma ogni tanto si cambia, si fanno quindi lavori un po’ piu’ manuali per un certo tempo, poi si ritorna a lavori intellettuali con un maggiore vigore ed esperienza.
    .
    Secondo me, il problema di questi sistemi “perfetti”, e’ la mancanza di un elemento di disturbo, un elemento di imprevedibilita’, che, pur con tutti i rischi del caso, puo’ essere un fattore di progresso e di miglioramento sociale e intellettuale. Cio’ anche dovendo affrontare una fase iniziale di negativita’ intrinseca nella casualita’, da contrapporre al rischio di staticita’ e di esaurimento, tipica invece dei sistemi chiusi, come appunto la societa’ spartana.

    Chiedo scusa per questa intromissione, ma il suo articolo e’ stato per me cosi’ interessante che avrei voluto aggiungere o commentare tante altre cose. Mi attengo pero’ al principio pitagorico del novizio che per i primi anni doveva imparare solo ad ascoltare e tacere. Mi rimetto nel banco e dopo questa inopportuna intromissione, ritorno ad ascoltare, con vivo interesse.

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