Pubblicato in: scuola

Cronache dalla “fu” scuola pubblica


Le quinte liceali al 70% (o al 100% come si legge da qualche parte). Ovvero, come aumentare in maniera significativa la possibilità che a metà giugno molti maturandi o commissari interni siano in quarantena, impossibilitati a sbrigare la “pratica burocratica” del fu Esame di Stato. Che quest’anno rischia di avere una serie di “riedizioni” nel corso dell’estate. Incrociamo le dita e speriamo solo “in quarantena”.
Non mi venite a parlare di “rischio calcolato”. Non mi parlate di “coraggio e responsabilità”. Perché queste cose le conosciamo bene – noi professionisti della scuola di certo – per viverle sulla nostra pelle da più di un anno. Nella fu scuola pubblica, quella con le “pezze al culo”, quella che chi vuole riscaldarsi deve portarsi la stufetta da casa o rassegnarsi a fare lezione (o a partecipare ad una lezione) con la giacca a vento e la sciarpa; quella delle mascherine che ti devi portare da casa perché lo Stato ti mette a disposizione quelle becere, inutili, sulle quali qualche galantuomo probabilmente ha speculato, di FIAT-Crysler; quella della corrosiva crema da mani “ENI gas e luce”; quella del computer che parte soltanto dopo la serie rituale di bestemmie, che non si sa più nemmeno a quale divinità indirizzare; quella dei banchi con le rotelle parcheggiati in aula magna e mai utilizzati (perché non ha mai avuto senso utilizzarli); quella che se vuoi provare a fare lezione in giardino devi chiedere la cortesia ai muratori che lavorano al palazzo davanti “di abbassare il tono del frullino a disco”; quella della ragazza che non ce la fa proprio a vederti seduto a terra in cortile mentre parli di Freud e di Seconda Guerra Mondiale e ti cede la sua sediolina, accoccolandosi sulle ginocchia vicino a te (non troppo, ovviamente: ricordiamoci i famigerati, idiotissimi, “90 cm dalle rime buccali”, che per me sono 2 m minimo); quella delle cataste di banchi “vecchi”, ma nemmeno tanto, accatastati in cortile a marcire sotto la pioggia, mentre noi, con la nausea che ci sale alla bocca, dobbiamo parlare di “educazione ambientale”, branca dell’educazione civica, smentiti, ad ogni piè sospinto, dalla “fattualità” dell’iperrealismo capitalista. Danni su danni, prodotti alle coscienze dei nostri ragazzi. Questo nessuno lo dice, nessuno lo mette in conto, a nessuno importa davvero. Occorre “produrre”, occorre siglare registri su carta perché le procedure informatiche non bastano mai, occorre essere collegati h24, occorre non avere il tempo per studiare, per leggere e scrivere, e, soprattutto, per mettersi in relazione con gli studenti, prendendosi cura di loro come esseri umani, perché devi redigere le 30 pagine del documento del 15 maggio, quelle che nessuno mai si leggerà se non per romperti le palle o farti causa, il verbale della riunione in cui hai parlato solo di certificati medici, psicologi e di avvocati, perché ormai solo di questo si parla a scuola tra colleghi. Ecco, questa è l’unica “interdisciplinarietà” che conosciamo davvero.
L’irresponsabilità di una classe dirigente in altre faccende affaccendata, la cupa, stolida cecità di un’opinione pubblica “animalizzata” (con tutto il rispetto per gli animali), cialtrona, spinta alla disperazione dai soliti “demagoghi virtuali” (ma non troppo); di contro agli sguardi dei ragazzi, a volte cinicamente assenti, a volte ancora sbrilluccicanti, a volte cupamente rassegnati, a volte che ti chiedono aiuto e vorrebbero amare e volare alto, a volte gettati sugli smartphone a nutrirsi di spazzatura per la mente: ecco, questo mi fa montare dentro una rabbia cieca, una frustrazione che ho il dovere di controllare, di gestire, perché il mio volto deve (o dovrebbe) rimanere, ogni giorno, il volto di un educatore responsabile, di un adulto di cui ci si può fidare, di uno che alla Istituzione scuola ancora deve crederci. Io ho il dovere, io sento la responsabilità. Io lo devo ai miei avi. Lo devo ai miei nonni e ai miei genitori. Lo devo a chi ha sacrificato la sua vita affinché la Costituzione repubblicana, che ci costringono a leggere dopo averla in gran parte svuotata di sostanza, venisse alla luce. E soprattutto lo devo ai figli e ai figli dei figli.

Autore:

Ho studiato filosofia presso l'Università degli Studi di Roma “La Sapienza” e mi sono laureato nel 1990, relatore il prof. Gabriele Giannantoni, con una tesi in storia della filosofia antica intitolata "Vivere significa morire: analisi di alcuni frammenti eraclitei". Sono socio della SFI - Società Filosofica Italiana di cui curo il sito web. Da alcuni anni mi interesso di Pratiche Filosofiche e Consulenza Filosofica, collaborando con riviste scientifiche del settore, sulle quali ho all'attivo decine di pubblicazioni. Dal 2004 svolgo la professione di Consulente Filosofico e ho promosso una serie di iniziative filosofiche (Caffè Philo, Dialogo Socratico, Seminari di gruppo) aperte al pubblico. Attualmente insegno filosofia e storia presso il Liceo "I. Vian" di Bracciano (Liceo Classico sezione X). Utilizzo la filosofia in pratica sia durante le lezioni ordinarie che in altre "straordinarie" occasioni (passeggiate filosofiche nel bosco, dialoghi socratici a tema, ecc.). A scuola provo a tener aperto uno "sportello" di consulenza filosofica rivolto ai grandi ed ai meno grandi.

5 pensieri riguardo “Cronache dalla “fu” scuola pubblica

  1. Mi permetta di difendere questa scuola pubblica, nonostante tutte le sue mancanze.
    Questa scuola pubblica ha permesso a me di studiare, ha permesso ai miei figli di studiare.
    Dà istruzione anche ai figli delle famiglie meno abbienti.
    Se la scuola fosse privata? Soltanto chi ha denaro avrebbe diritto all’istruzione.
    In America Latina, ho visto con i miei occhi, i bambini facevano scuola (pubblica) con una videocassetta, solo qualche anno fa. Solo una videocassetta. E quei bambini andavano a scuola a piedi, percorrendo chilometri e chilometri.
    Anche noi italiani, ancora negli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, andavamo a scuola a piedi, percorrendo chilometri e chilometri.
    Forse non è tutto da buttare, il risultato che abbiamo ottenuto, nonostante i problemi e le ferite morali che indignano le nostre coscienze.
    Con rispetto, Mirco.

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    1. Scusi, forse mi ha frainteso. Non mi sarò espresso bene. Io insegno in un liceo statale e sono onorato di prestare servizio come servitore pubblico. La mia indignazione è in difesa della scuola pubblica, in difesa dei valori della Costituzione, in difesa di tutto quello che, ancora, nonostante tutto, riusciamo a fare nella scuola pubblica. Scuola pubblica che da un quarto di secolo a questa parte, come ogni altra branca dello stato sociale, è sotto attacco dal sistema neoliberista, viene erosa e smontata pezzo a pezzo, vilipesa, svuotata di contenuti… Dunque, non sono d’accordo con Lei, sono d’accordissimo…

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      1. Grazie per la gentile risposta. Anch’io concordo con la sua risposta. La nostra scuola, pur con tutti i problemi, ha un sistema educativo molto apprezzato a livello internazionale, tanto è vero che i nostri laureati sono così contesi che alla fine lasciano l’Italia e si trasferiscono all’estero. Se si deve tirare una conclusione di fronte a questa evidenza, bisogna dire che è il nostro sistema produttivo a non essere al passo con il livello educativo ottenuto dal nostro sistema scolastico, e i neo laureati se ne vanno a lavorare all’estero. Sigh!

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        1. È vero, nonostante tutto, nonostante tutti i tagli, nonostante tutto il fango che ci riversano addosso, continuiamo a sfornare delle ottime teste e degli esseri umani d’eccellenza… grazie a Lei

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