Pubblicato in: filosofia, zendo

Il dito e la luna. La “crisi” nella prospettiva della spiritualità buddhista


C’è una “crisi” nella crisi. È determinata da quello che nella tradizione buddhista è chiamato “pensiero discriminante”. Sta nel nostro modo di intendere la presente situazione, di concepirne le cause e di immaginarne, con un certo fatalismo, le conseguenze. Generalmente collochiamo le ragioni della “crisi” nell’ambito “economico”. Tutto il resto seguirebbe a cascata: lavoro, società, politica, etica pubblica. Pensiamo, pertanto, che occorra fare tutti gli sforzi possibili per risolvere il problema alla fonte, riorganizzando le infrastrutture produttive, mettendo in ordine i conti pubblici, tagliando gli sprechi, riformando la giurisprudenza sul lavoro. Ci sfugge, però, il contesto più ampio. La nostra, invero, è una “crisi di prospettive”. Sommersi da cifre e dati statistici, continuiamo a tenere artificialmente separato da tutto il resto l’elemento essenziale, il nostro “essere umani”. Il pensiero dualistico, basato sulle categorie dell’intelletto (vero/falso, bene/male, giusto/ingiusto, ecc.), non potrà esserci d’aiuto se non torneremo a noi stessi, a ciò che è davvero comune. Come nella celebre metafora, ci capita di guardare il dito e di non riuscire a scorgere la luna.

Le cause della sofferenza: l’illusione della durevolezza dei cosiddetti “beni esteriori”

Cerchiamo in un altrove illusorio le ragioni del nostro disagio. La spiritualità buddhista ci aiuta, in primo luogo, a “re-indirizzare” la nostra ricerca di benessere e felicità: verso e non fuori di noi. Quando ci sentiamo impauriti, arrabbiati, angosciati per il futuro, tendiamo generalmente ad aumentare la spinta verso quelli che riteniamo, illusoriamente, “beni per eccellenza”: denaro, potere, sicurezza e prestigio sociale. Ad essi, proprio perché li sentiamo minacciati, ci attacchiamo con maggior forza. Ma più ci sforziamo di afferrarli, più ci sfuggono. In questa maniera, inconsapevolmente, otteniamo l’effetto di accrescere il grado di sofferenza che dobbiamo sopportare. È come se piantassimo nella nostra carne una seconda dolorosissima freccia in aggiunta a quella che già prima ci aveva ferito. Quest’ultima era stata scoccata da un ignoto arciere. Ma della seconda, che se ne sia consapevoli o meno, ciascuno di noi è responsabile. Come dire, alla dose di sofferenza (dukkha nella lingua pali, in cui fu redatto il più antico Canone di scritture buddhiste) che in certa misura è connaturata alla vita umana, fatta di instabilità, miseria, malattia, vecchiaia, morte, aggiungiamo il frutto amaro dell’ignoranza, del non saper riconoscere e coltivare la vera natura delle nostre emozioni. La realtà è impermanenza (anicca), vuoto che prende forma, forma che nella vuotezza svanisce, incessantemente, come le onde dell’oceano. Realizzare questa fondamentale verità, risvegliandosi dall’illusione che si possa disporre di “beni sostanziali” per garantirsi contro i colpi della sorte è in nostro potere. Usando questo potere si può schivare la “seconda freccia”. Accettare le cose come sono: solo così si può assaporare la vera libertà. Ed è questa la chiave del cambiamento.

Il rimedio: “non attaccamento”

L’attaccamento genera tribolazione. L’antidoto offerto dal Buddha si chiama “non-attaccamento”. Invece di correre spasmodicamente dietro agli oggetti del desiderio, occorre fermarsi, prestare attenzione, provare ad abitare il “qui ed ora” senza sporgersi freneticamente in avanti (nel futuro) e indietro (nel passato). Per questo ci si addestra – semplicemente – a sentire, guardare e ascoltare in maniera corretta, purificando la propria mente. Perché, a ben guardare, tutto è mente, da essa sorge e ad essa ritorna: pensieri, sensazioni, aspirazioni, preoccupazioni. È quel che si può scorgere, con un po’ di applicazione e disciplina, praticando un modo di camminare soave, ritmato sulla respirazione (meditazione camminata), oppure il sedere nella giusta postura (a gambe incrociate con la schiena dritta, le spalle rilassate, le mani raccolte in grembo), osservando con calma e magnanimità – dentro e fuori di sé – l’ondivago manifestarsi dell’insostanziale (anatta) realtà (meditazione seduta). Si tratta di esercizi alla portata di tutti, praticabili in ogni momento della giornata: non presentano limitazioni né particolari controindicazioni. Basta esser determinati a prendersi cura di se stessi. Corpo e mente sono una cosa sola. Se si riesce a pacificare il corpo e a concentrare le proprie facoltà percettive, la mente si acquieta in maniera assolutamente naturale. Allora si è in grado di assaporare la vera libertà e ci si può concedere il lusso di sperimentare il miracolo della vita nella semplicità dei gesti quotidiani. È proprio da lì che bisogna partire affinché la “crisi” si trasformi, come un boomerang, in una chance di felicità. Guai a sprecarla.

Una “crisi di spiritualità” a livello globale

La vera crisi del mondo contemporaneo – ha detto il monaco zen vietnamita Thich Nhat Hanh, una delle voci più autorevoli del pacifismo mondiale e del Buddhismo in Occidente – è una crisi di spiritualità. Per questo c’è bisogno di un “risveglio collettivo attraverso una pratica collettiva”. Risveglio da un vero e proprio incubo, se consideriamo bene quanto elevato e terribile sia il grado di sofferenza che l’umanità, per ignoranza, commina a se stessa e alla Terra tutta. In effetti, potremo prenderci cura della società umana e del mondo intero, a cominciare dai gravi problemi ecologici che affliggono il nostro pianeta, solo se saremo in grado di prenderci cura di noi stessi. La sfida che abbiamo dinanzi e che, inevitabilmente, coinvolgerà le prossime generazioni è dunque di natura culturale ed educativa piuttosto che economica: una “rivoluzione” che scuota le fondamenta dell’attuale sistema è possibile solo se saremo in grado, comunitariamente e globalmente, di ripensare e riprogettare il nostro “stare al mondo”, mettendo in moto un radicale mutamento antropologico. Perché economia, giurisprudenza, politica, a ben guardare, sono in gran parte fatti “mentali”. Dalla mente alla materia, dalla materia alla mente. Retto pensare, retto parlare e retto agire sono una cosa sola.

L’universalità della via buddhista: spiritualità “a livello zero”

Per questo la chiave del cambiamento si trova nell’interiorità: senza consapevolezza non si dà nelle persone alcun reale cambiamento condiviso. Non si può imporre a colpi di “verità rivelate”, dichiarazioni propagandistiche o messaggi subliminali. Il sentiero da battere dovrà dunque essere non-dogmatico, non-giudicante, non-discriminante, di portata realmente universale. In questo senso la spiritualità buddhista può rivelarsi molto efficace. La sua millenaria ricchezza e profondità si fonda sull’osservazione della natura umana, comune a tutti e da tutti sperimentabile. Non esistono “verità” da accettare per fede, divinità da adorare per mezzo di strane ed inaudite liturgie. L’appartenenza etnica e culturale, dal punto di vista della pratica buddhista, è assolutamente irrilevante. Se si mette da parte quel naturale pregiudizio derivante dalla sua apparente “esoticità”, il Buddhismo potrà rivelare anche all’Occidente il suo carattere “globale”, spiritualità pura, “a livello zero”. Una via da percorrere anche per riscoprire e far tornare fruttifere le nostre radici cristiane, isterilite da tanti secoli di indebita commistione tra fede e potere.

Tutte le cose sono interconnesse: una pratica filosofica della “relazione”

Un’altra idea buddhista della quale potremmo far tesoro in quest’epoca di “transizione” è l’ “inter-essere”, ovvero dell’interdipendenza causale di tutti i fenomeni, cui è associato il rinomato concetto di karma. “Incarnare in prima persona il cambiamento di cui vorremmo essere protagonisti” significa che, provando a trasformare in senso positivo il modo in cui ci relazioniamo con noi stessi, col prossimo e con la società in senso lato (il piano dell’ “io”, del “noi” e del “loro”), stiamo già concretamente cambiando il mondo. Si tratta, a ben guardare, di un potere immenso, di fronte al quale Nasdaq e Spread rivelano la loro essenza radicalmente “nichilista”[1]. Non è utopia: è sano realismo, se si coltiva un atteggiamento di fiducia nella positività della natura umana.

La “tranquilla passione” della profondità

Il fiume della vita è un fiume sotterraneo: scorre profondo. Nelle sue acque gelide è necessario scendere se si vuole cambiare dalle fondamenta il proprio modo di essere e di camminare sulla Terra. Per questo occorre una coscienza da speleologi. Restare in superficie è inutile. Quando una persona, una sola, riesce a trasfigurare un’emozione negativa, a vincere un’abitudine errata che le causava sofferenza, a sentire in maniera più ampia, più accogliente, è il mondo intero a beneficiarne. Un’onda di causa-effetto si propaga in ogni direzione nello spazio e nel tempo, sottile, sussurrata, ma efficace. Le emozioni positive sono contagiose, almeno quanto lo sono quelle negative. Sta a noi saperle riconoscere e distinguere. Solo così saremo davvero liberi di sceglierle senza subirle.

Coltivare empatia e compassione per interrompere il “cortocircuito relazionale” delle società a capitalismo avanzato

D’altro canto, la radice più sistemica dei mali socio-economici che ci affliggono sta proprio nella diffusa incapacità a stabilire relazioni positive, vitali, nutrienti. Questa è anche la diagnosi del Dalai Lama, al secolo Tenzin Gyatso, premio Nobel per la pace (1989) e guida spirituale del Buddhismo tibetano. L’infelicità che alligna nelle moderne “società a capitalismo avanzato” affonda le sue radici nel generalizzato senso di solitudine. Esso è prodotto, a sua volta, dall’individualismo elevato a stile di vita massivo, nutrito di vane suggestioni consumistiche, di illusorie promesse ego-centrate. Il problema, dunque, non è nel “mondo”, bensì nella nostra “visione del mondo”; consiste in quella sorta di “cortocircuito relazionale” di ciascuno di noi con se stesso, con le persone che gli vivono accanto e con la comunità in senso lato (società civile, istituzioni politiche, scuola, ambiente di lavoro, ecc.). Per interrompere questo “cortocircuito relazionale” occorre riscoprire attraverso una pratica corretta la fondamentale natura “politica” e “razionale” dell’uomo (non diversamente dalla visione dei grandi filosofi greci), provando a trasformare rabbia e paura in atteggiamenti di apertura verso l’Altro, sviluppando empatia e compassione. Empatia significa capacità di mettersi nei panni dell’Altro, di comprendere le vive ragioni che lo animano di slanci passionali, di bisogno d’amore, ma anche di desideri disfunzionali che producono ignoranza e sofferenza. La compassione (karuna), una delle principali virtù dell’etica buddhista, consiste nel saper riconoscere e prendersi cura della propria – e della altrui – emotività. Insieme alla gentilezza amorevole (metta) costituisce il principale “strumento” della cura di sé, la melodia di fondo di un sentire olistico che non separa il sé personale dal più grande Sé in cui le differenze, trascolorando, dileguano. Una vera e propria “terapia della relazione” a tutti i livelli.

Trasformare le emozioni negative in concime per le cose belle

Il Buddhismo è fondamentalmente filosofia praticata, stile di vita, impegno quotidiano. Per usare una metafora, praticare la meditazione significa studiare se stessi allo scopo di individuare ed innaffiare i tanti semi buoni che spesso lasciamo insterilire in un cantuccio dimenticato del nostro essere, nutrendoli con l’humus delle emozioni negative, di cui pure la natura ci ha dotato. Simbolo di tale approccio spirituale è il fiore di loto, che deve la sua commovente bellezza al putridume da cui ha tratto nutrimento. Questo è il cammino “salvifico” e “terapeutico” indicato da Siddharta Sakyamuni più di venticinque secoli fa e ancora oggi attuale, vivo, concretamente agibile, percorso quotidianamente da centinaia di milioni di esseri umani in tutto il mondo.

“Fare comunità” per sfruttare la grande opportunità di cambiamento offerta dalla crisi

Se considerata da questa prospettiva la presente situazione di crisi può rappresentare una grande opportunità di ricerca di sé e di progresso, uno stimolo a risvegliare e mobilitare le tante risorse conoscitive ed energie morali inespresse che pure sono presenti in maniera latente nel tessuto della nostra società e, soprattutto, nei più giovani. Fine della pratica filosofica è, in ultima istanza, accrescere la fiducia in se stessi e sviluppare, di conseguenza, quel senso di solidarietà e di appartenenza senza il quale è impossibile riparare il tessuto lacerato della nostra comunità. Ecco, “fare comunità” o “pensare in maniera comunitaria e irrelata” potrebbero – e dovrebbero – diventare gli slogan sussurrati ma fattivi delle nuove generazioni impegnate a creare relazioni positive, ad inventare nuove forme di lotta non-violenta in grado di rompere il circolo vizioso dell’individualismo, della cupa e tormentata bramosia egocentrica, del muro contro muro, della polemica fine a se stessa. Di nuova linfa abbiamo bisogno affinché la società e gli individui non si accartoccino su se stessi, secchi, come foglie autunnali.

Ha detto il Buddha: «Vinci pure mille volte mille uomini in battaglia: solo chi vince se stesso è il guerriero più grande». Questa è la grande prova che ci aspetta.

Scheda

Consigli per la lettura

Per accostarsi al tema della crisi attraverso la lente di ingrandimento della spiritualità buddhista suggeriamo un paio di spunti di lettura.

Thich Nhat Hanh, La pace è ogni passo, Ubaldini Editore, Roma 1993 (pagine 119).

Durante la Guerra del Vietnam il maestro zen Thich Nhat Hanh con il suo impegno per la pace, profuso sui campi di battaglia a favore delle vittime civili della guerra e nelle sedi diplomatiche internazionali, ha gettato le basi del cosiddetto Buddhismo “impegnato” o “applicato”. Proposto Nobel per la pace nel 1967 da Martin Luther King, esule in Francia dalla fine della guerra, poeta e scrittore infaticabile, Thich Nhat Hanh ha diffuso in Europa e nel mondo intero i semi della spiritualità buddhista con una particolare attenzione alle dinamiche sociologiche ed antropologiche della contemporaneità, nonché alla questione ecologica. Con un linguaggio semplice ed immediato, che arriva dolcemente al cuore e alla testa del lettore occidentale, in questo libro egli illustra le principali tecniche di meditazione zen, dalla “respirazione cosciente” allo sviluppo della “presenza mentale” per affrontare in maniera pacifica e gioiosa le sfide del nostro tempo.

Howard C. Cutler e Dalai Lama, L’arte della felicità in un mondo di crisi, Mondadori, Milano 2012 (pagine 320).

Per molti anni il neuropsichiatra statunitense Howard Cutler ha periodicamente fatto visita a Sua Santità il Dalai Lama intrattenendosi con lui in lunghi ed intesi colloqui intorno all’ “arte della felicità”, dando vita ad un incontro fecondo tra filosofia buddhista tibetana e scienza moderna. In questo libro, ultimo di una serie dedicata al tema della “felicità”, gli autori individuano le cause dell’odierna crisi nel progressivo deteriorarsi delle relazioni umane all’interno delle società occidentali neocapitalistiche. Felicità individuale e felicità collettiva sono strettamente connesse. Per questo, al fine di alleviare le nostre sofferenze, generate da paura e rabbia, è necessario coltivare un sentimento di fiducia e di vicinanza verso gli altri. A tale proposito, la tradizione buddhista ci offre moltissimi spunti pratici, la cui “efficacia” è altresì comprovata dai risultati delle più recenti ricerche in ambito antropologico, neurologico, psichiatrico e sociologico.


[1] Ovvero basata su una visione in cui i valori umani sono completamente assenti o ridotti “a nulla”. Se l’economia, con i suoi principi teorici e le sue istituzioni nazionali ed internazionali, non si pone al servizio dell’umanità, di fatto, finisce col negarla, generando incubi collettivi, producendo terrore, miseria, disperazione. In questa maniera essa contraddice la sua originaria missione di “arte di reggere e bene amministrare le cose della famiglia e della comunità”.

Autore:

Ho studiato filosofia presso l'Università degli Studi di Roma “La Sapienza” e mi sono laureato nel 1990, relatore il prof. Gabriele Giannantoni, con una tesi in storia della filosofia antica intitolata "Vivere significa morire: analisi di alcuni frammenti eraclitei". Sono socio della SFI - Società Filosofica Italiana di cui curo il sito web. Da alcuni anni mi interesso di Pratiche Filosofiche e Consulenza Filosofica, collaborando con riviste scientifiche del settore, sulle quali ho all'attivo decine di pubblicazioni. Dal 2004 svolgo la professione di Consulente Filosofico e ho promosso una serie di iniziative filosofiche (Caffè Philo, Dialogo Socratico, Seminari di gruppo) aperte al pubblico. Attualmente insegno filosofia e storia presso il Liceo "I. Vian" di Bracciano (Liceo Classico sezione X). Utilizzo la filosofia in pratica sia durante le lezioni ordinarie che in altre "straordinarie" occasioni (passeggiate filosofiche nel bosco, dialoghi socratici a tema, ecc.). A scuola provo a tener aperto uno "sportello" di consulenza filosofica rivolto ai grandi ed ai meno grandi.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...