Pubblicato in: filosofia, pratica filosofica

Rimanere ancorati a ciò che dipende da noi


Il principio fondamentale del Manuale di Epitteto applicato ad un episodio di vita vissuta

Questioni di vita, questioni di filosofia

Generalmente si ha la convinzione che la filosofia si occupi di questioni astratte, se non “astruse”, e comunque molto lontane dalla nostra vita quotidiana. Non sempre è così. È vero, piuttosto, che spesso il linguaggio dei filosofi è di difficile comprensione, vuoi per la difficoltà dei concetti espressi, vuoi per la lontananza culturale e temporale che li separa dal lettore contemporaneo. A questo però si può porre rimedio, provando, in prima battuta, a compiere opera di mediazione tra il lettore e il testo del filosofo. Per ciò è sufficiente un bravo professore del liceo. In fin dei conti, il suo mestiere consiste proprio nel mettere in contatto lo studente (o chi per lui) con il testo filosofico, colmando la distanza che li separa.

Ma come adattare, come applicare concretamente i principi della filosofia ai casi della vita? Qui la faccenda si fa un po’ più complessa e il semplice professore di prima potrebbe non bastar più. Ci vuole un “filosofo pratico”, o più esattamente un “filosofo praticante”, ossia qualcuno che, oltre ad essere esperto di letteratura filosofica, abbia maturato, col tempo, una certa capacità nel mettere in pratica i principi appresi sui libri.

Nulla di straordinario. Se ci si pensa, i filosofi, antichi e moderni, hanno spesso costruito argomentazioni a partire dal loro “retroterra” sociale, biografico ed esistenziale, come risposte plausibili a problemi sollevati dalla personale esperienza di vita. Quello che andavano scrivendo, sempre che producessero testi scritti di prima mano, dunque, era frutto di ciò che concretamente sperimentavano e si esercitavano a volgere in pratica. Come recita il famoso adagio: primum vivere, deinde philosophari, “prima si vive, poi si fa filosofia”, ovvero si riflette sul vissuto. Ma lo si fa in cerca di soluzioni efficaci per ciò che si vivrà.

“Filosofia pratica applicata” e “consulenza filosofica”

Ecco, fare pratica filosofica, oggi, significa innanzitutto mettere alla prova se stessi applicando alle proprie vicissitudini quotidiane, metodi, tecniche, stili di pensiero e di azione tratti dalla tradizione occidentale e non. Per ottenere risultati tangibili ci vuole tempo, dedizione e soprattutto una grande autodisciplina. Molti esercizi filosofici sono di tipo “dialogico”, quindi implicano un lavoro comunitario. In un secondo momento, si può decidere di mettere a disposizione degli altri quanto si è maturato in termini di sensibilità, esperienza e abilità, in contesti diversi, anche di tipo professionale, si pensi, per esempio, alla “consulenza filosofica”.

Beninteso: un conto è adottare questa o quella dottrina filosofica per esaminare un caso specifico durante un seminario o una conversazione, a mo’ di esempio; un conto, invece, è fare filosofia (“con-filosofare”) con il proprio interlocutore affrontando un tema, avvertito come problematico, che emerge dalla sua esperienza di vita. Nel primo caso la pratica è centrata sul principio o sul “dogma” da applicare, senza che esso sia necessariamente messo in discussione (filosofia pratica applicata); nel secondo caso, essendo la pratica centrata sulla persona e sulla sua visione del mondo, si proverà ad utilizzare lo strumento filosofico (concetto o metodo) più adeguato, valutandolo insieme al “con-filosofante” (consulenza filosofica). La “filosofia pratica applicata” può quindi essere utilizzata nel quadro di una più ampia e articolata “consulenza filosofica” come modello, proposta di interpretazione o spunto di riflessione. Un “viatico” offerto lungo il percorso di indagine razionale.

Un’occasione concreta per mettere alla prova l’efficacia della “filosofia pratica applicata”

Per dimostrare in concreto l’applicabilità di taluni concetti ai casi della vita e illustrare, nel contempo, una modalità di pratica filosofica, avevamo bisogno di due cose: un principio che si potesse agevolmente tradurre in indicazioni pratiche e un racconto di “vita vissuta” con spunti problematici da esaminare alla luce di tale principio. Da una felice situazione vissuta a scuola, come docente liceale ed esperto di pratica filosofica, ho tratto l’uno e l’altro.

Il principio etico è quello che figura all’inizio del Manuale di Epitteto (50 – 125 circa d.C.), uno dei testi più famosi della tradizione neo-stoica di epoca romana, che, nel corso dei secoli, ha dato luogo a svariate riletture, commentari e traduzioni, non ultima quella di Giacomo Leopardi (1825). L’universalità dell’etica stoica, la sua straordinaria capacità di varcare significative soglie spazio-temporali, mantenendo intatta l’originaria “freschezza” teoretica e, soprattutto, la valenza “operativa” è nota. Un solo esempio: quando alla fine del XVI secolo il padre gesuita Matteo Ricci sbarcò in Cina per evangelizzare confuciani e buddisti, aveva con sé il Manuale che, in versione riadattata allo spirito cristiano, provvide a tradurre in mandarino.

A fornirmi il “racconto”, invece, è stata una studentessa, Daniela, che dopo aver partecipato ad una serie di incontri comunitari di pratica filosofica ispirati proprio alle lettura del Manuale, ha voluto sottopormi una vicenda personale. Lo ha fatto in un modo bellissimo: tramite lettera. L’analisi del “caso” e il conseguente tentativo di scioglierne i nodi problematici con l’aiuto di Epitteto è stata da me affidata ad una lettera di risposta. Credo sia poco significativo, in pieno XXI secolo, segnalare che lo scambio di corrispondenza sia avvenuto tramite e-mail. Più rilevante, invece, è il fatto che per consentire ai nostri lettori di “toccare con mano” il senso della pratica e l’immediatezza della comunicazione filosofica si sia scelto di mantenere entrambi i testi nell’originale forma epistolare.

Ma iniziamo senz’altro con l’esposizione e il commento dei primi paragrafi del Manuale, in modo da spiegare, per sommi capi, il principio che si troverà successivamente applicato alla narrazione di Daniela.

Il testo del Manuale di Epitteto

Occorre saper distinguere chiaramente ciò che dipende da noi da ciò che, invece, non è sotto il nostro diretto controllo.

[1,1] La realtà umana è costituita da cose che dipendono da ciascuno di noi e da cose che, al contrario, non dipendono da noi. In nostro completo potere sono: giudizio di valore, impulso ad agire, desiderio, avversione, e, in una parola, tutto quello che possiamo fare in prima persona. Al di là del nostro diretto controllo si situano la corporeità con i suoi accidenti, i beni che possediamo, le opinioni che gli altri si formano su di noi, il nostro status sociale, la carriera politica, e, in breve, tutto quanto non rientra a pieno titolo nella nostra sfera d’azione.

Siamo autenticamente liberi solo in relazione a ciò che dipende da noi.

[1,2] Ciò che dipende da ciascuno di noi è per sua natura libero e non può essere impedito né ostacolato in alcun modo. Dinanzi a ciò che è al di là del nostro diretto controllo, invece, ci troviamo in uno stato di impotenza, di soggezione, di impedimento, di totale estraneità.

Nell’aver ben chiara la distinzione tra ciò che dipende e ciò che non dipende da noi consiste il segreto della felicità.

[1,3] Ricordati, dunque, che se ritieni di avere potere sulle cose che, per loro natura, non sono a tua libera disposizione o reputi affar tuo ciò che ti è estraneo, ti capiterà di imbatterti in un ostacolo dopo l’altro, ti sentirai afflitto e inquieto, e ne darai la colpa, inveendo, agli dèi e agli uomini. Al contrario, se consideri di tua pertinenza solo ciò che è effettivamente tuo ed estraneo ciò che è effettivamente estraneo, nessuno potrà più costringerti o impedirti nell’agire, nessuno rimprovererai incolpandolo dei tuoi casi, non farai più nulla contro la tua volontà, da nessuno ti sentirai danneggiato, né ti capiterà di provare rabbia e odio per qualcuno, giacché in effetti non riceverai danno alcuno.

[…]

Bisogna abituarsi a disciplinare il proprio giudizio applicando la regola della distinzione tra ciò che dipende e ciò che non dipende da noi.

[1,5] Prova a fare questo esercizio: quando qualche rappresentazione dolorosa si manifesta alla tua coscienza, concediti un attimo di tempo e aggiungi ad essa questo pensiero: «Sei soltanto una rappresentazione, non sei affatto ciò che rappresenti». Poi esamina attentamente tale rappresentazione e giudicala in base ai criteri a tua disposizione, tenendo presente, soprattutto, la prima regola: fa parte delle cose che dipendono da noi oppure no? E se si dovesse rivelare non dipendente da noi, abbi già pronta la conclusione: «Per me è nulla».

Commento al testo

Delimitare i confini della propria interiorità affinché “volere” e “potere” siano in grado di conciliarsi.

Il principio fondamentale dell’etica di Epitteto sta nella distinzione tra le cose che dipendono da noi e le cose che non dipendono da noi. Possiamo esercitare un effettivo controllo solo su ciò che rientra nella disponibilità della nostra sfera interiore. Non controlliamo direttamente, invece, ciò che è al di fuori di noi. Nel primo caso “volere” e “potere” sono accordabili, nel secondo no.

Facciamo qualche esempio. Se voglio, posso controllare un mio giudizio di valore: ripensare ad una situazione vissuta, mutare idea. Oppure, di fronte ad un evento imprevisto non precipitarmi a giudicare poggiandomi sulla prima impressione o lasciandomi trascinar via dalle emozioni del momento: le cose potrebbero stare altrimenti.

Se voglio, posso verificare e “controllare” il desiderio di (o l’avversione verso) qualcosa. Vorrei che il tempo fosse bello. Ma piove. Non posso impedire che piova. Posso però accordare il mio desiderio alla meteorologia. Il desiderio lo controllo, la realtà no. Lo stesso vale per lo stimolo opposto. Ho paura di morire. Ma sono per natura mortale. Non rientra nelle mie possibilità evitare la morte. Un giorno, vicino o lontano, verrà a prendermi. Se voglio, però, posso provare a controllare la paura, senza lasciare che essa angusti i giorni della mia vita.

Se voglio, posso decidere come agire qui ed ora. Uno sconosciuto, lungo la strada, di notte, mi chiede aiuto: fa segno di avere l’auto in panne. Posso credergli e scegliere di fermarmi a prestar soccorso oppure non credergli e tirar dritto. Dipende da me. Non dipende da me, invece, l’esito finale dell’azione. La mia intenzione potrebbe essere “buona”, ma la decisione rivelarsi “sbagliata”. Magari, il tizio si rivela essere un bandito. Col senno del poi …

Sulle cose esteriori non abbiamo vera padronanza: sono agite dal destino, dalle leggi di natura o dalla volontà altrui.

Verso tutto ciò che non rientra a pieno titolo nella nostra sfera interiore, al contrario, siamo impotenti. Il nostro corpo invecchia, con gli anni le giunture si fanno meno elastiche, i muscoli ci dolgono. Vorremmo non invecchiare, ma non possiamo farci proprio niente. Possedevamo una bella casetta in montagna, dalle parti dell’Aquila. Il terremoto se l’è portata via. Tutti i nostri “beni” materiali, alla fine, dovremo restituirli: nudi entriamo nella tomba.

Il lavoro che facciamo non è apprezzato come meriterebbe. Strane voci girano sul nostro conto. Il capo, che potrebbe proporci per un avanzamento di carriera, ci volta le spalle. Riguardo a queste cose il nostro volere non è supportato da alcun reale potere. Non controlliamo i giudizi e le opinioni degli altri. Se non riconosciamo questo fatto elementare, ci sentiremo frustrati, impediti, infelici.

Al di fuori della libertà morale non v’è alcun bene.

Lo spazio morale è, precisamente, quello in cui volere e potere si possono conciliare, armonizzandosi. Altrimenti non si dà alcuna reale libertà di pensiero, di scelta o di azione. E senza libertà non ha alcun senso parlare di bene e di male. Per lo stoico non esiste altro bene se non quello morale.

Una persona per la quale nutro simpatia mi maltratta senza motivo apparente. È un fatto che non dipende da me. Dunque, non si tratta propriamente di un “male”. Vinco una grossa somma al totocalcio: posso gioirne, certo, ma non si tratta di un “bene”. Potevo decidere liberamente di giocare la schedina, ma non di vincere. Dipenderà da me, invece, utilizzare nella maniera più appropriata questo denaro, e soprattutto, non trasformarlo in un “totem”.

Coltivare l’indifferenza verso le cose indifferenti.

Secondo la dottrina stoica ciò che non è propriamente né bene né male è “indifferente”. Verso ciò che è moralmente indifferente coerenza vuole che si coltivi un atteggiamento di “indifferenza”. Non può realmente nuocerci. Ci nuocerà solo se noi glielo consentiremo, considerando un male (o un bene perduto) ciò su cui non esercitiamo alcuna signoria. Da qui deriva quella “impassibilità” o “imperturbabilità” (atarassia) che tradizionalmente associamo al termine “stoico”.

Il segreto della “felicità”, dunque, consiste nel mantenersi liberi. Ci riusciremo se non confonderemo i due ambiti, quello dell’interiorità e quello dell’esteriorità. Ma non è così semplice: occorre allenare la capacità razionale, mantenere sempre chiara e vigile la mente, lavorare sulle proprie emozioni in modo da non subirle passivamente (trasformandole in “passioni”), ma accordandole con il naturale corso degli eventi. Volere quel che accade (amor fati), né più, né meno, perché, come dice Seneca, «i fati guidano chi ad essi accorda la sua volontà, travolgono e trascinano via chi vi si oppone».

Virtù è conoscenza razionale: diairesi e contro-diairesi.

La virtù è il bene supremo. Tale virtù, però, unisce in maniera inscindibile l’elemento volontaristico con quello conoscitivo: è uso appropriato della “razionalità” di cui per natura siamo dotati in quanto esseri umani. Farò il bene, se so cos’è bene. Farò male se, per ignoranza, m’inganno credendo che sia bene quel che non lo è.

Imparare a ben pensare per ben vivere, dunque. Il primo, fondamentale impiego della ragione consiste nell’esercizio della cosiddetta diairesi, “distinzione”: se voglio evitare di cadere nella schiavitù, debbo imparare ad applicare, in ogni circostanza, la distinzione tra ciò che è in mio potere e ciò che non lo è. Se, confondendomi, creo dipendenza da qualche cosa su cui non posso esercitare il pieno dominio, se permetto alle mie passioni di attaccarvisi, allora mi condannerò alla sofferenza. In questo caso si parla di contro-diairesi.

Schiavitù è sofferenza; “auto-governo” (autarchia) è “assenza di turbamento” (atarassia) e “non esser sottomesso alle passioni” (apatia). La libertà e il “benessere interiore” che ne deriva si definiscono in senso “privativo”: “non-turbamento”, “non-pathos”.

Esercitare il dominio sulle nostre rappresentazioni.

Questa la “posta” in gioco. La partita la si gioca nel proprio spazio interiore. Le cose in sé, gli accadimenti esterni sfuggono al nostro controllo. Ma le loro “rappresentazioni”, ovvero le immagini mentali che ce ne formiamo, sono totalmente “nostre”. Possiamo quindi sottoporle ad esame, chiedere i “documenti di identità”, prima di “lasciarle passare”, dando loro l’assenso. Si consideri che ogni rappresentazione reca con sé una duplice componente, intellettiva ed emotiva. Quindi “verificarla” significa controllare la correttezza del giudizio (quasi sempre implicito) su cui essa riposa e l’adeguatezza della risposta emotiva rispetto alla realtà. Si consideri che nella visione stoica, “razionalismo” e “realismo” fanno tutt’uno, in quanto la realtà (la natura, il cosmo) è regolata dalla stessa “ragione universale” di cui l’intelligenza umana è parte integrante. Spetta a ciascuno di noi usarla come si conviene.

La lettera di Daniela, studentessa

Probabilmente la cosa che mi fa più soffrire, se si parla di rapporto con l’altro sesso, è la paura di essere presa in giro. In particolare odio il fatto di passare per “fessa”, è una cosa che mi farebbe proprio male.

Sto con un ragazzo, Marco, da più di due anni e questa “fobia” mi è diventata sempre più fastidiosa col tempo. Naturalmente è facile fidarsi quando ci si è appena fidanzati, quando l’una per l’altro incarnavamo la novità e straboccavamo innamoramento da tutti pori. È un po’ meno facile quando si sta insieme da tanto tempo, entra in gioco la monotonia e ci si sente come se, ormai, fossimo “scontati”. O meglio, io mi sono sentita spesso come “data per scontata” per lui, la ragazza che ormai aveva conquistato, che stava lì e basta. Non so spiegarlo meglio. Ho tentato in tutti i modi di fargli capire che così non mi sentivo a mio agio, ho provato anche a prendere un po’ le distanze, a farmi “desiderare”, ma non sono mai riuscita a togliermi la paura di dosso, la paura quando usciva con gli amici, o stava da qualche parte senza di me, che potesse incontrare una ragazza, proprio come era successo con me due anni prima, quando ci eravamo incontrati, io e lui, e niente ci avrebbe potuto tenere lontani.

In questi anni ho escogitato parecchi metodi per tenere a freno la paura irrazionale che mi porta ad assumere atteggiamenti che personalmente non sopporto, come la gelosia. Ma non è sempre facile, anzi è molto dura.

È comunque controllabile se immagino che lui mi lasci per un’altra, dicendomelo in maniera chiara, alla luce del sole, perché in quel caso mi saprei mettere l’anima in pace. Non riesco a dominare la paura, invece, quando penso che possa tradirmi di nascosto. La situazione è notevolmente peggiorata quando lui ha incontrato una ragazza con la quale si trova molto bene. Sono diventati amici, solo “amici” … ma io non riesco proprio a credergli … non gli ho mai creduto.

Col tempo ci siamo lasciati e ripresi varie volte e l’ultima volta lui si è quasi baciato con questa ragazza. Poi ci siamo risentiti, siamo tornati insieme. Paradossalmente, però, per me era quasi meglio quando non stavamo insieme ed io pensavo che loro due stessero insieme, piuttosto che ora, poiché sto con lui ma con il continuo dubbio di quanto realmente potrebbe essere successo in quel mese che non stavamo insieme. Non voglio assolutamente fare lo sbaglio di non voler vedere, non voglio passare per credulona, non voglio essere presa in giro … non me ne importa niente se lui vuole stare con un’altra purché me lo dica, purché le cose siano chiare. Ma fino a prova contraria io devo stare alle sue parole, che altro posso fare?

È dura. Ci sono delle sere che mi sento veramente piccola ed insignificante, sento di aver tradito ogni mio ideale e valore perdonando certe cose. Se, appena fidanzati, mi avessero detto che mi ci sarei rimessa, anche dopo che lui era quasi stato con un’altra, non ci avrei creduto. All’inizio, almeno in teoria, ero di ferro su certe cose, e questa era una di quelle. A farmi stare peggio è proprio il fatto che sento di esser cambiata su tante cose sulle quali, forse, non sarei dovuta cambiare, sono scesa a compromessi e non riesco a perdonarmelo. Immagino sempre che ciò porterà a delle conseguenze e sarà solo mia la responsabilità, perché ero consapevole del rischio e non ho voluto dare ascolto alla vocina dentro alla testa. Quando mi metto a pensare a queste cose, sento che dovrei chiudere tutto qua, subito, ORA, fine! Poi ripenso alla bella giornata che ho passato e mi dico che forse ne vale la pena … che uno sbaglio lo possiamo fare tutti, ne ho fatti parecchi anche io.

Però la paura di essere presa in giro è tanta, tantissima. Mi sorprendo a chiedermi se lui sia realmente con chi mi ha detto, o a guardare verso casa sua per vedere la macchina parcheggiata quando mi dice che è a casa … non mi piace per niente … e la cosa che mi tortura di più è il pensiero: sono io la paranoica che si fa un sacco di film (come lui sostiene) e ingrandisco tutte le cose … oppure sono legittimata ad avere un po’ di dubbi, visti i recenti avvenimenti? Ma davvero mi mentirebbe su cose così importanti?

Non credo, ma non lo posso sapere con certezza. Niente di più facile che un ragazzo, attratto fisicamente da una sua amica, tradisca la propria ragazza. D’altra parte, però, passiamo periodi così belli insieme che magari non ne sente il bisogno! Non lo so. Non so se dipende da me. Sono io che scelgo di starci, ma non sono onnisciente in fin dei conti.

Mi dà una mano a districarmi in questa giungla di pensieri? Sarei curiosa di sapere cosa ne penserebbe Epitteto!

La lettera di risposta con l’applicazione del principio di Epitteto (a cura del prof. Francesco Dipalo)

Cara Daniela, proviamo ad analizzare il tuo racconto alla luce del principio di Epitteto e a vedere che soluzione ci offre. Un’avvertenza, prima di cominciare: non è detto che la soluzione ti suoni “gradita” o che sia “facile” da mettere in atto. Come sai, lo stoicismo è tutt’altro che una filosofia “comoda”.

La prima distinzione: “amore” versus “passione”.

Il tema è quello, delicatissimo, dell’amore. A scanso di equivoci, Epitteto opererebbe una distinzione (diairesi) preliminare: un conto è l’amore, un conto la passione d’amore. So che le due cose, a prima vista, potrebbero sembrare coincidenti: senza passione che razza di amore è? In realtà, col termine “amore” ci riferiamo a ciò che è di piena pertinenza della nostra interiorità e che quindi possiamo controllare, mentre con “passione” a ciò che ci lega a fattori esterni, incontrollabili. Per intenderci: l’amore, in senso stoico, è libero e attivo; la passione d’amore è motivo di schiavitù e di passività e reca con sé, implicitamente, una certa dose di afflizione. Non a caso l’etimologia di “passione” si riconduce al verbo latino pati, “provare pena”, “esser travagliato”.

Il sentimento d’amore, l’attrazione erotica, è conforme a natura. Come dire, è un’attitudine che ritroviamo dentro di noi: se ben vissuta rende l’esistenza più bella e più ricca di significato. Spetta a ciascuno di noi, però, farne un “buon uso”, distinguendo cosa è in nostro potere e cosa non lo è. Comprendere il senso razionale di questa distinzione e “digerirlo” può metterci al riparo dalla sofferenza che invece si nasconde dietro la sua confusione o indistinzione (contro-diairesi).

Il sentimento d’amore è “libero”.

Solo tu, naturalmente, puoi sapere se quello che provi per il tuo ragazzo è vero amore. Ammettiamo che lo sia. Non abbiamo ragioni per dubitarne, anche perché due anni rappresentano uno spazio di tempo abbastanza congruo. Tu sei libera di volergli bene, ovvero donargli il tuo affetto, prenderti cura di lui, condividere la gioia e il piacevolezza dei bei momenti e offrirgli il conforto della tua presenza quando ne ha bisogno.

La “passione d’amore”, invece, si regge sul “desiderio” che, proiettandosi verso l’esterno, può essere ostacolato.

Sopra altre cose, invece, non hai alcun potere. Le esamineremo strada facendo, così come emergono dalla tua lettera. Tutte quante, però, agiscono su una sorta di “meccanismo psichico di fondo” che è in tuo potere comprendere e provare a “correggere”. Tienilo presente.

La “passione d’amore” è basata sul desiderio erotico e sulla volontà di possesso dell’oggetto del desiderio. Quando sentiamo attrazione per una persona cadiamo facilmente nel trabocchetto di far dipendere il nostro benessere interiore dalla soddisfazione del desiderio. In questa maniera, ci esponiamo necessariamente alla sofferenza, o perché, in talune circostanze, il desiderio rimane insoddisfatto o perché viviamo nel timore che possa esserlo in futuro. Da qui quel senso di insicurezza e di frustrazione che permea la tua lettera, a volte smorzandosi, a volte riaccendendosi con maggior forza.

Le strategie “passionali” si rivelano inadeguate per sfuggire alla sofferenza.

Per combatterlo, in maniera più o meno cosciente, metti in atto due opposte strategie. Quando la delusione e lo scoramento “mordono” più forte, per esempio in occasione dell’ “avvicinamento” di Marco alla sua nuova “amica”, ti allontani provando ad allentare o a recidere del tutto il legame con il tuo “amore” – detto per inciso: è interessante notare come, nel linguaggio comune, facciamo corrispondere il sentimento con la persona amata, “appiattendo” in maniera impropria il vissuto soggettivo sull’oggetto d’amore. Estinto il desiderio, infatti, cesserebbe anche la sofferenza determinata dalla sua delusione. Senti che col tempo, e a maggior ragione se fosse lui a mettere le cose in chiaro provocando la rottura della relazione, smetteresti di star male.

Quando invece son “rose e fiori”, ossia percepisci che il tuo desiderio è adeguatamente corrisposto, allora provi a rassicurarti, dicendoti che “tutto sommato lui non mi mentirebbe su delle cose così grosse”. In situazioni intermedie, cerchi di “dosare” vicinanza e lontananza, facendoti desiderare quel tanto che basta.

Il desiderio crea dipendenza per cose che non sono sottoposte al nostro dominio, scambiando per “beni” gli “indifferenti”.

Ma l’inquietudine rimane ben viva, insieme alla sensazione di inadeguatezza. Questo accade perché, per dirla con Epitteto, «ritieni di avere potere su cose che, per loro natura, non sono a tua libera disposizione». Il desiderio sposta il baricentro del tuo spirito fuori di te e ti rende quindi “schiava”, “soggetta” a forze alle quali è inevitabile che tu soggiaccia. Nessuno dei “correttivi” che hai provato ad approntare affronta la questione alla sua radice. Ecco perché si rivelano blandi o inefficaci. Consideri “bene” ciò che di per sé dovrebbe esserti “indifferente”.

Dinanzi alle cose che non dipendono da noi, lo stoico coltiva un atteggiamento di sereno distacco. Da noi dipende adeguarci a ciò che sfugge al nostro controllo. Farcene una ragione, si potrebbe dire, o meglio esercitarsi a recidere il pernicioso legame che ci tiene ancorati attraverso desideri ed avversioni mal intesi e mal disciplinati agli oggetti esterni. Solo fondandoci sulla nostra interiorità potremo aspirare ad una serenità stabile e sicura. Altrimenti ci consegneremo – lo avremo deciso noi, comunque – alla mutevolezza della sorte o alla volubilità degli altrui giudizi e passioni, lasciando che la nostra disposizione interiore fluttui come una barchetta di carta affidata alle onde.

Il fatto che qualcuno ci “prenda in giro” non ci riguarda. Le opinioni degli altri non sono a nostra disposizione. Non ha senso dunque averne paura.

Vediamo. All’inizio della lettera parli di “paura di essere presa in giro”. Si ha “paura” di qualcosa che si ritiene un “male” di per sé. Ma, ammesso e non concesso che qualcuno “ti prenda in giro” (devi prima controllare che a questa tua rappresentazione corrisponda una qualche realtà), la cosa non può in alcuna maniera riguardarti. Perché in questo caso per te “volere” e “potere” non hanno alcuna possibilità di accordarsi. Non dipendono da noi le opinioni degli altri. Su questo punto Epitteto è molto chiaro.

Cara Daniela, forse, un giorno, riuscirai ad esercitare un certo dominio sui tuoi giudizi. E questo sarà senz’altro un bene. Te lo auguro. Ma quelli degli altri ti rimarranno irraggiungibili, estranei, per quanti sforzi tu possa fare. Convincersi di questo è bene. Ignorarlo è male. A te la scelta. L’altrui opinare, quel che a loro appare – quanto è fugace, umbratile, risibile, pensaci bene – deve esserci dunque indifferente. A quali fantasmi altrimenti consegneremmo, insieme alle chiavi della nostra interiorità, il potere di farci star male?

Non abbiamo potere sulle altrui disposizioni interiori. La gelosia è un pozzo senza fondo. Occorre recidere alle radici il vincolo del desiderio.

Gelosia, mancanza di fiducia nel partner. Secondo il principio fondamentale del Manuale siamo padroni dei nostri desideri e dei nostri impulsi ad agire, non di quelli degli altri. Che il tuo fidanzato possa provare attrazione per altre ragazze – lo ammetti anche tu – è naturale. Da lui, non da te, dipende l’uso che deciderà di fare delle emozioni e delle rappresentazioni da esse suscitate. Questo vale anche per te in relazione ad altre persone.

Che lui decida di farne un uso “scorretto”, “immorale” violando, a tua insaputa, quel patto di fiducia – forse non ancora del tutto esplicito – che c’è tra voi due non dipende da te. Se è un “male”, riguarda lui e la sua coscienza. A te spetta essere consapevole di questa possibilità, ma senza cadere nella trappola della passione. Turbarsi in anticipo per una tua rappresentazione non confermata o lasciarsi travolgere dalla sofferenza a posteriori, significa ancora una volta legare le sorti del tuo Io più profondo a qualcosa che non puoi controllare. Il fatto poi che il “tradimento” si consumi (o si sia consumato) realmente, è in sé meno significativo, tutto sommato più sopportabile, dello stillicidio quotidiano provocato dalla “gelosia”. Perché senti che la gelosia in qualche modo ti appartiene, ti si aggira nell’anima come una fiera bramosa di preda, ma con il tuo consenso. Vorresti sopprimerla, in quanto ad essa si coniuga un certo senso di “vergogna”. Hai ragione. In fin dei conti sei tu ad averla sguinzagliata, sottomettendoti a qualcosa che non potevi governare.

La libertà morale è sempre a nostra disposizione.

Facendo un passo indietro, ci è dato riacquistare, sempre e comunque, la libertà morale e la quiete che ad essa si accompagna. Quando la gelosia fa capolino prova a ripeterti queste parole: “sei qui perché io ti ho permesso di venire”. Guardala negli occhi: sarà lei a “vergognarsi”. Se ne andrà da sola, non avrai nemmeno bisogno di accompagnarla alla porta. Non è facile lo so. Ma vale la pena provarci.

Lasciare all’Altro la responsabilità di un’azione equivale a rinunciare alla propria libertà.

“Mi lasciasse per un’altra, ma in maniera chiara, alla luce del sole, mi metterei l’anima in pace”. Vi ho già fatto cenno sopra. Tradotto in termini stoici potrebbe suonare così: “se lui cessasse di essere l’oggetto del mio desiderio, se pian piano retrocedesse nella sfera degli indifferenti, la sofferenza dovuta alla passione si estinguerebbe”. Se ti rimetti alla sua decisione, al suo impulso ad agire, però, abdichi di fatto alla tua libertà. Che non consiste – bada bene – nel lasciarlo prima che lui lasci te. Un’azione del genere sarebbe sempre dettata dalla passione, e quindi si rivelerebbe, in ultima istanza, coatta, non-libera, “reattiva” piuttosto che “attiva”. Se non agisci sulla passione, ossia sul giudizio (erroneo) che ti tiene incatenata a ciò che è estraneo, non cesserai di soffrire. Oggi per un motivo (sognato o vissuto che sia), domani per un altro.

Non ha senso colpevolizzarsi a posteriori per ciò che nel momento presente non si poteva conoscere.

Più sotto affermi che “non vuoi assolutamente fare lo sbaglio di non voler vedere”. Qui, Daniela, siamo in presenza di un errore “logico”, che nella visione stoica si traduce spesso in errore “morale”, foriero di inquietudine. Non è possibile fare lo sbaglio di non “voler vedere”: puoi decidere, a ragion veduta, di credere o non credere a quanto ti viene detto da altre persone. Se, col senno del poi, la tua scelta si dovesse rivelare errata perché in quel momento ti mancavano gli elementi necessari e sufficienti a formarti un’idea corrispondente alla realtà – ammettiamo che qualcuno ti stesse deliberatamente ingannando – non ti potresti propriamente imputare alcun errore né intellettuale-conoscitivo, né tanto meno morale. Non sapevi – ma non dipendeva da te sapere in quel frangente – dunque hai agito in maniera coerente. Che poi qualcun altro ti consideri “stupida”, questo, come si è detto, esula da ciò che ti appartiene.

Agire “con riserva”: l’intenzione morale dipende dal soggetto agente, ma l’esito dell’azione è sottoposto a fattori esterni, incontrollabili.

Ad ogni buon conto, Epitteto ti consiglierebbe di mantenere una certa “riserva” rispetto alle decisioni e alle azioni che comportano apertura verso l’esteriorità e interazione con gli altri. Nessuno è onnisciente: quel che dipende da noi è la purezza e la bontà dell’intenzione. Le cose, poi, andranno come “stabilirà” il destino (o il Dio). La libertà morale si coniuga solo al presente (si sceglie qui ed ora): né il passato né il futuro sono propriamente sotto il nostro controllo.

Ci si deve “perdonare” soltanto di esser soggiaciuti ad una passione.

Il tema del “perdono”. “Non riesco a perdonarmi di essere cambiata, di essere scesa a compromessi” – dici. Di cosa dovresti realmente perdonarti? Di aver mal giudicato il tuo partner? Di aver mal riposto in lui la tua fiducia? O non piuttosto di esserti resa dipendente dall’oggetto del tuo desiderio? Se pensi di poter dominare ciò che non ti appartiene, per esempio la vita, le emozioni, i sogni erotici di un’altra persona, operi una contro-diairesi. La sofferenza attecchisce e prende dimora in noi quando cediamo alle lusinghe di una passione. Se questa è la causa, i suoi effetti non tarderanno a manifestarsi. La passione è un albero “cattivo” che dà solo “cattivi” frutti. Poco importa come vadano effettivamente le cose. Che Marco ti tradisca o meno, t’affliggerai ugualmente per gelosia, sospetto, umor nero e, di rimando, farai soffrire anche lui. La serietà morale (“ero di ferro!”) di cui parli, assomiglia invece ad un atteggiamento di rigidità verso qualcosa che per sua natura è mutevole, incostante, non sottoposto alla tua signoria. Se pretendi che il comportamento di una persona rimanga nel tempo conforme ad un tuo “standard” ideale, ti illudi di poter imbrigliare la realtà esterna, di poter esercitare il potere su ciò che non t’appartiene. Piuttosto, per esser “moralmente seri” verso se stessi – per esercitare la virtù, direbbe uno stoico – occorrerebbe addestrare la propria facoltà desiderante a rispecchiarsi nella realtà, non importa quanto incerta e fluttuante essa appaia, senza pretendere che la realtà si conformi al nostro desiderio.

Nessuno ha il potere di provocare in noi l’insorgere del “male” morale. Solo noi possiamo rinunciare a servirci liberamente del nostro raziocinio.

Niente e nessuno può farci davvero del male, nessuno può “prenderci in giro”, se non siamo noi a permetterglielo. È questa, in estrema sintesi, la “buona notizia” che ci ha lasciato in eredità lo stoicismo antico. So che molti potrebbero giudicarla insufficiente, o inattuabile. Tant’è. Il fine che ci eravamo prefissi qui era semplicemente di provare ad applicarla alla tua storia, per “rileggerla” da una prospettiva inedita.

In conclusione, se il tuo amore è sincero non ti sentirai agitata, in contraddizione con te stessa. La contraddizione nasce dal non distinguere “amore” e “passione”. Il primo è libero, non sottoposto ad alcun vincolo. Lo “agisci” non lo “patisci”. La seconda, invece, ti fa balenare dinanzi solo un’illusione di libertà, così che la tua anima oscilli, come un pendolo, tra una promessa di piacere e una minaccia di sofferenza, a seconda dell’avvicinarsi o dell’allontanarsi dell’oggetto del desiderio. Se tornerai a centrarti sulla frequenza d’onda della tua interiorità, ancorandoti saldamente a quel che dipende da te, «nessuno potrà più costringerti o impedirti nell’agire, nessuno rimprovererai incolpandolo dei tuoi casi, non farai più nulla contro la tua volontà, da nessuno ti sentirai danneggiato, né ti capiterà di provare rabbia e odio per qualcuno, giacché in effetti non riceverai danno alcuno».

Il sentimento d’amore nasce in ciascuno di noi e nello stesso tempo ci trascende.

Fortunato chi, dopo tanto lavoro su se stesso, sarà in grado di sperimentare un amore così libero, puro, disinteressato (nella misura in cui può esserlo un amore erotico: “amore” si declina in tante maniere diverse), da non sentirsi legato a nient’altro che al bene in sé. Un “bene” che dall’intimo dell’individuo si spande nelle infinite dimensioni del cosmo, vera cura di Sé e dell’Altro al tempo stesso. Nell’attimo in cui ci si immerge in questo sentimento, si sperimenta la vera quiete, si comprende cosa significa “potenza”.

Ti auguro di fare questa esperienza, se è destino. Per ora mi accontenterei di esserti stato utile ad orientarti nella tua “giungla di pensieri”.

Autore:

Ho studiato filosofia presso l'Università degli Studi di Roma “La Sapienza” e mi sono laureato nel 1990, relatore il prof. Gabriele Giannantoni, con una tesi in storia della filosofia antica intitolata "Vivere significa morire: analisi di alcuni frammenti eraclitei". Sono socio della SFI - Società Filosofica Italiana di cui curo il sito web. Da alcuni anni mi interesso di Pratiche Filosofiche e Consulenza Filosofica, collaborando con riviste scientifiche del settore, sulle quali ho all'attivo decine di pubblicazioni. Dal 2004 svolgo la professione di Consulente Filosofico e ho promosso una serie di iniziative filosofiche (Caffè Philo, Dialogo Socratico, Seminari di gruppo) aperte al pubblico. Attualmente insegno filosofia e storia presso il Liceo "I. Vian" di Bracciano (Liceo Classico sezione X). Utilizzo la filosofia in pratica sia durante le lezioni ordinarie che in altre "straordinarie" occasioni (passeggiate filosofiche nel bosco, dialoghi socratici a tema, ecc.). A scuola provo a tener aperto uno "sportello" di consulenza filosofica rivolto ai grandi ed ai meno grandi.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...