Pubblicato in: pratica filosofica

Cosa significa “vivere veramente”?


Un percorso di filosofia pratica tra Occidente ed Oriente intorno al tema della “vera vita” sulla scorta del pensiero di François Jullien

Salve e ben ritrovati. Vorrei dedicare questa prima lezione settembrina, anno terzo dell’era covid, ad un tema che interessa – o dovrebbe interessare – tutti noi: cosa significa “vivere veramente”? Prendo spunto, almeno in parte, dalla lettura estiva dell’ultimo libro del filosofo francese François Jullien, intitolato, per l’appunto, La vera vita, pubblicato da Laterza. Per evitare di affrontare la questione in maniera troppo astratta – per noi filosofi praticanti l’astrazione è solo un mezzo, non il fine – partiamo da un’altra domanda: ci sentiamo pienamente soddisfatti della nostra vita? Possiamo dire a noi stessi, con la massima onestà intellettuale, che stiamo vivendo per davvero, che stiamo sfruttando al massimo le opportunità che la vita ci presenta?

Badate bene: è una questione “di pancia”, prima ancora che “di testa”. La testa, spesso e volentieri, la si usa per dar voce alla pancia. O, se preferite un’espressione meno terra terra, potremmo dire che l’intelligenza media, filtra e dà voce alle emozioni, utilizzando i pennelli e i colori del lògos, il discorso razionale, per rappresentare, “esprimere” le emozioni (“esprimere” nel senso letterale di “premere fuori”). Ad un primo livello, non ancora concettoso e astratto, le emozioni fattesi “parola” diventano “sentimenti”, vedi il caso della poesia. Potremmo dire, in soldoni, che un “sentimento” è un’emozione, uno stato d’animo, con un di più di consapevolezza, grazie alla mediazione rappresentativa del lògos. Cioè, delle “storie”, più o meno affastellate o razionalmente strutturate, che ci “raccontiamo”, o che ci vengono raccontate, intorno al mondo e intorno a noi stessi. Considerate che, come ha magistralmente dimostrato Karl Gustav Jung, noi siamo fondamentalmente “esseri relazionali”. Tant’è che la visione del mondo individuale, nel suo fluttuante farsi, attinge elementi simbolici, cifre, personaggi, trame, ecc. dal cosiddetto “inconscio collettivo”, comune a tutta l’umanità.

Ebbene, cosa vi sta dicendo la pancia per il tramite della testa in questo preciso momento? Vi sentite pienamente soddisfatti della vostra vita? Quanto c’è di veritiero, quanto di falso, nel vostro sentirvi in relazione con il mondo (“mondo” in senso lato: persone, società, natura, ecc.)? Quanto sono autentiche e pertinenti le storie che vi raccontate intorno a voi stessi, a voi stesse? Quale tasso di menzogna e di inautenticità siete in grado, più o meno consapevolmente, di accettare senza che si producano “reazioni avverse” (per usare una locuzione che ci è così familiare in epoca di “infodemia vaccinale”: come sapete, ultimamente non si parla altro che di vaccini…)?

Immagino le reazioni dei più: diciamo “negative” o, quanto meno, “problematiche”. In alcuni casi, molto negative. Mi ricordo dei “caffè filosofici” che conducevo in pubblico anni orsono o dei “dialoghi socratici” svolti in biblioteca con i miei studenti liceali: quando si metteva a tema il concetto di “felicità” (in tutte le sue varianti: “soddisfazione”, “gioia di vivere”, ecc.) era tutto un susseguirsi, a ritmo serrato, di testimonianze al negativo, “in controluce”, diciamo, utili a definire piuttosto quali forme di vita o quali particolari esperienze non possano dirsi affatto “felici”. Il termine più ricorrente era (e continua ad essere): “depressione”. Un termine che, di per sé, la dice lunga sul livello di “psicologizzazione” e “medicalizzazione” del cosiddetto “mal di vivere”, quello che i romani chiamavano “taedium vitae”, cui è giunta la nostra società.

Niente di sorprendente, in verità. La sofferenza, il disagio, l’essere in crisi, rappresentano il primo e fondamentale movente dell’indagine filosofica intorno alla vita e al ben-vivere. Potremmo dire che costituiscono lo “sfondo emozionale” su cui prende avvio il sentiero dell’etica o, per dirla in altri termini, il “postulato sentimentale” dell’etica. Se non avessimo problemi di sorta, se il dolore fisico e la sofferenza psichica (o spirituale che dir si voglia) non facessero ogni tanto capolino nelle nostre esistenze o non imponessero brutalmente e drammaticamente la loro presenza nei momenti “topici” della vita, una malattia, la morte di una persona cara, la fine di una storia d’amore, una violenza o una ingiustizia subita, ecc., probabilmente, non sentiremmo il bisogno di alcuna riflessione etica.

Vi faccio due esempi “classici”: l’uno tratto dal pensiero indiano, l’altro da quello greco. La “prima santa verità” proclamata dal Buddha Shakyamuni è quella che riconosce a fondamento dell’esperienza umana (e di tutti gli esseri senzienti) dùkkhà, la “sofferenza onnipervadente”. Il significato letterale della parola “dùkkhà”, in lingua pali (quella in cui fu composto il primo canone buddista) è “difficile da sopportare”, da “du” = difficile e “kha” = sopportare. Si parte, quindi, da dukkha. Se non mi rendo conto di star male, difficilmente imboccherò il sentiero che conduce alla liberazione dalla sofferenza. Sofferenza, mal di vivere, che secondo la diagnosi di Siddhartha il Buddha, il “Risvegliato”, dipende in primo luogo dall’ignoranza, àvidyā, cioè da una visione del mondo non conforme alla realtà in sé. Scopo della pratica buddista, in linea con la logica della medicina ippocratea, è la rimozione della causa del male per alleviare e guarire il sintomo: se mi “risveglio” alla realtà, al mondo così com’è, l’attaccamento illusorio pian piano svanirà e con esso verrà meno dùkkhà. Qualora l’argomento vi interessi, potremmo tornarci sopra in una prossima lezione.

Il secondo esempio, come vi dicevo, è tratto dalla filosofia greca. «È vano il ragionamento di quel filosofo, dal quale non venga curata nessuna sofferenza: infatti, come la medicina non ha nessuna utilità se non espelle le malattie dal corpo, così non l’ha nemmeno la filosofia, se non espelle il turbamento dell’anima» (Usener, fr. 221). Questa celebre massima è attribuita ad Epicuro di Samo. Come nel Buddismo, anche nella concezione epicurea la pratica filosofica è volta allo sradicamento dell’ignoranza da cui dipendono le nostre principali sofferenze psichiche, morali, spirituali. L’ignoranza produce emozioni negative, incontrollate: fobie, paranoie di vario genere, false aspettative, desideri innaturali e non necessari, ecc. . Lo studio della filosofia – fermo restando, lo ribadisco, che teoria e prassi, come nel Buddismo, rappresentano due facce della stessa medaglia – mira proprio alla progressiva riduzione delle emozioni “tarassiche”, “disturbanti” (taràssein, in greco, significa “disturbare”, “arrecare preoccupazione”, “importunare”) che affollano la nostra mente. Potremmo definirla, approssimativamente, una forma di “psicoterapia” ante litteram. Il fine è il conseguimento della cosiddetta “atarassia”, quella “assenza di turbamento” che dovrebbe corrispondere alla nostra natura originaria, come il Nirvana nella visione buddista. Queste considerazioni “comparativiste”, con esemplificazioni tratte dalla tradizione filosofica greco-occidentale e da quella orientale, indiana, cinese, ecc., non sono affatto casuali: rispondono ad una precisa scelta metodologico-argomentativa. Ne parleremo strada facendo.

Bene, riprendiamo il filo del discorso. La vita che stiamo conducendo, ora come ora, è “vera vita”? Che ci si interroghi per davvero intorno alla questione, accettando di assumersi in prima persona il peso della domanda, la crisi che essa genera, lo sconcerto emozionale, è già un fatto filosoficamente rilevante. Perché non c’è domanda filosofica che non attivi quella grande, fondamentale risorsa presente in ciascuno di noi che chiamiamo “dubbio”. Ovvero: non conosco la risposta a questa domanda, ma, se mi pongo, libero da pregiudizi, dinanzi al problema, quanto meno, so di non sapere. Si tratta del noto atteggiamento “socratico”, uno dei punti di partenza della filosofia greca. Attenzione: si tratta di un punto di partenza che la storia del pensiero occidentale ha spesse volte obliato o espressamente tradito.

Beninteso, la sensazione di dover rinunciare alle “certezze” (o “pseudo-certezze”) su cui si fonda la propria quotidianità non è esattamente una passeggiata defaticante. L’equilibrio psichico e caratteriale di ciascuno di noi è faccenda alquanto delicata, un’alchimia imponderabile ed imprevedibile per noi stessi. Figuriamoci, poi, quando a giudicarci sia qualcun altro… E, soprattutto, oltre ad essere rischioso, il cosiddetto “esame di coscienza” ci costa fatica, eccome! È un po’ come lo studio: se fatto seriamente, stanca. Quanto tempo siamo in grado di dedicargli? Con quale intensità “problematizzante” e “veritativa”? Quante croste siamo disposti a grattar via per lasciar scorrere il sangue vivo dalla ferita aperta? Fino a che punto il nostro orgoglioso egocentrismo ammetterà che lo si sfidi apertamente sul suo stesso campo, la mente? I più, me compreso, sono capaci, al massimo, di prodursi in interventi “spot”, episodici e poco concludenti. Facilmente ci lasciamo ricondurre sul sentiero della nostra quotidianità, magari ristretta e tediosa, ma pur sempre, a modo suo, “confortante”.

Ecco che, senza accorgercene più di tanto, superato lo sconcerto iniziale, abbiamo già fatto un passo avanti lungo il sentiero di ricerca, che ci si è stato dischiuso dinanzi dalla domanda di apertura. E abbiamo scoperto un paio di cose.

Innanzitutto, che a parlare di “vera vita” o “vita autentica” ci si confonde, di primo acchito, con il concetto di “vita felice”, di “felicità”. Capita a tutti ed è capitato a me per primo. È una specie di bias cognitivo, un meccanismo psicologico-culturale, che ci porta automaticamente ad associare idee e parole, al di fuori della nostra analisi critica. Una scorciatoia della mente, per così dire. Scorciatoia che dipende dal linguaggio che utilizziamo tutti giorni e dalla visione del mondo che esso produce o su cui esso affonda le proprie radici. Non sfuggirà a nessuno la biunivocità del rapporto tra “pensiero” e “parola”: di fatto, posso dire quel che sono in grado di pensare e posso pensare quel che il linguaggio che uso mi consente di dire. Più ampio ed articolato è il mio linguaggio, più vasta e ricca di possibilità risulterà la mia visione del mondo. Spero che questo punto sia chiaro per tutti.

Ebbene, se siamo portati ad associare “vera vita” e “vita felice” (o “vita buona”) è perché la lingua che parliamo continua ad essere quella dei Greci, almeno su alcune questioni filosofiche fondamentali. Come mai, altrimenti, posti di fronte al tema del “vivere veramente” ci dichiareremmo, vittimisticamente, più o meno “infelici” o “depressi” (oppure, al contrario, “felici”, “soddisfatti”, ecc.)? L’associazione di idee è di derivazione platonica – e successivamente cristiana: nella metafisica occidentale, infatti, i concetti di “Essere”, di “Verità” e di “Bene” (e dunque “Felicità”) tendono a coincidere. Provo a dirlo in una sola frase: conseguirò il Bene, la Beatitudine, attraverso la conoscenza veridica delle strutture dell’Essere, ovvero della natura del reale in sé. Oppure: la Verità, da cui dipende il Bene supremo, la “salvezza della mia anima”, consiste nella conoscenza di ciò che è – immutabile, stabile, eterno, ecc. . Ovvero? Stiamo parlando nientepopodimeno che di Dio, il Padre celeste del cristianesimo normato e dogmatizzato al Concilio di Nicea (correva l’anno 325 dell’era corrente sotto l’imperatore Costantino), e a Dio si accede grazie al Figlio, Gesù, detto il Cristo, al quale l’apostolo Giovanni attribuisce queste celebri parole: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me» (Vangelo secondo Giovanni, 14-6).

Mi sono spiegato? La felicità, che i Greci chiamavano eu-daimonìa – il significato originario della parola è il “buon demone” nel senso della “buona sorte” – grazie a Platone e con la “complicità”, diciamo così, di gran parte delle scuole filosofiche successive, diventa «lo stato, da conseguire in vita o post mortem, sempre che si creda alla reincarnazione delle anime, cui si giunge attraverso l’esercizio della virtù, che è al contempo pratica e sapienziale – Aristotele dirà “etica” e “dianoetica”». Virtù è la capacità di conformarsi, nel pensiero e nella condotta, alla Natura delle cose, all’Essere in sé, ovvero il sapersi condurre in accordo con la Verità. Questo è il Bene, la “vita buona”, ciò che rende “felici”, nel senso di “ben realizzati” rispetto alle proprie potenzialità razionali, relazionali e socio-politiche. L’uomo, scomodiamo ancora Aristotele, è “politikòn e loghikòn zòon”, “animale politico e razionale”.

Aristotele, spero non me ne abbia e non me ne abbiate nemmeno voi, dovremo scomodarlo ancora un po’. Non a caso Dante Alighieri, imbevuto di filosofia tomistica, lo colloca nell’Antinferno definendolo «maestro di color che sanno». “Che sanno”, va da sé, in una prospettiva cristiana ed eurocentrica. Ma questa distinzione, Dante, che è uomo del Medioevo, senza nulla togliere alla grande e ricchissima cultura medievale, non poteva coglierla appieno.

Il pensiero occidentale, quello che chiamiamo “epistème”, ovvero “l’insieme delle proposizioni veritative che sta in piedi da solo” – dal verbo greco “epìstemi” – si regge su alcuni pilastri fondamentali che Aristotele ha definito in maniera inequivocabile: il concetto di “sostanza”, il “principio di contraddizione”, il nesso “causa-effetto”, ovvero la causa efficiente, e il “finalismo”, ovvero la causa finale. Si tratta di nozioni arcinote, ma, a scanso di equivoci, ve le rammento telegraficamente.

Sostanza: la realtà è composta da entità singolari dotate di una loro stabilità nel tempo. Dal punto di vista formale tali entità rimangono identiche a se stesse: la singola giraffa, finché campa, rimane giraffa. I suoi cuccioli saranno formalmente identici ai genitori, ovvero giraffe a tutti gli effetti. Oggi parleremmo di DNA, ma sappiamo anche che col tempo, molto tempo, il DNA muta, “si evolve”, per usare un’espressione, non proprio corretta, di origine darwiniana.

Principio di contraddizione: una cosa nel medesimo tempo e sotto il medesimo rispetto non può essere e non essere nel medesimo stato. Se in questo momento mi trovo (nel senso di “stare”, di “abitare uno spazio”) a casa, non si dà la possibilità che qualcuno mi veda prendere il mio posto in cattedra a scuola o mi veda altrove. A meno che non abbia le traveggole, s’intende. A esclude non-A. O l’uno, o l’altro: tertium non datur, “non si dà una terza possibilità”, come dicevano gli scolastici medievali.

Nesso causa-effetto: dato un fenomeno, per esempio la pioggia, ne comprendo, scientificamente, l’essenza, se riesco a definirne la causa efficiente, ovvero ciò che lo produce. Per esempio, in questo caso, l’accumulo di vapor acqueo negli strati bassi dell’atmosfera e la differenza di temperatura provocata dalla radiazione solare.

Finalismo: i fenomeni naturali obbediscono a ragioni di tipo finale, ovvero le cose non cambiano a casaccio, un uovo di gallina non dà origine ad uno struzzo, il divenire tende verso uno stato ben determinato. In ultima istanza, tutti i fenomeni del mondo tendono verso la perfezione (e la stabilità) divina. Il Dio di Aristotele, non per niente, è definito “motore immobile”, “causa ultima”, in senso finalistico (o “teleologico”, dal greco tèlos, “fine”, “scopo”).

Ne risulta, nel complesso, una visione del mondo “forte”, con entità ben definite, ontologicamente “rocciose”, le sostanze, la cui collocazione nel mondo risponde a criteri esclusivi: il divenire, la trasformazione, è passaggio da uno stato all’altro, da una forma di “essere” all’altra, dalla potenza all’atto, per capirci. Di ogni fase posso, epistemicamente, tirare una foto, ed analizzarla “escludendo” che quella cosa possa essere al contempo un’altra cosa: il famigerato principio di contraddizione di cui dicevamo. Insomma, le cose o sono bianche o sono nere. Nere e bianche insieme, non se ne parla proprio. Per capire come funziona il divenire, il cambiamento, questo maledetto – la realtà non sta ferma un attimo e non si lascia fotografare senza che l’immagine non venga “mossa”, per questo è necessario ricorrere alle idee platoniche o alle forme sostanziali aristoteliche – ebbene, per fare la “triangolazione”, abbiamo a disposizione il punto di origine del fenomeno e il suo punto d’arrivo, la causa efficiente e, appunto, la causa finale. Se faccio bene i calcoli, lo becco, non mi sfugge.

In due parole: il meccanismo della epistème occidentale tende a fissare ciò che è mutevole e ad escludere da sé gli opposti, ovvero fonda un pensiero di tipo “dualistico”. Se la amo, non odio, contemporaneamente, la stessa persona… Ma sarà veramente così? «Odi et amo. Quare id faciam fortasse requiris. Nescio. Sed fieri sentio et excrucior». «Ti odio e ti amo. Perché faccia questo, tu forse mi chiederai. Non lo so. Ma sento che ciò avviene e soffro come se stessi in croce». Questo è Catullo. Forse il principio vale per la logica matematica, ma non vale in poesia… E nemmeno, direi, nell’esperienza del nostro vissuto personale. Che mi dite a questo riguardo? Emozioni, sentimenti, stati d’animo vi risultano sempre netti e ben definiti? Il loro “tasso” di ambiguità è pari a zero?

Se vi ricordate, c’era una seconda notazione che volevo sottoporre alla vostra paziente attenzione. La prima era che, dovendo parlare di “vera vita”, abbiamo preso, quasi in automatico, a disquisire di “felicità”, come se non fosse possibile parlare dell’una senza ricorrere al concetto dell’altra. Vi ho spiegato perché. La seconda è che facciamo male a dare per scontato che “felicità” sia qualcosa di ben definito e di afferrabile, almeno dal punto di vista concettuale. Dico “almeno dal punto di vista concettuale” perché, peraltro, immagino le nostre vittimistiche geremiadi sul fatto che, di esser felici, beh, non se ne parla proprio… Manca sempre qualcosa, manca qualcosa nella sfera affettiva, qualcosa in quella materiale, qualcosa in quella professionale o nella vostra vita di studenti/studentesse: ho mille euro in banca, ma potrei averne duemila, ho preso “otto” all’interrogazione di filosofia, ma aspiro ad avere “nove” o “dieci”, ed altre amenità del genere. Banalizzo, ovviamente. Ma ci siamo capiti. Di “felicità” si possono avere tante idee differenti, basta conoscere un po’ la storia della filosofia, o, in alternativa, mettersi in relazione con persone che hanno visioni del mondo diverse: qualcuno accentuerà l’aspetto romantico-sentimentale, qualcun altro quello della “buona coscienza” e della “dirittura morale”, alla maniera degli stoici; qualcuno quello “edonistico” di scuola cirenaica, del godersi la vita così come viene, qualcun altro quello “edonistico” di scuola epicurea, che punta, piuttosto, sulla pace interiore o, se preferite, sull’“assenza di turbamento” (l’atarassia di cui dicevamo prima). O, come cantava il grande Nino Manfredi: «basta ‘a salute… / quanno c’è ‘a salute c’è tutto… / basta ‘a salute e un par de scarpe nove / poi girà tutto er monno…».

Insomma, per quanto possa valere il proverbio che “chi s’accontenta gode”, l’idea che abbiamo noi europei di “felicità” è, per lo più, un’idea astratta, che tende ad infinitum: non si riesce mai ad acchiapparla, ed evoca, immediatamente, il suo opposto, cui si contrappone senza requie: l’“infelicità” o la “depressione”. Questo perché colleghiamo (o confondiamo) la “felicità” con la soddisfazione del desiderio, di questo o quel desiderio. E, come ci insegnano i Rolling Stones: «I can’t get no satisfaction / ‘Cause I try and I try and I try and I try.» Per quanto ci provi, anzi proprio perché ci provo ancora e ancora e ancora, non posso avere alcuna soddisfazione. La meta è spostata sempre più avanti. Corriamo appresso alla “lepre meccanica” come i levrieri nel cinodromo. Siamo, per così dire, leggermente “decentrati verso il futuro” rispetto alla nostra vera realtà, l’unica realtà che si dà e nella quale possiamo giocarci la partita della vita: il presente, il qui ed ora. Ecco, se estendiamo all’etica il pensiero della causa finale aristotelica di cui dicevamo prima, abbiamo questo tipo di scenario. Felice, oggi no, domani nemmeno, dopodomani chissà: speriamo (o disperiamo) di sì. E, io in particolare, “speriamo che me la cavo”.

Dunque, ricapitolando: l’idea di “felicità” è un prodotto intellettuale, che, salvo rari e benedetti casi, oltre ad essere troppo astratto, ha il vizio di produrre una visione del mondo dualistica, per lo più “de-centrata” rispetto al presente, dunque “frustrante”.

L’esperienza di vita che tutti noi facciamo quotidianamente, invece, si presenta, a ben guardare, difficile da “concettualizzare”, ambigua e ambivalente: gli opposti si susseguono a ritmo spesso incalzante e non si escludono, come le nuvole che si rincorrono in cielo in una giornata primaverile. «Io sto bene, io sto male, io non so dove stare / Io sto bene, io sto male, io non so cosa fare»: così Giovanni Lindo Ferretti, il cantante dei mitici CCCP… Per oggi basta con le citazioni musicali, lo prometto. Il messaggio è chiaro. Ma pensateci: posso essere triste e abbattuto, finanche disperato, ma non per questo mi sentirò necessariamente meno autentico, meno veritiero. La vita fa coesistere ciò che astrattamente tendiamo a distinguere. E se provassimo, quindi, a mettere da parte “felicità” e, mutando ottica, provassimo a concentrare la nostra attenzione sulla vita presente per quello che è?

Tanto più che, in un’epoca, la nostra, in cui le certezze della metafisica tradizionale si sono in gran parte dissolte, si sono “liquefatte”, per dirla con Zygmunt Bauman, e la stessa religione non è più in grado di fornire una bussola esistenziale socialmente condivisa, a quale ideologia potremmo mai affidarci? A quale dogma, a quale neo-chiesa? Orfani dell’Essere e di Dio, ma ancora abituati a pensare il mondo in termini, tutto sommato, tradizionali, ecco che ci ritroviamo, perlopiù, in balia del marketing dei “manuali di autorealizzazione”, più o meno “psico” o new age, della “felicità prêt-à-porter” in dieci facili lezioni… Se il nostro orizzonte di vita associata e relazionale è quello del mercato, se tutto si può vendere e comprare, ebbene, è facile che ci si illuda di poter comprare anche la felicità, l’amore, il piacere, tanto al chilo, pay-per-view. Ma di illusione si tratta, per l’appunto. Ti vendo il manuale di autocura, ti titillo con il vestito alla moda, ti faccio fare la fila per l’ultima strabiliante versione dell’iPhone e, poi, in mancanza d’altro, ti vendo anche il flaconcino di xanax, che non si nega a nessuno. Ti stresso da morire al lavoro facendoti svolgere attività per lo più insensate e ripetitive; ti faccio compilare l’ennesimo modulo online per poter chiedere l’ennesima password per poter accedere al modulo con il quale fare la richiesta che non mi ricordo nemmeno più quale fosse… e poi ti vendo anche la settimana di relax nella Spa o il viaggetto alle Maldive, per chi può permetterselo. Tutto all’insegna dell’inautenticità, dello sfasamento, del “tempo, perduto”, “bruciato”, “polverizzato”. Questo è Thomas Eliot ne La Rocca:

«Dov’è la Vita che abbiamo perduto vivendo?
Dov’è la saggezza che abbiamo perduto sapendo?
Dov’è la sapienza che abbiamo perduto nell’informazione?
I cicli del Cielo in venti secoli
Ci portano più lontani da DIO e più vicini alla Polvere.»

A metà dell’Ottocento Marx aveva fotografato ed analizzato in maniera acuta le diverse forme di “alienazione” – di estraniazione da sé – cui andava incontro la classe operaia. Più si trasferiscono energie e risorse umane nelle merci, merci che vengono sottratte a chi le produce, più l’operaio si disumanizza. Non molto migliore, quanto ad alienazione, risulta essere la situazione del consumatore europeo stile XXI secolo: la merce agisce sul desiderio, la merce si trasforma in feticcio che muove attrazione e repulsione, speranza e timore, agendo per simboli sulla neocorteccia e stimolando il sistema limbico, la parte più arcaica del nostro cervello, quella delle emozioni, per intenderci. Il capitalismo in salsa “finanziaria” e “neo-liberista” è invasivo al massimo grado. Non s’accontenta di controllare i corpi, si spinge nei più profondi recessi della mente. Non c’è bisogno di installare chip. Basta tenere aperte, senza vigilanza ed attenzione, le porte dei sensi e della mente, esponendole al delirio dell’infodemia onnivora ed onnipervasiva del nostro tempo devastato. Più le merci circolano veloci, più la mente divorzia dal momento presente. La voracità consumistica trasforma il mito della “felicità” in una forma di nevrosi.

Da qui la proposta di François Jullien di spostare la nostra attenzione dal concetto di “felicità” a quello di “vera vita”. Profondo conoscitore della filosofia antica, ed in particolare delle filosofie elleniste, negli anni Jullien ha studiato a fondo anche la lingua e il pensiero cinese, più specificamente il taoismo. Non si tratta in questo caso di mettere a confronto Occidente ed Oriente, Grecia versus Cina, e, tanto meno, di immaginare nessi e contaminazioni storiche inverosimili. E nemmeno, ci mancherebbe altro!, di convertirsi a questa o a quella forma di spiritualità. Ricadremmo, mani e piedi, nell’illusione new age. La Cina di Jullien è piuttosto, come dice lui stesso, un “operatore teoretico”, uno “strumento di conoscenza teoretica”, utile ad allargare la nostra visione del mondo con il creare un “écart”, uno “scarto” di prospettiva. Per noi occidentali, figli un po’ bastardi dei Greci e orfani nichilisti del Dio cristiano, è un po’ come vedersi “dal di fuori”, con occhi diversi. Aiuta, eccome. È come quando ci affidiamo, senza remore, alle cure e al consiglio di un vero amico, a prescindere dal fatto che abbia gli occhi a mandorla. Se riusciamo a sporgerci al di là del nostro egocentrismo, a cambiare punto di vista, le cose, prospetticamente, ci sembreranno diverse. Cose grandi diventano piccine, le piccine grandi. Il centro si sposta verso la periferia e la periferia si espande a perdita d’occhio.

Ricordatevi da dove siamo partiti: la nostra ricerca della “vera vita”, con l’assunzione ora dell’“operatore teoretico” cinese, è sempre e comunque orientata, in ultima istanza, alla pratica. Dalle pendici dell’Himalaya al monte Citerone, dalle pianure alluvionali del fiume Giallo alle rive del Tevere, ieri come oggi, alla filosofia noi uomini non chiediamo risposte definitive, mete ultime, bensì domande per poter percorrere a testa alta i sentieri della vita. Domande nuove, perché sempre nuovi sono i sentieri che l’umanità percorre. Per quanto problematico possa essere, voglio sentire dove metto i piedi. Voglio vivere veramente. Non domani. Adesso. Potrebbe non esserci domani.

Ricordatevi anche quello che vi ho spiegato prima a proposito della stretta connessione tra pensiero e linguaggio. Noi pensiamo quel che diciamo, e lo pensiamo proprio come lo diciamo. Ecco, la lingua cinese ha caratteristiche peculiari spiazzanti rispetto al modo europeo di dire il mondo. La costruzione della frase nel cinese ideogrammatico assomiglia un po’ al lavoro di un pittore impressionista. Tende a rappresentare la realtà così come si presenta nel suo darsi fenomenico, senza rigide classificazioni concettuali o vincolanti gerarchie sintattiche. Ovvero, è in grado di illustrare con pochi tratti di pennello una situazione, uno stato di cose, in maniera più aperta, più flessibile e “possibilista”, diciamo così. Ne deriva una fecondità polisemantica – il poter dire contemporaneamente cose diverse con la stessa parola – che, per alcuni versi, può essere accostata al linguaggio della poesia ermetica europea. Avete mai letto Eugenio Montale? Avete presente l’ultima strofa di Non chiederci la parola? Ve la leggo a mo’ di esemplificazione:

«Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.»

Ordunque, il cinese non conosce, perché non sa dirli, concetti sovrapponibili a quelli occidentali di “essere”, “sostanza” o “finalità”. Altra notazione rilevante per quanto concerne l’etica, e dunque la definizione di “vera vita”, è la mancanza del termine “libertà”: in cinese si usa, piuttosto, un ideogramma che esprime l’idea di “disponibilità”, “apertura”, nel senso di “attenzione all’accadimento”, a ciò che succede, al livello zero delle impressioni, senza discriminare in maniera netta soggetto ed oggetto. La scena è vista e dipinta come “da fuori”. La voce narrante non è né una prima, né una terza persona. È un “impersonale” più o meno empatico. Spero siate riusciti a farvene un’idea, per quanto vaga. Mi rendo conto della difficoltà. Nemmeno io, del resto, parlo cinese mandarino.

Dal linguaggio alla corrispondente visione del mondo il passo, se ci pensate, è breve. L’etica taoista, infatti, ruota intorno alla nozione di wei wu wei, “azione senza azione”, “azione priva di sforzo”, in quanto “non-duale”, in armonia con il “Tao”. Il significato della parola “Tao” è sfuggente, proteiforme, proprio come l’idea che si limita ad indicare: “via”, “sentiero”, “principio”, “divenire”, “movimento”, “cosmo”, ecc. . Se proprio volessimo individuare nel lessico filosofico greco un equivalente di “Tao”, potremmo rifarci alla dirompente polisemanticità del termine eracliteo “logos”: “discorso”, “ragione”, “legge di natura”, “principio regolatore”, ecc. .

Voi vi chiederete, giustamente: ma come diavolo si fa ad agire senza agire? Cerchiamo di dirlo in termini comprensibili per un europeo. Wei wu wei esprime un’idea di azione “non sforzata”, “non stridente”, così in linea con il contesto in cui viene messa in atto da non spiccare come qualcosa di estraneo, di esterno alla naturalezza degli accadimenti. Un po’ come avvertire il rumore di un ramo secco che si spezza nel bosco, o il fruscio dell’erba appena smossa da un leprotto, o, ancora, il confortante ronzio di un’ape in cerca di nettare presso un cespuglio fiorito. Si tratta, indubbiamente, di azioni la cui totale e spontanea aderenza con il contesto sinfonico dell’ambiente in cui si manifestano fa sì che esse non spicchino come dotate di una soggettività, di sostanza propria. “Agire senza agire” è, per dirla alla greca, saper cogliere il kairòs, il momento giusto, l’irripetibile e singolare. È saper essere in armonia con ciò che ti accade intorno, con il flusso delle cose, qui ed ora, per intuito, “di pancia”, giacché la coscienza razionale, lo abbiamo evidenziato in apertura, arriva sempre un attimo dopo, asincronicamente, con passo zoppo. Se devi sorridere, fallo ora. Se devi dare un bacio, non rimandare a domani. È ora o mai più. Mi sono spiegato meglio?

Come definiremmo, allora, la “vera vita”? Essa si configura, in primo luogo, come attività di “de-falsificazione” della vita ordinaria. “Togliere” quel che c’è di falso. Rivelarsi a se stessi. Erodere via le maschere che, più o meno consapevolmente, indossiamo con noi stessi e con gli altri. Eroderle con il corrosivo del pensiero critico. Senza preoccuparsi troppo di quello che vi potremmo trovare sotto. Si tratta di una definizione, come avrete notato, rigorosamente in negativo, dato che della vita, standoci dentro, si può dire, per concetti, soltanto quel che essa non è (in senso unilaterale): non è solo “bella” perché la bellezza non possiamo dirla senza la bruttezza, l’armonia è nulla senza il disarmonico – una persona ci piace per quel che è: i giudizi, le opinioni sono giochi, quasi sempre vanesi, di bambini; non è solo “buona”, perché il male è inscritto nel bene, come la macchia nera dello Yin è inscritta e connaturata al bianco dello Yang. Ce lo avete presente, vero, il simbolo circolare dello Yin e Yang? Non conoscerò la pura gioia di un momento di tenerezza con la persona che amo se non avrò bevuto sino all’ultima stilla il calice della tristezza, della solitudine, dell’abbandono. E allora toccherà a me provare a pulire la mente, accettare quel che viene per come si presenta: macchiato, incerto, meravigliosamente immediato. Un attimo e via. Riempitene la bocca.

Ecco, senza la capacità di produrre lo “scarto” di cui parla Jullien, la “de-localizzazione” del farsi coscienti di un determinato stato d’animo, di una esperienza vivente unica e irripetibile (in quanto singolare), probabilmente non si produrrebbe. Il caso va aiutato. Ecco a cosa serve fare filosofia. Lo straordinario si nasconde tra le pieghe dell’ordinario. L’inaudito ci ronza sempre nelle orecchie mescolato al suono del silenzio. Basta aspettare pazientemente che si manifesti. Seduti su un cuscino davanti ad un muro bianco, oppure mettendo un piede davanti all’altro in giardino. Assaporando il ritmo del respiro che entra ed esce, sentendo che è terra quella su cui premiamo le piante dei piedi. Senza provare ad afferrare, senza dogmatizzare. La consapevolezza è anch’essa fuggevole, transeunte: una “via” da coltivare, piuttosto che una condizione da raggiungere. Ecco, la “vera vita” unisce in sé, da un lato, la vis polemica, critica, demistificante (o “dis-alienante” in senso socio-politico) propria della tradizione socratica e cinica; dall’altro, l’atteggiamento di disponibilità accogliente, non-duale, del saggio taoista, con un pizzico, mi sembra di poter concludere, di “ferocia vitale”, di coraggioso abbandono all’imprevedibilità del diveniente.

Spero che queste brevi considerazioni vi possano tornare utili. La veridicità è compito arduo, se ci si pensa troppo. Ma, a volte, l’elefante bianco dell’azione senza azione, girando sulla giostra di Rilke ci fa l’occhiolino. O, almeno, ci prova. Diamogli una chance.

Autore:

Ho studiato filosofia presso l'Università degli Studi di Roma “La Sapienza” e mi sono laureato nel 1990, relatore il prof. Gabriele Giannantoni, con una tesi in storia della filosofia antica intitolata "Vivere significa morire: analisi di alcuni frammenti eraclitei". Sono socio della SFI - Società Filosofica Italiana di cui curo il sito web. Da alcuni anni mi interesso di Pratiche Filosofiche e Consulenza Filosofica, collaborando con riviste scientifiche del settore, sulle quali ho all'attivo decine di pubblicazioni. Dal 2004 svolgo la professione di Consulente Filosofico e ho promosso una serie di iniziative filosofiche (Caffè Philo, Dialogo Socratico, Seminari di gruppo) aperte al pubblico. Attualmente insegno filosofia e storia presso il Liceo "I. Vian" di Bracciano (Liceo Classico sezione X). Utilizzo la filosofia in pratica sia durante le lezioni ordinarie che in altre "straordinarie" occasioni (passeggiate filosofiche nel bosco, dialoghi socratici a tema, ecc.). A scuola provo a tener aperto uno "sportello" di consulenza filosofica rivolto ai grandi ed ai meno grandi.

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