Pubblicato in: pratica filosofica

Che cos’è una domanda filosofica?


Buongiorno. Il tema che vorrei proporvi oggi può sembrare scontato e di poco conto. Ma non lo è affatto. Che cos’è una domanda filosofica? Come si pone e in quali circostanze? Che caratteristiche ha? Come faccio a distinguere una domanda filosofica da una domanda che filosofica non è?

Chi si è accostato alla filosofia, a scuola in prima battuta o per proprio conto in altre contingenze, avrà imparato che, a far filosofia per davvero, non ci si imbatte in risposte preconfezionate, in certezze più o meno solide che ci si possa facilmente rivendere. Manco per niente. Anzi, tutto il contrario, direi. Domande su domande, dubbi, mal di testa, per non parlare poi del mal di pancia… e con “mal di testa” intendo problemi concettuali, tipo “matematica” – o peggio: a volte il professore di filosofia produce trabocchetti logici ancor più insidiosi; con “mal di pancia”, invece, intendo quel genere di problemi che ti scuotono dentro, fanno rigurgitare l’emotività più o meno repressa e chiamano in causa i sentimenti. L’effetto può essere dirompente: ci si sente messi in crisi, le certezze quotidiane paiono sgretolarsi, si va in confusione, nel senso buono della parola, nuove ed inedite prospettive fanno capolino tra le pieghe del quotidiano. Naturalmente, questo vale soltanto se ci si mette in gioco in prima persona. Si può anche, tranquillamente, decidere di tirare innanzi o di fregarsene proprio. Unicuique suum: ad ognuno il suo. Ovvero, in ultima istanza, ognuno è padrone delle proprie scelte. E a noi piacciono tutti i tipi di studenti.

Allora, non ci si metterà troppo tempo a capire il motivo per cui a bottega dal filosofo (o dai diversi filosofi: la filosofia è sempre plurale e “multiverso”) s’impara fondamentalmente l’arte del domandare e del “problematizzare”. Si problematizza qualcosa, un aspetto della nostra vita, una situazione sentimentale, una questione etica, un rapporto interpersonale, un particolare della realtà sociale in cui si è inseriti, ecc., quando lo si prova a guardare con occhi diversi, non lo si dà più per scontato: da “ordinario” diventa, in qualche maniera, “straordinario”. Non mi scivola più via liscio, liscio: mi ci impunto, il pensiero mi ci si incastra. È un male? È un bene? Non saprei dirlo con certezza. Forse è meglio lasciare le cose così come sono. O meglio, la visione delle cose così com’è. Si soffre di meno. Oppure no, perché spesso il nostro vivere acriticamente la quotidianità si trascina appresso, più o meno inconsapevolmente, una scia sottile di angosce, di cose non-dette, di visioni e sentimenti inespressi.

Problematizzare è, comunque la si veda, una operazione “veritativa”. Può far venire mal di testa e mal di pancia come effetti collaterali, lo dicevamo prima, alla stregua di un “vaccino” o di una medicina dell’anima. Ma fa emergere da dentro qualcosa di “vero”, fornisce una “patente” di “veridicità”, nel senso di “autenticità”, “sincerità”, al nostro sentire. Sto meglio? Sto peggio? Non lo so. Non è, lo avrete capito, questione di piacere o dispiacere, divertirsi o non divertirsi: è un modo di essere, di presentarsi a se stessi e agli altri, per quel che si è, in quel momento, quanto meno. Permettetemi di usare un altro termine che trovo particolarmente metaforico: “nudità”. Me lo ha suggerito la lettura dei libri del professor Vittorio Arena dell’Università di Urbino. Ecco, mi sento “nudo”, mi sono “messo a nudo”. Non nascondo niente, non “mi” nascondo niente. Tristezza se sono triste, gioia se sono gioioso, rabbia se sono arrabbiato, confusione se sono confuso. So, fondamentalmente, di non sapere. E va bene così: come ci insegna Socrate, è una gran cosa, questa qui. Quanto meno non presumo di sapere quel che ignoro, non ho risposte prêt-à-porter. Non c’è omologazione nella nudità. Nessun vestito per assomigliare a chicchessia. Nessuna divisa che ci irreggimenti. Nudi e basta. E magari, fa pure freddo.

Dunque, potremmo dire che una domanda è realmente filosofica se mi “mette in crisi”, se mi induce a problematizzare un aspetto della realtà dalla prospettiva di me stesso, perché riguarda me stesso, chiama in causa me, proprio me. “Essere in crisi” significa dover giudicare, dover prendere o mutare posizione su una questione cruciale. Non a caso, “crisi” viene dal verbo greco krino, “taglio” (per esempio nel verbo “incrinare”), ed estensivamente “giudico”, “decido”. È imbarazzante, ovvio, chi potrebbe negarlo? Pesa, come quella roba lì che chiamiamo “responsabilità”. Ecco, questo aspetto qua non è affatto gradevole, almeno di primo acchito. Ma, alla fine, e in questo seguo gli stoici antichi, se non mi decido a prendere in mano il mio destino, sarà il destino a prendermi a calci nel sedere: ducunt volentem fata, nolentem trahunt, «i fati guidano il volente, trascinano via chi non vuole», come afferma Seneca, citando Cleante, in un celeberrimo passo delle Lettere a Lucilio. “Responsabilità” significa appunto questo: che sono io, proprio io a rispondere in prima persona di una determinata faccenda. È un segno di libertà e capacità, ma proprio per questo pesa. La realtà umana è strutturalmente ambivalente. Almeno così pare. Non sarà, forse, per questo motivo che i più hanno sempre in bocca la parola “libertà”, ma poi, in concreto, preferiscono vivere da servi?

Vediamo di capire meglio da cosa dipende questo “sentirsi in crisi”. Uno studente, per esempio, potrebbe sentirsi in crisi perché durante una interrogazione (che i più vivono come una specie di “interrogatorio”) non sa o non si ricorda la risposta ad una determinata domanda. È di questo genere di “crisi” che stiamo parlando? Manco per niente. Magari! Nel caso dell’interrogazione standard, abbiamo a che fare, in genere, con domande “circoscritte”, cui corrispondono risposte più o meno codificate. Certo, a volte esiste un discreto margine di rielaborazione personale, e ci mancherebbe! Ma alla fine, almeno tra i banchi di scuola, per orientarsi si può far riferimento ad alcuni punti fermi: il libro di testo, gli appunti presi in classe, ecc. Poi c’è sempre quel rompiscatole del professore di filosofia che, quando gli gira male, fa domande “strane”, che sfuggono ad ogni genere di risposta predeterminata. Insomma, quelle che tocca pensarci sul momento… ma a parte il professore “strano” di turno, ce la si può cavare.

Dinanzi ad un vero problema “filosofico”, sempre che ci si lasci realmente coinvolgere da esso, proviamo ben altre “vertigini”, ben altri “sudori freddi”. Ci rendiamo conto, in breve, che una risposta codificata non c’è. Che le risposte degli altri, per noi, non vanno necessariamente bene. Nessun suggeritore in vista, dunque. In ultima istanza, il rischio che corriamo non è quello di dare una risposta sbagliata e di beccarci una reprimenda da parte del professore. No, perché una risposta sbagliata presuppone che ci sia una risposta assolutamente corretta. Presuppone la logica del “vero/falso”. Avete presente quelle prove con domande a risposte chiuse basate sul codice binario “vero/falso”? Basta mettere una crocetta. A volte ci si indovina per caso…

E no. Troppo semplice. La struttura, l’essenza del “problema filosofico” non ha nulla a che vedere con quella del “problema standard”, chiamiamolo così. Il problema standard si può risolvere con una procedura prestabilita, quella che gli anglosassoni chiamano “problem-solving”. Locuzione che negli ultimi due decenni va molto di moda, soprattutto a scuola. A noi italici, che abbiamo il pallino delle sigle e delle diciture burocratesi, che cambiamo spesso, per non cambiare nulla nella sostanza, gli anglismi piacciono da morire. Nel didattichese poi, la versione scolastica del burocratese, essi fioccano che è una bellezza. Per quanto possa essere “complicato”, un problema standard ha una o più soluzioni predefinite. Tutti i problemi che riguardano le cose prodotte dall’uomo, per esempio, hanno soluzioni standardizzate: come montare la classica sedia di ikea o riparare un motore a scoppio, oppure escogitare un algoritmo per gestire la contabilità aziendale. Pur appartenendo a quest’ultima classe, pare fare eccezione il famigerato algoritmo partorito dal Ministero dell’Istruzione per l’assegnazione delle decine di migliaia di cattedre scoperte all’inizio di ogni anno scolastico. Non se ne viene a capo, nonostante le impegnative e roboanti assicurazioni settembrine dei vari ministri che si succedono in quel di Viale Trastevere. Diciamo che esso, probabilmente, contiene delle latenti radici metafisiche che trascendono il potere risolutivo della tecnica informatica.

Ecco, i problemi standard possono essere “complicati” quanto vi pare, anzi complicatissimi, ma alla fine una soluzione ce l’hanno. Anche perché, lo avrete capito, dietro quei problemi ci siamo noi uomini con la nostra logica di base. C’è il linguaggio della matematica applicata a questo o a quel dispositivo tecnologico, o economico, burocratico, informatico, ecc.

Vi leggo la definizione esatta di “algoritmo” presa dal dizionario Treccani: «qualunque schema o procedimento matematico di calcolo; più precisamente, un procedimento di calcolo esplicito e descrivibile con un numero finito di regole che conduce al risultato dopo un numero finito di operazioni, cioè di applicazioni delle regole. In informatica, insieme di istruzioni che deve essere applicato per eseguire un’elaborazione o risolvere un problema.»

Ma torniamo a bomba al problema che ci sta più a cuore, quello filosofico. Per ora ne abbiamo data una definizione in negativo distinguendolo dal problema standard. I problemi filosofici non sono mai “complicati”. Piuttosto essi sono “complessi”. La complessità, a differenza della complicatezza, non si lascia addomesticare con una serie di procedure. Sfugge all’applicazione di regole standardizzate. Non è quantificabile, né misurabile. Posti dinanzi alla complessità, ci rendiamo conto che essa trascende la nostra logica di base, esula dagli schemi puramente intellettuali. Le regole del gioco, ammesso che ci siano, non le dettiamo noi. Dunque, nessun vero/falso, nessuna crocetta da mettere al posto giusto, nessun algoritmo, tanto meno quello del Ministero dell’Istruzione, potrà venirci in aiuto. Lo avrete capito: la complessità evoca ben altro modo di “essere in crisi”.

La complessità è poliedrica ed itinerante. Nella complessità ci si muove come in uno spazio geografico. La si esplora facendosi venire i calli ai piedi, senza mappe prestabilite. Ed ogni mappa che si prova a buttare giù alla fine della giornata è, e rimarrà sempre, provvisoria. La complessità chiama in causa intuito e sensibilità. È umana, umanissima, proprio perché, in un certo modo, ci animalizza, ci rende partecipi della sua essenza, ci fa sentire parte del tutto. Se si vuole percorrere i sentieri ambivalenti della complessità, a un certo punto bisogna imparare a mettere via il principio di contraddizione. Bisogna imparare a familiarizzare con le ragioni dell’Altro come fossero le tue. La complessità non la si razionalizza, la si empatizza. Mi sto facendo capire?

Lo shock della complessità è che il bandolo della matassa sfugge alla logica binaria, non è né uno, né zero. Non è propriamente razionalizzabile perché ad esso non si applica una ratio, un criterio di misura univoco. Al limite, la sua polivalenza si presta a molteplici rationes: c’è chi brinda con un mezzo litro, c’è chi brinda con una pinta di birra. La complessità non è propriamente oggettivabile, perché va oltre il dualismo soggetto/oggetto. Colui che si pone la domanda, il soggetto umano, non è “altro” rispetto al contesto “oggettuale” in cui è gettato, di cui è parte. Sarebbe a dire, per esempio, che ci poniamo domande intorno al senso del mondo, standoci nel mondo, essendo parte integrante del mondo. È chiaro questo punto?

Un’altra differenza essenziale. Una domanda è realmente filosofica, come dicevo prima, se chiama in causa colui che pone la domanda, se lo mette in gioco, mal di testa e mal di pancia insieme. Montare una sedia di ikea può essere un’esperienza soddisfacente o può far innervosire – innervosire molto nel mio caso personale – ma non “mi riguarda” veramente. Non ne va della mia vita, non ne va del modo in cui sto al mondo, del modo in cui mi sento stare al mondo.

Perché il futuro mi appare come una minaccia e non come una promessa? Che ne sarà di me dopo la mia morte? Cosa significa morire? Come mi vedono gli altri? Sono in grado di dar loro qualcosa? La felicità: dipende da me, in ultima istanza? Cosa vuol dire amare veramente? Esiste un decalogo dell’amicizia comune a tutti oppure ognuno gioca secondo le sue regole? Sono veramente libero di decidere del mio destino? Cosa è e cosa non è in mio potere? Perché la vita dovrebbe avere un senso piuttosto che nessun senso? Ha senso chiedersi perché? Qualunque genere di perché?

Complessità. Ecco, provate a rispondere con un algoritmo ad una qualsiasi di queste domande. Quella che vi intriga di più… E si tratta solo di un campionario casuale di domande che, a voler lanciare qualche sasso nello stagno delle giovani coscienze con le quali mi relaziono ogni giorno, saltano fuori come ranocchie curiose e, a volte, spaventose. Certo, col passare degli anni, un po’ di callosità te la fai. Ma la meraviglia, quella, ti travolge sempre. Benvenuta a te meraviglia che mi fai sentir meno il peso degli anni…

Dunque: chi fa filosofia impara l’arte di questo genere di domandare. Prestate attenzione ai vocaboli che uso: “fare filosofia” piuttosto che studiare o imparare la filosofia (come materia scolastica); “arte” piuttosto che “scienza” o “sapere”; e il verbo all’infinito “domandare”, piuttosto che il sostantivo “domanda”, “quesito”. Come ci ricorda Ludwig Wittgenstein, uno dei grandi protagonisti della filosofia del linguaggio novecentesca, «la filosofia non è una dottrina, ma un’attività». E un’attività, aggiungo io, la si svolge, la si fa, per l’appunto. Nessun sapere acquisito basta, né basterà mai. Non si tratta di afferrare qualcosa, questo o quel concetto e via. Bensì di accompagnarsi in vita col domandare, di lasciare che la quotidianità s’impregni del domandare. Non esiste un decalogo o un manuale dell’aspirante filosofo: come ogni altra arte la s’impara mettendola in pratica. La perfezione, il sapere per il sapere, sono soltanto chimere. Il domandare filosofico, che è sempre, vale la pena ripeterlo, un “domandarsi”, stando nella vita, essendo intrinseco alla vita, ne assume la medesima colorazione di fondo: imprevisto, a volte brutale, inconcludente, episodico, ma anche entusiasmante, stimolante, tragicamente motivante. Di una “tecnica di base”, chiamiamola così, l’aspirante filosofo ha senz’altro bisogno. Ma poi si procede per improvvisazioni. E le domande, spesse volte, fanno capolino nella nostra coscienza senza che le si sia evocate: compaiono e basta, si materializzano come altrettante sfingi fameliche.

Come la vita, il domandare filosofico è “aporetico” per definizione. “Aporetico”, un’altra “parolaccia” greca sulla quale conviene soffermarsi un attimo. “Poros” è l’espediente, il lampo di genio o di furbizia, che ti consente, concretamente, di cavartela in una determinata circostanza più o meno problematica o avversa. È intelligenza applicata. Se sei ben dotato di poros, te la sfanghi, per così dire. Se mi trovo a corto di poros o del tutto sprovvisto di poros – è questo il significato dell’alfa privativa di “aporetico” – non so come uscirne. Non me la cavo. Ecco, non prendetela male, ma dalla vita “noi non ce la caviamo”. Magari, possiamo far fronte a questa o quella determinata situazione. È il caso appunto del “problem-solving” di cui dicevamo prima, quello relativo ai problemi standard, “tecnicamente” risolvibili. Ma la vita in sé, la vita vera, pone interrogativi che ci sovrastano. Nella vita ci stiamo senza posa. Per quanto ci si illuda, non possiamo “vederla da fuori”, né etichettarla, né, tanto meno, maneggiarla. La vita non si lascia codificare, intrappolare in concetti o formule. È aporetica per definizione.

I problemi filosofici, quelli veri, il mio mal di pancia, il mio mal di testa, dunque, non si risolvono con concetti o argomenti a tutto tondo. Sui concetti ci si può arrampicare per un po’, sono come i pioli di una scala che, però, alla fine, si perde tra le nuvole del non-dicibile, in quanto non-pensabile. Invero, fare filosofia significa imparare a “stare con i problemi”, familiarizzare con essi o, quanto meno, provare a conviverci. Della morte avremo sempre paura e sentiremo angoscia. Ma se impareremo ad accompagnare il sentire con il domandarci, guadagneremo un piccolo spazio, una piccola distanza, da cui guardare la nostra angoscia. Apprenderemo a conoscerla un po’ meglio. Lo stesso per tutte le altre questioni. L’amore ci sorprenderà sempre, di esperienza in esperienza, di viso in viso. Ma, alla fine, avremo imparato a molare delle lenti con le quali la nostra anima scruterà meglio le singole emozioni, le fluttuazioni degli umori, le speranze, le attese, le delusioni… e così via. Interroghiamoci su angoscia, interroghiamoci su noia, interroghiamoci su amicizia, ecc. Completate voi l’elenco con le parole-chiave che vi sembrano più significative in questo particolare momento della vostra vita.

Una cosa, però, dobbiamo evitare come la peste. Una scorciatoia pericolosa, che, purtroppo, siamo tentati tutti quanti di percorrere, anche perché essa rappresenta una delle colonne metafisiche portanti su cui si regge l’architrave della mentalità dominante oggi: ovvero pensare di poter affrontare e risolvere i problemi filosofici (ovvero i problemi della vita) con gli strumenti dei problemi standard. Le semplificazioni tecno-economicistiche ai problemi della vita appaiono, ad un primo sguardo, allettanti. Ma si rivelano quasi sempre smodate, eccessive. Non mantengono quello che promettono. Anzi, a volte, fanno levitare fuori misura le nostre illusioni di felicità – una tecno-felicità da comprare a colpi di credit card – per poi farci sperimentare delusioni ancor più brucianti. Non comprerò a rate l’amore di una persona. Non potrò scambiare la mia esistenza con quella del mio avatar. Né lenire l’angoscia del sentimi “gettato al mondo” con dosi massicce di shopping-terapia. Potrò farmi stirare le rughe del viso, ma non avrò fatto veramente i conti con il mio invecchiare. Anzi, peggio ancora, evitando di guardarlo negli occhi, l’invecchiamento, non ne potrò apprezzare le tinte autunnali, i tramonti struggenti, o, perché no, i dolori reumatici, che mi costringono a sedere in poltrona davanti al caminetto con un buon libro tra le mani. La vecchiaia, allora, mi piomberà addosso inaspettata, sgradita, squallida… Non mi fraintendete: pigiare dei bottoni per risolvere un problema contingente, accendere la luce elettrica o chiamare l’ascensore è cosa meravigliosa. Sia benedetto san Prometeo. Poter parlare con mia cugina in Australia via internet è bello e stimolante. Sapere di poter contare su qualche risparmio per qualsiasi evenienza è un pensiero confortante. Ma tutto questo non ha nulla a che vedere con la dimensione veritativa della mia esistenza. Non sarà facebook a salvarci quando verrà il giorno del giudizio: ad ognuno il suo di giorno e il suo di giudizio. C’è un proverbio che dice: «inutile preoccuparsi dei problemi della vita: quelli che si possono risolvere perché si possono risolvere. Gli altri, quelli che non si possono risolvere, perché non sono veri problemi.» Sulla prima parte concordo. Non fa una grinza. La seconda parte, invece, non mi convince. I “veri problemi” (veri nel senso che riguardano la dimensione della vita vera), in realtà, sono proprio quelli che non posso risolvere, ma con i quali posso e debbo imparare a convivere grazie alla pratica filosofica. Comunque sia, vale la pena provarci. La vita è un attimo. “Cose vere a tutti.”

«Il lavoro filosofico è propriamente – come spesso in architettura – piuttosto un lavoro su se stessi. Sul proprio modo di vedere. Su come si vedono le cose. (E su che cosa si pretende da esse).» (Ludwig Wittgenstein)

Autore:

Ho studiato filosofia presso l'Università degli Studi di Roma “La Sapienza” e mi sono laureato nel 1990, relatore il prof. Gabriele Giannantoni, con una tesi in storia della filosofia antica intitolata "Vivere significa morire: analisi di alcuni frammenti eraclitei". Sono socio della SFI - Società Filosofica Italiana di cui curo il sito web. Da alcuni anni mi interesso di Pratiche Filosofiche e Consulenza Filosofica, collaborando con riviste scientifiche del settore, sulle quali ho all'attivo decine di pubblicazioni. Dal 2004 svolgo la professione di Consulente Filosofico e ho promosso una serie di iniziative filosofiche (Caffè Philo, Dialogo Socratico, Seminari di gruppo) aperte al pubblico. Attualmente insegno filosofia e storia presso il Liceo "I. Vian" di Bracciano (Liceo Classico sezione X). Utilizzo la filosofia in pratica sia durante le lezioni ordinarie che in altre "straordinarie" occasioni (passeggiate filosofiche nel bosco, dialoghi socratici a tema, ecc.). A scuola provo a tener aperto uno "sportello" di consulenza filosofica rivolto ai grandi ed ai meno grandi.

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