Pubblicato in: storia

Storia della Grande Guerra. Parte prima: Lo scoppio del conflitto – I piani di guerra – L’opinione pubblica, la guerra e i governi.


Audio-lezione di storia per le classi quinte dei licei

Salve a tutti. Questa è la prima di un ciclo di tre lezioni dedicato alla Storia della Grande Guerra. Leggo e commento da Il Novecento di Paolo Viola pubblicato da Einaudi nel 2000, un testo storiografico che trovo particolarmente significativo e adatto alle orecchie di un liceale. È abbastanza semplice ma non “semplicistico” né banalizzante. Tenterò di attualizzare, per quanto possibile, il discorso storico. Ricordatevi che la storia, in un certo senso, è sempre “attuale”. Oggi ci occuperemo delle prime fasi del conflitto, dei piani di guerra delle diverse potenze coinvolte e, infine, del coinvolgimento delle masse, sia in trincea che sul cosiddetto fronte interno.

Dall’estate 1914 all’autunno 1918 i paesi europei con tutte le loro colonie, gli Stati Uniti e il Giappone furono, a vario titolo, coinvolti nella guerra più devastante che l’umanità avesse mai sperimentato fino a quel momento. Vi si lanciarono con scarsa consapevolezza del prezzo che avrebbero dovuto pagato in termini di vite umane, distruzioni, mancato sviluppo. Un perverso “effetto domino”, chiamiamolo così, che si stima abbia bruciato più di 37 milioni di vite, tra militari e civili, contando morti, feriti, mutilati e “scemi di guerra”, come si definiva allora chi era vittima di disturbi mentali causati dall’esperienza della guerra.

Ad accendere la miccia del conflitto fu una crisi fra l’Austria-Ungheria e la Serbia. Ma le polveri che causarono la deflagrazione si erano andate accumulando nei decenni precedenti tra la fine dell’Ottocento e il principio del Novecento, la cosiddetta, per alcuni versi suona paradossale, “Belle Époque”: ovvero, le tensioni nazionali irrisolte, i conflitti fra i diversi imperialismi europei che avevano finito con il “divorare” l’intero globo terracqueo e che, non avendo altro spazio in cui espandersi, entravano in collisione fra di loro, ed infine l’incapacità dei sistemi politici, sia liberali che monarchici autoritari, di comporre i conflitti sociali interni, lasciando, per così dire, che esplodessero verso l’esterno.

Il risultato più significativo cui diede luogo la Prima Guerra Mondiale fu l’inizio della fine del ruolo dirigente dell’Europa nel mondo, a vantaggio degli Stati Uniti, del Giappone e di una Russia proiettata verso l’Asia. Insomma, l’inizio della fine del cosiddetto “eurocentrismo”, il cui tragico “canto del cigno” si sarebbe definitivamente spento tra le rovine di Berlino nell’aprile del 1945, alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Il secondo risultato fu la fine del modello politico delle monarchie per diritto divino, autoritarie e sovranazionali: un capitolo di storia, vecchio di secoli, giungeva definitivamente al capolinea. L’Impero austro-ungarico, erede del Sacro Romano Impero, l’Impero ottomano, la Russia degli zar, nonché il Secondo Reich germanico, con la fine della guerra cesseranno di esistere. Il terzo risultato fu il prodursi di due nuovi modelli politici, entrambi nati dal fallimento del liberalismo: il comunismo e il fascismo, entrambi frutto di un’esasperazione dei conflitti sociali. Con la rivoluzione bolscevica dell’ottobre 1917, in particolare, prenderà forma l’Unione Sovietica, la cui esistenza, conclusasi nel dicembre del 1991 con la fine della Guerra Fredda, segnerà i termini temporali del cosiddetto “Secolo Breve”, secondo la cronologia dello storico britannico Eric Hobsbawm.

La Grande Guerra può dunque essere interpretata come un suicidio dell’Europa, delle sue classi dirigenti e dei suoi modelli politici. E anche come l’ingresso nella fase più drammatica di tutta la storia umana: una fase che avrebbe visto la creazione di regimi dittatoriali violenti e disumani, i totalitarismi novecenteschi, il successivo scoppio di un secondo conflitto mondiale molto più tragico del primo, uno sviluppo inaudito dei sistemi di distruzione di massa. In questo si può intravedere, a posteriori, una specie di filo rosso che parte dalle pistolettate di Sarajevo e si dipana fino alle bomba atomica su Hiroshima.

In una catena di conseguenze messe in moto dalla guerra, per decenni l’umanità sarebbe stata condotta sull’orlo del baratro, fino alla minaccia della distruzione totale. E sarebbe anche stata spinta verso una mondializzazione dei problemi e uno sviluppo tecnologico senza pari nella storia. La Prima Guerra mondiale rappresenta dunque un grande spartiacque della storia mondiale. Nulla sarebbe stato più come prima. Parliamo di un secolo fa, di tre generazioni di persone. Dei miei nonni, dei vostri bisnonni.

1. Lo scoppio del conflitto.

Il 28 giugno 1914 a Sarajevo, capoluogo della Bosnia-Erzegovina da poco annessa all’Impero austroungarico, lo studente serbo-bosniaco Gavrilo Princip riuscì ad avvicinarsi alla carrozza imperiale sulla quale si trovava l’arciduca Francesco Ferdinando, nipote dell’imperatore e principe ereditario in visita ufficiale. Il giovane terrorista gli sparò e lo uccise insieme alla moglie.

Le circostanze dell’assassinio di Francesco Ferdinando dimostrano quanto, a volte, l’alea, il caso, influiscano nelle vicende umane e storiche. Il progettato attentato all’arciduca che vedeva coinvolti diversi “patrioti” o, se preferite, “terroristi” serbi, dipende dal punto di vista, schierati lungo il percorso che le automobili che componevano il corteo dovevano seguire, era inizialmente fallito. Una bomba lanciata contro l’auto della coppia reale era esplosa fuori bersaglio ferendo alcuni ufficiali del seguito. Dopo le vibrate proteste dell’arciduca alle autorità locali che non erano state in grado di assicurare la sicurezza ed un cambio di percorso per andare a visitare in ospedale i feriti, per un errore del conducente l’auto si trovò a pochi passi da Gavrilo Princip il quale, nel frattempo, convinto che l’attentato fosse oramai fallito, si stava allontanando dalla scena del crimine. Così il caso si trasforma in destino…

L’arciduca assassinato era la massima personalità politica e militare dell’Impero. Aveva delle idee particolarmente progressiste e coraggiose, poiché intendeva trasformare la “duplice monarchia” asburgica in uno Stato compiutamente federale. In questo quadro agli slavi sarebbe stato riconosciuto un ruolo di comprimari, e il dominio della nobiltà magiara sarebbe stato spezzato coll’introduzione in Ungheria del suffragio universale maschile. Con simili importanti riforme la natura multinazionale dell’Impero asburgico sarebbe stata forse salvata. Di conseguenza sarebbe andato in fumo il sogno serbo di staccare tutti i territori balcanici dalla monarchia asburgica e dare vita alla Iugoslavia: uno stato indipendente di tutti gli slavi del Sud.

Francesco Ferdinando non aveva solo nemici in Serbia, dunque. Le sue idee progressiste lo rendevo inviso ai settori più conservatori dell’impero austro-ungarico, compreso il kaiser Francesco Giuseppe che non ebbe mai grande stima del nipote. Nessuno, quindi, pianse la sua morte con particolare trasporto. Tanto meno quella della moglie, la contessa Sofia, che non essendo di sangue reale, era tenuta in dispregio dalla stessa famiglia imperiale.

Gavrilo Princip non aveva fatto nulla di diverso dai vari rivoluzionari anarchici, o da tanti altri patrioti nazionalisti, o anche “irredentisti” della sua epoca. Nel 1882 ad esempio il giovane italiano Guglielmo Oberdan, membro della massoneria, disertore dall’esercito asburgico, era scappato dall’Impero a Roma, e lì aveva progettato un attentato a Francesco Giuseppe, e solo per un caso la polizia austriaca era riuscita ad arrestarlo prima del fatto. La giustizia imperiale lo aveva condannato a morte: e così a Trieste c’è un monumento a Oberdan. Anche a Belgrado c’è il monumento a Gavrilo Princip.

Il cosiddetto “terrorismo”, dunque, non è un’invenzione recente. Né, tanto meno, la sua lontana paternità è storicamente associabile al mondo islamico, come qualcuno potrebbe pensare. Tra la seconda metà dell’Ottocento e gli inizi del Novecento molti statisti, nonché teste coronate caddero sotti i colpi di pistola di patrioti o anarchici. Si pensi allo zar Alessandro II di Russia, ammazzato da un complotto nel 1881, ad Umberto I caduto il 29 luglio del 1900 a Monza sotto i colpi di pistola dell’anarchico Gaetano Bresci o al presidente USA William McKinley, assassinato nel 1901.

La differenza era nella situazione internazionale. Allora non si poteva, o non conveniva, accusare l’Italia di aver armato la mano di Oberdan. Tant’è che l’anno stesso dell’esecuzione del giovane irredentista l’Italia firmava la Triplice Alleanza e diventava ufficialmente alleata dell’Austria. Invece il terrorista serbo apparteneva ad una società segreta, la “Mano nera”, collegata ad un partito politico nazionalista serbo, la “Difesa nazionale”, dietro al quale c’erano le gerarchie militari serbe, certamente i servizi segreti di quel paese, e forse quelli russi. Il governo serbo non era direttamente responsabile dell’attentato, ma si poteva non senza ragione sostenere che un suo coinvolgimento c’era.

Ad essere coinvolti erano, sicuramente, i servizi segreti serbi. Che il governo serbo fosse del tutto all’oscuro del complotto appare abbastanza inverosimile… Ad ogni modo, come sappiamo, lo storico deve attenersi alle fonti e, fondamentalmente, ai documenti scritti.

Soprattutto, a differenza di trent’anni prima, quando si era appena svolto il Congresso di Berlino del 1878, e si credeva nel “concerto europeo”, le grandi potenze si stavano ormai preparando alla guerra; e non solo gli stati, ma anche la gente comune, gli intellettuali, i popoli. Il Kaiser tedesco, ad esempio, rispecchiava il pensiero di molti, forse dei più, quando disprezzava “la tendenza da eunuco a sopravvalutare l’importanza della pace mondiale”! All’inverso, nella giustizia i tempi erano cambiati in senso più mite dall’epoca di Oberdan: le sentenze erano state raddolcite, e il terrorista serbo fu condannato solo a vent’anni di reclusione (di carcere duro per la verità, tant’è che mori in prigione). Il suo gesto comunque scatenò la Prima Guerra mondiale, ossia l’avvenimento più luttuoso che la storia avesse mai conosciuto fino ad allora.

La battuta del Kaiser Guglielmo II, col senno del poi, suona particolarmente atroce. La politica è fatta anche di parole. Il linguaggio della politica, ieri come oggi, andrebbe studiato e “purgato” da espressioni troppo colorite, diciamo così. Che la pace mondiale, poi, a quel tempo fosse e continua ad essere ancora oggi una utopia è sotto gli occhi di tutti. Se dalla fine del secondo conflitto mondiale l’Europa occidentale ha beneficiato di un lungo periodo di pace, è vero che il resto del mondo, anche e soprattutto a causa dell’esportazione della guerra da parte del cosiddetto Occidente, tra XX e XXI secolo, non ha conosciuto un solo giorno di pace.

L’Austria avviò un’inchiesta che aveva come oggetto i rapporti internazionali che avevano reso possibile l’assassinio di Sarajevo. In poche settimane arrivò a porre un ultimatum alla Serbia, a cui quel paese rispose positivamente su tutto, salvo che nel permettere la partecipazione della polizia austriaca all’inchiesta sul proprio territorio nazionale. La Serbia era un piccolo paese, ma poteva contare sulla protezione russa. La Russia per parte sua era legata da un’alleanza militare con la Francia, che a sua volta era alleata dell’Inghilterra. La “Triplice Intesa” fra questi tre paesi non era stata ancora formalizzata (lo sarebbe stata solo a guerra già scoppiata) ma esisteva di fatto fin dal 1907, per fronteggiare gli Imperi centrali. Uno scontro fra due grandi potenze dei campi avversi avrebbe dunque coinvolto le altre, e questo era ben chiaro alle diplomazie di tutti i paesi.

Il 21 luglio, due giorni prima dell’ultimatum, il governo francese ricordava all’imperatore austriaco che “la Serbia aveva degli amici e perciò si poteva arrivare ad uno stato di tensione pericoloso per la pace”. Dal canto suo la Russia diede all’ambasciatore tedesco un avvertimento che non poteva essere più chiaro: “se l’Austria occuperà la Serbia, noi le muoveremo guerra”.

La risposta serba alla nota di Vienna era conciliante, ma contemporaneamente l’esercito serbo era stato mobilitato. Nessuno, infatti, credeva che la pace potesse essere salvata, almeno non su scala locale. Come minimo sarebbe scoppiata una terza guerra balcanica. Anche l’Austria mobilitò il suo esercito, e così fecero Germania e Russia. Vienna considerò insufficiente la risposta all’ultimatum e il 28 luglio dichiarò guerra alla Serbia, iniziando il bombardamento di Belgrado. Il 1° agosto la Germania dichiarò guerra alla Russia e il 3 alla Francia: lo stesso giorno in cui l’Italia rese nota invece la propria neutralità. Il 4 agosto le truppe tedesche entravano in Belgio per aggirare le difese francesi e provocavano così l’intervento inglese. In pochissimi giorni la crisi balcanica aveva coinvolto tutte e cinque le grandi potenze europee. Nei mesi seguenti sarebbero entrati in guerra anche il Giappone contro la Germania, che aveva colonie nel Pacifico, e la Turchia a fianco degli imperi centrali contro l’antico nemico russo. Nella primavera del 1915 sarebbe stata la volta dell’Italia, e due anni dopo quella degli Stati Uniti a fianco dell’Inghilterra e della Francia, e per la prima volta il mondo intero sarebbe stato coinvolto da una guerra generale.

Dunque, come potete constatare dalla narrazione incalzante degli eventi, un vero e proprio “effetto domino”, di cui nessuno in particolare e tutti allo stesso tempo furono responsabili. La responsabilità politica del clima esplosivo, che si era venuto a determinare, è ben distribuita nel tempo storico e nello spazio geopolitico. Indubbiamente, tale responsabilità è da rintracciarsi nelle cancellerie politiche dei principali stati europei, quando le sorti del mondo ancora si decidevano tra Parigi, Londra e San Pietroburgo, Berlino e Vienna. Le masse furono trascinate in guerra dalla propaganda, dal clima patriottico del tempo, o, semplicemente, obtorto collo dalle cartoline precetto che iniziarono a piovere nelle case della povera gente, chiamando gli uomini abili alle armi. Il resto del mondo subì la guerra in quanto appendice delle potenze europee, si pensi ai diversi fronti africani o a quello mediorientale o alle tante truppe coloniali mandate a marcire da francesi e britannici nelle trincee del fronte occidentale, vera e propria carne da cannone, o alle decine di migliaia di lavoratori cinesi rocambolescamente trasferiti via naviglio in Europa a scavare trincee e a realizzare opere di fortificazione. Vorrei sottolineare con forza questo punto: le origini della successiva questione terzomondista, nonché, come vedremo, della questione mediorientale ancora oggi irrisolta, traggono origine proprio dalla Grande Guerra.

2. I piani di guerra.

Gli stati maggiori di tutti i paesi avevano previsto una guerra breve. “A Natale a casa”, pensava il Kaiser. Avevano fatto tutti lo stesso errore: di sopravvalutare il ruolo dell’attacco e sottovalutare quello della difesa. La novità, rispetto alle guerre del passato, era l’enorme aumento della potenza di fuoco. Il problema era come portare questa potenza di fuoco vicino alle linee nemiche senza farsela distruggere dalle difese avversarie. Per questo si contava sull’organizzazione, sulla rapidità della mobilitazione e sull’efficienza dei mezzi di trasporto. In questo i tedeschi erano imbattibili. Avevano la rete ferroviaria più fitta, i depositi meglio dislocati, e sapevano come spostare più rapidamente degli altri la loro macchina da guerra. Arrivare a rovesciare contro il nemico la propria potenza di fuoco un giorno prima di lui significava sfondare le sue difese e praticamente avere già vinto la guerra, come aveva dimostrato il conflitto franco-prussiano del 1870, o anche in parte quello russo-giapponese del 1904-905. Se invece i fronti si fossero stabilizzati, la difesa avrebbe preso il sopravvento, cosa che puntualmente avvenne. L’artiglieria pesante di ciascuno dei due avversari avrebbe infatti impedito all’altro di avvicinarsi abbastanza da sferrare un attacco decisivo. Tutto questo era stato anche previsto da alcuni teorici militari che ne avevano affrettatamente tratto la conclusione che la guerra fosse diventata impossibile, proprio perché, data la potenza delle rispettive difese, i contendenti non avrebbero neanche potuto entrare in contatto. Queste previsioni non facevano i conti con la disponibilità a sacrificare vite umane praticamente senza limite da parte di tutti i paesi. Gli attacchi sarebbero partiti a qualunque costo e sotto qualunque pioggia di fuoco. Il problema storico principale della Grande Guerra è dunque come abbia potuto l’Europa sacrificare dieci milioni di morti e oltre venti milioni di feriti in quattro anni di carneficina per il progetto – dopo tutto limitato – di risolvere con la forza i conflitti nazionali e le proprie tensioni interimperialiste. Il risultato di lungo periodo di questa immensa distruzione di uomini e di risorse fu la diminuzione complessiva del ruolo dell’Europa nel mondo. La Germania pensò di aggirare le difese francesi invadendo il Belgio per puntare direttamente su Parigi. Sapeva che violando la neutralità belga avrebbe provocato l’intervento inglese, ma pensava di piegare la Francia prima che le truppe britanniche potessero passare la Manica. D’altro canto, l’Intesa dava per scontato qualche successo iniziale tedesco sul fronte orientale, ma contava sul “rullo compressore” russo, lento a mobilitarsi, ma inesauribile in risorse umane. I russi sarebbero andati avanti impedendo ai tedeschi di organizzare la difesa, e tenendo gran parte delle loro forze impegnate sul fronte orientale.

Una delle principali novità della Grande Guerra è proprio la stesura di accurati piani strategici da parte degli stati maggiori dei diversi eserciti. Per inciso: lo “stato maggiore” è l’organismo deputato, ieri come oggi, allo studio dei possibili scenari bellici e alla preparazione delle guerre di domani. Guerre, come si sa, sempre più tecnologiche e in cui la logistica, cioè la scienza dell’organizzazione, della progettazione e delle attività tecniche per l’esecuzione di un piano o a supporto di un obiettivo, ha un ruolo determinante. Gli stati maggiori erano stati creati alla fine dell’Ottocento e da quel momento avevano lavorato alacremente per preparare la guerra, sentita come inevitabile o addirittura auspicata come “sola igiene del mondo”, secondo la nota formula poetica del futurista Filippo Tommaso Marinetti. Ad auspicarla in maniera affatto disinteressata, naturalmente, oltre agli alti gradi dell’esercito, erano industriali e padroni delle ferriere, dai Krupp agli Agnelli. Il meccanismo delle mobilitazioni, con le loro tempistiche scandite da burocrazie più o meno kafkiane ed orari ferroviari da rispettare al minuto, fecero il resto. Una volta messa in moto la macchina della guerra non la si poteva più arrestare. Un esempio abbastanza evocativo ed agghiacciante di come la tecnica, nel XX secolo, abbia progressivamente sopravanzato l’umano (oltre che il naturale) dettando tempistiche, ritmi di produzione e, soprattutto, obiettivi. Mezzi che si fanno fini… A proposito di piani di guerra: pensate che il cosiddetto piano “Schlieffen” derivava il suo nome dal generale tedesco che lo aveva ideato anni prima e che era scomparso nel 1913. Tutto era stato pensato nel dettaglio, orari dei treni compresi.

Entrambi questi piani fallirono perché in tutti e due i casi le difese si rivelarono più potenti del previsto. I francesi fermarono i tedeschi nella battaglia della Marna, nel settembre 1914, salvando Parigi e permettendo agli inglesi di schierarsi. E i tedeschi fermarono i russi nelle battaglie di Tannenberg dell’agosto e dei Laghi Masuri del settembre. Da allora il fronte occidentale si consolidò non molto lontano dalle frontiere politiche. La Germania aveva occupato il Belgio e una parte della Francia settentrionale, importante perché ricca di miniere e di acciaierie; ma restava inchiodata a cento chilometri da Parigi. Il fronte orientale fu più mobile, ma anche lì vigeva un sostanziale equilibrio: la Russia aveva perso una parte della Polonia, ma era riuscita a penetrare nella Galizia austroungarica. La guerra divenne senza sbocco: solo un lento dissanguamento dell’avversario avrebbe portato alla vittoria di uno dei due schieramenti. Diventava quindi obbligatorio accaparrare tutte le risorse del pianeta e sottrarle all’avversario; ecco perché la guerra divenne “mondiale”: perché le difese erano più potenti degli attacchi e ognuno dei due contendenti doveva cercare altri alleati o altri luoghi in cui schiacciare il nemico. Da questo punto di vista, per quanto forte e organizzata fosse la Germania, il campo avverso contava su riserve potenzialmente maggiori: aveva i grandi imperi coloniali, con tutte le loro risorse, e disponeva della supremazia britannica sui mari. Data l’imprevista stabilizzazione dei fronti, si doveva dunque cercare di aprirne altri, nel tentativo di trovare finalmente il punto in cui sferrare l’attacco decisivo, senza che il nemico avesse il tempo di fortificare le proprie difese. Gli Imperi centrali non riuscirono a far entrare in guerra l’Italia, benché questa fosse legata a loro dalla Triplice Alleanza. Ma si trattava di un’alleanza difensiva, che impegnava i tre paesi a soccorrersi solo in caso di aggressione; ed era stata senza alcun dubbio l’Austria a dichiarare la guerra. Così l’Italia restava per il momento neutrale; e d’altra parte sia l’opinione pubblica che la classe politica italiane parteggiavano in grande maggioranza per l’Intesa. In realtà l’Italia sondava entrambi i campi belligeranti, per capire quale dei due le avrebbe promesso di più in caso di vittoria. Alla fine, scelse l’Intesa, e la guerra scoppiò nel maggio 1915 contro l’Impero asburgico. Anche fra l’Italia e l’Austria, come in Francia, il fronte si stabilizzò per un paio d’anni.

La guerra, dunque, sin dalle sue prime battute si configura come “strategia di logoramento” dell’avversario, Materialschlacht, “battaglia di materiale”, per usare il termine tedesco. Una volta sfumata l’illusione iniziale di una rapida avanzata che avrebbe messo alle corde il nemico – ricordiamo che i tedeschi riuscirono ad arrivare a poche decine di chilometri da Parigi, al punto che le truppe francesi venivano trasportate in prima linea dai solerti tassisti parigini – la guerra si trasformò in quel massacro tecnologico ed immobilizzante della trincea in cui “l’avrebbe vinta chi la durava”. E con durare qui si intende disporre di mezzi bellici e di carne da cannone in quantità superiore a quella del nemico. Da qui la progressiva “mondializzazione” della guerra, una specie di fornace che inghiottiva sempre più materiali, sempre più vite umane. Le materie prime provengono dalle colonie extraeuropee e dagli Stati Uniti, per ora non ancora direttamente coinvolti nel conflitto. Ecco perché, alla lunga, si dimostrò decisivo il controllo dei mari da parte della flotta britannica, che, impedendo l’affluire di merci agli imperi centrali, di fatto, strangolò l’economia di Germania ed Austria-Ungheria, affamando la popolazione civile e provocando nel 1918 il crollo del cosiddetto “fronte interno”. Alla fine, a risultare determinante sarà la dimensione economica. Per quanto riguarda il coinvolgimento dell’Italia nella guerra, tra l’autunno e l’inverno 1914-15 esso apparirà sempre più probabile, in ossequio alla suddetta logica “della fornace” da alimentare con cannoni e cadaveri di soldati. Resta, in ultima istanza, come vedremo, la gravissima responsabilità politica del governo e del re che trascinarono il nostro paese in guerra per mezzo di un vero e proprio colpo di stato, plaudenti le piccole folle interventiste aizzate dai Mussolini o dai D’Annunzio prima e durante le “radiose giornate di Maggio”, non così cospicue come le masse di nostri compatrioti che andarono in guerra solo per necessità o per senso del dovere. Resta il fatto che, forse, con la diplomazia il nostro governo di allora avrebbe potuto ottenere, più o meno, gli stessi risultati che alla fine si ottennero dopo tre anni e mezzo di guerra. Gli Austriaci, dietro richiesta del Reich germanico, erano disposti a trattare con l’Italia la cessione di parte delle cosiddette terre irredente. L’offerta anglo-francese suonò, però, decisamente più cospicua… certo, si trattava di mercanteggiare province e territori che non erano di loro pertinenza.

Nell’autunno del 1914 Germania e Austria riuscirono a coinvolgere la Turchia e un anno più tardi la Bulgaria. Circondata da ogni parte, la Serbia dovette arrendersi nell’autunno del 1915 e fu interamente occupata. Invece l’Intesa riuscì a trascinare dalla sua parte, oltre all’Italia, anche la Romania e più tardi la Grecia. La Romania fu però subito sconfitta, mentre gli inglesi e i francesi, sbarcati a Salonicco, aprirono un fronte balcanico in direzione della Serbia occupata. Inoltre, la Gran Bretagna nel 1916 attaccò l’Impero ottomano dal Golfo Persico con truppe coloniali indiane, puntando verso Baghdad; mentre formazioni irregolari arabe comandate dall’inglese Lawrence impegnavano i turchi in Palestina. Nessuno di questi fronti di guerra si stabilizzò mai del tutto, ma rimasero tutti di importanza secondaria in confronto al terribile e immobile “fronte occidentale”: quello francese. Milioni di uomini fermi nel fango delle trincee si sterminarono a vicenda per anni, su ottocento chilometri di fronte, dalle Fiandre alla Svizzera, senza riuscire a modificare la situazione.

Con il coinvolgimento dell’impero ottomano la guerra si allarga al Medioriente. Come vedremo, la manipolazione delle popolazioni arabe in funzione antiturca, grazie all’iniezione del siero nazionalista di invenzione europea – la visione del mondo degli arabi non andava, generalmente, al di là del clan o della sunna, la comunità musulmana – è, in parte, alla base della questione mediorientale.

Nel tentativo di spezzare l’accerchiamento di cui gli imperi centrali soffrivano, i tedeschi investirono molte energie nella guerra sottomarina. Dovevano infatti cercare di bloccare i movimenti della flotta inglese verso i vari fronti di guerra e anche il commercio mondiale di cui la Gran Bretagna era il massimo protagonista e beneficiario. I sommergibili erano un’arma piuttosto nuova. Erano stati sperimentati per la prima volta nella guerra di secessione americana, ma erano rimasti praticamente inutilizzati fino a quando non si era risolto il problema della propulsione, che non poteva essere a vapore. Nel 1914 la Germania aveva solo una trentina di sottomarini, cinque o sei volte meno degli avversari. Ma nel corso della guerra ne costruì più di trecento, con i quali riuscì ad affondare decine di navi da guerra nemiche, e soprattutto centinaia di migliaia di tonnellate di naviglio mercantile di tutti i paesi, anche neutrali. Il commercio mondiale fu gravemente danneggiato ma non in maniera decisiva, poiché la flotta britannica riuscì nella maggior parte dei casi a proteggerlo. Inoltre, la Germania si inimicò il mondo intero con la guerra sottomarina condotta contro navi mercantili indifese, e alla fine provocò l’entrata in guerra degli Stati Uniti. L’apporto diretto del potenziale industriale e bellico degli USA avrebbe costituito uno dei fattori decisivi del tracollo degli Imperi centrali.

Alla Germania, soffocata dal blocco navale britannico, non rimane, obtorto collo, che giocare la carta della guerra sottomarina, attraverso i cosiddetti U-boot. Lo stesso copione che si produrrà nel secondo conflitto mondiale e che, in ambedue i casi, spostando la guerra dall’Europa allo scacchiere dell’Atlantico, provocherà, direttamente o indirettamente, l’entrata in guerra degli Stati Uniti.

3. L’opinione pubblica, la guerra e i governi.

Nessuna guerra può essere combattuta a lungo con prospettive di vittoria, senza un ampio sostegno popolare. Soprattutto la guerra moderna che richiede uno spiegamento immenso di risorse produttive. Con la costrizione si può ottenere molto, ma non tutto. Si ripete quotidianamente il momento in cui il soldato esce dalla trincea per andare all’attacco delle postazioni nemiche, e probabilmente alla morte. Si dà per scontata la tenacia con cui l’operaio o l’operaia accumula ore di lavoro straordinario in condizioni di denutrizione, col peso del lutto che ha devastato la propria famiglia. Queste situazioni così estreme, così diverse dal relativo benessere e dalle garanzie ormai raggiunte nell’Europa del Novecento, richiedevano un’adesione ampia e profonda da parte della pubblica opinione.

La propaganda, come sappiamo, vedi Le Bon, è uno strumento psicologico-politico fondamentale per la mobilitazione delle masse. A proposito della religione Marx aveva parlato di “oppio dei popoli”. L’oppio stordisce, attenua il dolore, rende sopportabili situazioni oggettivamente insostenibili. Ebbene, in un certo senso, i nazionalismi e le ideologie totalitarie del Novecento, di fatto, sostituiranno od affiancheranno la religione nel mobilitare le masse. Si pensi al faccione dello Zio Sam che puntandoti il dito contro ti intima il suo “I want you”, voglio te, per la gloria e la difesa della patria, potrebbe pensare qualcuno, per il carnaio, più realisticamente qualcun altro. Fermo restando che all’assalto delle trincee nemiche i nostri fanti, e non solo loro, ci andavano imbottiti di grappa e con le mitragliatrici dei carabinieri puntate alla schiena e pronte ad aprire il fuoco al minimo segno di “scoraggiamento” delle truppe, chiamiamolo così. In casi estremi, sempre più diffusi man mano che la guerra languiva e le energie psico-fisiche dei soldati si andavano esaurendo, gli alti comandi ricorsero alla decimazione di interi reparti.

Questa adesione, questo sostegno ci fu e fu massiccio, almeno nella prima fase della guerra. Perfino i socialisti, internazionalisti per vocazione e antimperialisti per scelta di milizia politica, finirono con lo schierarsi in grande maggioranza con i rispettivi governi. La II Internazionale, che aveva tanto riflettuto sull’imperialismo, sullo sfruttamento e la lotta di classe, non seppe dare alcuna risposta teorica e politica alla guerra e si dimostrò completamente incapace di difendere quella costruzione del socialismo nella democrazia e nella pace per la quale si era a fondo impegnata.

La socialdemocrazia tedesca, che con più di cento deputati era il primo partito del Reichstag, votò compatta per la concessione al governo dei crediti speciali per lo sforzo bellico. Abilmente il governo tedesco presentava la guerra come rivolta contro il regime dispotico zarista e per questo chiedeva e ottenne lo sforzo comune, la “pace civile” (Burgfriede). Invano a fine luglio il gruppo dirigente dell’Internazionale aveva tentato di suscitare uno sciopero generale in tutti i paesi contro la guerra. In pochi giorni tutto fu dimenticato. Come in Germania, così in Russia, dove fu proclamata quasi una guerra santa in difesa delle radici slave e ortodosse, che accomunavano russi e serbi. La mobilitazione della sinistra per la guerra in Francia fu ancora più forte, perché immediatamente ci si ricordò delle guerre rivoluzionarie, della libertà, uguaglianza e fraternità minacciate dai tedeschi, di Valmy e delle altre vittorie della Rivoluzione francese. In Francia si chiamò “unione sacra” la politica che domandava a tutta la nazione uno sforzo comune per liberare il territorio nazionale (l’Alsazia-Lorena) e ricacciare il dispotismo tedesco, il quale a sua volta diceva di combattere contro il dispotismo russo, paradossalmente alleato, invece, delle democrazie occidentali. L’anziano Jules Guesde (1845-1922), massimo leader socialista e capo della corrente marxista rivoluzionaria ortodossa, che sempre si era battuto contro l’appoggio ai governi borghesi, entrò nel governo di unità nazionale che doveva dirigere lo sforzo bellico. Pochissime voci erano pronte a levarsi contro la guerra, ed erano accusate di “disfattismo”. Fra queste c’era Jean Jaurès (1859-1914), l’antagonista di Guesde alla direzione della SFio (Sezione Francese dell’Internazionale Operaia), alfiere di un socialismo umanitario, che a suo tempo si era pronunciato per la partecipazione socialista ad un governo riformatore, ma ora era contrario alla carneficina che si annunciava. Il 31 luglio Jaurès fu ucciso, e il suo assassino, processato anni dopo, a guerra conclusa, fu assolto.

Clamoroso fu il fallimento dell’Internazionale socialista dinanzi alla prospettiva della guerra. Quasi dappertutto in Europa i partiti socialisti finirono per appoggiare la guerra, sposando un più o meno caldo o generico nazionalismo o mantenendo una forma di “neutralità” politicamente ignava. Alcune frange estremiste dei partiti socialisti, vedi il caso del socialista massimalista Benito Mussolini in Italia, plaudirono alla guerra come “anticamera della rivoluzione”, “occasione da sfruttare per mobilitare le masse in funzione della rivoluzione proletaria”.

La guerra pose in tutti i paesi enormi problemi di gestione. La domanda di forniture militari divenne altissima e vuotò rapidamente i depositi, al di là di ogni previsione; mentre milioni di uomini di tutte le classi sociali dovevano partire per i fronti e quindi sguarnire l’apparato produttivo. Il delicato e complesso meccanismo della produzione e degli scambi si trovò sconvolto e, data la forte limitazione del commercio internazionale, ogni paese dovette diventare autosufficiente, regredendo dalla divisione internazionale del lavoro che l’economia mondiale aveva ormai largamente raggiunto. I governi dovettero allestire improvvisamente misure rivoluzionarie: richiamare alle armi le classi di soldati già congedati, armare e rifornire eserciti immensi, che non erano stati predisposti per una guerra lunga. In particolare, la Francia che aveva perso nei territori occupati il 40 per cento del suo carbone, il 90 per cento del suo minerale di ferro e il 95 per cento dei suoi altiforni si trovò in grandi difficoltà e ci mise due anni per riuscire a produrre le munizioni di cui aveva quotidianamente bisogno. La Germania era più avanti dei suoi avversari nel campo dell’organizzazione industriale, e rapidamente fu in grado di produrre ogni mese 2000 cannoni e 9000 mitragliatrici contro le 200 del 1913. Questi enormi sforzi produttivi non potevano essere affrontati dalla sola iniziativa privata. Bisognava pianificare le forniture, i trasporti, i prezzi, i salari, la divisione delle mansioni; trovare i lavoratori in grado di sostituire i milioni di uomini partiti per i fronti. La Germania fece ricorso al lavoro obbligatorio per i propri cittadini, oltre che naturalmente per i belgi, i polacchi e i francesi deportati. Dovunque si fece ampio ricorso alla manodopera femminile. Dovunque si dovevano combattere gli sprechi e istituire una pianificazione rigorosa delle risorse. La macchina bellica si rivelava estremamente complessa: occorreva che gli eserciti non mancassero né di forniture né di uomini per sfruttarle appieno. In tutti i paesi lo Stato fini per dirigere l’intera economia, accentuando enormemente le tendenze già emerse col protezionismo e l’intervento pubblico nella produzione, introdotto dalla seconda rivoluzione industriale. Anche in questo la Germania si rivelò più avanti degli altri: istituì per prima un “Ufficio di guerra” dotato di poteri dittatoriali, competente per tutto quanto riguardava la fabbricazione di armi e munizioni, l’intero commercio estero, il controllo di tutti i prezzi. E l’esempio tedesco fu seguito in maggiore o minore misura da tutti i belligeranti: ovunque il mercato fu rigidamente controllato.

Le esigenze della guerra prepararono, dunque, alcune misure legislative “eccezionali” e strumenti di controllo coercitivo delle masse che furono successivamente utilizzati su ampia scala dai regimi totalitari tra le due guerre mondiali. L’economia pianificata, cui dovettero ricorrere anche le più avanzate liberal-democrazie occidentali, giustificata con lo stato d’eccezione e con il ricorso alla mobilitazione patriottica, divenne una costante anche in tempo di pace (o di guerra “non belligerata”) a partire dagli anni Trenta, dopo la crisi mondiale innescata dalla caduta della Borsa di Wall Street nell’ottobre del 1929. Si venne a determinare, o meglio vieppiù a consolidare, quell’alleanza “fatale” tra Stato e grande capitale privato, che caratterizzerà i decenni successivi, almeno fino alla svolta neo-liberista degli anni Settanta e alla successiva fine della Guerra Fredda. Il che comportò un controllo ancora più rigido dei lavoratori, che furono di fatto militarizzati, divieto di sciopero, la compressione dei salari e l’aumento del costo della vita. Oggi, come ben sappiamo, chi controlla l’economia, a livello oramai globalizzato e sovranazionale (le cosiddette “multinazionali”) controlla anche la politica, relegando spesso i governi nazionali al ruolo di funzionari subordinati e i Parlamenti a quello di meri figuranti, quanto meno in Occidente. Si pensi, per converso, al Capitalismo di Stato di stampo confuciano applicato in Cina. Un altro aspetto interessante da sottolineare riguarda le vicende delle lavoratrici europee e statunitensi, che, impiegate coattamente in sostituzione dei loro mariti, fratelli o padri, mandati in trincea, combatterono sul cosiddetto fronte interno, in fabbrica, nei campi e in famiglia, patendo condizioni di vita estreme. A testimoniare la fatica del vivere quotidiano, ma anche il grande coraggio, la forza d’animo e la speranza che animarono le nostre nonne e nonni ci rimangono sterminate collezioni di epistolari tra mogli e mariti, fratelli e sorelle, madri e figli, nonché diari di guerra, spesso scritti in un italiano approssimativo, ma estremamente interessanti e ricchi di umanità. Va altresì rilevato che grazie alla tragedia della Grande Guerra un certo numero di donne ebbe modo di sperimentare per la prima volta nella storia una certa indipendenza economica e nuovi ruoli sociali, prodromo delle successive conquiste in termini di diritti politici. In Gran Bretagna il suffragio femminile, sopra i 30 anni, fu introdotto alla fine della guerra. Ma non dimentichiamoci che lì era già attivo da inizio secolo il movimento delle “suffragette”. Nel nostro paese per il voto alle donne dovremo aspettare il referendum del 2 giugno 1946.

La direzione dell’economia richiese un notevole aumento dell’apparato burocratico dello Stato e un enorme incremento del debito pubblico. In Francia si passò nel corso della guerra da 32 miliardi di franchi a 173. In Germania addirittura da 5 milioni a 60 miliardi di marchi. Questo enorme debito pubblico dovette necessariamente essere piazzato anche all’estero. In questo il vantaggio dell’Intesa era enorme, perché disponeva dei crediti degli Stati Uniti a cui gli Imperi centrali invece non riuscivano ad accedere, se non in maniera trascurabile. Gli USA rimasero neutrali per la maggior parte della guerra, e nulla avrebbe impedito loro di finanziare entrambi i campi. Ma ogni prestito implica una scommessa, perché per concederlo bisogna fidarsi della solvibilità del proprio debitore. E il capitale americano scommettendo sulla vittoria dell’Intesa, con i propri finanziamenti contribuiva a quel successo militare sul quale puntava. L’ingresso in guerra nel 1917 venne dunque a coronare un impegno americano che già si delineava nello sforzo finanziario.

I governi dovevano farsi carico anche degli approvvigionamenti alimentari alla popolazione civile, per via della diminuzione della produzione agricola causata dalla carenza di manodopera. Anche in questo la Germania precorse gli avversari, istituendo per la prima volta nella storia un sistema generale di razionamento, prima dei cereali e delle patate, poi della carne e dei grassi, riguardante tutta la popolazione. Un complicato sistema di tessere alimentari permetteva ad oltre sessanta milioni di tedeschi di comprare quotidianamente soltanto la propria razione. In questo modo il rapporto fra cittadini e Stato cambiava in maniera totale e difficilmente reversibile. Il potere pubblico entrava in tutte le case, in tutti i dettagli della vita civile, chiedendo ai cittadini il sacrificio più totale e la dedizione più completa alla causa patriottica. A differenza delle guerre della Rivoluzione francese, lo Stato non chiedeva ai cittadini di morire per un principio universale, per una società futura, ma per fedeltà di appartenenza alla propria comunità nazionale. Anche così era poco, per controbilanciare la quantità enorme di sofferenza imposta.

La “scommessa” statunitense nel finanziare i paesi dell’Intesa si rivelò vincente. Nel corso della Grande Guerra il PIL statunitense finì col sopravanzare la somma dei prodotti interni dei vari paesi europei in guerra che, al termine della guerra, si ritrovarono pesantemente indebitati con i creditori d’oltreoceano. La gravissima crisi economica e sociale che si abbatté nel primo dopoguerra su vinti e vincitori e la necessità di finanziare la conversione industriale e la ripresa (vedi in particolare il caso della Germania assistita dagli Stati Uniti con il cosiddetto piano Dawes per il pagamento delle ingenti riparazioni di guerra stabilite dal Trattato di Versailles), inutile dirlo, avvantaggiò ancora di più il colosso americano, che nel frattempo viveva i suoi “ruggenti anni Venti”.

Autore:

Ho studiato filosofia presso l'Università degli Studi di Roma “La Sapienza” e mi sono laureato nel 1990, relatore il prof. Gabriele Giannantoni, con una tesi in storia della filosofia antica intitolata "Vivere significa morire: analisi di alcuni frammenti eraclitei". Sono socio della SFI - Società Filosofica Italiana di cui curo il sito web. Da alcuni anni mi interesso di Pratiche Filosofiche e Consulenza Filosofica, collaborando con riviste scientifiche del settore, sulle quali ho all'attivo decine di pubblicazioni. Dal 2004 svolgo la professione di Consulente Filosofico e ho promosso una serie di iniziative filosofiche (Caffè Philo, Dialogo Socratico, Seminari di gruppo) aperte al pubblico. Attualmente insegno filosofia e storia presso il Liceo "I. Vian" di Bracciano (Liceo Classico sezione X). Utilizzo la filosofia in pratica sia durante le lezioni ordinarie che in altre "straordinarie" occasioni (passeggiate filosofiche nel bosco, dialoghi socratici a tema, ecc.). A scuola provo a tener aperto uno "sportello" di consulenza filosofica rivolto ai grandi ed ai meno grandi.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...