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Storia della Grande Guerra. Parte seconda: L’interventismo italiano – L’Italia in guerra – La guerra di trincea. I costi umani


Audio-lezione di storia per le classi quinte dei licei

4. L’interventismo italiano.

Buongiorno. Questa è la seconda lezione del ciclo dedicato alla Grande Guerra. Riprendiamo la lettura e il commento da Il Novecento di Paolo Viola. Oggi esamineremo, in particolare, la situazione del nostro paese nel quadro del conflitto.

Dopo l’infausta avventura coloniale in Etiopia, che si era conclusa col disastro di Adua e la caduta di Crispi, in Italia le forze che volevano la guerra non si erano date per vinte. Esse avevano due grandi componenti molto diverse fra di loro. Da un lato c’erano coloro che avevano sostenuto Crispi: la monarchia, le gerarchie militari e il blocco dei grandi “interessi protetti”, cioè le acciaierie, le fabbriche di armi e in generale l’industria pesante, meccanica e chimica. Dall’altro però c’era anche una componente nuova, e politicamente e ideologicamente più ambigua, un’opinione pubblica frustrata dalle regole della politica: da quel misto di autoritarismo paternalista e apertura democratica corrotta, che aveva caratterizzato il decennio giolittiano. Questa componente politica era trasgressiva, o addirittura apertamente rivoluzionaria, desiderosa di spaccare la società perbenista e borghese, di far emergere componenti proletarie e violente, che la guerra avrebbe spinto a galla, e che avrebbero potuto portare una ventata di rinnovamento sociale. L’alleanza di generali e anarcosindacalisti, di grandi industriali e di intellettuali contestatori potrà parere assolutamente innaturale, ma già si era vista per esempio in Francia col boulangismo prima e con lo schieramento antidreyfusardo poi.

Tutti noi siamo spesso abituati a ragionare per categorie e schemi interpretativi dualistici, soprattutto quando si parla di politica. Dunque, l’alleanza o la convergenza su comuni obiettivi politici di forze ideologicamente contrapposte può sembrarci contraddittoria. La storia ci insegna che le faccende umane sono sempre più complesse ed articolate di quanto si pensi. Non per niente, una delle finalità del nostro corso è proprio quella di familiarizzare con la complessità ed imparare a stare con i problemi teoretici e pratici, senza imboccare scorciatoie facili, ma falsificanti, scorciatoie. L’impulso alla guerra mette d’accordo, da una parte, le vecchie classi dirigenti, quelle, per intenderci, dei notabili alla Crispi che avevano fatto, manu militari, il Risorgimento; dall’altra, la nuova componente politica, ancora “verde” ed in via di definizione partitica, che oggi definiremmo “populista di destra”, che fa proseliti anche dove non ti aspetteresti, ovvero in alcune frange del movimento operaistico, vedi i cosiddetti “anarcosindacalisti”, ma anche tra i giovani della piccola e media borghesia, che, stanchi del grigiume politico dell’età giolittiana, l’età del compromesso e del cerchiobottismo, se mi passate il termine, vorrebbero cambiare il mondo a colpi di fucile, vorrebbero fare il loro “Risorgimento”. Ovviamente a spese dei più deboli: non vi dimenticate che questa è anche l’epoca del darwinismo sociale e politico, della superiorità delle razze bianche sul resto del mondo e, dunque, del colonialismo imperialista, quello che fa del “posto al sole”, africano, una questione non solo di orgoglio nazionale, ma di sopravvivenza stessa del paese. Che i magnati della nascente industria nostrana benedicano tali tendenze guerrafondaie, poi, non fa alcuna meraviglia: senza guerra a chi venderebbero le armi? Valeva ieri, vale a maggior ragione oggi. Che si vinca o si perda non è poi così importante: l’importante è che gli stati partecipino dando fondo alle risorse pubbliche a vantaggio dei privati. Dalle tasche dei molti a quelle dei pochi. Loro vincono sempre. L’autore sottolinea, poi, il ruolo di apripista della Francia: con la figura del generale Boulanger negli anni Ottanta del XIX secolo era stata sdoganata la figura dell’uomo forte a sostegno nazional-popolare, che tanta fortuna avrà nel Novecento, soprattutto nei paesi latini, dal fascismo nostrano, al franchismo spagnolo, ai regimi dittatoriali o populisti sudamericani.

L’occasione per manifestarsi fu data a questa singolare alleanza dalla guerra con la Turchia del 1911-12. Approfittando della crisi balcanica che aveva messo in difficoltà l’Impero ottomano, e d’altra parte dell’accordo internazionale che riconosceva l’occupazione francese del Marocco, l’Italia dichiarò guerra alla Turchia e occupò la Libia, Rodi e le isole del Dodecaneso. Contro le ottimistiche previsioni, non si trattò di una passeggiata militare, e il contingente italiano rischiò di non farcela. Alla fine, comunque la Libia divenne una colonia italiana e in qualche modo quella che le gerarchie militari consideravano l’onta di Adua risultò lavata. L’Italia entrava, seppure tardivamente, nel club delle potenze imperialiste. Il nazionalismo italiano così proseguiva nella sua rotta di allontanamento dalle tendenze democratiche risorgimentali, e andava sempre più identificandosi con le politiche di potenza delle grandi nazioni europee, con tutti gli spiacevoli corollari di aggressività e di razzismo che nel caso specifico stridevano con le inadeguate capacità militari, e la situazione di arretratezza generale che ancora caratterizzava il nostro paese.

Si cominciò allora a parlare di guerra “bella”, e perfino di “bella morte”, capace di ripulire la nazione dai suoi compromessi e dai suoi cedimenti morali, di far emergere le energie “virili” di un popolo in cerca di spazio, che mandava i suoi figli nel deserto africano a soffrire e a morire per togliersi di dosso il fango della corruzione borghese. Un intellettuale d’avanguardia, Filippo Tommaso Marinetti (1876-1944), autore del primo manifesto (1909) della corrente letteraria del “futurismo”, fu il massimo interprete di questa mistica della guerra. Scrisse infatti un’ode in prosa alla Battaglia di Trìpoli: “O sentieri dell’oasi, dove abbonda la morte! Sentieri scavati certo da branchi di felini aggressivi, magnifiche fogne della battaglia, con le vostre stridenti fughe di proiettilisorci, a fior di terra! Oh! come invidio i centomila italiani che hanno potuto a vent’anni temprare il loro cuore e il loro spirito nel vostro odore aspro e azzurro di pericolo, di avventura e di eroismo!” Marinetti lodava addirittura “l’esaltante intimità dei proiettili educatori e buoni consiglieri”. Con la guerra mondiale, una ben altra quantità di “proiettilisorci” stava per abbattersi sui ventenni italiani. Quanto all’educazione e ai buoni consigli, le cose erano più complicate, e con conseguenze più dannose, anzi tragiche, di come le vedeva Marinetti.

In realtà, il nostro esercito e la nostra marina da guerra riuscirono a malapena ad assicurarsi il controllo delle principali città costiere, leggi Tripoli o Bengasi in Cirenaica. La lotta di resistenza libica all’invasore imperialista, il nostro paese, continuò per almeno un paio di decenni sotto l’eroica guida dell’imam e capo-guerrigliero Omar al-Mukhtār. Catturato dalle truppe italiane di occupazione, fu processato ed impiccato come un criminale comune il 16 settembre del 1931 su ordine del generale Graziani. Aggiungiamo, per inciso, che durante l’occupazione della Libia il colonialismo italiano si macchiò di crimini efferati, senza per questo costituire una eccezione nel panorama dell’epoca: campi di concentramento nel deserto (ad alto tasso di mortalità), deportazione di intere popolazioni, rappresaglie, ecc. Nel frattempo, anche con la benedizione di un Giovanni Pascoli – che da poeta del fanciullino aveva finito con l’indossare i panni del nazionalista con il celebre discorso di sostegno all’impresa libica intitolato La grande proletaria si è mossa – si realizzava la metamorfosi del nazionalismo bellicista italiano che da garibaldino e mazziniano, fautore dell’Europa delle nazioni e della libertà dei popoli, si volgeva in imperialista tingendosi delle coloriture razziali tipiche dell’eurocentrismo bianco dell’epoca. Sulla “bella morte” e sul futurismo combattentista di un Marinetti abbiamo poco da aggiungere. Due-tre generazioni di giovani e giovanissimi europei, dalle classi dell’ottantacinque sino a quella del novantanove, milleottocentonovantanove, saranno ben presto mandate al macello sui campi di battaglia europei, in mezzo al fango delle trincee, in compagnia di ratti e pulci. La “bella morte” di Marinetti avrà il volto stravolto e digrignante del cadavere del proprio camerata, lasciato a decomporsi nella terra di nessuno. Ai soldati in prima linea si distribuivano pastiglie di naftalina – ce l’avete presente vero? quella che usiamo negli armadi per tenere lontane le tarme – per attenuare la nausea provocata dal puzzo dei cadaveri.

C’era stata anche una robusta opposizione alla guerra di Libia, formata da un vasto schieramento di liberali e di socialisti, che diffidavano delle avventure militari e credevano invece nella pace e nel progresso. Erano le forze schierate in generale a favore del parlamentarismo e delle regole democratiche, fiduciose del suffragio universale maschile proprio allora (1912) introdotto in Italia, delle garanzie concesse ai lavoratori, della piena legittimazione della lotta sindacale. Liberali moderati e socialisti sapevano naturalmente, come tutti, che la politica in Italia non era moralmente pulita, ma non credevano affatto che la guerra l’avrebbe purificata. Al contrario, scommettevano sulla pace. Giolitti per la verità non si era pronunciato contro l’impresa di Libia, anche se non l’aveva caldeggiata. I socialisti invece si erano apertamente opposti, e non solo Turati, ma anche Mussolini, cioè anche l’ala rivoluzionaria del partito, che non considerava neppure lei la guerra coloniale un buon mezzo per far emergere i ceti oppressi ed emarginati.

Le elezioni del 1913 videro una forte affermazione socialista, ma i liberali conservarono la maggioranza; tuttavia, su posizioni differenziate, e in generale diverse da quelle, tendenzialmente pacifiste, di Giolitti. Lo scoppio della guerra mondiale riportò a galla con maggior forza la distanza fra pacifisti e interventisti, con una fortissima ragione in più dalla parte dell’intervento: che non si trattava questa volta di conquistare una colonia, ma di riunire alla madrepatria terre italiane “irredente”. Capo del governo era ora Antonio Salandra (1853-1931), alla guida di una coalizione di destra, il cui leader politico principale era Sonnino, che era anche ministro degli Esteri. Giolitti, infatti, data anche la situazione internazionale che annunciava una guerra da lui non condivisa, aveva preferito farsi da parte per lasciare che altri gestissero un ruolo per l’Italia, che gli era estraneo.

Giolitti era al corrente dell’impreparazione del regio esercito. Questo fatto, oltre alla debolezza delle neonate infrastrutture industriali del nostro paese e alla scarsità di materie prime, a prescindere da qualunque altra considerazione, “pacifista” o “buonista”, diremmo oggi, avrebbe dovuto imporre al nostro governo una certa prudenza. Che la sinistra socialista, a vocazione internazionalista ed operaista, si opponesse alla guerra appare “quasi” scontato. Quasi… perché, come abbiamo visto, nel resto d’Europa i partiti socialisti si erano spaccati sulla questione dell’appoggio alla guerra patriottica. Il Partito Socialista Italiano, nonostante le divergenze tra le sue correnti interne, massimalista e minimalista, e nonostante la fuoriuscita di personaggi alla Benito Mussolini, che sposarono da subito la causa dell’interventismo, mantenne, almeno fino alla Rivoluzione russa del 1917, la linea neutrale del “né aderire né sabotare” lo sforzo bellico del paese. Una scelta di compromesso, vista la rottura del fronte socialista internazionalista e il naufragio de facto della Seconda Internazionale.

Salandra e Sonnino proclamarono la neutralità, e intanto sondavano le diplomazie europee, preparando in realtà il paese ad un ingresso in guerra. Al loro fianco c’era uno schieramento estremamente composito, che soffiava sul fuoco dell’intervento. Oltre alla loro parte politica, cioè la vecchia destra conservatrice antigiolittiana, appoggiata dal re, c’erano i “nazionalisti” guidati da Enrico Corradini (1865-1931), che guardavano con interesse ai socialisti rivoluzionari, rivendicando per l’Italia il ruolo di “proletaria fra le nazioni”. C’erano i repubblicani mazziniani e i socialisti riformisti di Bissolati e Bonomi, che erano stati contrari alla guerra di Libia, ma ora vedevano l’occasione del completamento dell’unità d’Italia, della “quarta guerra di indipendenza”. C’erano radicali come Salvemini, il grande socialista meridionalista, in odio alla gestione corrotta e corruttrice di Giolitti, “ministro della malavita”. C’era Romolo Murri, il prete “modernista” che si era battuto per il ritorno dei cattolici nella vita politica italiana. E c’era Benito Mussolini (1883-1945), il quale, in consonanza con la maggior parte dei dirigenti socialisti, si era opposto nettamente all’intervento, al momento dello scoppio del conflitto; ma fin dall’autunno 1914 era passato ad un acceso interventismo, e per questo fu espulso dal Partito socialista e si avvicinò ai nazionalisti, fondando un nuovo quotidiano interventista, “il Popolo d’Italia”.

Questo, dunque, il composito schieramento interventista, un mosaico di forze politiche che la guerra, paradossalmente, è in grado di comporre insieme. Nazionalisti di destra; socialisti rivoluzionari ed anarco-sindacalisti, convinti che la guerra fosse un’ottima occasione per scatenare la rivoluzione mondiale (e, non avevano poi tutti i torti, visto che fu la Grande Guerra, in un certo senso, a partorire la Rivoluzione bolscevica); mazziniani ed ex-garibaldini infervorati dalla possibilità di riprendere la guerra contro il vecchio nemico asburgico per completare con una “quarta guerra d’indipendenza” la gloriosa parabola risorgimentale; frammenti del mondo cattolico in cerca di un’affermazione politica che potesse aggirare il non expedit di Pio IX, ancora formalmente in vigore; ed, infine, quello che sarà nel dopoguerra il fondatore dei Fasci di combattimento, e che per ora, è un pugnace e capace direttore di giornale. Fuoriuscito dal PSI, dalle colonne del suo Popolo d’Italia, foraggiato da cospicui capitali di varia provenienza (socialisti e radicali francesi, personalità del Regno Unito, finanzieri russi, magnati svizzeri e tedeschi, oltreché, nulla di sorprendente, tutto l’apparato industriale italiano, composto dalla famiglia Agnelli, da entrambi i fratelli Perrone, proprietari dell’Ansaldo, l’industria petrolifera, gli industriali zuccherieri italiani, gli agrari emiliani, il Ministro degli Esteri italiano Antonino Paternò Castello), Mussolini soffierà sul fuoco dell’interventismo fino all’entrata in guerra dell’Italia. Per poi correre coerentemente alle armi, arruolandosi come volontario e partecipando alla guerra con il grado di caporale poi promosso a sergente. Rimasto gravemente ferito per lo scoppio di un cannoncino, fu congedato dall’esercito con onore.

L’interventismo era certamente minoritario al livello di schieramento politico: erano infatti pacifisti la maggioranza della vecchia classe politica liberale, i cattolici, i socialisti, quindi tutti i grandi apparati di formazione dell’opinione pubblica. Ma, come era avvenuto a suo tempo con il boulangismo in Francia, l’interventismo era estremamente attivo nel paese con la sua propaganda e la sua mobilitazione di massa. Era un movimento estremamente vitale e vigoroso che faceva appello all’indignazione popolare contro le bassezze della politica corrotta, anche contro l’assimilazione col sistema borghese, addirittura contro il tradimento da parte dei dirigenti del movimento popolare, che fossero cattolici o socialisti. L’interventismo fu sottovalutato dai politici, e tuttavia, appoggiato com’era dai circoli militari e dalla grande industria, ebbe una parte decisiva nello spingere l’Italia ad entrare nella Prima Guerra mondiale.

Dalla parte della neutralità erano schierate la maggior parte delle forze presenti in Parlamento. Se si fosse andati a libere votazioni per decidere delle sorti del nostro paese, la posizione neutralista avrebbe senz’altro prevalso. Beninteso, l’impegno ad entrare in guerra preso dal governo e dal re ad insaputa del Parlamento non era un atto illegale, perché lo Statuto albertino riservava al re il potere di dichiarare la guerra, ma infrangeva la tradizione consolidata per cui di decisioni così importanti si era sempre discusso in Parlamento. Di fatto, come vedremo, il Parlamento fu messo davanti al fatto compiuto degli accordi segreti sottoscritti a Londra. La maggioranza del paese, la solita maggioranza “silenziosa”, era naturalmente contraria alla guerra: parliamo della gente comune, operai, contadini, padri e madri di famiglia. Ma era, per l’appunto, “silenziosa”. Le piazze delle principali città, invece, furono occupate da una minoranza decisamente “rumorosa”, ricca di argomenti da declamare in pubblico con efficaci strumenti retorici e giornalistici. Dietro le quinte il potere costituito che la guerra la voleva, eccome: il re, i conservatori di destra, le gerarchie militari, gli industriali. It’s always the same song: è sempre la stessa canzone. Torneremo sul tema più in là.

5. L’Italia in guerra.

Senza tenere alcun conto della maggioranza parlamentare pacifista, Salandra e Sonnino avviarono contatti diplomatici per negoziare l’entrata in guerra. Gli imperi centrali erano disposti a concedere all’Italia, anche solo in cambio della sua neutralità, tutti i territori di lingua italiana del Trentino e del Friuli, esclusa Gorizia allora in maggioranza slovena, ed esclusa Trieste, che però avrebbe avuto larga autonomia e un’università di lingua italiana. Le avrebbero dato anche un protettorato sull’Albania. Invece Inghilterra, Francia e Russia offrivano di più, se l’Italia fosse scesa in guerra al loro fianco: anche il Tirolo meridionale di lingua tedesca, fino al confine del Brennero, tutta la Venezia Giulia e la Dalmazia, in grande maggioranza sloveno-croate. Sarebbe rimasta però esclusa Fiume, poiché non si immaginava il disfacimento totale dell’Austria-Ungheria, e vigeva allora il principio che ogni paese avesse diritto ad un accesso al mare che gli garantisse la libertà di commercio internazionale. Inoltre, l’Italia avrebbe avuto, oltre al protettorato sull’Albania, anche il possesso diretto della base di Valona in territorio albanese, e perfino la provincia turca di Adalia sulla costa meridionale dell’Anatolia, oltre naturalmente alla Libia e al Dodecaneso recentemente conquistate. E poi avrebbe avuto mano libera per un’ulteriore espansione coloniale in Africa orientale, per compensare la spartizione delle colonie tedesche che gli anglo-francesi progettavano di effettuare a loro esclusivo vantaggio.

Come si vede, la “quarta guerra d’indipendenza”, la liberazione delle terre italiane irredente era solo una delle ragioni che giustificavano l’intervento italiano: una parte della verità, buona per la propaganda interventista. Era una ragione politicamente forte, che corrispondeva ad una delle grandi motivazioni della guerra mondiale: il nazionalismo. C’era però anche l’altra metà della verità, buona per il militarismo e per i grandi interessi: la marcia dell’Italia verso un rango di grande potenza mediterranea, quindi la partecipazione italiana ai conflitti inter-imperialisti. E quest’altra era una ragione altrettanto forte, o di più, poiché il nazionalismo era una motivazione anche, se non soprattutto, da piccolo paese, mentre l’imperialismo era una motivazione da grande potenza. L’Italia aveva un peso maggiore della Serbia, della Romania o della Grecia, e un suo ingresso in guerra non aveva soltanto lo scopo di qualche aggiustamento di confine nel mosaico balcanico delle nazionalità, ma doveva significare la promozione definitiva fra le potenze che contano nel dominio del mondo.

Permettetemi di tornare ancora una volta sul tema della complessità. Badate bene, non si tratta di questione “dietrologica”, parola di nuovo conio che personalmente aborrisco. Se non ci confrontiamo con la “complessità” difficilmente potremo provare a comprendere le dinamiche fattuali della politica, quelle che poi diventano storia. Questo lo dico, naturalmente, al netto di quel sano scetticismo e prospettivismo che lo storico, come lo scienziato, non dovrebbe mai abbandonare. Allora, che a volere l’entrata in guerra del nostro paese fossero, per così dire, i “piani alti” delle istituzioni e delle lobbies industriali è abbastanza pacifico. Ma non si può proporre all’opinione pubblica il tema nudo e crudo dell’imperialismo e, meno che mai, quello del mero profitto (come se poi i due temi nell’ottica del capitalismo del tempo fossero separabili). Occorrono, allora, altre motivazioni più “abbordabili”, più adatte alle orecchie e alle coscienze di parte dell’opinione pubblica. Ecco allora rinverdirsi il tema dell’irredentismo, di Trento e Trieste che chiedono in ginocchio di non essere dimenticati dalla madrepatria, del Risorgimento ancora da compiersi appieno, contro il nemico di sempre, naturalmente, l’Austriaco. Un tema tenuto in freezer dalla politica per più di trent’anni: da tanto durava la nostra alleanza, la famosa “Triplice” con Germania ed Impero austro-ungarico. È una carta da giocarsi, lo capite bene, per mobilitare quella parte di popolazione più sensibile alle sirene nazionalistiche, giovani, prevalentemente, di estrazione piccolo o medio borghese, più o meno acculturati, desiderosi di avventura, di farsi strada nella vita, ma anche frustrati dal clima di mediocrità e di compromesso dell’età giolittiana. È gente sensibile alle alate parole dannunziane, li ritroviamo il 5 maggio 1915 a Quarto per l’anniversario della spedizione dei Mille, li ritroviamo a Roma, pronti anche a menare le mani. Ecco, forse state intuendo qual è l’origine socio-politica di quello che sarà poi lo squadrismo fascista. La maggior parte di loro è infervorata e in assoluta buona fede. Alla patria ci crede. Molti interromperanno gli studi all’ultimo anno di liceo o al primo di università e partiranno volontari per diventare tenenti di complemento e per guidare in battaglia uomini, a volte, molto più anziani di loro. Di questi ragazzi ne moriranno a migliaia, a decine di migliaia, sul Carso o sul fronte del Trentino. Combatti e ci credi. E se non ci lasci la pelle, continui, a maggior ragione a crederci. Perché, in ultima istanza, quel che tiene uniti e in vita gli uomini al fronte è quel sentimento forte, umano, umanissimo, che si chiama “cameratismo”. La patria diventa il tuo compagno di trincea, quello con cui condividi il fango e lo spettro della morte incombente. Mi sono spiegato? Gli altri, la gran massa dei fanti, il contadino siciliano, il pastore sardo, il marinaio pugliese, il fattore toscano, quelli, non lo convinci con le chiacchiere patriottiche a lasciare zappa e gregge, moglie e figli, per imbracciare il fucile modello novantuno. È quella che chiamavamo prima “maggioranza silenziosa”. Sono in gran parte analfabeti o semianalfabeti – molti di loro hanno a malapena completato il ciclo dell’obbligo, terza o quinta elementare – brava gente, che si spacca la schiena al lavoro per mantenere famiglie assai numerose, se comparate con quelle di oggi. Loro sono rimasti al paese, mentre il fratello o il cugino, magari, fanno parte di quelle schiere di poveri disgraziati che per campare hanno dovuto imbarcarsi per “broccolino” o “nuova yorche” o per il porto di Santos in Brasile. A quelli rimasti a casa arriva la cartolina precetto e, per senso del dovere o per forza, si presentano in caserma per l’arruolamento. Abbiamo notizia anche di cittadini italiani emigrati che, alla notizia dello scoppio della guerra, si imbarcheranno per fare ritorno in Italia e arruolarsi volontari. Ecco, mi fermo qui. Spero di avervi trasmesso, un pochino, l’idea di complessità.

Le trattative di Sonnino e Salandra si conclusero con gli accordi di Londra nella primavera del 1915, che garantivano l’adesione italiana all’Intesa, col compenso pattuito in caso di vittoria. I fronti di guerra si erano già del tutto stabilizzati, ed era assolutamente irrealistico sperare in una soluzione rapida del conflitto. Eppure, era proprio su questo che il governo italiano contava, nell’illusione che l’apertura di un’altra linea di fuoco avrebbe fatto crollare gli imperi centrali, già presi fra i due teatri di guerra anglofrancese e russo.

Gli accordi di Londra erano segreti e il Parlamento italiano, con la sua maggioranza pacifista, non ne sapeva niente. Del resto, la lettera dello Statuto albertino, a cui da tempo (dal famoso articolo del 1897) Sonnino sosteneva che si dovesse tornare, non imponeva il controllo parlamentare sulla politica del governo. Tutti i paesi europei presi nella guerra stavano riducendo le prerogative dei parlamenti e dando poteri speciali agli esecutivi. L’Italia non faceva eccezione alla regola: aveva ora un governo di destra, che assumeva la responsabilità di una scelta politica di immense conseguenze, senza bisogno di consultare il Parlamento. Ma Sonnino non poteva né voleva procedere senza ricercare il consenso popolare: il mese che il trattato di Londra concedeva all’Italia per entrare davvero in guerra fu impiegato non solo per mobilitare l’esercito, ma anche per infiammare le piazze di delirio nazionalista. Il 24 maggio 1915 l’Italia dichiarava guerra all’Austria (alla Germania un anno più tardi), e il suo esercito attraversava il Piave e attaccava gli austriaci in direzione del Carso e di Trieste. Tuttavia, non riuscì a sfondare, e anche in Friuli, proprio come in Francia, il fronte si stabilizzò e rimase fermo per un paio d’anni, con battaglie furibonde per conquistare, perdere e riconquistare i colli intorno a Gorizia: battaglie che costarono la vita a centinaia di migliaia di soldati e che non spostavano le linee delle trincee, se non di qualche chilometro in una direzione o nell’altra.

La situazione italiana, dunque, non fa eccezione rispetto a quella delle altre potenze coinvolte nel conflitto mondiale. In tutti i paesi la mobilitazione porta a misure eccezionali e al rafforzamento degli esecutivi. Un po’ come oggi con la pandemia da covid-19, che ci piaccia o meno. La specificità del caso italiano, semmai, consiste nel fatto che il governo si prende quasi dieci mesi per riflettere sull’opportunità o meno di entrare in guerra – ma abbiamo già visto da che parte pende la bilancia – e per “mercanteggiare” con le diverse parti in campo. E sì. Mentre l’opinione pubblica è impegnata in battaglie retoriche, propaganda o, diremmo oggi, strategie di marketing politico, Salandra e Sonnino, con la benedizione di Vittorio Emanuele III, si attivano, ad insaputa del Parlamento e dell’opinione pubblica, per valutare offerte e controfferte da parte delle due alleanze in campo. Se è vero che al re, in ultima istanza, spettava il potere di dichiarare lo stato di guerra, resta il fatto, politicamente grave, che il Parlamento fu chiamato obtorto collo a ratificare le decisioni dell’esecutivo soltanto a bocce oramai ferme. Le clausole del Patto di Londra del 26 aprile rimasero segrete sino alla fine del 1917, quando i bolscevichi russi, dopo aver preso il potere, decideranno di divulgarle per smascherare gli inganni della politica ai danni dei popoli europei e non solo. Giolitti, che aveva la maggioranza in Parlamento, avrebbe potuto sfiduciare l’esecutivo e far cadere il governo. Alla fine, in un frangente così grave, furono le piazze a dare l’ultimo giro di ruota. Ma la macchina della guerra ormai si era messa in moto anche per il nostro paese. Resta il fatto che in dieci mesi di tempo lo stato maggiore del nostro esercito, che avrebbe dovuto quanto meno imparare qualcosa dalla situazione bellica sui diversi campi di battaglia sia sul fronte occidentale che su quello orientale e balcanico, non sia stato in grado di escogitare tattiche alternative alle classiche “spallate” del generalissimo Cadorna. A pagarne il prezzo, alla fine, furono i nostri nonni e bisnonni.

Se anche non produceva effetti militari importanti, la guerra mondiale aveva conseguenze di grande rilievo sulla struttura industriale italiana. L’industrializzazione era avvenuta in Italia sul modello tedesco e all’ombra del capitale di quel paese. La Germania era stata il più importante partner commerciale per i prodotti industriali. Ora invece la guerra imponeva di tagliare quei rapporti economici e di colmare le lacune così create, in particolare per i prodotti bellici. L’industria militare italiana, che impiegava poco più di centomila operai all’inizio della guerra, passò nel corso del conflitto a quasi un milione di addetti, un quinto dei quali donne. La mancanza di materie prime impose di sfruttare appieno il patrimonio minerario. Nascevano interi settori industriali per prodotti che precedentemente erano importati dalla Germania, si sviluppava la produzione di energia idroelettrica, favorita dagli alti prezzi dei combustibili. L’industria chimica, quella degli strumenti di precisione, la siderurgia, la meccanica traevano vantaggio dall’emancipazione dalla Germania, non soltanto per le produzioni di guerra. In generale cresceva impetuosamente il capitale investito in tutti i settori produttivi, così come la concentrazione dei capitali e la partecipazione delle banche. Gli effetti tipici della seconda rivoluzione industriale, che in Italia erano in ritardo, si manifestarono in tutte le loro caratteristiche, soprattutto per quanto riguarda il ruolo dello Stato nella produzione. Lo Stato era l’unico grande cliente, l’unico acquirente, necessitato dalle esigenze della guerra a pagare il prezzo richiesto. Tutto ciò avveniva del tutto al di fuori delle leggi di un mercato che dovrebbe essere invece caratterizzato dall’elasticità della domanda e dell’offerta: composto da tanti fornitori e da tanti clienti che normalmente possono scegliere di comprare oppure no, e di pagare o meno il prezzo richiesto. La guerra invece imponeva al governo di comprare comunque, e permetteva ai fornitori di imporre qualunque prezzo. Lo Stato diventava così il cliente da spremere: una fonte di denaro abbondante e senza controllo. La trasparenza e la chiarezza morale non ne potevano che trarre danno, e i rapporti di corruzione reciproca fra economia e politica, che avevano caratterizzato il sistema italiano fin dalla fine dell’Ottocento, risultavano aggravati. In sostanza le condizioni create dall’industrializzazione tardiva venivano accentuate enormemente dalla guerra, e spingevano l’Italia a saltare le tappe e ad accelerare i tempi necessari per raggiungere le altre potenze industriali, ma anche a pagare un prezzo sempre più alto in fatto di degenerazione politica e morale. Avveniva quindi l’esatto contrario di quanto auspicato dagli interventisti: anziché ripulirsi dalla corruzione borghese, l’Italia in guerra si corrompeva sempre di più.

Le considerazioni dell’autore non potevano essere più esplicite. La guerra è sempre un ottimo affare per gli industriali. È innegabile che l’infrastruttura industriale italiana ricevette un impulso notevole per la crescita. Tanto per capirci, “liberismo” e “capitalismo”, però, sono termini che occorre tenere ben distinti. Che il capitalismo abbia a che fare, automaticamente, con un mercato libero e capace di autodeterminarsi su base meritocratica, cinica ed egocentrata quanto vi pare, ma meritocratica, efficientista, è una astrazione alquanto pericolosa. La storia ci mostra realtà decisamente diverse o quanto meno più variegate. La via italiana al capitalismo industriale, come vediamo, passa per forme di protezionismo clientelista e statalista. Un’alleanza tra classi dirigenti della politica e le grandi famiglie del triangolo industriale, quegli Agnelli e quei Perrone, per esempio, che abbiamo trovato prima tra i finanziatori del Popolo d’Italia di Mussolini. Senza lo shock della guerra il settore automobilistico, quello della cantieristica navale, quello petrolifero, finanche quello aeronautico, non sarebbero decollati in maniera così veloce. Né, però, si sarebbe verificata la crisi di riconversione industriale e di ricollocamento delle risorse che caratterizzò il primo dopoguerra e che ebbe come conseguenza le rivolte sociali del cosiddetto “biennio rosso”. A pagare il prezzo di questa industrializzazione a tappe forzate, tanto per cambiare, furono le plebi europee. Che, infatti, dovranno essere riorganizzate e militarizzate anche negli anni successivi, in preparazione della Seconda Guerra Mondiale, tanto nell’Italia fascista o nella Germania nazista, quanto nell’URSS dei piani quinquennali di staliniana memoria.

6. La guerra di trincea. I costi umani.

L’unico mezzo per difendersi dalla potenza di fuoco nemica erano le trincee, e il fallimento delle grandi offensive del 1914 costrinse milioni di uomini su tutti i fronti a scavare migliaia di chilometri di fossati e di gallerie in cui ripararsi. Le linee di trincee si fronteggiavano ad alcune centinaia di metri o ad un chilometro o due di distanza. I soldati vivevano nei fossati, esposti alle intemperie, al freddo dell’inverno, bagnati di pioggia, infestati dai parassiti, spesso privi di pasti caldi, e carenti di sonno per le necessità della guardia. Il cannone batteva il terreno tutto intorno, cercando di distruggere le trincee nemiche e scavando crateri che la pioggia trasformava in stagni.

Per sbloccare la situazione si doveva attaccare. Ogni assalto veniva “preparato” dall’artiglieria: da pezzi sufficientemente precisi a qualche chilometro di distanza, che cercavano di seminare la morte nelle trincee avversarie e di distruggere i “nidi” di mitragliatrici. I francesi avevano il cannone da 75 millimetri che faceva molto bene al caso. Dopo diverse ore di questa “preparazione”, la fanteria usciva allo scoperto, a ondate successive che si tenevano ad un centinaio di metri l’una dall’altra; ogni soldato con il fucile alla mano e la baionetta innestata. Solo verso la fine della guerra i fanti ebbero in dotazione le prime bombe a mano. Le ondate di fanteria attraversavano lo spazio fra le linee avversarie, falciate dalle mitragliatrici scampate al fuoco dell’artiglieria, e dai colpi dei fucili a ripetizione, sparati dalle trincee avversarie. Di solito riuscivano ad espugnare la prima linea fortificata, a volte la seconda, finché la controffensiva nemica li respingeva, e tutto ritornava come prima. Oppure il fronte si era spostato, in una direzione o nell’altra, di pochi chilometri. Le linee di comunicazione arretrate erano individuate dagli aerei nemici, che davano le indicazioni di tiro alla grande artiglieria pesante, poco precisa ma capace di devastare il territorio in profondità.

In un punto del fronte occidentale, presso la città belga di Ypres, i tedeschi sperimentarono nel 1915 l’impiego di un gas mortale, che da allora si chiamò iprite. Le truppe dell’Intesa agonizzanti per il gas si sbandarono su un fronte di diversi chilometri. Ma i tedeschi non avevano preparato una quantità sufficiente di questa nuova arma per sfruttarne davvero l’effetto sorpresa. Da allora le truppe dei vari fronti, e anche le popolazioni dei centri vicini alle zone di guerra furono spesso dotate di maschere antigas. Nel febbraio 1916 i tedeschi attaccarono intorno a Verdun, e gli anglofrancesi contrattaccarono sulla Somme in luglio. Fra morti e feriti, circa due milioni di soldati dei tre paesi rimasero sul campo. Sul fronte orientale la carneficina era ancora maggiore: i russi perdevano, fra morti, feriti e dispersi, un milione di uomini ogni sei mesi, più mezzo milione di prigionieri.

Da notare che in molti casi furono le tecnologie, ancora in fase sperimentale, a determinare le tattiche e le strategie delle diverse parti in campo. Le quali finirono per condividere sia le une che le altre. Ai gas tedeschi seguirono quelli della controparte anglo-francese. Nel 1917 furono utilizzati sui campi di battaglia francesi i primi tank della storia e fecero la loro comparsa lanciafiamme e bombe a mano. Si sperimentarono i primi bombardamenti aerei della storia, sia sulle trincee che sulle città nemiche, senza danni rilevanti se confrontati con i più devastanti bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Intanto, artiglierie, obici e mortai sempre più potenti, martellavano senza sosta le postazioni nemiche, creando tra i sopravvissuti quell’effetto di “straniamento” e “spaesamento” con il quale dovette confrontarsi la psichiatria del tempo. Gli ospedali da campo, alla fine, dovettero accogliere soldati colpiti da forme di psicosi sino allora sconosciute, che fino a quel momento erano state frettolosamente rubricate come vigliaccheria in fronte al nemico.

Data la grande prevalenza della difesa su un attacco che al momento decisivo non aveva altri mezzi che l’assalto alla baionetta, la guerra faceva molte più vittime di quanto mai fosse avvenuto nel passato. Gli eserciti impiegati erano immensi. Allo scoppio della guerra la Francia mise in campo quattro milioni di soldati, la Germania cinque. Se si contano tutti i soldati mobilitati nell’arco dei quattro anni di guerra, queste cifre devono essere più che raddoppiate. In tutto gli Imperi centrali schierarono nel corso della guerra 23 milioni di soldati e l’Intesa 36, e di questi sessanta milioni di uomini, dieci morirono, venti furono feriti e altri otto furono presi prigionieri o dispersi. Solo un terzo quindi, o poco più, ebbero la fortuna di tornare a casa illesi nel corpo, anche se irrimediabilmente segnati nello spirito. Il prezzo più alto fu pagato percentualmente dalla Francia, che ebbe la più alta proporzione di vittime: più di sei milioni fra morti, feriti, prigionieri e dispersi, per meno di quaranta milioni di abitanti: addirittura un terzo dell’intera popolazione maschile, compresi vecchi e bambini. I morti furono 1 400 000: il 14 per cento della popolazione maschile fra i 15 e i 50 anni. In Germania poco meno in percentuale: il 12 per cento, ma di più in numero assoluto: 1 827 000. In Russia ancora di più: 2 500 000 in tre soli anni. In confronto l’Italia soffri meno, malgrado i suoi 650 000 morti, un milione di feriti e 600 000 prigionieri o dispersi.

Mai nella storia, prima della guerra moderna, l’umanità aveva distrutto se stessa in simili proporzioni in un tempo così breve e con l’impiego di mezzi altrettanto potenti. C’erano state perdite di vite umane percentualmente anche superiori, ma su popolazioni limitate, e per un complesso di circostanze luttuose che la guerra portava con sé, come carestie ed epidemie. Ora invece per la prima volta la civiltà industriale fu paradossalmente rivolta a distruggere le risorse e ad uccidere le persone, con la stessa efficienza globale, con lo stesso meccanismo organizzativo con cui si era attrezzata a produrre sviluppo.

Ecco, questa è, in estrema sintesi, la peculiarità della Grande Guerra, la cifra della sua “contemporaneità” storica: un conflitto pienamente tecnologizzato e burocratizzato, una macchina che va avanti da sé, distruggendo vite, riducendo le campagne e le città europee a paesaggi lunari. Le migliori risorse umane, le migliori intelligenze, quelle che avevano prodotto la rivoluzione scientifica e culturale del Positivismo, quelle delle “magnifiche sorti e progressive” dell’umanità, impegnate ad escogitare metodi di morte sempre più efficienti. Il Novecento vi aggiungerà, successivamente, il grande terrore nucleare e la prospettiva mediatica, il Vietnam o le guerre in TV dei primi anni Novanta. Ma la direzione di fondo è quella già tracciata a Verdun, sulla Somme, in Galizia sul fronte orientale, o a Gallipoli sullo stretto dei Dardanelli, dove il contingente ANZAC (australiano e neozelandese) sbarcato dalla flotta britannica si consumerà, per mesi, in inutili e sanguinosi assalti contro le difese turche. I protagonisti di queste imprese segneranno anche la storia successiva: Winston Churchill da una parte, il generale turco Mustafa Kemal “Atatürk”, il padre della Turchia moderna, dall’altra.

Un’altra grande differenza rispetto al recente passato era nel carattere totale della guerra, che ora colpiva tutte le classi sociali e coinvolgeva assai duramente le retrovie. Nel Settecento, anche nell’Ottocento, la guerra aveva riguardato gli eserciti, e aveva imposto prezzi relativamente minori alla società civile, comunque senza stravolgere le gerarchie. Gli eserciti erano allora composti di contadini che avevano scelto il mestiere delle armi, per lo più costretti dalla miseria, e diretti da uno stato maggiore spesso aristocratico, che frequentemente rimaneva lontano dal campo di battaglia. I ceti dirigenti, le classi elevate erano sempre stati risparmiati. Solo la Francia rivoluzionaria aveva fatto pagare un prezzo altissimo a tutta la società. Ma in quel caso la guerra era stata un prolungamento della rivoluzione, quindi, parte di uno sconvolgimento complessivo di tutti i rapporti sociali.

Per la prima volta invece la guerra coinvolgeva ora in maniera egualitaria l’intera società civile; per la prima volta tutti i ceti pagavano il loro tributo di sangue. Nelle trincee, negli assalti della fanteria, sotto i bombardamenti o asfissiati dal gas, gli ufficiali borghesi, gli studenti universitari morivano insieme ai contadini e agli operai. Per la prima volta le retrovie erano sconvolte, poiché facevano la loro comparsa i bombardamenti aerei e quelli dell’artiglieria pesante capaci di colpire a decine di chilometri di distanza. Come sempre succede, i poveri soffrivano ancor più dei ricchi, ma per la prima volta anche i ricchi pagavano caro. E mai prima di allora gli intellettuali erano stati portati a riflettere e a scrivere tanto approfonditamente sulla tragedia in corso.

Anche lontano dal fronte l’intera società civile era coinvolta in uno sforzo terribile. La sottrazione dei maschi giovani dal mondo del lavoro e gli effetti del blocco e della guerra sottomarina si facevano sentire in maniera estremamente pesante. A causa della mancanza di manodopera maschile, ovunque si faceva ricorso al lavoro femminile, oltre a quello dei vecchi e dei bambini. Ovunque le ristrettezze imponevano il razionamento alimentare. In Germania la razione giornaliera scese fino a poco più di un etto di farina a testa, ad appena 18 g. di carne e 7 di grassi. La denutrizione, unita alla carenza di sapone e di disinfettanti favoriva le epidemie; e la mortalità, esclusi i soldati in guerra, sali del 37 per cento, mentre la natalità diminuiva del 40 per cento. Nell’Impero austroungarico la situazione era ancora peggiore: lontano dalle campagne, le zone montuose o i distretti industriali morivano letteralmente di fame. I paesi dell’Intesa stavano meglio, ma anche in Francia si dovettero razionare lo zucchero, il pane, il carbone, il latte, l’olio, il gas e l’elettricità. Solo in Inghilterra le restrizioni furono minori. Di fronte a costi umani così elevati è dopo tutto sorprendente che i rapporti sociali, tranne che in Russia, siano stati a breve termine preservati. Ma nel lungo periodo l’intera Europa continuò a pagare prezzi altissimi, che spinsero la generazione seguente nella tragedia ancora peggiore della Seconda Guerra mondiale.

Il termine chiave, che diventerà ricorrente nella storia del Novecento, è “guerra totale”. “Totale” perché rende vaga o azzera la differenza tra militari e civili, tra campo di battaglia e fabbrica, tra rancio in trincea e pane quotidiano sulla mensa di casa. Totale perché tutta la società, senza distinzione, è mobilitata per la guerra e, dunque, in certa misura militarizzata. È un po’ come quello che accade nel Novecento alla differenza tra “sacro” e “profano”: inizia a mancare il confine, ovvero la distinzione. L’umano è violato senza che ce ne se renda conto direttamente. Le armi di distruzione di massa deresponsabilizzano e animalizzano. Oggi, a maggior ragione, la dimensione della guerra è diventata onnipervasiva. Annulla le distinzioni, mùtila e ammazza alla cieca, il combattente e il bambino innocente, l’obiettivo militare e le vittime collaterali.

Autore:

Ho studiato filosofia presso l'Università degli Studi di Roma “La Sapienza” e mi sono laureato nel 1990, relatore il prof. Gabriele Giannantoni, con una tesi in storia della filosofia antica intitolata "Vivere significa morire: analisi di alcuni frammenti eraclitei". Sono socio della SFI - Società Filosofica Italiana di cui curo il sito web. Da alcuni anni mi interesso di Pratiche Filosofiche e Consulenza Filosofica, collaborando con riviste scientifiche del settore, sulle quali ho all'attivo decine di pubblicazioni. Dal 2004 svolgo la professione di Consulente Filosofico e ho promosso una serie di iniziative filosofiche (Caffè Philo, Dialogo Socratico, Seminari di gruppo) aperte al pubblico. Attualmente insegno filosofia e storia presso il Liceo "I. Vian" di Bracciano (Liceo Classico sezione X). Utilizzo la filosofia in pratica sia durante le lezioni ordinarie che in altre "straordinarie" occasioni (passeggiate filosofiche nel bosco, dialoghi socratici a tema, ecc.). A scuola provo a tener aperto uno "sportello" di consulenza filosofica rivolto ai grandi ed ai meno grandi.

3 pensieri riguardo “Storia della Grande Guerra. Parte seconda: L’interventismo italiano – L’Italia in guerra – La guerra di trincea. I costi umani

  1. La Prima Guerra Mondiale, a mio avviso, non fu ancora una “guerra totale”, come invece lo fu la Seconda Guerra Mondiale.
    La Prima Guerra Mondiale, fu una via di mezzo:
    – si usarono nuove tecnologie belliche, aerei, carri armati leggeri, mitragliatrici
    – si usarono vecchie strategie militari: assalto alla baionetta, corsa a piedi contro il nemico
    – solo i soldati morirono, mentre il resto della popolazione rimase a casa
    – solo gli strati umili di popolazione andarono al fronte. Gli altri, fra raccomandazioni, conoscenze, amicizie, trovarono comunque il modo di farsi esonerare e rimasero a casa.

    Sempre secondo la mia opinione, quella che doveva essere una guerra lampo, cioè vado, li ammazzo e torno a casa, divenne invece una logorante guerra di trincea, dove la conquista di un mezzo chilometro di terra costava ogni volta migliaia e migliaia di soldati morti; mandati semplicemente al massacro. Perchè il vecchio stile di guerra era sempre stato quello: affrontare il nemico faccia a faccia.

    Ma i tempi erano cambiati. Ora, mentre i soldati avanzavano, le mitragliatrici li falciavano inesorabilmente. E non c’era possibilità di ripararsi dietro qualche mezzo blindato.

    Fu questo utilizzo di vecchie strategie di assalto, senza sfruttare la rapidità offerta dalle nuove tecnologie, a mio avviso, il motivo dell’eccessivo numero di soldati morti e dell’inaridirsi dei fronti di combattimento su linee più o meno stabili. La auspicata guerra lampo divenne una guerra di logoramento.

    Solo quando l’Austria intraprese una azione fulminea e sfondò le nostre linee sul fronte di Caporetto, la guerra trovò la via per un esito risolutivo.

    Queste opinioni le ho dedotte leggendo le lettere che mio nonno, morto in guerra nel 1917, scriveva a sua moglie dal fronte. Lui non parla apertamente nei termini che ho descritto qui, per via della censura applicata alle lettere dei soldati al fronte. Ma le sue opinioni, e quelle che circolavano fra i soldati al fronte, le lascia comunque trasparire. Le lettere sono pubblicate nel mio blog.

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    1. L’aggettivo “totale” si riferisce al coinvolgimento dell’intera società civile, a diverso titolo ovviamente, nella vicenda bellica, dal soldato al fronte, all’operaio o all’operaia sul fronte interno militarizzato per la produzione bellica, ai civili che si videro razionare il cibo, ecc. Peraltro sono d’accordo su tutto. Le strategie belliche messe in campo dai diversi stati maggiori non erano adeguate ai tempi. Si finiva con l’ammazzarsi a colpi di baionetta o di pala nelle trincee, mescolando la morte tecnologica con quella delle guerre moderne (come anche nella seconda guerra mondiale a ben guardare). Grazie per la segnalazione delle lettere dei nonni. Il tema è interessantissimo. Se non lo conosci, ti suggerisco il seguente libro: https://www.ibs.it/guerra-grande-storie-di-gente-libro-antonio-gibelli/e/9788858123300?gclid=Cj0KCQjww4OMBhCUARIsAILndv66q0_8YqzrtUMNVBiD3FL8FOR0xHijXKuqDL2BrMJylW9wHk-hDXQaAp_MEALw_wcB. A Caporetto a fare la differenza furono le divisioni tedesche trasferite dal fronte orientale che usarono nuove tattiche di infiltrazione in profondità e di aggiramento delle postazioni italiane di prima linee. Vi si distinse il tenente Erwin Rommel, la futura “volpe del deserto”. Grazie ancora. A presto

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