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Storia della Grande Guerra. Parte terza: Il 1917. La grande stanchezza – L’intervento degli Stati Uniti e la sconfitta degli Imperi centrali. Le conferenze di pace


Audio-lezione di storia per le classi quinte dei licei

7. Il 1917. La grande stanchezza.

Buongiorno ragazzi. Se avete avuto la pazienza di seguire sin qui, con questa lezione completiamo il nostro percorso dedicato alla Storia della Grande Guerra. Nelle precedenti lezioni, lasciandoci guidare dalla lettura del testo del prof. Paolo Viola, Il Novecento edito da Einaudi, libro non recentissimo, ma che consiglio a tutti coloro, liceali, universitari o cultori della materia, che sono alla ricerca di un compendio sul Novecento completo, piano ma niente affatto banale, abbiamo esaminato le cause della Grande Guerra, la situazione e gli schieramenti iniziali, il ruolo che ebbe l’Italia a partire dal 1915 sullo scacchiere europeo e le vicende interne che precipitarono “avventurosamente”, diciamo così, i nostri nonni e nonne in quella che fu, probabilmente, la più grande tragedia del secolo scorso. Abbiamo lasciato la narrazione dei fatti all’anno 1916, un anno caratterizzato su tutti i fronti da grandi battaglie di logoramento, che fecero centinaia di migliaia di morti, pensate a Verdun e alla Somme sul fronte occidentale e all’offensiva condotta nel settembre 1916 dal generale russo Brusilov nella Galizia austriaca per impegnare le forze austriache che, tra maggio e giugno, erano state impegnate nella cosiddetta “Strafexpedition”, “spedizione punitiva”, contro le linee italiane in Trentino. A completare il quadro nei Balcani l’entrata in guerra al fianco dell’Intesa della Romania, che però fu rapidamente travolta dalle forze degli Imperi Centrali. Un altro fronte degno di nota è quello del Caucaso tra Russia ed Impero Ottomano. Nel quadro della situazione interna alla Turchia, va ricordato il genocidio compiuto dall’allora governo turco, tra il 1915 e il 1916, ai danni della popolazione armena, di religione cristiana e, pertanto, considerata un potenziale nemico interno del nuovo regime nazionalista turco. Si stima che il genocidio armeno abbia causato circa 1,5 milioni di vittime, gran parte delle quali donne, bambini, vecchi, morte di stenti, di fame, di malattie, durante la lunga marcia di deportazione attraverso l’Anatolia o nei campi di concentramento in Siria. Tale genocidio, che, per la sua portata, si può considerare il primo dei molti che funestarono il Novecento, viene commemorato ogni anno dagli armeni, ma è rimasto a lungo disconosciuto dall’opinione pubblica europea ed è ancor oggi motivo di contenzioso politico tra l’Europa e il governo turco che ufficialmente nega o riduce la portata di tale evento, mettendo in discussione il termine stesso di “genocidio”, nonché la responsabilità diretta dell’allora governo dei “Giovani Turchi”. Ora riprendiamo la lettura e il commento a partire dal 1917 che viene considerato, generalmente, l’anno della svolta, caratterizzato da due eventi clou: le due rivoluzioni russe, in febbraio e in ottobre, la seconda, quella bolscevica provocherà l’uscita della Russia dalla Grande Guerra, e l’entrata in guerra degli Stati Uniti in aprile. Per quanto riguarda il fronte italiano, come sappiamo, tra ottobre e novembre gli Austro-tedeschi riuscirono a sfondare le nostre linee a Caporetto. La seconda armata del regio esercito fu quasi completamente distrutta e alle già ingenti perdite degli anni precedenti si aggiunsero 650.000 tra prigionieri e sbandati. Leggo.

L’adesione dell’opinione pubblica cominciava a venire meno. Innanzitutto, quella dei soldati, che all’inizio della guerra avevano dato prove straordinarie di patriottismo, di vero e proprio eroismo nazionalistico, di “sprezzo del pericolo”, come recitano le migliaia di lapidi ai caduti. Non che più tardi il coraggio individuale venisse meno, ma nella guerra di trincea, nel logoramento dei mesi che scorrevano sempre uguali, il sentimento di appartenenza non era più nei confronti della patria, ormai avvertita come lontana, ingrata, iniqua. Era stato sostituito invece dal senso di comunità col battaglione col quale si rischiava ogni giorno la vita, con gli uomini che vivevano e morivano nella stessa trincea, con gli ufficiali con i quali il legame rimaneva saldo quando restava il contatto umano, la conoscenza diretta, la fiducia, la prova continua del coraggio e dell’umanità. L’immagine prevalente dei combattenti della Grande Guerra, anche quella che rimase poi nella letteratura sulla guerra, divenne quella del soldato figlio del popolo, del soldato legato alla terra, contadino o montanaro, tradito dalla propria classe dirigente, capace di un eroismo straordinario e di un legame di dedizione personale coi propri ufficiali.

Si veda, a questo proposito, la poesia di Giuseppe Ungaretti intitolata “Fratelli”. Per inciso: Ungaretti fu uno dei tanti intellettuali europei che partecipò alla Grande Guerra, rendendoci testimonianza dello spirito con cui i soldati affrontarono questa prova terribile. Leggo: Di che reggimento siete / fratelli? / Parola tremante / nella notte / Foglia appena nata / Nell’aria spasimante / involontaria rivolta / dell’uomo presente alla sua / fragilità / Fratelli.

Torniamo al testo di Viola:

D’altra parte, lo spirito di rivolta e di corpo, di appartenenza ad una comunità particolare: quella dei combattenti, traditi e abbandonati dai politici e dagli alti comandi, si impadroniva delle trincee. Frequentemente, quando gli ufficiali applicavano in maniera cieca la disciplina, la rivolta serpeggiava contro di loro. Ci furono unità decimate dai loro ufficiali perché si erano rifiutate di esporsi al fuoco, e gruppi di soldati che spararono agli ufficiali che avevano commesso eccessi repressivi. Ci furono fraternizzazioni col nemico, automutilazioni per sfuggire alla vita di trincea, insubordinazioni collettive anche di vaste proporzioni. Dai convogli che portavano le truppe ai fronti capitò che si aprisse il fuoco contro i comandi, le installazioni, le stazioni ferroviarie. Si moltiplicarono ovunque le diserzioni, in reazione ad una guerra mostruosa, di cui nessuno capiva più né il senso né la legittimità. Per altro anche il sentimento della totale negatività dell’esistenza, dell’inutilità della pena, della rassegnazione stanca e delusa era sempre più dominante sugli uomini di tutti i fronti.

Il ’17, lo abbiamo detto prima, è l’anno della “grande stanchezza”. L’insensatezza della guerra, la sua natura tecnico-burocratica, col protrarsi degli scontri, appare sempre più evidente e, massacro dopo massacro, finisce con l’annichilire lo spirito patriottico che aveva contraddistinto le prime fasi della guerra. Dall’illusione alla delusione il passo è breve. Il terrore quotidiano, lo sconcerto dinanzi all’inanità di tante morti, alle brutalità a volte gratuite di comandanti ed ufficiali a danno del fante-contadino, producono alla fine rabbia e spirito di rivolta. “Basta con questa guerra di morti di fame contro altri morti di fame – urla l’ufficiale di grado inferiore nel bel mezzo di uno dei tanti inutili attacchi sul Carso, in una scena del celebre film “Uomini contro” di Francesco Rosi – soldati, giratevi, puntate i fucili, i nostri nemici non stanno davanti a noi, stanno dietro di noi, sono quelli che ci mandano a morire inutilmente”. Non è difficile comprendere come la Grande Guerra, alla fine, abbia partorito la Rivoluzione russa e il biennio rosso nel resto d’Europa. Continuiamo la nostra lettura:

Oltre ai soldati, anche la società civile cominciava a dare segni di stanchezza e di sfiducia; e il pacifismo, subito accusato di “disfattismo”, si fece sempre più strada. Ambienti degli affari, uomini politici, intellettuali di tutti i paesi belligeranti cominciarono a schierarsi contro la guerra e a chiedere una pace generale senza annessioni e senza indennità, cioè senza vincitori né vinti. Per primi avevano cominciato una parte dei socialisti, che fin dal settembre 1915 si erano riuniti in congresso a Zimmerwald, un paesino svizzero. Vi avevano partecipato gli italiani, i russi, i polacchi e le minoranze di vari altri partiti. Era emersa da quella riunione una sinistra socialista diretta dai bolscevichi russi, che denunciava il fallimento della II Internazionale, compromessa con la guerra “imperialista”. La loro posizione in realtà non era affatto per la pace, ma per “la guerra alla guerra”; era cioè contraria alla guerra imperialista, e favorevole a trasformare la guerra mondiale in rivoluzione mondiale. Alla riunione di Zimmerwald seguirono altre, che furono l’embrione di una nuova Internazionale, la terza: quella comunista.

Le diverse posizioni contrarie alla guerra: sia quelle pacifiste che quelle rivoluzionarie si diffondevano sempre di più in tutti i paesi europei, e come è ovvio preoccupavano i governi. In Germania una ventina di deputati socialisti, guidati da Karl Liebknecht, uscirono dal loro partito e nel 1916 ne fondarono uno nuovo, rivoluzionario: la “lega di Spartaco”, primo nucleo del Partito comunista tedesco. In Francia i ministri socialisti uscirono dal governo di “unione sacra”, mentre per la prima volta dall’inizio della guerra ricominciavano gli scioperi. In Austria-Ungheria le posizioni delle diverse nazionalità si fecero sempre più ostili al conflitto.

Soprattutto in Russia l’opposizione alla guerra prese il sopravvento. La borghesia illuminata, quella del partito ” costituzionale-democratico” dei cadetti, scandalizzata dalla gestione corrotta e inefficiente della guerra, cercò di prendere il controllo della Duma, ma senza successo, e fin dal 1916 la protesta politica cominciò ad assumere un carattere rivoluzionario, che l’anno seguente divenne inarrestabile. All’inizio di marzo 1917 gli operai di Pietroburgo scesero in sciopero e costituirono di nuovo il Soviet, come ai tempi della guerra russo-giapponese. Ma questa volta anche i soldati in armi si unirono alla rivoluzione e lo zar dovette abdicare al trono, lasciando al potere un governo provvisorio.

Il nuovo governo, ora dominato dai cadetti, nel quale ben presto entrarono i socialisti rivoluzionari e i menscevichi, ma non i bolscevichi, intendeva continuare la guerra e lanciò una sfortunata offensiva militare contro gli austriaci in Galizia. Ma il paese e l’esercito erano esausti, e la propaganda rivoluzionaria bolscevica contro la guerra ebbe ben presto il sopravvento. In preda alla rivoluzione, la Russia era ormai fuori dalla guerra, e nel marzo 1818 firmò con i tedeschi la pace di Brest Litovsk, che ratificava la sua sconfitta. Per quel paese cominciava tutt’altra storia, quella del comunismo, le cui conseguenze sarebbero state di portata incalcolabile per il mondo intero, ma intanto il fronte orientale era chiuso e gli imperi centrali potevano riversare ad ovest tutte le loro energie.

Dall’inverno del 1917, dunque, la Russia è fuori dalla guerra. Il fronte orientale, per ora, è solo “congelato”. Il neonato governo bolscevico è impegnato sin da subito in una drammatica guerra civile contro le truppe bianche fedeli allo zar, rifornite e sostenute negli anni successivi dalle potenze dell’Intesa. Una volta vinte le resistenze interne, l’Armata Rossa guidata da Lev Trotsky dilagherà nelle pianure dell’Europa orientale per essere arrestata soltanto alle porte di Varsavia dal maresciallo polacco Pilsudski nel 1920. Si tratta dei prodromi di un conflitto di dimensioni mondiali lungo un secolo, se è vero che la nascita dell’Unione Sovietica caratterizzerà in maniera decisiva il Secolo Ventesimo. Dalla guerra nazionale alla guerra di classe, anche se poi, come vedremo, la rivoluzione di Lenin, nata su base internazionalista, per ragioni di realpolitik finirà con il coincidere con le ragioni nazionali dell’Unione Sovietica staliniana (il concetto di “Socialismo in un solo paese”). Leggo:

Le conseguenze militari più gravi furono per l’Italia, le cui difese furono sfondate a Caporetto alla fine di ottobre del 1917. La stanchezza pesò gravemente sulla ritirata: intere unità si rifiutarono di combattere, preferendo sbandarsi, in una sorta di protesta di massa contro la cieca disciplina imposta dagli alti comandi, e in particolare dal capo di stato maggiore generale Luigi Cadorna, che aveva diretto la guerra fino ad allora. Il fronte arretrò dall’Isonzo al Tagliamento e al Piave, e per un momento sembrò che l’intero Veneto fosse perduto. In pochi giorni gli italiani persero 400 000 uomini e quasi tutta l’artiglieria. Tuttavia, si ripresero. Si formò un governo di unità nazionale comprendente anche le opposizioni guidato da Vittorio Emanuele Orlando, e il comando militare passò al generale Armando Diaz, che rincuorò le truppe promettendo terra ai soldati contadini: una promessa a vuoto, che non sarebbe stata mantenuta, ma che sul momento aiutò i soldati a riprendersi.

Dopo aver vinto in Italia, le truppe degli imperi centrali passarono all’offensiva anche sul fronte occidentale, e sfondarono le linee dell’Intesa anche lì, avanzando di nuovo, come nel 1914 fino alla Marna. Ma non poterono tuttavia spezzare la tenuta degli anglofrancesi, che riuscirono a contrattaccare.

Secondo il bollettino di guerra emesso dal generale Cadorna subito dopo la rotta di Caporetto, la sconfitta doveva essere attribuita alla “mancata resistenza di reparti della 2ª Armata, vilmente ritiratisi senza combattere o ignominiosamente arresisi al nemico”. La colpa, insomma, era del povero fante-contadino schierato in prima linea. Il solito copione utile alla propaganda interna. In realtà, gran parte della responsabilità andava attribuita allo Stato Maggiore che aveva sottovalutato la minaccia costituita dai reparti tedeschi aggregati alle fanterie austriache, nonché la tempistica stessa dell’offensiva, e ai comandanti locali, tra cui quel Pietro Badoglio che sarà poi protagonista della guerra in Etiopia e del primo governo post-mussoliniano nel luglio 1943. Classico esempio di meritocrazia al contrario: a fare carriera nel nostro paese, ieri come oggi, sono spesso arrivisti più o meno incompetenti di varia risma. Centinaia di migliaia di prigionieri italiani rinchiusi nei campi di prigionia, tra cui il famigerato Mauthausen in Austria settentrionale (più noto come campo di concentramento e sterminio durante la Seconda Guerra Mondiale), abbandonati dal nostro governo, additati al pubblico ludibrio come vigliacchi, pagarono con la vita la disgrazia di essersi dovuti arrendere alle soverchianti forze tedesche, meglio organizzate, meglio armate e, soprattutto, meglio guidate, da ufficiali capaci e professionalmente preparati (tra i quali ricordiamo l’allora giovane tenente Erwin Rommel, la futura “volpe del deserto”, uno dei tattici più brillanti del Secondo conflitto mondiale). E sì, perché, dal momento che gli austriaci non potevano nutrirli convenientemente, stremati ed affamati come erano loro stessi, sia al fronte che nelle retrovie, dalla scarsità di risorse imposte dal blocco navale dell’Intesa, ai nostri soldati prigionieri fu negata qualsiasi assistenza dalla madrepatria, sia attraverso la Croce Rossa internazionale che attraverso la possibilità di ricevere aiuti dalle famiglie. Le malattie, tra cui l’epidemia di spagnola che dilagò ed infuriò tra il 1918 e il 1919, fecero il resto. Quei pochi che riuscirono a tornare a casa dovettero successivamente affrontare lunghi interrogatori o veri e propri processi militari. Leggo:

In realtà tutti gli eserciti in guerra erano esausti. La Rivoluzione russa era un esempio per tutti i popoli, che cominciavano a ritenere possibile di ribellarsi alla guerra. In Italia a Torino e a Genova, in Francia a Parigi e a Saint-Étienne, in Inghilterra, ma soprattutto in Germania gli scioperi illegali e spesso contro le direttive sindacali avevano cominciato a danneggiare la produzione. All’inizio del 1918 in Germania si arrivò quasi ad una vera e propria insurrezione, con centinaia di migliaia di scioperanti, appoggiati dai marinai e dai soldati. In alcuni casi soldati tedeschi e russi al fronte si rifiutarono di combattere, scegliendo la fraternizzazione contro i rispettivi comandi. La nota ufficiale del papa Benedetto XV sull'”inutile strage” favoriva gli ammutinamenti nell’esercito italiano. L’esercito francese e più ancora quello austroungarico vennero profondamente minati dai rifiuti di combattere e dalla diserzione. Aumentò enormemente il numero dei prigionieri: segno che i soldati in molti casi non combattevano più, non rispondevano agli ordini, e coglievano qualunque occasione per consegnarsi al nemico. La guerra si avviava al suo termine non solo per l’entità delle reciproche distruzioni materiali, ma anche per l’estremo disgusto e per lo sfinimento dei popoli, che avevano perduto quella tenuta psicologica sulla quale qualunque grande sforzo collettivo si fonda.

In realtà, come vediamo, a cedere non fu soltanto il fronte di combattimento. È l’intera società civile ad essere giunta allo stremo. Gli operai e le operaie in fabbrica, con orari di lavoro sempre più massacranti e stipendi da fame, divorati dall’inflazione galoppante su cui si scaricava l’enorme, montante debito pubblico; le massaie che non riescono più a mandare avanti la famiglia e, contemporaneamente, a lavorare la terra con il marito in trincea o prigioniero o, peggio ancora, disperso.

8. L’intervento degli Stati Uniti e la sconfitta degli Imperi centrali. Le conferenze di pace.

La Germania aveva affrontato la flotta britannica in mare aperto una sola volta nel corso della guerra, a metà del 1916, nella battaglia dello Jutland. L’esito di questa battaglia era stato incerto, dal punto di vista delle perdite, leggermente più forti da parte inglese (6 incrociatori e 8 torpediniere inglesi contro 1 corazzata, 5 incrociatori e 5 torpediniere tedesche). Ma il risultato strategico era stato a vantaggio dell’Inghilterra, che manteneva il controllo del mare e impediva ai tedeschi di uscire all’aperto. Data da allora il forte impegno tedesco nella guerra sottomarina. La Germania, strangolata dal blocco inglese, fini (dal febbraio 1917) con l’affondare qualunque nave mercantile, in qualunque parte del mondo: in particolare navi americane. Era chiaro che così facendo avrebbe provocato l’intervento in guerra degli Stati Uniti, ma i tedeschi fecero di nuovo lo stesso errore che avevano fatto nel ’14 con l’Inghilterra. Pensarono di vincere la guerra, grazie alla sconfitta della Russia, prima che gli americani si decidessero davvero ad intervenire, e comunque riuscissero a dislocare le loro truppe sul teatro delle operazioni.

Se pensiamo che la principale ragione di scontro tra impero britannico e Reich germanico consistette nell’ottenimento della supremazia marittima a suon di corazzate varate in più rispetto al nemico, lo sviluppo della guerra sui mari appare abbastanza incisiva. Anche qui tecnologie e disponibilità economiche dei paesi rivali, grosso modo si equivalevano, neutralizzandosi a vicenda. Vale lo stesso discorso che abbiamo fatto a proposito della guerra su terra. La differenza fondamentale consisteva nella speciale situazione geopolitica della Germania, che si vedeva negare dalla flotta da guerra britannica la possibilità di far uscire le proprie navi cargo in mare aperto. Per questo la guerra sottomarina fu una specie di strategia obbligata, alla quale l’alto comando della Marina Imperiale tedesca non poté sottrarsi. Leggo:

Non fu così, malgrado la forte propensione americana ad astenersi dal coinvolgimento. Il presidente democratico Wilson era stato rieletto nel ’16 con un programma pacifista. E l’opinione pubblica negli Stati Uniti era molto avversa ai tedeschi, ma altrettanto alla Russia zarista, e nel complesso decisamente isolazionista. Tuttavia, il continuo affondamento delle navi americane da parte dei tedeschi determinò un rovesciamento dell’opinione pubblica, e d’altra parte la caduta dello zar rendeva plausibile, per gli Stati Uniti, una dichiarazione di guerra a fianco delle democrazie occidentali. I grandi istituti finanziari americani erano consapevoli che i paesi dell’Intesa, in caso di sconfitta, non avrebbero potuto pagare i debiti, e che il capitalismo tedesco si sarebbe enormemente rafforzato. Gli USA entrarono in guerra nell’aprile del 1917. In realtà l’esercito americano ci mise un anno a mobilitarsi davvero e a schierarsi oltre Atlantico, e solo dalla primavera del 1918 i suoi soldati cominciarono ad arrivare sul teatro di guerra al ritmo di 300 000 al mese. In tutto gli Stati Uniti riuscirono a portare in guerra quasi 5 milioni di uomini, partecipando di fatto solo agli ultimi quattro o cinque mesi di battaglie.

Infatti, le loro perdite furono molto minori di quelle degli altri contendenti: poco più di centomila morti e duecentomila feriti. Meno della piccola Serbia.

Nella primavera del 1918 i tedeschi poterono spostare le loro truppe dal fronte orientale, e passarono all’offensiva in Francia con grande impeto e anche con notevoli successi. Sfondarono le linee di nuovo fino alla Marna, come nel 1914, ma anche questa volta i francesi contrattaccarono, dando avvio all’offensiva finale. Paradossalmente lo sfondamento dei fronti francese e italiano da parte delle truppe degli Imperi centrali aveva un effetto negativo sul morale dei loro soldati. Si rendevano conto, infatti, che le retrovie dei paesi dell’Intesa erano ricche in confronto alla situazione disperata in cui erano ridotte le loro. Il cedimento psicologico, spesso il rifiuto di combattere, fu una componente notevole della sconfitta austro-tedesca.

Per i tedeschi, dalla primavera del 1918, comincia una vera e propria corsa contro il tempo. Le uniche carte che restavano loro da giocarsi contemplavano una vittoria decisiva e schiacciante contro le truppe anglo-francesi schierate sul fronte occidentale, prima che le divisioni statunitensi potessero essere schierate in linea a pieni effettivi, trasferendo divisioni ed armamenti dal fronte orientale, smobilitato dopo l’uscita dalla guerra della Russia e la pace di Brest-Litovsk. L’offensiva di primavera conosciuta anche come Kaiserschlacht (in italiano “battaglia per l’Imperatore”) fu l’ultimo tentativo di chiudere la partita bellica prima dell’inevitabile crollo del fronte interno. Evocativo anche il nome che fu imposto all’offensiva: “battaglia per l’imperatore”. In effetti si trattava di salvare con la Germania anche il trono imperiale: non a caso nel novembre del ’18 l’imperatore Guglielmo II fu costretto ad abdicare e a rifugiarsi in Olanda a seguito della rivoluzione scoppiata nel paese. A ribellarsi fu in primis la guarnigione di marina di stanza nel porto di Kiel, seguita da quella di Colonia e poi di Berlino. Ad un certo punto, sembrò che la rivoluzione socialista, tanto auspicata alla vigilia del conflitto mondiale, potesse prendere realmente corpo anche in Germania e di lì dilagare nel resto d’Europa. L’entrata in guerra degli USA, ci suggerisce l’autore, fu motivata da ragioni strettamente economico-finanziarie: se l’Intesa avesse avuto la peggio i creditori americani difficilmente avrebbero potuto riscuotere i loro crediti dai partner anglo-francesi che si erano pesantemente indebitati per sostenere le immense spese belliche. Nel dopoguerra, col piano Dawes, le banche statunitensi finanziarono anche il debito pubblico dei loro ex nemici tedeschi, su cui pesavano in maniera spaventosa le spese di riparazione (132 miliardi di marchi oro) imposte alla Repubblica di Weimar (subentrata al Reich germanico dopo l’abdicazione del Kaiser) dai governi dei paesi vincitori. Anche a guardare sotto questa luce, la Grande Guerra si rivela decisamente moderna: le dinamiche finanziario-economiche si affiancano e, a volte, dettano l’agenda alle stesse dinamiche politiche. Leggo:

Una novità importante degli ultimi mesi del conflitto fu l’impiego, soprattutto da parte dell’Inghilterra, dei primi carri armati, insieme al perfezionamento degli aerei, ora utilizzati anche per la caccia, oltre che per il bombardamento e la ricognizione. Dopo anni di enorme prevalenza della difesa, l’attacco diventava di nuovo dinamico. Non si sarebbe più andati all’assalto delle trincee nemiche solo con la fanteria, ma ormai anche coi carri e gli aerei. In agosto i soldati inglesi, francesi e ormai anche le truppe fresche americane lanciarono l’offensiva in direzione del Belgio con 400 carri armati e travolsero le divisioni avanzate tedesche. Ai primi di settembre, dopo il crollo delle sue linee fortificate arretrate, la Germania avviava trattative per l’armistizio, che fu firmato 1′ 11 novembre. Pochi giorni prima: il 4 era stato siglato quello fra Italia e Austria, dopo la battaglia di Vittorio Veneto e l’avanzata dell’esercito italiano fino a superare le linee precedenti la rotta di Caporetto. La Germania era in preda a fermenti rivoluzionari. L’Impero austroungarico si stava dissolvendo, per la proclamazione di indipendenza delle varie nazionalità. La Prima guerra mondiale era così terminata.

L’avanzata di Vittorio Veneto, tanto celebrata dalla retorica nazionale, fu operazione militare di poco conto. Di fatto si trattava di inseguire l’esercito austro-ungarico in via di rapida dissoluzione. Gran parte dei reparti asburgici, soprattutto quelli composti da elementi slavi, deponevano le armi spontaneamente per far ritorno a casa. Piuttosto, anche in questo caso, si trattò di una corsa contro il tempo per occupare manu militari quei territori che il Patto segreto di Londra aveva assegnato all’Italia, ma che i nuovi equilibri geopolitici seguiti all’uscita della Russia dalla guerra e, soprattutto, alla discesa in campo degli Stati Uniti, mettevano in discussione. In particolare, come vedremo, il cosiddetto principio di nazionalità, che figurava tra i 14 punti dell’agenda politica del presidente Wilson, avrebbe potuto compromettere l’annessione all’Italia delle ex province asburgiche che non presentavano larghe maggioranze di popolazione di lingua e cultura italiana. Si pensi, ad esempio, al Sud Tirolo o Alto Adige, che fu annesso al nostro paese per permettere lo spostamento del confine al Brennero. L’annessione dell’Alto Adige, nonostante il fatto che la gran parte della popolazione ivi residente fosse (e continua ad essere anche oggi) germanofona, si realizzò senza problemi. I problemi, invece, sorsero nei territori della fascia adriatica, storicamente appartenenti alla Repubblica Serenissima di Venezia, in cui la componente italiana, seppure abbastanza nutrita nelle città costiere, risultava scarsa o quasi del tutto assente nell’entroterra e nelle campagne, dove a prevalere nettamente era la componente slava, slovena e croata. Più in là parleremo della questione di Fiume e della spedizione di Gabriele D’Annunzio.

Di fatto, anche se può suonare paradossale, la vera vittoria in campo militare il nostro esercito la ottenne proprio resistendo sulla linea del Piave dopo il crollo del fronte a Caporetto. Il restringersi del fronte da difendere e la maggiore vicinanza alle linee di rifornimento aumentarono l’efficienza dei nostri reparti, mentre, per converso, andò diminuendo l’efficienza dei reggimenti austro-tedeschi, che videro complicarsi la logistica del rifornimento di viveri e munizioni.

Sotto molti aspetti gli Stati Uniti erano il vero vincitore del conflitto. Pagando un costo relativamente modesto avevano determinato la vittoria dell’Intesa. Avevano prestato i capitali necessari alla vittoria, di cui avrebbero incassato quindi per anni i benefici. I paesi vinti erano distrutti; e i vincitori europei si erano gravemente indebitati, mentre gli americani si erano arricchiti, soprattutto nel confronto con gli altri. Tolta di mezzo la Russia, gli Stati Uniti avevano gettato tutto il loro peso dalla parte delle democrazie contro i regimi autoritari; quindi, potevano presentare la guerra non come uno scontro fra nazionalismi o fra imperialismi, quale era stata, ma come una vittoria del “bene” sul “male”, di un capitalismo mirante alla convivenza pacifica delle nazionalità e al progresso comune, sulle residue sopravvivenze del vecchio autoritarismo illiberale e militarista. Il presidente Wilson aveva sottolineato molto fortemente questo aspetto, già nel gennaio del ’18, in una dichiarazione in cui si sottolineavano i 14 punti che gli Stati Uniti intendevano difendere. “In questa guerra non domandiamo nulla per noi. Ma il mondo deve poter vivere, e ogni nazione pacifica che, come la nostra, desidera veder garantita la propria esistenza e vuole stabilire pacificamente le sue istituzioni deve essere sicura della giustizia e correttezza da parte degli altri popoli. E deve essere protetta contro la forza e le aggressioni egoistiche. Tutti i popoli del mondo hanno il nostro stesso interesse e, da parte nostra, sappiamo che se non sarà fatta giustizia agli altri, non verrà fatta neppure a noi”. I 14 punti elencavano il principio della trasparenza dell’azione diplomatica, la soppressione delle barriere alla navigazione e al commercio, il disarmo, il rispetto del principio di nazionalità e la creazione di una struttura internazionale di garanzia ” allo scopo di procurare a tutti gli stati, grandi e piccoli indistintamente, mutue garanzie di indipendenza e di integrità territoriale”.

In realtà i principi fortemente voluti dal presidente Wilson stentarono ad affermarsi, vuoi per l’opposizione interna negli Stati Uniti, vuoi per le politiche scarsamente oculate dei governi inglese e francese. Il Congresso americano non votò per l’adesione degli Stati Uniti alla Società delle Nazioni, il nuovo organismo internazionale fortemente voluto da Wilson, che, da quel momento, avrebbe dovuto porre fine alle guerre risolvendo per via diplomatica le controversie internazionali. La Società delle Nazioni, fondata il 28 giugno 1919 nell’ambito della Conferenza di pace di Parigi, rappresentò l’antesignana dell’odierna Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), coronando un progetto politico che risaliva addirittura al Settecento illuminista. A questo scopo Kant aveva scritto un trattatello intitolato La pace perpetua. Un’utopia realizzata, ma che rimase (e rimane) in gran parte tale: così come la Società delle nazioni non fu capace di impedire lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, alla stessa maniera l’intervento dell’ONU nelle questioni di politica internazionale durante la Guerra Fredda e, successivamente, dopo il crollo dell’URSS, si è rivelato sempre poco incisivo e solo raramente risolutivo. Si pensi ad esempio all’annosa questione mediorientale che, nonostante le decine di risoluzioni ONU, si trascina virulenta da più di mezzo secolo. Il presidente Wilson fu poi messo fuori gioco dall’influenza spagnola che lo colpì nella primavera del 1919 mentre partecipava alla conferenza di Parigi. Caduto gravemente malato, non riuscì ad imporre, come vedremo, la sua linea “morbida” di contro a quella più rigida e politicamente miope dei suoi partner europei, ed in particolare della Francia di Clemenceau. Una linea, quella francese, che si basava su ragioni scioviniste e revansciste da una parte, la rivalità franco-tedesca risaliva a Sedan e alla perdita dell’Alsazia-Lorena, e sulla necessità di colmare le immense perdite economiche ed umane patite durante la guerra. Di fatto, imponendo clausole di pace particolarmente dure alla Repubblica di Weimar, gli alleati dell’Intesa, e la Francia in particolare, per paura che la Germania potesse riconquistare una posizione di preminenza geopolitica ed economica sul continente, finirono con il consegnare un paese stremato da due crisi economiche – nei primi anni Venti e, dopo il crollo della Borsa di Wall Street, nei primi anni Trenta – nelle mani di Hitler. Il Fuhrer ebbe gioco facile nell’incolpare i nemici di ieri e l’ingiusta pace di Versailles di tutti i mali occorsi al popolo tedesco. Vinta la guerra, almeno sulla carta, gli alleati dell’Intesa persero clamorosamente la pace. I veri vincitori della Grande Guerra furono gli Stati Uniti. Come dire: tra i due litiganti, il terzo gode… Ma vediamo ora dando fondo al testo di Viola quali furono esattamente le clausole dei trattati di Parigi.

Le conferenze di pace si riunirono a Parigi a partire dal gennaio 1919, e i diversi trattati furono firmati in diverse sedi della periferia parigina nel ’19 c nel ’20, fra i vincitori e ciascuna delle potenze sconfitte. Quello con la Germania fu firmato a Versailles, là dove cinquant’anni prima i tedeschi avevano umiliato la Francia e proclamato la propria unità. La Germania restituiva l’Alsazia-Lorena alla Francia e una parte dei propri territori orientali ad una ricostituita Polonia. Il porto di Danzica sul Baltico diventava una non meglio precisata “città libera”, punto d’arrivo di un “corridoio” che costituiva lo sbocco polacco al mare e quindi interrompeva la continuità del suolo tedesco. Inoltre, la zona mineraria della Saar veniva temporaneamente occupata dai francesi. Trascorsi quindici anni, un plebiscito avrebbe determinato l’appartenenza della regione alla Germania o alla Francia. Il trattato proclamava l’esclusiva responsabilità tedesca per lo scoppio della guerra, e pertanto la Germania perdeva il diritto di ricostituire un vero esercito ed era tenuta a pagare un’indennità così enorme – fra risarcimenti in denaro, forniture di carbone, cessione di navi, bestiame e altro – che per due o tre generazioni le avrebbe reso del tutto impossibile qualunque sviluppo economico.

Gli Imperi austroungarico, ottomano e russo avevano cessato di esistere, e sul loro territorio nascevano diversi nuovi Stati nazionali: la Finlandia, l’Estonia, la Lettonia, la Lituania, la Polonia, la Cecoslovacchia, la Iugoslavia, oltre alle repubbliche austriaca e ungherese, che sostituivamo i due rami della “duplice monarchia” asburgica. L’Austria, dove era stata proclamata la repubblica nel novembre 1918, dopo l’abdicazione dell’imperatore Carlo, firmò con l’Intesa il trattato di Saint Germain, che riduceva la sua estensione territoriale ad un ottavo del vecchio Impero, e la privava di uno sbocco al mare, per la cessione dell’Istria all’Italia. Anche l’Ungheria, con il trattato di Trianon, si vide imporre pesanti amputazioni territoriali e ingenti riparazioni di guerra. La Turchia perdeva col trattato di Sèvres tutta la penisola balcanica tranne Istanbul, e subiva la smilitarizzazione degli stretti. Perdeva inoltre l’Armenia e tutto il mondo arabo, che veniva spartito sotto forgia di protettorati fra Inghilterra e Francia: Siria, Palestina, Transgiordania, Iraq, Arabia, Yemen. Avrebbe dovuto perdere anche a favore della Grecia la città di Smirne sull’Egeo, e inoltre il Kurdistan, cioè la zona dell’Anatolia orientale abitata da popolazioni di lingua persiana, che doveva diventare uno stato indipendente. Le cose poi andarono diversamente, e la nuova Turchia riuscì a riconquistare parte dei territori persi.

L’Italia, rispetto alle aspettative create dai patti segreti di Londra, guadagnava meno del previsto. In Dalmazia otteneva solo la città di Zara, l’unica in cui la comunità italiana fosse consistente, e in Turchia non otteneva niente, a parte il Dodecaneso e la Libia già conquistati nel ’12. Fiume veniva dichiarata, come Danzica, “città libera”, il che fu un modo come un altro per rinviare il problema.

L’autodeterminazione dei popoli proclamata nei 14 punti di Wilson valeva a favore dei vincitori, ma non dei vinti, e tanto meno dei colonizzati. La Cecoslovacchia inglobava due milioni di tedeschi, la Romania una notevole minoranza ungherese, l’Italia duecentocinquantamila tirolesi.

Vero è che all’Italia – che cominciò a sentirsi maltrattata quasi quanto i paesi vinti – veniva negata la Dalmazia di lingua croata. La Francia rientrava in possesso dell’Alsazia-Lorena profondamente germanizzate. Soprattutto agli austriaci veniva esplicitamente negata l’opzione di unirsi alla Germania: sarebbe stato infatti intollerabile che la Germania uscisse dalla guerra più grande di prima.

Soprattutto la Francia, che aveva pagato i costi più alti, fu determinata a imporre indennità di guerra tali alla Germania da causarne la rovina per decenni. Al governo in Francia c’era il vecchio Clemenceau, che non intendeva transigere sul fatto che il suo paese era nel giusto perché aveva combattuto per i vecchi e nobili principi della libertà, dell’uguaglianza e della fraternità; e che la Germania aveva tutta la colpa della guerra e doveva pagarne integralmente i danni. Non si rendeva conto del pericolo che rappresentava per l’equilibrio europeo una Germania a cui non si lasciava alcuna possibilità di riprendersi pacificamente; che sarebbe stato più saggio e più prudente aiutare una repubblica tedesca pacifica e democratica a risollevarsi e a chiudere con i fantasmi del passato.

Come dicevo prima, la miope politica francese ai trattati di Parigi fu, direttamente o indirettamente, una delle cause scatenanti del successivo conflitto mondiale. Il che fa apparire quella dei vent’anni successivi come una specie di tregua armata tra i diversi contendenti europei, in parte ignari che i destini del continente e del mondo intero a breve non si sarebbero più decisi in quel di Parigi o di Berlino, bensì tra Washington e Mosca, e più tardi a Pechino. La carta geografica dell’Europa orientale con la cancellazione dell’impero asburgico e di quello ottomano – e, in parte, l’arretramento del Reich tedesco e della ex Russia zarista – iniziò ad assumere i connotati della odierna carta continentale, con l’emergere di stati nazionali di nuovo conio: la nuova Polonia, rinata come l’araba fenice dalle sue ceneri (l’ultima spartizione della Polonia risaliva al 1795); le tre repubbliche baltiche, Estonia, Lettonia e Lituania, successivamente annesse dall’Unione Sovietica, e la Finlandia nell’area baltica; la Cecoslovacchia nella Mittel-Europa, insieme ad un’Austria e ad un’Ungheria indipendenti e di ridotte dimensioni; ed, infine, nell’area balcanica il nuovo stato Iugoslavo, destinato ad andare a pezzi all’inizio degli anni Novanta, con la fine della Guerra Fredda. L’area balcanica si conferma ancora oggi la regione europea più instabile con il nodo irrisolto del Kossovo e, in parte, della Bosnia. Sarajevo, da dove partì la scintilla che scatenò la Grande Guerra divenne negli anni Novanta epicentro della nuova guerra balcanica e città martire. Di un’altra zona altamente instabile, nata dalla dissoluzione dell’Impero ottomano, abbiamo già detto: si tratta del Medioriente ed in particolare della Palestina. Un’altra tragica eredità della Grande Guerra e dei suoi fallimentari trattati di pace. Anche in questo caso spicca la cecità dei governi francese e britannico che di fatto con l’accordo Sykes-Picot del 1916 (dal nome dei due diplomatici che ne furono protagonisti) si spartirono gli ex territori ottomani con l’assegnazione del protettorato su Siria e Libano alla Francia e di quello su Palestina e Giordania alla Gran Bretagna. E con questo abbiamo terminato la nostra esposizione. Spero possa tornare utile a qualche navigante oltre che a qualche mio studente. Potrà sembrare cosa di poco conto, ma dietro un’ora di registrazione ci sono molte ore di lavoro considerando il tempo per la documentazione, lo studio, la programmazione, l’utilizzo del mezzo informatico, ecc. Un po’ come capita per le lezioni preparate per l’esposizione in classe. Ecco, basterebbe riflettere su questo per capire quanto sia miope affermare che il lavoro di docente si limiti a sole 18 ore alla settimana. Delle ore dedicate alla burocrazia, ormai perversamente onnipervasiva, invece, noi studiosi faremmo volentieri a meno… Buono studio!

Autore:

Ho studiato filosofia presso l'Università degli Studi di Roma “La Sapienza” e mi sono laureato nel 1990, relatore il prof. Gabriele Giannantoni, con una tesi in storia della filosofia antica intitolata "Vivere significa morire: analisi di alcuni frammenti eraclitei". Sono socio della SFI - Società Filosofica Italiana di cui curo il sito web. Da alcuni anni mi interesso di Pratiche Filosofiche e Consulenza Filosofica, collaborando con riviste scientifiche del settore, sulle quali ho all'attivo decine di pubblicazioni. Dal 2004 svolgo la professione di Consulente Filosofico e ho promosso una serie di iniziative filosofiche (Caffè Philo, Dialogo Socratico, Seminari di gruppo) aperte al pubblico. Attualmente insegno filosofia e storia presso il Liceo "I. Vian" di Bracciano (Liceo Classico sezione X). Utilizzo la filosofia in pratica sia durante le lezioni ordinarie che in altre "straordinarie" occasioni (passeggiate filosofiche nel bosco, dialoghi socratici a tema, ecc.). A scuola provo a tener aperto uno "sportello" di consulenza filosofica rivolto ai grandi ed ai meno grandi.

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