Pubblicato in: filosofia

Che cos’è l’Imperativo categorico kantiano?


Caro professore, le sarei immensamente grato se potesse chiarire un dubbio che, quasi, mi “tormenta”, nel senso che non riesco a risolverlo da me stesso. Non capisco il nesso tra legge morale ed imperativo categorico. Di primo acchito, la questione sembra molto semplice: l’imperativo categorico è la forma della legge morale. Ma, andando più nel profondo, non comprendo come ciò sia possibile. Il manuale che utilizzo, il Ferraris, dice: “Kant sostiene però che esiste anche un imperativo categorico, che impone un comportamento in modo assoluto, senza subordinarlo ad alcuna condizione”. Perfetto; tuttavia, in relazione alla legge morale, cosa significa tutto questo? La legge morale riguarda l’universalizzabilità di un comportamento. Qual è dunque il senso di “che impone un comportamento in modo assoluto”? La legge morale non impone alcun comportamento concreto, se ho inteso correttamente. Poi, pure, aggiunge: “L’imperativo categorico si limita a imporre «Devi!», indipendentemente da qualunque scopo”. Ma come ciò si collega alla questione dell’universalizzabilità? (Emanuele)

Risposta:

Vediamo, cerchiamo di dircelo in maniera semplice, senza paura di banalizzare troppo la faccenda. Proviamo a mettere al posto di “Imperativo categorico” l’espressione “voce della coscienza”. Hai presente quando, messo di fronte ad una determinata situazione, senti che non puoi non agire se non in una determinata maniera? E questo al di là di ogni interesse personale e tenendo a freno l’istinto del momento che, per esempio, ti istigherebbe a girare la testa da un’altra parte… Sai che non potresti mai perdonartelo. Lo sai e basta. Se solo ti fermassi un attimo a pensarci, magari, troveresti anche una giustificazione razionale a questo tuo sentire, tale da poter essere assolutamente condivisa con tutti (cioè da poter essere resa “universale”). Ti sarà capitato, qualche volta… Un ragazzo che viene bullizzato, una compagna di classe che viene ingiustamente rimproverata. Non so, prova a fare tu l’esempio che ti sembra più idoneo. Senti che è ingiusto e basta. Ed è ingiusto perché offende l’umanità che è in te, non il tuo piccolo io, ma qualcosa di più grande e profondo. E immediatamente ti rendi anche conto che, se quel comportamento dovesse essere elevato a norma generale, ebbene, avremmo un’umanità ancora più infelice, ancora più meschina, ecc. Ecco, questa è la radice dell’imperativo categorico. Nessun calcolo opportunistico, nessun utile in vista. Ti spinge ad una determinata condotta e basta, anche se poi, magari, il tuo agire non dovesse mostrarsi all’altezza della situazione o dovesse rivelarsi, purtroppo, inconcludente. Sia come sia: è tuo dovere e basta. Hai presente quella sensazione di potersi addormentare tranquilli perché si sa di aver fatto quel che era giusto fare? Ecco. Considera un’altra cosa. L’imperativo categorico di Kant, a ben guardare, è l’istinto morale cristiano-luterano depurato di qualsivoglia contenuto religioso o fideistico (vecchia maniera), voce della coscienza, voce di Dio, e declinato secondo i crismi della Ragione illuministica. Vogliamo provare a muovergli una critica? A molti, forse, potrà “puzzare” ancora di “fideistico”, e la sua apparente laicità rivelarsi una fragile copertura. Non a caso, l’imperativo kantiano ha la stessa forma della legge fondamentale del cristianesimo (che, peraltro, è assolutamente razionale): “non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te”. Ovvero: “rispetta negli altri la stessa umanità che riscontri (o dovresti riscontrare) in te”. È chiaro? Ti dico anche qual è la differenza fondamentale tra l’imperativo categorico kantiano e la massima evangelica: il primo è espresso “autonomamente” dalla Ragione (ovvero la Ragione umana si dà da sé medesima – in greco autòs – la sua legge – in greco nòmos); il secondo, invece, è dettato in maniera “eteronoma” da Dio (èteros, “altro”, nòmos, legge”: legge posta, stabilita da qualcun altro, ovvero il divino). Ecco, l’imperativo categorico rappresenta il comandamento fondamentale di un Uomo diventato “maggiorenne”, di un Cristiano che, laicamente, osserva nella Legge di Dio la sua profonda, intrinseca “razionalità” e la riconosce come propria. Da qui capisci anche perché è proprio dalla Critica della Ragion Pratica che prenderà avvio la riflessione dei successivi filosofi idealisti, a cominciare da Fichte. Buona domenica

Autore:

Ho studiato filosofia presso l'Università degli Studi di Roma “La Sapienza” e mi sono laureato nel 1990, relatore il prof. Gabriele Giannantoni, con una tesi in storia della filosofia antica intitolata "Vivere significa morire: analisi di alcuni frammenti eraclitei". Sono socio della SFI - Società Filosofica Italiana di cui curo il sito web. Da alcuni anni mi interesso di Pratiche Filosofiche e Consulenza Filosofica, collaborando con riviste scientifiche del settore, sulle quali ho all'attivo decine di pubblicazioni. Dal 2004 svolgo la professione di Consulente Filosofico e ho promosso una serie di iniziative filosofiche (Caffè Philo, Dialogo Socratico, Seminari di gruppo) aperte al pubblico. Attualmente insegno filosofia e storia presso il Liceo "I. Vian" di Bracciano (Liceo Classico sezione X). Utilizzo la filosofia in pratica sia durante le lezioni ordinarie che in altre "straordinarie" occasioni (passeggiate filosofiche nel bosco, dialoghi socratici a tema, ecc.). A scuola provo a tener aperto uno "sportello" di consulenza filosofica rivolto ai grandi ed ai meno grandi.

Un pensiero riguardo “Che cos’è l’Imperativo categorico kantiano?

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...