Pubblicato in: politica mente, storia

La guerra in Ucraina: prospettive geopolitiche e “personalistiche”


https://en.wikipedia.org/wiki/Winter_on_Fire:_Ukraine%27s_Fight_for_Freedom
https://en.wikipedia.org/wiki/Ukraine_on_Fire


Per chi volesse approfondire la conoscenza dei fatti che hanno portato all’attuale guerra in Ucraina consiglio la visione “parallela” di questi due documentari (il primo del 2015, il secondo del 2016) entrambi “di parte”, a maggior ragione se guardati dall’attuale prospettiva di propaganda bellica. Il fatto che fossero “di parte” o “propagandistici” – o che tali siano stati e vengano considerati dalla critica – sta appunto a testimoniare, in maniera inequivocabile, come in conflitto fosse già in atto molti anni fa. Il braccio di ferro della contrapposta propaganda mass-mediatica era decisamente all’opera, con tutte le distorsioni, parzialità, omissioni o palesi menzogne cui assistiamo oggi.
In una prospettiva storica si potrebbe affermare, oso azzardare questa tesi, che il 24 febbraio 2022 altro non sia che un’ulteriore e più drammatica tappa della progressiva escalation bellica (prima “fredda”, poi “tiepida”, ora “calda”) tra il governo USA (con i suoi satelliti NATO) e quello della Federazione russa combattuta in maniera similare alle tante guerre della seconda metà del Novecento, ovvero su un campo di battaglia periferico (anche se, in questo caso, il concetto di “periferico” non vale per la Russia) con intervento delle proprie forze sul campo o, possibilmente, per procura, in modo da non rischiare la guerra termonucleare globale (l’annientamento del pianeta o di una buona parte degli schiavi non conviene nemmeno ai padroni… la mafia insegna).
Si comincia destabilizzando un paese geopoliticamente strategico, ovvero rinfocolando conflitti interni più o meno in atto, fino a provocare una guerra civile. A quel punto si interviene (o direttamente con le proprie truppe o indirettamente con l’invio di armi, istruttori militari e contractors – o con tutti questi escamotage insieme) provocando la distruzione del paese “ospite”. Vedi, per esempio, il caso dell’Afghanistan, invaso nel 1979 dall’URSS e poi nel 2002 dalla NATO. Nei riguardi dei paesi in stato di minorità le grandi potenze con i loro apparati finanziari, industriali, militari e mass-mediatici agiscono alla stregua di metastasi tumorali che infettano le cellule sane dell’organismo a cominciare da quelle più deboli. La guerra in Ucraina, da questo punto di vista, è espressione di una forma di neo-colonialismo imperiale, sia dal lato russo che da quello statunitense, nell’ambito di una partita che ha sullo sfondo equilibri ed interessi geopolitici ben più vasti, in cui gli altri coprotagonisti sono Cina e “Area Euro” (dico “Area Euro” perché l’Europa in senso politico non esiste né, probabilmente, esisterà fintantoché non si doterà di un esercito e di una politica estera indipendente, rinegoziando il proprio ruolo subordinato nella NATO o uscendo dalla NATO stessa).
Il quadro attuale, in termini geopolitici globali, vede – “paradossalmente” dato che è l’esercito russo ad aver invaso il territorio ucraino (il paradosso è apparente: si tratta di spostare l’obiettivo zoomando dentro o fuori l’attuale campo di battaglia ucraino e avanti o indietro nel tempo) – la Federazione russa sulla difensiva con obiettivi chiari e limitati (nonché dichiarati: riconoscimento del Donbass e della Crimea e neutralizzazione dell’Ucraina), consapevole di non essere in grado di colpire al cuore gli interessi e la base geopolitica di potenza USA. Questo è il motivo, tra l’altro, per il quale il governo della Federazione russa invoca minacciosamente lo spettro dell’uso delle armi atomiche (data anche la sproporzione con l’avversario sul piano della capacità di condurre una guerra convenzionale che si protragga troppo nel tempo).
USA e Gran Bretagna mirano, ormai dichiaratamente (ma, insomma, lo si era intuito…) ad una diminutio della potenza russa, lasciando che dissangui le proprie risorse militari ed economiche in quello che si auspica diventi il “pantano Ucraina” o il “Vietnam russo” (o “nuovo Afghanistan” sarebbe più storicamente preciso dire) e/o ad un cambio di regime con la defenestrazione di Putin, magari attraverso una riedizione russa delle tante “rivoluzioni colorate” (vedi l’ “arancione” ucraino del 2004). Un colpo da KO, insomma, che rintroni e metta in difficoltà anche il principale nemico USA a livello globale, ovvero la Cina. Per raggiungere questo obiettivo, però, ammesso che sia possibile, ci vorranno anni, atomica e Cina (nonché BRICS) permettendo. Peraltro, la Russia, come ci insegna la storia, è un osso duro e il suo popolo è decisamente più rotto ai sacrifici e alla sofferenza di quanto non lo siano le plebi occidentali (che i draghisti nostrani vorrebbero, non a caso, sempre più “resilienti”, ovvero in grado di sopportare le gravi privazioni che ci verranno inflitte “per colpa di Putin”, ovviamente).
Date queste premesse, la guerra, purtroppo, è destinata a durare ancora a lungo. La speranza che si può ragionevolmente coltivare è che essa tenda progressivamente a “raffreddarsi”, quantunque ulteriori escalation sembrino dietro l’angolo. Comunque vadano le cose, a pagarne le terribili conseguenze sarà il martoriato popolo ucraino – oramai spaccato in due: non dimentichiamoci che all’interno del conflitto NATO-Governo di Kiev-Russia è in atto da anni una guerra civile dalla quale sarà difficile tornare indietro (vedi il caso della ex-Yugoslavia). In seconda battuta, il peso economico della guerra (“solo” economico, auguriamoci) sarà sopportato dalle plebi europee, a completamento del processo neolib di progressivo smantellamento dei Welfare nazionali iniziato dopo la caduta dell’URSS.
Senza la Russia (e con rapporti da ridefinire rispetto a Cina, India, Sud Africa, paesi mediorientali) le economie dell’Eurozona si troveranno in posizione decisamente ancillare rispetto all’impero del dollaro (a cominciare dal fabbisogno di risorse energetiche). Nostro interesse sarebbe, in un mondo multipolare, poter coltivare, da una posizione di equilibrio geopolitico, buoni rapporti commerciali e culturali sia con la Federazione russa sia con l’anglosfera, (nonché, va da sé, con la Cina), nel rispetto della sicurezza di ciascuna potenza, affrontando insieme le terribili sfide che l’umanità ha dinanzi, la questione climatica ed ambientale, la pressione demografica, il progressivo esaurimento delle risorse energetiche e delle materie prime.
Ma non sarà così. Chi ci governa ha deciso per la guerra.
So che non potremo mai vincerla, ma, ricordatevi, la vera guerra in atto, che dovremmo combattere tutti quanti, non è quella della Russia contro Kiev, bensì quella dei diseredati contro le classi dominanti (mi si passi l’uso di una terminologia “rétro”, non compatibile con la neo-lingua). Le uniche armi che abbiamo sono quelle gandhiane della protesta non-violenta, del boicottaggio, dell’astensione. In primo luogo, però, dovremmo provare a combattere la battaglia per recidere i semi di odio e di rabbia che albergano dentro ciascuno di noi. Meno “individui” e più “persone”. Purtroppo, non me voglia Tolstoj, credo che l’umanità abbia esaurito il tempo a sua disposizione per questo.

Autore:

Ho studiato filosofia presso l'Università degli Studi di Roma “La Sapienza” e mi sono laureato nel 1990, relatore il prof. Gabriele Giannantoni, con una tesi in storia della filosofia antica intitolata "Vivere significa morire: analisi di alcuni frammenti eraclitei". Sono socio della SFI - Società Filosofica Italiana di cui curo il sito web. Da alcuni anni mi interesso di Pratiche Filosofiche e Consulenza Filosofica, collaborando con riviste scientifiche del settore, sulle quali ho all'attivo decine di pubblicazioni. Dal 2004 svolgo la professione di Consulente Filosofico e ho promosso una serie di iniziative filosofiche (Caffè Philo, Dialogo Socratico, Seminari di gruppo) aperte al pubblico. Attualmente insegno filosofia e storia presso il Liceo "I. Vian" di Bracciano (Liceo Classico sezione X). Utilizzo la filosofia in pratica sia durante le lezioni ordinarie che in altre "straordinarie" occasioni (passeggiate filosofiche nel bosco, dialoghi socratici a tema, ecc.). A scuola provo a tener aperto uno "sportello" di consulenza filosofica rivolto ai grandi ed ai meno grandi.

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