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Principi e funzionamento della propaganda di guerra (Anne Morelli)


Principi e funzionamento della propaganda di guerra (Anne Morelli) – Prima lezione

Buongiorno. Un caro saluto ai miei studenti vicini e lontani. Con il video di oggi voglio inaugurare un ciclo di tre lezioni dedicato ad un volumetto, poco conosciuto, ma che merita senz’altro di essere letto con grande attenzione perché ci consente di mettere a fuoco i principi fondamentali della cosiddetta “propaganda di guerra”. Risulterà quindi utilissimo a chi sta cercando elementi di riflessione critica per potersi districare nella selva di informazioni, controinformazioni e, a volte, pseudo-informazioni, espresse con toni spesso parossistici e violenti, che caratterizzano la guerra di propaganda in atto nel nostro paese e su scala globale, come riflesso e parte integrante del conflitto che si svolge in Ucraina.

Il libro s’intitola Principi elementari della propaganda di guerra (Utilizzabili in caso di guerra fredda, calda o tiepida) ed è stato scritto dalla storica belga Anne Morelli della Libera Università di Bruxelles, specialista in critica storica applicata ai media moderni. Nonostante sia stato pubblicato più di vent’anni fa – l’edizione francese risale al 2001 e quella italiana introdotta da Giulietto Chiesa al 2005 – a nessuno sfuggirà la sua grande attualità. Il decalogo di principi sociologici esposti, commentati e corredati di esempi storici a supporto, è germinato dallo studio della storia novecentesca, a partire dalla Grande Guerra, ed è stato poi riutilizzato dalla prof.ssa Morelli in relazione all’operazione NATO a guida statunitense in Afghanistan denominata Enduring Freedom (iniziata nel 2001 a seguito dell’11 settembre) e alla Seconda Guerra del Golfo condotta nel 2003 da George W. Bush contro l’Iraq di Saddam Hussein.

Tale decalogo risale a sua volta all’opera, per l’epoca inquietante, Falsehood in Wartime, pubblicata a Londra nel 1928 da Arthur Ponsonby, un originale lord inglese, con una lunga carriera politica a cavallo tra la Grande Guerra e il Secondo Conflitto Mondiale, convintamente pacifista – al punto di iscriversi al partito laburista contestando l’entrata in guerra della Gran Bretagna nel 1914. Il suo libro, famoso nei paesi anglofoni, quasi sconosciuto in Italia – pensate che è stato tradotto soltanto nel 2015 col titolo Menzogne di guerra. Le bugie che circolarono tra le nazioni durante la grande guerra – ebbene, fu uno dei primi ad occuparsi in maniera scientifica e sistematica della propaganda di guerra.

Prima di passare all’enunciazione dei dieci principi “aurei” della propaganda di guerra, che, nelle prossime lezioni, illustrerò con qualche esempio storiografico o scorribanda nell’attualità, permettetemi alcune considerazioni preliminari.

Come sappiamo, le guerre moderne hanno bisogno del consenso delle masse. Non a caso il Novecento è passato alla storia come il “secolo delle masse”. Questo principio, sia pure in maniera differente, vale tanto per i cosiddetti regimi “autoritari”, quanto per quelli che generalmente si auto-definiscono “democratici”. A nessuno sfuggirà che i due appellativi “autoritario” e “democratico”, sia nel XX secolo che al giorno d’oggi, possono essere declinati in vario modo, a seconda della prospettiva storico-politico-ideologica che si prenda a riferimento. Lo stesso concetto di “democrazia”, nel corso dei decenni, è andato incontro a definizioni e pratiche attuative diverse. Se poi ci si sposta dalla prospettiva tipicamente europea a quella di altri paesi, si pensi, per esempio, alla Cina, alla Russia o alla stessa Ucraina, la questione si fa ancora più complessa. Va da sé che i due attributi, di questi tempi, si caricano di impliciti giudizi valoriali positivi o negativi. Nessun “autocrate” oggi si definirebbe tale. Peraltro, definirsi “democratico”, a metà dell’Ottocento, poteva condurre il malcapitato alla forca: Giuseppe Mazzini repubblicano e democratico, stimato padre della patria, come sappiamo, fu più volte condannato a morte in contumacia dal tribunale di un altro padre della patria, quel Vittorio Emanuele II il cui nome campeggia accanto a quello del nostro nell’onomastica viaria delle principali città d’Italia. Prima di riempirsi la bocca di parole politicamente sensibili occorrerebbe conoscerne il significato in una prospettiva storica. Almeno un pochino. Come vedremo, la propaganda, in genere, ignora volutamente la narrazione critico-storiografica o la riformula storpiandola in maniera acritica e ucronica. Vi ricordate il Ministero della Verità in cui lavorava Winston Smith il protagonista del romanzo orwelliano 1984 (nineteen-eighty four)? «Chi controlla il passato controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato.» Tenetelo sempre a mente.

Comunque sia, soprattutto presso i cosiddetti paesi occidentali, il consenso non lo si può dare affatto per scontato. Esso va preparato, organizzato e strategicamente coltivato con l’uso delle più raffinate tecnologie di comunicazione sociale, seguendo le leggi generali della psicologia di massa, disciplina nata tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Ci limitiamo qui a citare tre autori, probabilmente noti al pubblico che ci segue: l’antropologo e sociologo francese Gustav Le Bon (autore del celeberrimo Psicologia delle folle, pubblicato nel 1895), Sigmund Freud, il padre della psicanalisi e suo nipote Edward Bernays, l’inventore delle cosiddette “relazioni pubbliche”, “public relations” e del marketing pubblicitario, sia commerciale che politico, uno dei primi spin doctor della storia. A lui si devono, per intenderci, locuzioni tipo “mente collettiva”, “fabbrica del consenso”, “manipolazione dell’opinione pubblica”. Data la grande attualità del suo pensiero, Bernays meriterebbe un posto d’onore nei programmi scolastici. Un pensatore decisamente pericoloso per il sistema, non perché ti incita a combatterlo, badate bene, ma perché te ne spiega a fondo il funzionamento. Dal punto di vista di un intellettuale, ma questo dovrebbe valere per ciascun uomo o donna di buona volontà, come si usava dire una volta, il comprendere è preliminare o consustanziale all’eventuale scelta di campo etico-politica e scegliere di impegnarsi nella conoscenza ha già di per sé un valore morale. Questo è il principio che ispira (o dovrebbe ispirare) la deontologia professionale di un insegnante. Non dare nulla per scontato.

Andiamo avanti. L’operazione di captazione e costruzione del consenso è essenziale perché chiama in causa e mette in discussione i principi fondanti della stessa idea di “democrazia”: pensateci, come potrebbe un governo prendere una decisione così grave come l’entrata in guerra senza avere il consenso dell’opinione pubblica o, almeno, della sua parte più qualificata (sia in termini quantitativi che qualitativi)? Badate bene: il termine “guerra” va qui inteso in senso lato: guerra guerreggiata sui campi di battaglia, guerra fomentata ed alimentata tramite l’invio di armi e attraverso sanzioni economiche nei confronti del nemico di turno, oppure, come avviene oggi, guerra combattuta secondo modalità “ibride”, che comprendono elementi cybernetici, economico-monetari, di propaganda, di intelligence, ecc. Si tenga presente, infatti, che in linea di principio la guerra, come strumento di offesa e di risoluzione delle controversie internazionali, è esclusa, o addirittura “ripudiata”, da gran parte delle carte costituzionali (si veda, ad esempio, l’art. 11 della nostra Costituzione o l’art. 26 della Costituzione della Repubblica Federale Tedesca). Lo stesso art. 2 del Trattato NATO, che pure è un’organizzazione militare, afferma che i paesi sottoscrittori, cito, “contribuiranno allo sviluppo di relazioni internazionali pacifiche e amichevoli”. Si tratta di principi che, così esposti, risultano difficilmente fraintendibili.

In tempo di guerra, tanto più preziosi saranno stimati, dunque, gli “addetti ai lavori”, giornalisti, pubblicitari, opinion makers e opinion leaders, ovvero coloro che producono e che guidano l’opinione pubblica. Quando si rende necessario “militarizzare” l’opinione pubblica per far passare un messaggio gradito ed utile ai governanti – in genere, espressione degli interessi geopolitici ed economici delle “classi dominanti”, per usare una espressione gramsciana – allora diventa decisivo che gli addetti ai lavori di quella che oggi chiamiamo “informazione mainstream”cavalchino la tigre della guerra per convincere l’opinione pubblica della sua necessità, nonché della bontà della causa per la quale occorrerà combattere. Se la causa è buona, i mezzi, come insegna Machiavelli, non potranno non esserlo, purché risultino efficaci. Restano da chiarire, naturalmente, al netto della propaganda, le reali cause e finalità della guerra, che, in genere, essendo impopolari e difficilmente spendibili in termini propagandistici, vengono sottaciute o lasciate ai margini del dibattito mainstream. Questione che dal punto di vista scientifico attiene allo storico e allo scienziato della politica, ma che, in un paese realmente e sostanzialmente democratico, va da sé, dovrebbe riguardare la cittadinanza tutta. Da qui l’opportunità, direi, di affrontare questi argomenti all’interno del percorso di educazione civica, naturalmente adattando linguaggio e contenuti ai propri ascoltatori.

Di contro, coloro che si oppongono “democraticamente” alla guerra debbono essere marginalizzati, ostracizzati, additati al pubblico ludibrio, senza giungere, se non in casi estremi, alla loro tacitazione tramite operazioni di pubblica sicurezza o peggio… Abbiamo ancora ben presente, nel nostro paese, la cosiddetta “strategia della tensione” durante gli “anni di piombo”, le tante stragi rimaste senza mandanti, gli apparati dello Stato “deviati”, le criminali sinergie tra organizzazioni segrete afferenti alla NATO, per esempio “Gladio”, le frange eversive di estrema destra e di estrema sinistra, le mafie, ecc. In un regime democratico, si tratterebbe, fino a prova contraria, di un’operazione troppo rischiosa in quanto esplicitamente in contrasto con i valori fondanti della stessa democrazia (vedi, tra gli altri, l’art. 21 della Costituzione sulla libertà di parola). Nella categoria degli oppositori si collocano automaticamente tutti coloro i quali dovessero sollevare dubbi sulle proposizioni fondamentali della “narrazione ufficiale”, il cosiddetto “story-telling”, per usare un anglismo abbastanza diffuso, adottato dai principali canali d’informazione. Non importa quanto sia ampio e diversificato lo spettro del dissenso rispetto alle parole d’ordine governative: si può andare dalla negazione assoluta degli stessi principi democratici o, peggio, dall’“intelligenza col nemico” (punita dall’art. 73 del codice penale militare di guerra e dall’art. 247 del codice penale comune), sino alla possibilità di sollevare un semplice dubbio e di proporlo come spunto di riflessione dialogica in un luogo pubblico (una trasmissione televisiva, le colonne di un giornale o, più spesso, un canale youtube o un social con migliaia di seguaci). Il problema diventa finanche linguistico: ad essere banditi dal dibattito pubblico, come è avvenuto a proposito della narrazione politico-mediatica intorno alla pandemia, sono i modi “congiuntivi” e i “condizionali” e con essi gli stessi concetti di “possibilità”, “eventualità”, “probabilità”, i nessi causali relativi, il rapporto tra grandi numeri e casi singoli, ecc. In due parole l’abc del dubbio e della precauzione sul quale si fonda, o dovrebbe fondarsi fino a prova contraria, il metodo scientifico moderno. Vedi, un esempio su tutti, il noto “principio di falsificabilità” di Karl Popper.

La militarizzazione della società, per evidenti ragioni belliche, impone che la narrazione della realtà venga momentaneamente privata delle diverse “sfumature di grigio”, mi si passi la metafora, che dovrebbero assicurare i principi di pluralità e confronto dialogico su cui si fondano i regimi democratici e venga ridotta all’essenziale, aprospettico, bianco contro nero, noi contro di loro. In due parole, la logica dell’“amico-nemico” di Carl Schmitt. A quel punto, “congiuntivi” e “condizionali” cedono il posto a dogmatici ed acritici “indicativi” che si trasformano negli “imperativi” delle parole d’ordine mobilitanti (chi non ricorda, per fare un esempio storico, il celebre motto: “taci: il nemico ti ascolta!”). Chi la pensa diversamente o semplicemente prova ad argomentare in maniera articolata e complessa viene assimilato ad una sorta di nemico interno e sottoposto a misure di rappresaglia proporzionate al pericolo che egli rappresenta: chi non è, acriticamente, con noi è contro di noi. Il che, sul campo di battaglia, sotto il fuoco nemico, è un indiscutibile must.

Come ci insegna Bernays, la costruzione del consenso in vista della guerra deve essere necessariamente preventiva e progressiva. Richiede, dunque, un’attenta programmazione di ingegneria sociale e mass-mediale, da svolgersi per tappe. Si tratta di “conquistare i cuori e le menti” dell’opinione pubblica, rimodulando il flusso di notizie, frammezzando, se necessario, notizie false a notizie vere, spacciando opinioni per fattualità, tacendo notizie sgradite e utilizzando tutte le “armi di distrazione di massa” disponibili (vedi per esempio, sport, moda, gossip, ecc.). Occorre far leva innanzituttosulle emozioni primarie, pietà e orrore, compassione e sdegno, paura e speranza. Sto pensando a Le Bon ma, perché no, anche ai grandi filosofi politici dell’età moderna da Hobbes a Spinoza. Lo storytelling per immagini, sotto questo profilo, è sommamente efficace, dalla fotografia al cinema, dalle riprese sul campo dei reporter di guerra alle forme più moderne di utilizzo estemporaneo dei social, fino all’uso di scenari virtuali tratti dai videogiochi, come è accaduto di recente. Le immagini, per emergere dalla marea di input cui il nostro cervello è quotidianamente sottoposto, devono essere particolarmente coinvolgenti, toccanti, financo orrorifiche.

Nello stesso tempo è necessario fornire argomenti che i più siano in grado di digerire in termini razionali. Essi devono presentarsi in modo semplice e netto, autoevidente, e far leva su giudizi morali o politico-valoriali: in genere “democrazia” e “libertà” messe in pericolo dall’aggressione in atto o in potenza da parte di regimi più o meno autoritari o totalitari. Da una parte c’è l’aggressore, dall’altra chi si difende. A tal proposito, le ragioni di Realpolitik del conflitto, geopolitiche e geostrategiche, economiche, finanziarie, ecc., come si è detto, devono essere tralasciate o passare del tutto in secondo piano. Il che vale, a maggior ragione, nella presente epoca di informazione globalizzata, in cui è fondamentale, soprattutto in Occidente, mobilitare masse decisamente più scolarizzate ed informate, almeno sulla carta, rispetto a quelle di un secolo fa. D’altro canto, il progresso tecnologico mette a disposizione della propaganda strumenti decisamente più efficaci e pervasivi rispetto a quelli del secolo scorso, a cominciare dai già ricordati “social” che promettono o minacciano di accompagnare il cittadino-consumatore medio dalla culla alla bara, da casa al lavoro, dal letto al gabinetto. Strumenti che, col progressivo declino degli stati nazionali, sono gestiti da entità privatistiche a capitale anonimo, tendenzialmente monopolistiche e globalistiche, che rispondono a logiche di mercato e ad interessi non coincidenti con quelli dell’opinione pubblica di questo o quel paese.

Termino qui questa breve ricognizione introduttiva al libro di Anne Morelli. Nel testo del mio discorso pubblicato sul blog “scorribande filosofiche”, segnalato qui sotto, chi fosse interessato può consultare tramite link i riferimenti (autori, libri, fatti, ecc.) che ho utilizzato sin qui e che utilizzerò nelle prossime lezioni. Mi rendo conto che alcuni di questi riferimenti necessitano una certa conoscenza del lessico di base storico-filosofico. Ma l’appetito vien mangiando e sulla rete le informazioni sono aperte a tutti i naviganti curiosi. Nelle prossime lezioni illustreremo e commenteremo i dieci principi fondamentali della propaganda di guerra che corrispondono ad altrettanti capitoli del libro. Come dicevo, mi riprometto di esemplificare ciascun principio con esempi storici citati dall’autrice e da Lord Ponsonby, nonché en passant con alcuni spunti tratti dall’attualità. La lettura del libro che potete reperire in rete non è solo vivamente consigliata a tutti, ma si rende necessaria a chi voglia approfondire l’argomento.

Ecco, in sintesi, le dieci regole della propaganda di guerra:

La prima: «Noi non vogliamo la guerra».

La seconda: «Il campo avverso è il solo responsabile della guerra».

La terza: «Il nemico ha l’aspetto del diavolo o del “cattivo di turno”».

La quarta: «È una causa nobile quella che difendiamo e non degli interessi particolari».

La quinta: «Il nemico provoca intenzionalmente delle atrocità; a noi possono sfuggire “sbavature” involontarie».

La sesta: «Il nemico usa armi illegali».

La settima: «Le perdite del nemico sono imponenti, le nostre assai ridotte».

L’ottava: «Gli artisti e gli intellettuali sostengono la nostra causa».

La nona: «La nostra causa ha un carattere sacro».

La decima: «Quelli che mettono in dubbio la propaganda sono dei traditori».

Iniziate a rifletterci sopra. A chi desiderasse sostenere il mio lavoro, invece, consiglio il mio ebook Liberi dentro. Il manuale di Epitteto da praticare: propaganda o meno, la mente è tutto. Chi controlla il proprio perimetro interiore si mantiene libero. Le indicazioni per reperire l’ebook sono riportate qui sotto o sul blog. Alla prossima lezione, allora, e buono studio.

Principi e funzionamento della propaganda di guerra (Anne Morelli) – Seconda lezione

Cari studenti, cari viandanti della rete, buongiorno. Come annunciato nella precedente lezione, oggi cominciamo a prendere in esame i primi articoli del decalogo che la prof.ssa Morelli formula nel suo libro Principi elementari della propaganda di guerra. Vi ricordo, in estrema sintesi, l’intento scientifico che anima il libro, con le parole dell’autrice: «Non cercherò di sondare la purezza delle intenzioni degli uni e degli altri. In questa sede non cerco di sapere chi mente e chi dice la verità, chi è in buona fede e chi non lo è. La mia unica intenzione è d’illustrare i principi di propaganda, unanimemente utilizzati, e di descriverne i meccanismi.» Questi principi, soggiunge ironicamente, sono validi «in caso di guerra fredda, calda o tiepida». Giudicate voi qual è il punto di “cottura” del mondo contemporaneo…

La prima regola: «Noi non vogliamo la guerra».

Nessun paese, tanto meno quelli a guida liberaldemocratica, si può permettere di passare per “aggressore” o “guerrafondaio”. Per questo, prima di entrare in guerra, si devono trovare o, letteralmente, “fabbricare” motivazioni più o meno convincenti che giustifichino una guerra condotta obtorto collo in nome dei supremi valori di convivenza pacifica, difesa dei più deboli ingiustamente aggrediti, libertà dei popoli, tutela di minoranze perseguitate o, a partire dal secolo americano, di “esportazione della democrazia” (per esempio in Iraq, Afghanistan, Siria, ecc.).

Il 23 agosto 1939 la Germania nazista sigla con l’URSS di Stalin il Patto Molotov-Ribbentrop, dai nomi dei ministri degli esteri russo e tedesco. Il Patto conteneva una clausola segreta che prevedeva la spartizione della Polonia in due aree di influenza. Il 27 agosto, scrivendo al Presidente del Consiglio francese Daladier, Hitler lo assicura della sua volontà di pace in termini che sembrano quasi commoventi, se non si conoscesse la brutalità dei suoi veri progetti, da lungo tempo preparati: «Come ex combattente, conosco come voi l’orrore della guerra. In ragione di questa forma mentale e di questa esperienza, ho fatto lealmente ogni sforzo per eliminare qualsiasi causa di conflitto tra i nostri due popoli.» Meno di una settimana dopo, il primo settembre 1939 le divisioni della Wehrmacht penetreranno in territorio polacco, dando fuoco alle polveri del Secondo conflitto mondiale. Il casus belli ufficiale, rivolto soprattutto all’opinione pubblica interna, fu orchestrato da Heinrich Himmler e coordinato sul campo dal capo della Gestapo Reinhard Heydrich. È passato alla storia come l’“attacco di Gleiwitz”: un pugno di nazisti con indosso le divise dell’esercito polacco sferrarono un finto attacco contro la stazione radio tedesca di Gleiwitz, vicina al confine polacco, ammazzando senza scrupoli alcuni loro compatrioti e lanciando via radio un finto proclama con il quale si incitava la minoranza polacca presente in Germania a prendere le armi contro i tedeschi. Il messaggio, nella sua essenzialità, è chiaro: noi tedeschi non vogliamo la guerra, ma siamo costretti a reagire dinanzi all’ennesima provocazione, in difesa dei nostri compatrioti.

Durante la Seconda guerra contro l’Iraq, Colin Powell – l’ex segretario di Stato americano passato alla storia per aver presentato all’ONU le prove, poi rivelatisi completamente false, delle armi biologiche di Saddam, agitando in mondovisione una provetta contenente antrace – non ha mancato di affermare: «Noi americani non cerchiamo affatto la guerra. L’affrontiamo con ripugnanza». Non diversamente il premier britannico Tony Blair affermava: «Non siamo stati noi a volere questa guerra. È stato il rifiuto da parte di Saddam di rinunciare alle sue armi di distruzione di massa a non lasciarci altra scelta che quella di agire». Delle armi di distruzione di massa di Saddam, come si sa, non fu trovata alcuna traccia. Rimangono le centinaia di migliaia di civili irakeni morti sotto le bombe degli “esportatori di democrazia”. La “ripugnanza” dei governi statunitensi per la guerra, del resto, è nota. Si è calcolato che dalla Guerra di Indipendenza del 1775 all’anno 2020, gli Stati Uniti hanno trascorso soltanto diciassette anni senza essere coinvolti in un qualche conflitto aperto. Il che per una potenza a vocazione imperiale, non rappresenta affatto un’eccezione nel corso della storia: un risultato non troppo dissimile si otterrebbe per la Gran Bretagna, per la Francia o per la Russia tra Ottocento e Novecento. Il ventennio putiniano, culminato con la recente invasione dell’Ucraina, su scala temporale meno estesa sta lì a confermarlo.

La seconda regola: «Il campo avverso è il solo responsabile della guerra».

La responsabilità della guerra è sempre ascrivibile in toto al nemico. Come in una scazzottata tra bulli è sempre stato l’altro ad iniziare. Noi, da parte nostra, ci limitiamo a difendere i nostri legittimi interessi, o, piuttosto, interveniamo in risposta all’accorato grido d’aiuto del debole oppresso, il piccolo paese invaso (per esempio, il Belgio all’inizio della Grande Guerra) o la minoranza oppressa (i Curdi in Iraq o la componente russofona in Ucraina), in osservanza dei trattati internazionali, sistematicamente violati dal nemico, e in nome dei più alti ideali della civiltà occidentale, messi a rischio dagli “Unni” o dal dittatore di turno, un Milošević, un Gheddafi e simili. (Per inciso, “Unno” era il nomignolo sprezzante utilizzato dalla propaganda dell’Intesa nei riguardi dell’invasore tedesco). Anzi, come andava di moda dire durante la Grande Guerra combattiamo affinché, dopo di questa, non ci siano più guerre.

Alla luce dei documenti in nostro possesso, sappiamo che è impossibile, controfattuale, attribuire la responsabilità dello scoppio della Grande Guerra ad una sola delle parti belligeranti. Eppure, applicando l’antica massima del Vae victis! Guai ai vinti!, il Trattato di Versailles, imposto ai tedeschi nel 1919, precisa all’articolo 231 che la Germania riconosce la sua totale responsabilità della guerra: «Gli Alleati e i Governi Associati affermano, e la Germania accetta, la responsabilità della Germania e dei suoi alleati per aver causato tutte le perdite ed i danni che gli Alleati ed i Governi Associati e i loro cittadini hanno subito come conseguenza della guerra loro imposta dall’aggressione della Germania e dei suoi alleati.». Vinta la guerra grazie all’intervento degli Stati Uniti, le democrazie occidentali persero la pace. Senza lo sconsiderato e per molti versi iniquo Trattato di Versailles, forse, Hitler sarebbe rimasto un anonimo acquerellista viennese.

D’altro canto, un banale pretesto o un evento senza alcun rapporto con il conflitto può essere presentato come una vera e propria dichiarazione di guerra. La settimana precedente il bombardamento NATO dell’Afghanistan, riporta la prof.ssa Morelli, il quotidiano belga Le Soir (Le suar) titolava «I talebani e Bin Laden sfidano gli Stati Uniti», preannunciando in questo modo una risposta militare obbligata, che era presentata come una reazione all’attacco dell’11 settembre alle Torri Gemelle, senza che si riuscisse a capire chiaramente come la liberazione di Kabul avrebbe impedito altri attentati come quelli di New York, Bali o Monbasa. Insomma, per giustificare un’aggressione militare in piena regola contro uno stato sovrano membro delle Nazioni Unite, si è trasformato un atto di terrorismo, peraltro di dubbia attribuzione, in un atto di guerra.

La terza regola: «Il nemico ha l’aspetto del diavolo o del “cattivo di turno”».

Nonostante il bias cognitivo che tende a generalizzare le categorie del “buono” e del “cattivo” estendendole ad un’intera popolazione, gruppo etnico, partito politico o gruppo d’opinione (oggi “i russi” o i cosiddetti “filoputiniani”), l’odio monta più efficacemente se rivolto verso un singolo personaggio, con un volto ben definito. Così in 1984 di George Orwell i due minuti di odio del popolo di Oceania venivano urlati contro il traditore per antonomasia, tale Emmanuel Goldstein, l’anti-Grande Fratello.

Il leader della parte avversa, dunque, deve essere disumanizzato, mostrificato e additato come il subdolo nemico da combattere ed annientare. Non si fa guerra al popolo irakeno, vittima esso stesso del tiranno, ma a Saddam, il cui nome, per l’occasione, viene spogliato sia del patronimico (Hussein), sia del titolo di “presidente”. Così, oggi, la guerra in Ucraina viene rappresentata, senza mezzi termini, come “la guerra di Putin”, a bombardare l’ospedale di Mariupol è Putin in persona, appellato, poco diplomaticamente, “macellaio”, “peggio di un animale”, ecc.

Lord Ponsoby riporta l’esempio del Kaiser Guglielmo II, nipote della regina Vittoria, che l’opinione pubblica britannica prima della guerra considerava uno stimabile gentleman, ma che a guerra iniziata si trasforma in “Guglielmo il pazzo, l’alienato”, il quale, come riporta una lettera di Sir Richmond, apparsa sul Daily Mail del 22 settembre 1914, «non farà tremare né l’Inghilterra, né l’Europa civilizzata, né l’Asia, anche se la cattedrale di Reims è stata distrutta per suo ordine. Quest’ultimo atto di un capo barbaro non farà che serrare le nostre file, affinché ci sbarazziamo di un flagello di cui il mondo civilizzato non ha mai visto l’uguale».

Peraltro, inutile puntualizzarlo, l’infamia di nemico per eccellenza del genere umano, di “male incarnato”, spetta senza dubbio al personaggio di Adolf Hitler, ancora oggi evocato a più riprese dalle diverse parti in conflitto. Dal suo nome deriva la curiosa locuzione latineggiante di “reductio ad Hitlerum”, con la quale s’intende l’assimilazione ad Hitler del cattivo di turno, che ne assume finanche le sembianze, dal già citato Saddam, a Gheddafi, Assad e via dicendo.

La quarta regola: «È una causa nobile quella che difendiamo e non degli interessi particolari».

Come è facile intuire, per mobilitare le opinioni pubbliche contemporanee, soprattutto quelle occidentali, gli argomenti classici della modernità non funzionano granché bene. Nessuno combatterebbe o sarebbe disposto a sovvenzionare la guerra del re o del presidente di turno. Anche l’ideale nazionalista otto-novecentesco della “patria” appare abbastanza logoro. Per non parlare, poi, della tradizionale formula religiosa del “Dio lo vuole”, “Dio è con noi”. Beninteso, non escludiamo che l’appello all’amor di patria o alla guerra santa in difesa dei valori della cristianità non possa funzionare in taluni contesti – basti pensare alla guerra del e al terrorismo fondamentalista islamico, mediaticamente spazzata via prima dall’epidemia di COVID e ora dal conflitto in Ucraina. Tuttavia, le opinioni pubbliche delle democrazie occidentali si dimostrano oggi più sensibili a due ordini di motivazioni: il primo fondato su ideali e valori laici, intesi in maniera più o meno superficiale ed autoreferenziale, a cominciare dal concetto stesso di “democrazia” da difendere o da esportare a seconda dei casi; il secondo, che agisce più in profondità, sulla paura di vedere posta a rischio la propria vita o, piuttosto, lo standard socio-economico su cui essa si basa. Occorrerà, dunque, che la propaganda si concentri su tali elementi, messi in pericolo dalla perfidia del nemico. I sacrifici richiesti sono comunque necessari a sostenere una causa moralmente giusta e a garantire gli interessi complessivi della comunità, del paese, ecc. Vanno sottaciuti od occultati eventuali interessi “particolari”, economici e geopolitici, che, come c’insegna la storia, costituiscono le motivazioni portanti dei conflitti di ieri e di oggi. Al 21 marzo 2022, secondo la ONG ACLED, di guerre sparse per il mondo se ne contavano ben 59, anche se i riflettori dei media, come ben sappiamo, sono tutti puntati sull’Ucraina. La propaganda ha il dono della “esclusività”. Quel che non si vede e non si sente, appartiene alla sfera della meontologia, del non-essere.

In un celebre passaggio di Sidoine et Médéric (Siduèn e Mederìc) del 1864, Emile Zola, in tempi non sospetti, metteva in bocca ad uno dei personaggi del suo romanzo il seguente discorso-programmatico, nel quale faceva ironiche raccomandazioni ai suoi “colleghi-sovrani”: «I motivi della guerra sono difficili da inventare […]. Dopo lunghe riflessioni, m’è venuta una sublime ispirazione. Ci batteremo sempre per gli altri, mai per noi stessi […]. Tenete conto dell’onore che ricaveremo da tali spedizioni. Avremo il titolo di benefattori dei popoli, grideremo alto il nostro disinteresse, accorreremo modestamente a sostegno delle buone cause, devoti servitori delle grandi idee […]. La nostra passione di prestare le nostre armi a chi le chieda è un generoso desiderio di pacificare il mondo, di pacificarlo presto e bene a colpi di picca. I nostri soldati andranno in giro in qualità di civilizzatori, tagliando il collo a quelli che non si civilizzeranno abbastanza in fretta.» Il messaggio è chiaro: nell’età del positivismo e del colonialismo imperialista cambiano le motivazioni, ma le nostre rimangono sempre e comunque “guerre giuste” o “guerre sante”. A pagarne le conseguenze saranno comunque i popoli “altri” – quelli dei paesi che noi, eufemisticamente, chiamiamo “del terzo mondo” o “in via di sviluppo” – nonché le plebi dei cosiddetti “paesi civili”.

Per venire all’oggi, ci limitiamo a richiamare alla memoria collettiva, in genere appiattita sul tempo senza tempo dei talk show e priva di profondità e spessore storico, l’esito finale della cosiddetta “Operazione Enduring Freedom”, “Libertà duratura”, iniziata nel 2001 per contrastare il terrorismo internazionale, liberare l’Afghanistan dalla dittatura talebana, instaurare la democrazia e promuovere la liberazione delle donne, oppresse dal burqa. Dopo vent’anni, decine di migliaia di morti e miliardi di dollari spesi in armamenti, il 31 agosto 2021 gli ultimi soldati americani abbandonavano Kabul, riconquistata dai talebani.

La quinta regola: «Il nemico provoca intenzionalmente delle atrocità; a noi possono sfuggire “sbavature” involontarie».

I racconti basati sulle atrocità commesse dal nemico rappresentano un elemento essenziale della propaganda di guerra. Il che non significa, ovviamente, che tali racconti siano infondati. Al contrario, assassinii, furti, incendi, saccheggi, stupri sono la moneta corrente di ogni guerra e pratica comune di ogni esercito, dall’antichità fino ai conflitti del ventunesimo secolo. Nulla di nuovo sotto il sole, a parte, s’intende, la letalità delle armi, la sofisticatezza delle tecnologie di controllo e di morte, l’anonimato e l’alienazione della violenza esercitata a distanza o attraverso il virtuale (le bombe intelligenti, smart, i droni, la cyber-guerra, le reti satellitari ad uso militare, ecc.). Quel che è specifico della propaganda di guerra è far credere che soltanto il nemico si macchi di tali crimini, anzi che lo faccia in maniera sistematica e particolarmente efferata. Il nostro esercito, insieme a suoi alleati, invece, essendo al servizio di nobili ideali, assiste benevolmente la popolazione civile, anche quella nemica, da cui è amato o comunque rispettato. I nostri soldati, che la propaganda umanizza il più possibile, buoni padri di famiglia o figli devoti, compiono opere umanitarie e ricorrono alla forza solo se costretti a rispondere al fuoco e, comunque, colpiscono obiettivi militari in maniera “chirurgica”, facendo di tutto per risparmiare vite umane.

Il nemico, di contro, ha il volto deforme del criminale psicopatico, del subumano, o del bandito: prova un piacere perverso ad uccidere, infierisce contro donne, vecchi e, soprattutto, bambini, tortura, mutila e nasconde i cadaveri delle vittime in fosse comuni. D’altro canto, i civili colpiti del fuoco amico, quando non si può proprio fare a meno di parlarne, vengono rubricati, per usare una locuzione di nuovo conio, come “danni collaterali”.

Uno dei casi più celebri di propaganda di guerra basata su atrocità commesse contro degli inermi è quello riportato da Lord Ponsonby a proposito dei bambini belgi. Il “piccolo Belgio”, invaso dalla barbara furia teutonica durante le prime fasi della Grande Guerra, diventò il paradigma per eccellenza delle propagande di guerra dei paesi dell’Intesa, a cominciare dall’Impero britannico che giustificò il suo intervento proprio con la violazione della neutralità belga da parte tedesca. Mobilitare l’opinione pubblica inglese a favore della guerra si rivelò sempre più necessario man mano che, col passare dei mesi, lo scontro si trasformava in guerra di logoramento: il piccolo esercito britannico era composto da militari di carriera e ci fu quasi subito bisogno di rimpolparlo con la leva volontaria (il 2 marzo del 1916 si rese comunque necessaria l’emanazione del Military Service Act con il quale veniva istituita la leva obbligatoria tra i 18 e i 41 anni). L’opinione pubblica andava stimolata con campagne pubblicitarie basate su notizie scioccanti. Nacque così la “leggenda nera” dei piccoli mutilatini belgi, ai quali si diceva che i tedeschi mozzassero sistematicamente le mani per impedire loro in futuro di prendere le armi contro il Kaiser. Si trattò di un’utile menzogna, oggi useremmo la locuzione tanto di moda di “fake news”, basata su dicerie ed incerte corrispondenze di guerra, alla quale finirono con il credere anche giornalisti ed intellettuali. L’immagine orrifica e truculenta dei profughi belgi divenne un cavallo di battaglia anche sull’altra sponda dell’Atlantico quando nel 1917 si trattò di smuovere l’opinione pubblica statunitense dal suo isolazionismo. Famosa, a questo proposito, è la nota immagine dello Zio Sam che pronuncia le fatidiche parole “I Want You for US Army“. Da notare che alla campagna propagandistica statunitense partecipò, in qualità di consulente, lo stesso Edward Bernays.

Sulla questione tornò alcuni anni dopo Francesco Saverio Nitti, che era stato ministro durante la guerra e in seguito presidente del Consiglio. Ecco la sua testimonianza: «Abbiamo sentito raccontare la storia dei piccoli infanti belgi ai quali gli Unni avevano mozzato le mani. Dopo la guerra, un ricco americano, scosso dalla propaganda francese, inviò in Belgio un emissario per provvedere al mantenimento dei bambini cui erano state tagliate le povere manine. Non riuscì ad incontrarne nemmeno uno. Mister Lloyd George ed io stesso, quando ero capo del governo italiano, abbiamo fatto eseguire delle minuziose ricerche per verificare la veridicità di queste accuse, nelle quali, in certi casi, si specificavano nomi e luoghi. Fu rilevato che tutti i casi, oggetto delle nostre ricerche, erano stati inventati.»

Un altro notissimo esempio di falsificazione storica a scopo propagandistico questa volta ex post, riguarda il “massacro di Katyn’”, dalla località russa in cui tra l’aprile e il maggio del 1940 furono barbaramente ammazzati circa 22.000 ufficiali dell’esercito polacco presi prigionieri dai sovietici dopo la spartizione della Polonia tra Unione Sovietica e Germania nazista. I loro corpi vennero occultati in una serie di fosse comuni successivamente scoperte dai tedeschi che ne diedero notizia il 13 aprile 1943 da Radio Berlino, attribuendone, veridicamente, la responsabilità al regime staliniano. Durante il processo di Norimberga l’infamia del “massacro di Katyn’” fu fatta ricadere dal pubblico ministero sovietico Roman Rudenko sul regime nazista, nonostante le proteste del governo polacco in esilio a Londra. Bisognerà attendere l’ottobre 1990, a Guerra Fredda terminata, per le scuse ufficiali di Michail Gorbačëv alla Polonia. I documenti che attestavano la responsabilità diretta, tra gli altri, di Stalin furono desegretati soltanto nel 1992.

Il che dimostra, ammesso che ce ne sia bisogno, quanto storia e propaganda politica siano fittamente intrecciate e quanto difficile sia il mestiere dello storico, chiamato a dirimere questioni complesse, maneggiando documenti a volte parziali, se non contraffatti, nascosti o inventati di sana pianta. Il tempo della storia, va da sé, non ha nulla a che vedere con quello della cronaca o dello show televisivo. Esercizio del dubbio, capacità di indossare i panni delle diverse parti in causa, onestà intellettuale, prudenza nel giudizio e, soprattutto, il coraggio di non cedere a semplificazioni e facili banalizzazioni: sono queste le doti che dovremmo apprezzare in chi si occupa di storia per professione.

Per oggi ci fermiamo qui. Di carne al fuoco ne abbiamo messa un bel po’, direi. Nella prossima lezione tratteremo le restanti cinque regole della propaganda di guerra. Vi ricordo che la maggior parte degli esempi storiografici che ho riportato durante il mio excursus sono tratti dal libro della prof.ssa Morelli. Altri sono farina del mio sacco, per esempio il “massacro di Katyn’”, di cui ho detto pocanzi. Per tutti i casi riportati troverete nel mio blog i link con alcuni riferimenti utili a documentarsi e ad approfondire i singoli temi. Ricordatevi che la questione che ci sta a cuore non è prendere posizione per questo o quel soggetto in guerra, quanto piuttosto capire come funziona la propaganda di guerra. Le ideologie, tutte quante senza eccezioni, sono figliuole della propaganda. Come della religione, di esse si può dire che siano, ieri come oggi, “instrumenta regni”, machiavelliani strumenti di potere e di governo. Esercitare il senso critico nelle faccende politiche vuol dire sforzarsi di vedere le cose dal punto di vista del “Principe” o, se si preferisce, del “Leviatano”. Che non vuol dire affatto accettare o approvare la sua strategia o i suoi obiettivi politici. Chi rinunzia all’esercizio dell’intelligenza è sconfitto in partenza, ma non sa nemmeno di esserlo. La guerra di propaganda mira ad orientare la nostra visione interiore, a trasformare punti di vista in dogmi: non lasciamo che le nostre coscienze siano dei meri campi di battaglia. Cerchiamo, quanto meno, di essere padroni in casa nostra. Coltiviamo la consapevolezza, sospendiamo il facile assenso, prendiamo le distanze dalle emozioni più immediate ed impattanti. Guardiamole per quello che sono prima di giudicare. L’unico antidoto al veleno della propaganda è il pensiero critico. Da esercitare in maniera sostanziale, non formale. E lo eserciterete in maniera sostanziale quando vi sentirete chiamati in causa in prima persona, quando sentirete che la “faccenda” vi riguarda, eccome. Ricordatevelo sempre. Abbiate cura di voi stessi.

Principi e funzionamento della propaganda di guerra (Anne Morelli) – Terza lezione

Cari studenti e naviganti, bentrovati. Siamo giunti alla terza e ultima lezione di questo miniciclo dedicato alle regole auree della propaganda di guerra attraverso lo studio del libro di Anne Morelli Principi elementari della propaganda di guerra del 2001. Entriamo subito in medias res.

La sesta regola: «Il nemico usa armi illegali».

Si tratta, a ben guardare, di un corollario della precedente regola: “le atrocità della guerra sono sempre attribuibili al nemico, non a noi”. Il nostro modo di condurre la guerra è “pulito” ed obbedisce alle regole della cavalleria. Il nemico usa sotterfugi di ogni sorta, è infido e, non fa alcuna meraviglia, si serve di “armi illegali” e subdole, per esempio le famigerate e altrettanto inesistenti “armi di distruzione di massa”, attribuite dall’accoppiata Bush-Blair al già citato Saddam, il “piccolo Hitler” del Medio Oriente.

In realtà, da che guerra è guerra, il vantaggio derivante da armamenti tecnologicamente più sofisticati e performanti è sempre stato considerato lecito. Le armi, lo ricordiamo en passant, servono ad ammazzare persone. Non esistono armi buone ed armi cattive. Inutile ricordare che la presunta “superiorità” occidentale sul resto del mondo – superiorità ormai traballante e in via di esaurimento in questo scorcio di secolo – si deve in gran parte alle armi: senza acciaio di Toledo, cannoni, archibugi, spingarde e navi da guerra oceaniche, il colonialismo e l’imperialismo europeo e poi statunitense semplicemente non avrebbero avuto luogo e la storia delle Americhe, dell’Africa e dell’Asia in età moderna andrebbe riscritta dalle prime pagine.

Lo stesso discorso si può fare per le tattiche di guerra più o meno “geniali” o “necessitate”, se messe in atto dai nostri, ma “subdole” e “vigliacche” se utilizzate dal nemico. La propaganda da sempre adopera due pesi e due misure. Così il 7 dicembre 1941, giorno dell’attacco giapponese contro Pearl Harbour – “preventivo” o “proditorio”, dipende dai punti di vista – è passato alla storia come «una data che resterà segnata dall’infamia», per usare le parole del Presidente Roosevelt. D’altro canto, il suo successore Harry Truman annuncia all’opinione pubblica americana il bombardamento atomico di Hiroshima del 3 agosto 1945 dichiarando: «Poco tempo fa un aereo americano ha lanciato una bomba su Hiroshima e ha abbattuto la sua potenza sul nemico. Questa bomba ha una potenza superiore a quella di ventimila tonnellate di TNT. I giapponesi hanno cominciato la guerra dal cielo a Pearl Harbor. Ma hanno pagato duramente. […] Abbiamo speso più di due miliardi di dollari sulla più grande scommessa scientifica della storia. E abbiamo vinto. Ma la più grande meraviglia non è la dimensione dell’impresa, né la sua segretezza, né il suo costo, ma che grandi menti della scienza siano riuscite a raggiungere un tale obiettivo.» Non un cenno alle decine di migliaia di civili polverizzati da Little Boy, né al nuovo terribile capitolo della storia mondiale che si apriva quel giorno. L’importante è aver vinto, sia in campo militare che scientifico. Pearl Harbour è stata vendicata. Tanto basta. Per l’impiego dell’atomica si sarebbe dovuto inventare un nuovo concetto di “legalità”, la cui relatività e labilità, a trent’anni di distanza dalla fine della Guerra Fredda, torna, oggi, a farci tremare le vene nei polsi a causa del conflitto, a distanza, tra NATO e Federazione russa.

Tra le altre famigerate armi “illegali” utilizzate durante il Primo Conflitto Mondiale e successivamente messe al bando con il Protocollo di Ginevra del 1925 ricordiamo i gas asfissianti, in particolare quell’iprite da cui fu colpito lo stesso caporale Adolf Hitler sul fronte occidentale. Durante la Seconda Guerra Mondiale i gas, per quanto ne sappiamo, non furono adoperati. Quanto abbiano pesato su questo fatto i protocolli di Ginevra, le difficoltà tecniche del loro impiego o la stessa idiosincrasia del Führer non è dato dire. Che poi essere fatto a pezzi da una bomba d’aereo o ustionato da un ordigno al fosforo rappresenti una morte meno terribile di quella provocata dai gas asfissianti è questione di lana caprina.

Gli ultimi confini in tema di armi illegali riguardano, come sappiamo, le cosiddette armi biologiche “selettive”, batteriologiche, virali, ecc. in grado di colpire solo determinati individui. Non per niente, uno dei temi utilizzati dalla propaganda russa per giustificare quella che viene definita “operazione militare speciale”, fa riferimento alla necessità di eliminare supposti laboratori in cui si produrrebbero pericolose armi biologiche.

La settima regola: «Le perdite del nemico sono imponenti, le nostre assai ridotte».

Escluse rare eccezioni, gli esseri umani preferiscono parteggiare per cause vittoriose. In caso di guerra, pertanto, l’adesione della pubblica opinione dipende anche dai prevedibili risultati del conflitto. Se questi risultati non sono buoni, la propaganda dovrà ridurre le nostre perdite ed aumentare in maniera sproporzionata quelle del nemico. Inutile notare quanto il balletto di cifre che riguarda il numero di morti e feriti possa influire sul morale delle truppe dall’una e dall’altra parte. Lo stesso discorso vale per i danni economici inflitti o subiti e per il numero di mezzi perduti o messi fuori combattimento al nemico. La prof.ssa Morelli riporta un esempio relativo alle azioni di guerra scatenate dalla NATO contro la Serbia di Milošević a seguito degli scontri tra esercito federale jugoslavo e ribelli dell’UCK in Kosovo: «all’atto della guerra contro la Jugoslavia, per giustificare l’utilità dei bombardamenti del 1999, la NATO annunciava regolarmente la distruzione di carri armati dell’esercito jugoslavo. Il totale dei carri distrutti, alla fine delle ostilità, sarebbe dovuto essere 120. Un rapporto del Pentagono, richiesto dallo stesso generale Clark nel giugno 1999 all’aviazione americana, valutava a 14 e non 120 il numero dei tank effettivamente distrutti, ossia meno del 6% delle armi pesanti jugoslave».

Questo tipo di propaganda, nonostante la diffusione e la pervasività della rete globale, continua ad essere decisamente efficace. Il controllo esercitato sui media dai governi o da agenzie private paragovernative controbilancia ampiamente le spinte “anarchiche” prodotte dalla rete. Peraltro, i numeri su ampia scala non sono verificabili dai singoli individui, soprattutto se le fonti da cui provengono sono tutt’altro che imparziali. In ogni caso, i morti del nemico sono più morti dei nostri.

Una curiosità. La guerra al virus pandemico ha prodotto una sorta di propaganda ribaltata. Il numero di morti – indistintamente di virus, con il virus, o semplicemente positivi al virus, la questione non si è ancora chiarita – veniva e viene ancora riferito tramite bollettini quotidiani all’opinione pubblica. Ovviamente non abbiamo dati precisi sulle perdite subite dal “nemico”. La tanto annunziata, invocata, scientificamente predetta, “immunità di gregge”, da raggiungersi tramite immunizzazione da vaccini e guarigioni, dovrebbe corrisponderebbe, ovviamente, allo sterminio pressoché totale del nostro “nemico invisibile”. Attendiamo con il cuore colmo di speranza.

L’ottava regola: «Gli artisti e gli intellettuali sostengono la nostra causa».

Controllare il flusso delle informazioni, però, non basta. Tacitare il dissenso o comprimere l’espressione del pensiero critico in rete con o nonostante l’utilizzo di agenzie di fact-checking può essere utile, ma alla lunga si rivela controproducente. La rete, sin dalla sua nascita, oscilla tra i due poli del massimo controllo, una sorta di panopticon di fronte al quale il singolo individuo, inconsapevolmente, si mette a nudo fornendo sua sponte i dati personali ai custodi dell’ordine globale, e dell’anarchia più o meno eversiva o costruttiva di nuove forme di socialità. La prospettiva di un’intelligenza collettiva di cui parlava il filosofo francese Pierre Lèvy a metà degli anni Novanta, quando Internet muoveva i suoi primi passi come strumento di comunicazione massiva, è stata ampiamente ridimensionata dalle diverse forme di “idiocrazia”, di “analfabetismo funzionale” e di “sociopatia” indotte dall’uso sconsiderato del “virtuale”. A farne le spese sono soprattutto le nuove generazioni, la Z e la Alpha con le quali abbiamo a che fare noi docenti in questi anni difficili.

Oltre ai bastoni, insomma, c’è bisogno di carote. Per questo, la propaganda di guerra si affida a soggetti in grado di suscitare emozioni al servizio dello story-telling ufficiale. Oggi li chiamiamo preferibilmente “opinionisti” o influencer, ieri “intellettuali” o “artisti”, vocaboli non del tutto desueti ma spesso stravolti nel significato.

Le storie vanno raccontate come si deve, secondo il gusto del momento. Se oggi si usa prevalentemente il video estemporaneo o il tweet, un secolo fa le belle lettere erano ancora di moda. A tal proposito Lord Ponsonby riporta un articolo del Sunday Chronicle in cui compare la storia della cosiddetta “Bambina dalle mani mozzate”, una versione particolarmente conturbante della fake news dei bambini belgi torturati dalle feroci orde del Kaiser. Sentite che pezzo: «Alcuni giorni fa una gran dama di carità si recò a visitare un appartamento di Parigi ove erano stati accolti, da qualche mese, un certo numero di rifugiati belgi. Durante la visita notò una bimbetta, una fanciullina di dieci anni, che teneva sempre le mani infilate in un logoro manicotto, benché l’ambiente fosse riscaldato e ci fosse un buon tepore. Ad un tratto, la bambina disse a sua madre: – Mamma, mi soffi il naso? – Vergogna, dice la dama di carità, un po’ sorridendo e un po’ accigliata, una bambina grande che non sa ancora usare il fazzoletto da sola! La bambina guarda in silenzio e la madre dice in tono neutro, come se fosse una cosa del tutto naturale: – Non ha le mani, Signora. La gran dama guarda di nuovo, si sente rabbrividire, capisce. – È possibile, dice, che i tedeschi…? La madre scoppia in singhiozzi. Questa fu la risposta.» Insomma, lo avete capito: c’è modo e modo di mentire. Un testo così accattivante, senza dubbio, aiuta.

Mentre in Gran Bretagna e Francia, sui giornali si pubblicavano simili storie strappalacrime ad uso e consumo emotivo di un’opinione pubblica “democratica”, nell’autoritario Reich germanico circolava l’Appello al mondo civile (o Manifesto dei Novantatré) firmato da 93 grandi dell’intellighenzia tedesca, filosofi, letterati, filologi classici, scienziati, con il quale al grido di Es ist nicht wahr («Non è vero»), si rimandavano al mittente le accuse rivolte dagli alleati al “civilissimo popolo tedesco” e al buon Kaiser, costretto ad entrare in guerra suo malgrado in difesa dei sacri valori dell’Europa tutta, ecc. ecc., una specie di “compendio” dei luoghi comuni che abbiamo esposto sin qui. A menzogna si risponde con altre menzogne (o mezze verità).

Qualche mese dopo, durante le radiose giornate di maggio, le piazze interventiste del Regno d’Italia vennero infiammate dalla pregevolissima retorica di un Gabriele D’Annunzio, uno che di marketing politico e di autopromozione s’intendeva, eccome. Come sappiamo, non si trattava di fare leva sulla pubblica opinione per convincere il Parlamento a deliberare l’entrata in guerra dell’Italia dalla parte dell’Intesa. L’entrata in guerra era stata già decisa dal re e dal governo Salandra che il 26 aprile ad insaputa del Parlamento aveva sottoscritto con i governi dell’Intesa il Patto di Londra. Uno dei tanti colpi di stato “bianchi” che scandiscono i passaggi decisivi della nostra storia recente.

Oggigiorno la propaganda di guerra è affidata a specialisti di Artmedia e alle agenzie pubblicitarie, ovvero le versioni più aggiornate della macchina bellica hollywoodiana. Famigerato durante la Prima Guerra del Golfo fu lo straziante caso dei neonati strappati alle incubatrici e fatti morire dai soldati iracheni penetrati a Kuwait City. Vi allusero, in diverse occasioni, il Congresso americano, il presidente Bush e persino l’ONU. In seguito si scoprì che il fatto, apparentemente documentato attraverso interviste e riprese televisive, era stato inventato di sana pianta dalla lobby kuwaitiana presente negli Stati Uniti, facendo ricorso ai servigi della società di pubbliche relazioni Hill & Knowltown. La notizia passò sotto silenzio. La campagna pubblicitaria aveva raggiunto il suo obiettivo e l’opinione pubblica era ormai concentrata o distratta su altre questioni. La propaganda coniuga i verbi solo al presente o al passato assai prossimo, odia la storia, quella vera, è allergica alla complessità dei nessi causali e alla poliedricità dei punti di vista interpretativi. Peraltro, come ebbe a dire Joseph Goebells, «la propaganda non deve essere intelligente, deve avere successo». Potremmo aggiungere, in conclusione, che per aver successo la propaganda deve essere gestita in modo da non apparire come tale all’individuo-massa, almeno fintantoché serve alla causa. La difficoltà di questo compito è direttamente proporzionale alla capacità critica dell’opinione pubblica cui è rivolta e al reale pluralismo dei mezzi di informazione ai quali essa può attingere.

La nona regola: «La nostra causa ha un carattere sacro».

L’orrore della guerra, distruggere, ammazzare ed essere ammazzati, è giustificato o, quanto meno, attenuato dalla sacralità della causa per la quale si combatte. Salvo i casi in cui entra in gioco in maniera diretta ed esplicita la propria sopravvivenza e quella della comunità di appartenenza, la mobilitazione dei moderni eserciti di massa e dell’opinione pubblica che deve sostenerli non può non passare per una giustificazione ideale che si rifà direttamente alla religione o che ne assume i connotati essenziali.

Nella tradizione cristiana, inizialmente pacifista ed antimilitarista – i primi Cristiani erano perseguitati perché restii ad arruolarsi nelle legioni romane – germineranno più in là i concetti di “guerra giusta” e di “guerra santa”. È stato San Tommaso d’Aquino a fissare i quattro criteri sui quali si fonda la legittimità della guerra: una «giusta causa» per cui la guerra, decisa dalla «legittima autorità», è «l’ultima risorsa» con l’assicurazione che si colpirà in modo «proporzionale al danno subito». Da quel momento tutti i governi che si dicono “cristiani”, sono scesi in guerra assicurando di trovarsi proprio in queste condizioni. Pertanto, una guerra sarà considerata “giusta” se fatta a scopo difensivo di un territorio o di una causa, e se ordinata da un’autorità riconosciuta, quel tanto che basta per ricacciare indietro l’invasore. La benedizione della Chiesa locale non mancherà, soprattutto se il nemico si rivolge al divino con un appellativo diverso dal nostro o lo prega in modo “alternativo” (che so, protestante piuttosto che cattolico-romano). Venuta meno la ragione “difensiva” del contendere essa dovrà esaurirsi. “Dio è con noi”: Gott mit uns era l’antico motto dei cavalieri teutonici, poi ereditato dai soldati tedeschi, nazisti compresi.

Per la vera e propria “santificazione”, che trasforma la guerra in “crociata”, sono necessarie giustificazioni più articolate ed universali, evocate dal successore di Pietro e rivolte a tutta la Cristianità: il nemico, trasformato in nemico di Cristo, va aggredito e annientato in quanto tale. Si è in guerra contro il maligno e il male che da esso promana. Il motivo, dunque, è ideologico e si spinge ben oltre l’obiettivo di ricacciare l’avversario e di rimanere padroni del campo: all’Anticristo non si può dare quartiere, è “Dio che lo vuole”, Deus vult!, il grido di battaglia usato da Pietro l’Eremita al tempo della Prima Crociata per arruolare crociati “pezzenti” votati alla liberazione del Santo Sepolcro dal Turco infedele. Infedele che va convertito o eliminato. Sentite cosa dice, a tal proposito, San Bernardo di Chiaravalle: «Il cavaliere di Cristo ammazza con coscienza e muore tranquillo. Morendo, si salva; ammazzando, lavora per Cristo. Quando toglie la vita ad un pagano, non è omicidio, ma “malicidio”. Soffrire o dare la morte per Cristo non ha nulla di criminale, merita, invece, grande gloria.»

Le guerre ideologiche del XX secolo conservano le caratteristiche fondamentali delle guerre sante del passato, che ritroviamo ancor più marcate nelle guerre intra-cristiane tra XVI e XVII secolo e nelle guerre civili. Con il progredire della secolarizzazione, tra XIX e XX secolo si eleveranno al rango di figure religiose i principi delle moderne ideologie politiche, dalla galassia marxista, ai fascismi, alle diverse declinazioni del principio nazionalista, sino all’attuale realismo neoliberista e globalista cui si contrappongono le diverse visioni antiglobaliste. Da qui, per esempio, gli studi di un Emilio Gentile sulla liturgia del potere parareligiosa del fascismo italiano o le considerazioni di un Alessandro Barbero sugli ordini religiosi medievali come antesignani del linguaggio e delle tecniche moderne di marketing politico e commerciale. Ebbene, se la funzione della propaganda è quella di tradurre i principi di una ideologia religiosa o simil-religiosa in “parole d’ordine” atte a mobilitare l’opinione pubblica o ad irregimentare un popolo, allora, in un certo senso, la scienza delle pubbliche relazioni di Bernays sta alla regola e alla strategia religioso-politica di Ignazio di Loyola. In mezzo c’è l’evento metafisico decisivo in cui culmina la modernità, la morte di Dio. Una morte, peraltro, assai controversa e lenta, anzi più che una morte definitiva, direi, una transizione verso la “debolezza” e il “pluralismo prospettico” del postmoderno. Tant’è che, oggigiorno, si possono propagandisticamente bandire crociate in nome della “democrazia”, accompagnandole con la immarcescibile fede in un Dio vagamente cristiano, quello della formula “in God we trust”.

Il ricorso all’avallo del Dio degli eserciti di biblica memoria, come sappiamo, negli ultimi decenni non è stato affatto estraneo nemmeno ai popoli delle religioni sorelle del Cristianesimo europeo, Ebraismo ed Islam. La tendenza a strumentali “derive fondamentaliste”, ieri come oggi, sembra essere tipica delle religioni monoteiste della Verità rivelata, di contro, alla vocazione inclusiva e tollerante dell’antico paganesimo politeista latino e poi romano-imperiale. Su questo argomento mi piace ricordare il prezioso volumetto di Maurizio Bettini, Elogio del politeismo. Quello che possiamo imparare dalle religioni antiche.

La guerra santa (il jihad) dichiarata dal terrorismo fondamentalista islamico all’Occidente “cristiano”, che la propaganda made in USA all’indomani dell’undici settembre 2001 ha additato alle opinioni pubbliche europee come il principale fattore di destabilizzazione dell’ordine mondiale – il “nostro” concetto di ordine, s’intende – all’inizio degli anni Venti del secolo corrente, come ben sappiamo, è stato soppiantato nel sentire comune dall’aggressione del nuovo coronavirus, contro il quale siamo ancora impegnati in una sorta di “guerra santa medico-scientifica”. Anche il conflitto contro la Russia di Putin presenta elementi propagandistici che si richiamano a contrapposte visioni religiose del mondo. Al mondo cattolico occidentale, soprattutto quello polacco e della Chiesa uniate ucraina, si contrapporrebbe l’ortodossia moscovita, erede della Chiesa bizantina ed alfiere del tradizionalismo misticheggiante slavo a vocazione imperiale. Una versione dello story-telling compromessa, ed in parte smentita, dalle recenti dichiarazioni di papa Francesco, il quale, non senza seminare un certo sconcerto, ha preferito piuttosto seguire la linea pacifista di condanna della guerra tout court dei suoi predecessori del secolo passato.

Così si esprimeva Benedetto XV nella chiusa della celebre lettera rivolta il 1° Agosto 1917 ai governanti dei popoli coinvolti nella Grande Guerra: «Nel presentarle [le clausole della proposta di pace di cui si faceva latore il Vaticano] a Voi, che reggete in questa tragica ora le sorti dei popoli belligeranti, siamo animati dalla cara e soave speranza di vederle accettate e di giungere così quanto prima alla cessazione di questa lotta tremenda, la quale, ogni giorno più, apparisce “inutile strage”. Tutti riconoscono, d’altra parte, che è salvo, nell’uno e nell’altro campo, l’onore delle armi; ascoltate dunque la Nostra preghiera, accogliete l’invito paterno che vi rivolgiamo in nome del Redentore divino, Principe della pace. Riflettete alla vostra gravissima responsabilità dinanzi a Dio e dinanzi agli uomini; dalle vostre risoluzioni dipendono la quiete e la gioia di innumerevoli famiglie, la vita di migliaia di giovani, la felicità stessa dei popoli, che Voi avete l’assoluto dovere di procurare. Vi inspiri il Signore decisioni conformi alla Sua santissima volontà, e faccia che Voi, meritandovi il plauso dell’età presente, vi assicuriate altresì presso le venture generazioni il nome di pacificatori.»

Quasi mezzo secolo dopo, in occasione della crisi dei missili di Cuba, che rischiò di far precipitare il mondo nella guerra termonucleare globale, gli farà eco Giovanni XXIII, il quale dai microfoni della Radio Vaticana, il 25 ottobre 1962, rivolse «a tutti gli uomini di buona volontà» questo messaggio, già recapitato agli ambasciatori degli Stati Uniti e dell’Unione Sovietica: «Alla Chiesa sta a cuore più d’ogni altra cosa la pace e la fraternità tra gli uomini; ed essa opera senza stancarsi mai, a consolidare questi beni. A questo proposito, abbiamo ricordato i gravi doveri di coloro che portano la responsabilità del potere. Oggi noi rinnoviamo questo appello accorato e supplichiamo i Capi di Stato di non restare insensibili a questo grido dell’umanità. Facciano tutto ciò che è in loro potere per salvare la pace: così eviteranno al mondo gli orrori di una guerra, di cui nessuno può prevedere le spaventevoli conseguenze».

La decima regola: «Quelli che mettono in dubbio la propaganda sono dei traditori».

Veniamo, infine, all’ultimo punto del nostro decalogo. La propaganda, come abbiamo già rilevato, tende ad accentuare il pensiero binario, piegando i fatti alla necessità della loro unilaterale interpretazione valoriale. Giacché sono i fatti stessi a darci ragione – né potrebbe essere altrimenti vista la bontà della nostra causa – chi si discosta, in un modo o nell’altro, dalla linea interpretativa mainstream, commette un delitto di lesa maestà, è un traditore della patria, un agente infiltrato del nemico. Chi non è con noi è contro di noi. Tertium non datur, avrebbe concluso un filosofo scolastico medievale. È poco rilevante che tale pensiero binario collida con la libertà di parola e con la vocazione plurale ed “aperta” dei regimi democratici, per usare un aggettivo popperiano. Sotto la cappa delle condizioni eccezionali, della decretazione d’emergenza, della mobilitazione nazionale, i regimi democratici tendono comprensibilmente ad assomigliare, pro tempore, ai regimi autoritari o dittatoriali che dicono di voler combattere (sempre a scopo difensivo e per una giusta causa, va da sé). O, addirittura, corrono il rischio di trasformarsi in regimi autoritari, pur mantenendo una verniciatura superficiale (magari a stelle e a strisce) di democrazia. Parafrasando il titolo di un recente libro di Luciano Canfora è lecito chiedersi se una “democrazia dei signori” può essere considerata una “democrazia” nel vero senso della parola. (O ancora, mi si consenta una battuta filosofica, la polisemia storico-politica del termine “democrazia” è di per sé peculiare e costitutiva di uno stato democratico?).

Al punto dieci la prof.ssa Morelli riporta una ricca collezione di esempi ripresi da Lord Ponsonby sempre relativi alla Grande Guerra. Vi ricorderete senz’altro dell’atroce balla dei poveri bambini belgi mutilati dai feroci Unni. Ebbene, per aver contraddetto le accuse di barbarie lanciate contro i tedeschi o per aver lasciato intendere pubblicamente che i francesi non erano necessariamente stati più teneri di loro, cosa piuttosto ovvia date le terribili circostanze in cui si svolgeva quel conflitto, un insegnante francese – tale Mayoux (Maiù) – fu licenziato e condannato a due anni di prigione. Nella recente guerra contro il virus ai colleghi accusati di diserzione vaccinale, nonostante la gogna morale ed economica della sospensione dal servizio e del successivo demansionamento, per fortuna il carcere è stato risparmiato. Un altro professore dell’Istituto Francese del Cairo fu licenziato in tronco per aver tralasciato di sottolineare, durante una conferenza, il modo barbaro e atroce con cui il nemico conduceva le ostilità. Sempre in Francia la Società di studi documentari e critici sulla guerra, un rinomato organismo accademico paragonabile, oggi, ad un osservatorio di studi strategici e geopolitici, scientificamente attento al fenomeno, pur avendo un profilo notoriamente moderato ed equidistante, fu fatto oggetto di un’attenzione continua da parte della polizia, più volte censurato ed infine chiuso per ordine della prefettura. Nell’era dei social per diminuire la visibilità di un account o bloccarla del tutto esistono strumenti decisamente più raffinati.

Per venire a tempi più vicini a noi, l’autrice riporta, tra gli altri, un caso poco noto in Italia, ma che all’epoca fece scalpore a livello internazionale. Il pugile aborigeno australiano Anthony Mundine (Mandìn), che nel 1999 si era convertito all’Islam, pagò a caro prezzo la sua opposizione alla guerra condotta dalla NATO contro l’Afghanistan. Partecipando ad una diretta televisiva su un canale di proprietà di Rupert Murdoch, dichiarò che, a suo avviso, l’invasione dell’Afghanistan governato dai talebani non rappresentava una soluzione valida al terrorismo islamico internazionale e che, anzi, era prevedibile che gli Stati Uniti sarebbero incorsi in ulteriori reazioni a causa della loro politica destabilizzante e guerrafondaia. A quel punto, la trasmissione fu bruscamente interrotta per motivi “tecnici”. Demonizzato dai media australiani e presentato come un sostenitore di Bin Laden, il pugile fu espulso, qualche giorno dopo, dalla classifica pugilistica internazionale. Sorte peggiore, in un certo senso, è toccata qualche settimana fa alla violinista di origine armena Lidia Kocharyan residente a Bruxelles, esclusa dalla 41esima edizione del Concorso Internazionale di Violino di Gorizia per il solo fatto di essere nata in quel di San Pietroburgo, Russia. A Lidia non può esser attribuito nemmeno il “reato” d’opinione.

E con questo terminiamo la nostra disamina del libro della prof.ssa Morelli. Spero vi sia stata utile o vi possa tornare utile nel proseguo dei vostri studi. Ulteriori spunti, sociologici, massmediatici, storici e storiografici sono presenti nel blog e nei collegamenti di cui vi dicevo. Vi saluto con un altro decalogo di principi, questa volta orwelliani, che ho trovato in rete, e che vi offrono un distillato del discorso fatto sin qui:

1. “Nel nostro tempo non c’è possibilità di restare fuori dalla politica. Tutte le questioni sono questioni politiche e la politica, in sé, è una massa di menzogne, evasioni, follia, odio e schizofrenia”.

2. “Tutta la propaganda di guerra, tutte le urla, le bugie e l’odio provengono invariabilmente da persone che non combattono”.

3. “La guerra contro un paese straniero avviene solo quando le classi benestanti pensano che ne trarranno beneficio”.

4. “Il concetto stesso di verità oggettiva sta scomparendo dal nostro mondo. Le bugie passeranno alla storia”.

5. “In un momento di inganno, dire la verità è un atto rivoluzionario”.

6. “Il giornalismo – quello vero, sempre più raro al giorno d’oggi – dice cose che qualcuno non vuole che tu dica: tutto il resto sono pubbliche relazioni”.

7. “Nella vita reale è sempre l’incudine a rompere il martello”.

8. “Il nazionalista non solo non disapprova le atrocità commesse dalla sua stessa parte, ma ha anche una notevole capacità di non averne nemmeno sentito parlare”.

9. “Le minacce alla libertà di espressione, di scrittura e di azione, anche se spesso sembrano banali quando le vediamo isolatamente, sono cumulative nei loro effetti e portano sempre a una mancanza di diffuso rispetto per i diritti dei cittadini”.

10. “Se vuoi vedere un’immagine del futuro, immagina uno stivale che schiaccia per sempre un volto umano”.

Buona estate e abbiate cura della vostra intelligenza.

Autore:

Ho studiato filosofia presso l'Università degli Studi di Roma “La Sapienza” e mi sono laureato nel 1990, relatore il prof. Gabriele Giannantoni, con una tesi in storia della filosofia antica intitolata "Vivere significa morire: analisi di alcuni frammenti eraclitei". Sono socio della SFI - Società Filosofica Italiana di cui curo il sito web. Da alcuni anni mi interesso di Pratiche Filosofiche e Consulenza Filosofica, collaborando con riviste scientifiche del settore, sulle quali ho all'attivo decine di pubblicazioni. Dal 2004 svolgo la professione di Consulente Filosofico e ho promosso una serie di iniziative filosofiche (Caffè Philo, Dialogo Socratico, Seminari di gruppo) aperte al pubblico. Attualmente insegno filosofia e storia presso il Liceo "I. Vian" di Bracciano (Liceo Classico sezione X). Utilizzo la filosofia in pratica sia durante le lezioni ordinarie che in altre "straordinarie" occasioni (passeggiate filosofiche nel bosco, dialoghi socratici a tema, ecc.). A scuola provo a tener aperto uno "sportello" di consulenza filosofica rivolto ai grandi ed ai meno grandi.

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