Pubblicato in: filosofia, scuola

Plutarco: la morte del grande pan. Trenodia per il liceo classico


IN MORTE DEL LICEO CLASSICO: LA DIPARTITA DEL GRANDE PAN

Cari studenti, cari viandanti della rete, quello che voglio cantarvi oggi è la thrēnōdía (θρηνῳδία) [il thrênos (θρῆνος)], il canto funebre in memoria di un grande estinto al quale sono legato da un affetto, che oserei dire “viscerale”: il liceo classico, il sistema liceale in generale, ovvero quel modello di trasmissione culturale del tempo che fu.

Vi ho trascorso e gli ho dedicato gran parte della mia vita, al liceo classico, prima come studente, poi come docente, fuori, ma dentro ancora studente, studente per scelta d’amore. Per questo, forse, il mio discorso non risulterà sempre lineare. Chiedo venia in anticipo. Ma è pur sempre un “canto funebre” e per quanto l’auriga si sforzi di ammansire il cavallo bianco, esso scalpita e strattona, furibondo. La sua natura, del resto, come insegna Platone nel Fedro, è cardiaca e irascibile.

Quando si parla di visioni del mondo, di idee, di abiti culturali, di istituti giuridici e politici, il morire è un fenomeno ben lento se rapportato alla vita di un uomo. Difficile distinguere pre-agonia, agonia e vera e propria rigidità cadaverica. Dopotutto, si muore e basta. E, ad un certo punto, il canto di morte prorompe dal petto di chi è rimasto orfano. È la coscienza della morte a segnare il trapasso. La coscienza che nulla sarà più come prima. Col senno del poi, se ne potrà scrivere la storia. Si proverà a capirne il significato. Perché, dopotutto, Eros persiste nei recessi del cuore di chi sa: egli, infatti, amando, ha assaporato.

Partiamo da un mito. Nell’opuscolo De defectu oraculorum (Sul tramonto degli oracoli), un dialogo dei Moralia di Plutarco, Lampria, il fratello del filosofo, discute con altri interlocutori della crisi che ha colpito gli antichi oracoli. Con “oracolo”, come forse saprete, s’intende una forma di “divinazione”, ossia di relazione con il divino, che consiste nel porre un quesito al dio ottenendo un responso utile a dirimere una questione, a prendere una decisione, ecc. L’oracolo si manifesta attraverso un intermediario, un sacerdote o, più spesso, una sacerdotessa, che risiede in un luogo sacro: si pensi all’oracolo di Apollo a Delfi che parla per bocca della “Pizia”, la pitonessa, oppure a quello di Cuma nei pressi di Pozzuoli, dove vaticinava la celebre “Sibilla”.

Al tempo di Plutarco, vissuto a cavaliere tra la seconda metà del I sec. e l’inizio del II sec. d.C., gli antichi riti della religione ellenica erano entrati in crisi e con essi la tradizione spirituale e sapienziale da cui traevano linfa vitale. Un’epoca era al tramonto. Un’altra, quella cristiana, iniziava ad albeggiare.

Gli dèi, si sa, sono immortali. Possono cadere nell’oblio, ma la morte non li ghermisce. Lo stesso, però, non può dirsi di quegli esseri che, stando a mezza via tra il divino e l’umano, costituiscono il tramite tra cielo e terra, la stairway to heaven grazie alla quale lo spirito conosce l’elevazione. Si tratta dei dàimones (δαίμονες), esseri “dia-logici” ed “ermeneutici” per eccellenza: essi traducono i sussurri del dio in parole enigmatiche, solo parzialmente comprensibili all’uomo. Beninteso: non tutti sono in grado di accostarvisi. Occorrono stati di coscienza particolari, molta disciplina ed una certa follia creativa (la cosiddetta“manìa”). Nessuno, tuttavia, nemmeno il più sapiente tra gli uomini, è in grado di sciogliere per intero il senso dell’enigma. La nota vicenda di Edipo sta lì a testimoniarlo: pazzia dolorosa, cecità, dannazione, attendono chi si macchia di hybris, il peccato di tracotanza. Al tuo posto, uomo! Ricorda di che pasta sei fatto, umbratile materia di sogno e polvere.

Ebbene, i dàimones, per quanto estremamente longevi, infine, non sfuggono al destino di morte. Con la loro progressiva scomparsa s’ammutoliscono gli oracoli, si disseccano le fonti dell’antica sapienza. Verso altri lidi emigrano gli dèi del tempo che fu.

A sostegno di tale tesi Filippo, uno dei personaggi del dialogo plutarcheo, riporta una storia ascoltata dalla bocca di un uomo “che non era né uno sciocco né un imbroglione”: mentre viaggiava su una nave diretta in Italia, d’improvviso, il silenzio fu rotto da una voce che esortava il nocchiero, un egizio di nome Thamus, ad annunziare, giunto in prossimità del porto di Palodes, la morte di Pan (il dio terragno e teromorfo, mezzo uomo e mezzo caprone, signore dei campi, delle selve e dei pascoli). Quando Thamus fu in vista della costa, levò il grido: «Ὁ μέγας Πὰν τέθνηκεν» (il grande Pan è morto!). Da terra gli fece eco un gemito “non di una persona sola, ma di tante, pieno di stupore”.

Il brano merita di essere letto nella sua interezza:

«Quanto alla morte di questi esseri [i dèmoni], io ho sentito la storia di un uomo che non era né sciocco, né imbroglione. Alcuni di voi hanno ascoltato il retore Emiliano, che era figlio di Epiterse, mio concittadino e maestro di grammatica. Proprio lui (Epiterse) mi raccontò che una volta, navigando verso l’Italia, si era imbarcato su una nave che trasportava merci con molti passeggeri a bordo. Di sera, quando già si trovavano presso le isole Echinadi, il vento cadde di colpo, e la nave, trascinata dalla corrente, giunse nei pressi di Paxos; la maggior parte dei passeggeri era sveglia, e molti, terminata la cena, stavano ancora bevendo. All’improvviso si sentì una voce dall’isola di Paxos, come di uno che chiamasse a gran voce Thamus, tanto che restarono sbalorditi. Thamus era un pilota egiziano, ma a molti dei passeggeri non era noto per nome. Chiamato per due volte, dunque, lui stette zitto, ma alla terza rispose a chi chiamava; e quello, alzando il tono di voce, disse: [Ὁπόταν γένῃ κατὰ τὸ Παλῶδες, ἀπάγγειλον ὅτι Πὰν ὁ μέγας τέθνηκε] “Quando sarai a Palodes, annuncia che Pan il grande è morto”. Al sentire queste parole, Epiterse diceva che tutti restarono sbalorditi e si domandavano se eseguire l’ordine oppure non darsene cura. Allora Thamus decise che, se ci fosse stato vento, avrebbero costeggiato la riva in silenzio; se invece giunti là avessero trovato bonaccia, avrebbero riferito la notizia. Quando infine giunsero a Palodes, non un soffio di vento, non un’onda. Allora Thamus, a gran voce, dalla poppa della nave e rivolto verso la terra, annunciò: [Ὁ μέγας Πὰν τέθνηκεν] “Il grande Pan è morto”. Ed egli non aveva quasi finito, che si levò un lamentoso pianto, non di uno solo, ma di molti, misto a stupore. E siccome molti uomini vi erano presenti, ben presto la voce si sparse per Roma. L’imperatore Tiberio, allora, mandò a chiamare Thamus, e tanta fu la sua fede nel racconto del marinaio che volle informarsi e fare indagini su questo Pan: i filologi di corte congetturarono che fosse il figlio di Ermes e Penelope [il dio Pan].»

La notizia arriva fino a Roma, alle orecchie dello stesso imperatore Tiberio, il quale ha bisogno di consultare i filologi di corte sul conto di Pan. La sua identità, dunque, non è affatto scontata.

Ai più non sarà sfuggita una contraddizione. Apparente o meno, lo vedremo strada facendo. All’inizio del brano si parla di demoni, entità intermedie tra umano e divino. Estremamente longeve, abbiamo detto, però, infine, mortali. Ma Pan è un dio! Pan non potrebbe, non dovrebbe morire!

Su quale significato abbia la morte di Pan sono stati versati fiumi d’inchiostro. Non è il mio campo di studi e poi non voglio affliggervi con complesse disquisizioni filologiche. Qualcuno ha ipotizzato che la dipartita di Pan sia collegata all’ascesa di Cristo e della nuova religione cristiana che andava diffondendosi in quegli anni lungo le coste del Mediterraneo giungendo nella stessa capitale dell’impero. Un giorno, come sappiamo, avrebbe soppiantato l’antica religione greco-romana, espulsa dalle città e confinata nei pagi, i distretti rurali. Donde, i termini “pagano” e “paganesimo”. In particolare James Hillman nel suo Saggio su Pan scrive: «Pan morì quando Cristo divenne Sovrano assoluto, così che il diavolo non è altro che Pan visto attraverso l’immaginario cristiano. La morte dell’uno significò la vita dell’altro in un contrasto chiaramente espresso nelle iconografie: Pan nella grotta, Cristo sul Monte; l’uno ha la musica, l’altro la Parola.»

La morte di un dio ha a che vedere con la coscienza degli uomini. Il dio non muore in sé, muore per l’uomo, muore per una comunità di uomini. Egli scompare dal nostro orizzonte di significati e di valori: il suo declino consiste nella sua progressiva “in-significanza”, non-significanza. Cessa di aver valore, cessa di avere una funzione simbolica, cessa di alimentare l’amore per la vita. Infondo, il nesso tra noi e il divino è il demone per eccellenza, quell’Eros povero e scaltro di cui ci parla Platone nel Simposio.

La fine di un afflato e di una tradizione religiosa è come la fine di una lunga storia d’amore. Essa si manifesta, brucia, finché il sacro fuoco è alimentato dal carburante del significato e del valore. È questo combustibile a fare di Eros un demone mitografo, uno scrittore di storie: scrivere storie ed amare il bello sono una cosa sola. Ed è meraviglioso. Meravigliosamente umano. Pensateci un attimo.

E allora, vedete, la contraddizione che abbiamo rilevato prima, inizia, dopo tutto, ad attenuarsi, a perdere mordente. La morte di Pan annunciata dal nocchiero Thamus, altro non è che la morte dell’afflato religioso che univa i Greci al dio silvestre, la dipartita del demone ermeneuta che attraverso riti e liturgie parlava alle anime della comunità, le possedeva instillando in loro il sacro entusiasmo (ἐνθουσιασμός, alla lettera, “l’essenza del dio che è in te”), muoveva i piedi alla danza, mentre gli iniziati offrivano le gole al vino.

La storia dell’annuncio della dipartita del grande Pan, così ricca di suspence, di scaramanzia – Thamus aspetta il terzo richiamo per rispondere e si ripromette di obbedire all’esortazione soltanto se, giunto a destinazione, avesse trovato il mare in bonaccia, un ulteriore segno del destino – ebbene, tale vicenda potrebbe rappresentare in forma di metafora la storia di una presa di coscienza epocale, di un sentimento prima strisciante, poi più acuto, infine doloroso, al punto che dalla costa si levarono alti guai misti a stupore. Se il legame d’amore rappresentato dal daimon viene meno, il dio per noi muore. Lo si dice del fu amante al termine di una storia: “per me lui è come morto”.

Con la morte del dio, qualcosa si lacera dentro le coscienze dei più. I vincoli comunitari si allentano, perdono progressivamente ragion d’essere, le relazioni s’illanguidiscono. L’intero orizzonte metafisico di senso e significato ne risulta stravolto. Immaginatevi il cielo trasudare tempera blu, le nubi sciogliersi in candide colate, il sole spegnersi mentre si fa notte, sempre più notte, senza un raggio di luna a consolarci. Dio è morto, e noi, dopo tutto, avendo strangolato il daimon, siamo responsabili di questa morte. Una responsabilità collettiva, epocale, di cui non riusciamo, ieri come oggi, a darci conto. Come il folle uomo della Gaia Scienza di Friedrich Nietzsche, ci sarebbe da chiedersi come potemmo noi uomini compiere un gesto così grande. Una domanda che rimbomba senza risposta, giacché l’oracolo è ammutolito e il grande Pan non è più tra noi. Abbiamo ammazzato l’unico che poteva rispondere alla nostra domanda. E se ha ragione Hillmann, se la musica di Pan venti secoli fa è stata ridotta al silenzio dalla Parola di Cristo, se il Logos ha avuto ragione della τραγῳδία, del dionisiaco “canto del capro”, ebbene, a voler seguire le orme dello Zarathustra nietzschiano, oggi è quello stesso Logos cristico a dileguarsi, ridotto a sempre più flebile flatus vocis.

Col mito abbiamo cantato la morte di Pan. Ora è giunto il momento di levare il canto in morte del nostro liceo classico. A qualcuno la metafora potrà sembrare paradossale, fuori luogo. La fine annunciata e in via di svolgimento di una istituzione, il liceo classico, che formalmente compirà, l’anno prossimo, cent’anni – ricordiamo che fu istituito, o meglio “riorganizzato”, nel 1923 con la celebre Riforma dell’allora ministro Giovanni Gentile – non si può paragonare alla morte di un daimon e, tanto meno, a quella di un dio. Non fosse altro, a motivo della grande longevità delle creature demoniche: esse attraversano i secoli, doppiano i millenni, si affacciano a scrutare di lontano gli eoni. Al confronto, cent’anni sono lo sbatter d’ali di una farfalla. Ma, a ben guardare, questi ultimi cent’anni sono soltanto la punta di un iceberg, il cui corpo massiccio affonda nell’oceano del tempo indietro di almeno tre millenni o forse più.

“Classico”, per noi, sa di antichità greche e romane, sa di sapienza antica, sa di bellezza, sa di unico, evoca atmosfere irriproducibili. “Classico”, per noi, sa di giovinezza, di sguardi furtivi, di amori sognanti e sognati, sa di notti insonni e di carta ingiallita, sa di presagi che varcano il tempo, che in un batter di ciglio tornano a manifestarsi, eterno presente. “Classico”, per noi, sa di letture interminabili, di viaggi avventurosi, sa di inutili eroismi e di baci che si vorrebbe rubare. “Classico” è quel quid qualitativo che nessuna ridicola griglia potrà mai misurare. “Classico”, invero, è refrattario alla quantificazione. “Classico” è quel che resiste alla violenza dell’algoritmo, perché è vivo, mutevole, imprevedibile. “Classico” è antieconomico, non dà crediti, né produce debiti: la conoscenza è una non-moneta che arricchisce sia chi dona sia chi riceve. Perché chi dona e chi riceve, l’amante e l’amato, sono una cosa sola. “Classico” è per grazia e per amore di Dio, o, in alternativa, per amore dell’umanità, che, poi, a voler dar retta a Feuerbach, sono il medesimo sentimento. “Classico”, per noi, è incontrare Penelope su una spiaggia a nord di Thera-Santorini e dire il nome della luna e delle stelle e del mare e di amore con le parole antiche: “ta astra”, “selene”, “thalatta”, “eros”… “Classico”, per noi, è volarsene via oltre le colline brulle, verso il mare luccicante e il sole che tramonta, rimanendo col corpo tra le rovine gloriose del santuario di Delfi. “Classico” è inutile, la cosa più inutile che ci sia. Non serve a niente. “Non serve” e basta. Così facendo, a piene mani, ti dona cristalli di libertà. La retorica non serve, la poesia nemmeno, l’arte, figuriamoci: roba da incompetenti. Se diventare “competente” significa diventare un servo, tenetevi le vostre competenze e lasciatemi la mia incompetenza. “Classico”, per noi, è antisistema: non ci sono “sistemi” che tengano, quando la fantasia dispiega le sue ali e l’orizzonte ti viene incontro alitandoti sul viso brezze marine. Chi fa il classico per davvero, purtroppo, si abitua a veder dietro e giudica: e i giudizi, a volte, sono pesanti, strappano via le maschere, “incrinano” luoghi comuni. Krino: io “giudico”, io “taglio” e il mio coltello è affilato come la penna, come la lingua. “Classico”, per noi, è anche, soprattutto, disciplina, abnegazione, sacrificio. “Classico” è imparare che le cose belle, per davvero, come le grandi storie d’amore, si conquistano solo con l’impegno, la costanza, l’umiltà. Come Eros, si trotterella per vicoli notturni a piedi scalzi. E s’impara a fare amicizia con la nera ala della notte. “Classico”, per noi, sono quelle parole che ti vengono in mente al momento giusto, quando sei solo e un nodo ti stringe la gola: ti consolano, ti spronano, rendono meno greve la solitudine. Per questo, “classico” è, a conti fatti, anti-individualista: puoi non amare il compagno o la compagna di banco o il palloso professore di filosofia, ma imparerai a sentirti parte di una comunità che travalica i confini dello spazio e del tempo. Ti capiterà di parlare ad alta voce con i morti, per poi renderti conto che morto, invero, è chi, qui ed ora, non ha nulla da dire, chi non ha avuto mai nulla da dire. Beninteso: un dire che è un fare, non un ciarlare vaniloqui. Facere philosophia docet. Il “classico” farà di te un pessimo “consumatore”. Alla fine, come Odisseo, potrai ascoltare le sirene del mercato senza doverti far colare cera nelle orecchie. I tuoi studi ti avranno legato all’albero maestro della vita.

Prendo fiato. Forse, avrete intuito perché mai il classico, i licei in generale, il modo di fare cultura e di trasmetterla ai nostri figli e nipoti stia morendo. Il classico è incompatibile con il sistema metafisico che domina, tetragono, opprimente il nostro tempo. Obliati gli antichi dèi, ammazzato il Dio cristiano, scatenato Prometeo, la terra del tramonto ha provato a tratteggiare una metafisica plumbea declinata con soli verbi economici e tecnici. Economia e tecnica: discipline nobilissime, ma ausiliarie. I mezzi non possono essere scambiati con i fini. Le scienze che definiscono i mezzi non sono in grado di surrogare i fini. Non è solo il principio di contraddizione a dirci che “non si puote”: è la stessa anima ad urlarcelo, quelle rare volte che le prestiamo orecchio. Impariamo l’efficienza – si fa per dire – impariamo la resilienza, impariamo l’economicità, impariamo il problem solving. Creiamo, dolorosamente, problemi, escogitiamo, dolorosamente, soluzioni a problemi che genereranno altri problemi. Un letto di Procuste “smart” tutto chip, tutto app, tutto password. Dolorosamente. Sapere come si fa, ma non perché lo si fa, equivale a sapere “niente”. Ebbene, così la vita non sa di niente. E il niente lì rimane, duro, asfittico, inane.

Ecco perché il grande Pan è morto ancora una volta. Si sono prosciugate le fonti di senso, significato e valore, isterilito il letto del nostro fiume comunitario. Le parole dei daimones nessuno più le intende. Parlano lingue diverse: non chattano, non twittano, bisbigliano all’anima. All’anima, questa sconosciuta. I più non se ne rendono conto, ma l’anima va nutrita, coltivata, annaffiata tutti i giorni con buoni discorsi e buone letture. Altrimenti si secca. E il cielo scolora, il nostro agire perde significato, le cose belle perdono valore, come cibo industrializzato non sanno più di niente. La vita è fine a se stessa. È un foglio bianco sul quale scrivere la nostra storia. Ma se ci mancano le parole, cosa mai potremmo scrivere? È il daimon ad insegnarci le parole con le quali poter dire le cose, i sentimenti, i sogni, le speranze. È il daimon a farci empatizzare con gli altri esseri umani. Dal daimon promana quel caleidoscopio di visioni che i padri e le madri battezzarono humanitas. Il daimon è la cifra del nostro legame profondo, organico con la natura, con gli alberi, gli animali, le nuvole, l’acqua, il tutto… Pan, in greco. Tutto.

Assistere alla fine a lungo annunciata del liceo classico significa maturare la consapevolezza di vivere in un’epoca di passaggio, un’epoca in cui gli astri del tempo che fu tramontano senza che nuovi soli facciano capolino all’orizzonte. Allora, metti l’anima di lato, falla tacere. Ora che la stoltezza dilaga; ora che la solitudine smart caccia la ragionevolezza di casa; ora che l’illimite irride il sacro metron, il “giusto” mezzo; ora che le tenebre della guerra mondiale sembrano in procinto di ingoiarci tutti quanti… Non ci salverà l’inglese, non ci salveranno le lavagne 4.0, non ci salveranno le “classi rovesciate”, non ci salveranno i banchi monoposto e le mascherine, né, tanto meno, ci salveranno le agende di governo.

Seppelliamo i nostri tesori. Lasciamo che la tempesta passi. Gli dèi non muoiono davvero… così si è detto. Chissà che non tornino, un giorno, sorgendo ad Oriente. Lunga vita al tre volte grande! Lunga vita al tre volte grande! Lunga vita al tre volte grande!

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Autore:

Ho studiato filosofia presso l'Università degli Studi di Roma “La Sapienza” e mi sono laureato nel 1990, relatore il prof. Gabriele Giannantoni, con una tesi in storia della filosofia antica intitolata "Vivere significa morire: analisi di alcuni frammenti eraclitei". Sono socio della SFI - Società Filosofica Italiana di cui curo il sito web. Da alcuni anni mi interesso di Pratiche Filosofiche e Consulenza Filosofica, collaborando con riviste scientifiche del settore, sulle quali ho all'attivo decine di pubblicazioni. Dal 2004 svolgo la professione di Consulente Filosofico e ho promosso una serie di iniziative filosofiche (Caffè Philo, Dialogo Socratico, Seminari di gruppo) aperte al pubblico. Attualmente insegno filosofia e storia presso il Liceo "I. Vian" di Bracciano (Liceo Classico sezione X). Utilizzo la filosofia in pratica sia durante le lezioni ordinarie che in altre "straordinarie" occasioni (passeggiate filosofiche nel bosco, dialoghi socratici a tema, ecc.). A scuola provo a tener aperto uno "sportello" di consulenza filosofica rivolto ai grandi ed ai meno grandi.

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