Pubblicato in: filosofia, pratica filosofica

EPITAFFIO DI SICILO: UNA CHIAVE DI LETTURA FILOSOFICA


Un “messaggio whatsapp” di 2000 anni fa recapitatoci per caso. Una storia d’amore che vince i secoli, quella di Sikilo ed Euterpe. Una visione del mondo e della vita che vi sorprenderà. Per gli studenti vecchi e nuovi…

Cari studenti, vecchi e nuovi, oggi voglio parlarvi di una specie di messaggio whatsapp che, qualche tempo fa, ci è stato recapitato da un lontano passato. Il lontano passato di cui stiamo parlando è, probabilmente, il I sec. d.C. . Il messaggio, noi moderni, lo abbiamo ricevuto, un po’ per caso, verso la fine dell’Ottocento, quando la generazione dei vostri bisnonni vedeva la luce. Il totem che reca tale messaggio non è fatto di plastica e vetro, come i nostri smartphone, ma di pietra, un supporto decisamente più duraturo, come ben capirete, in grado di sfidare i secoli. Il totem non è retroilluminato e non è nemmeno “smart” nel senso del termine, un po’ demenziale, che utilizziamo noi oggi. Di contro, esso ha il potere di “illuminarci dentro” e di risvegliare una forma di intelligenza che, purtroppo, tendiamo a utilizzare sempre meno. I Greci la chiamavano phrónesis (φρόνησις) “saggezza”, la “capacità di saper stare al mondo”, “di saper vivere la vita”, insomma. “Roba da matti”, o “da psicologi”, penserà qualcuno di voi e non senza una certa ragione. Se ci siamo ridotti a pensarla così, la vita, è proprio perché alla “saggezza” ci siamo disabituati, o meglio, care ragazze e cari ragazzi, vi abbiamo disabituati. Per questo è “roba da matti”, matti, però, di quella pazzia dolorosa, che ti svuota dentro, che ti morde con crisi di ansia cui è difficile dar senso, che ti isola da un discorso comune dotato di valore e significato, atomo di solitudine. La mia generazione, trista e codarda, ne porta, almeno in parte, la responsabilità. Io provo a farne ammenda. Alla mia maniera. Altre non ne conosco e, verosimilmente, sono troppo vecchio per impararle.

Il totem, dicevamo. A modo suo “vibrava” sottoterra da diversi secoli. Vi racconto la storia del suo ritrovamento. Corre l’anno 1883. Ci troviamo nei pressi della città di Aydin, nella Turchia occidentale ad una cinquantina di chilometri dal mar Egeo. Fervono i lavori per la costruzione di una linea ferroviaria. Il sultano ottomano si è affidato ad un impresario danese, tale Edward Purser. Un bel giorno, alcuni operai, possiamo immaginarcela così la scena, recapitano al nostro ingegnere una stele funeraria in marmo saltata fuori durante gli scavi per preparare la massicciata su cui correranno i binari. Queste cose agli europei interessano. Qualche anno prima, nel 1872, l’archeologo tedesco Heinrich Schliemann, aveva riportato alla luce le rovine di Troia. Magari c’è da guadagnarsi qualche soldino extra. Di archeologia, Pulser, probabilmente, non ci capisce granché. Tuttavia, è un bell’oggetto e in casa o in giardino potrebbe fare la sua figura. Di queste cose, però, si occupa la signora Pulser. La quale decide che sulla colonnina ci starebbe bene un bel vaso di fiori. La colonnina, purtroppo, traballa un pochino. Problema che si risolve facilmente praticando un taglio alla base della stessa. In questa maniera la riga conclusiva del “messaggio” è andata definitivamente perduta.

È verosimile che la nostra coppia di coniugi ignori anche la storia del luogo in cui si trovano. Aydin che, anticamente, secondo la testimonianza di Strabone, si chiamava Tralles, era stata fondata da coloni greci provenienti da Argo. Caduta sotto il dominio persiano, riconquistata da Alessandro il Grande nel 334 a.C., dal 260 a.C. fece parte del regno ellenistico di Pergamo, per poi diventare romana. La stele funeraria, come dicevamo, risalirebbe al I sec. d.C., anche se, secondo alcuni studiosi, la datazione potrebbe essere spostata indietro di almeno un paio di secoli.

Nel 1906 l’ingegner Pulser passa a miglior vita. Chissà che anche lui non abbia, da qualche parte, una lapide che commemori la sua dipartita. La colonnina inizia a viaggiare. Il genero di Pulser la spedisce in una cittadina nei pressi di Smirne. Nel 1922 il console olandese residente nella metropoli turca, tornando a casa, se la porta con sé a L’Aia. Infine, nel 1966 il nostro “totem” approda al museo nazionale danese di Copenaghen, dove pare abbia messo, finalmente, stabile dimora.

L’ho tirata per le lunghe, lo so. La storia del totem sarà pure interessante, ma di quale messaggio si tratta? E, dopo tutto, chi è stato a spedirlo? Cominciamo da qui. Avendo a che fare un piccolo monumento funebre, facile capirlo, si tratta del messaggio di una persona scomparsa due millenni fa. Il suo nome è Seikilos, che possiamo italianizzare in “Sikilo”. Di lui non sappiamo altro. Anzi, mi correggo. L’ultima riga del testo inciso sulla colonnina, quella che riporta la “firma” del committente dell’opera, così recita: Σείκιλος Εὐτέρ…; manca la chiusa dell’ultima parola che può essere o [που] Euterpou (genitivo) di Euterpe o [πῃ] (dativo) ad Euterpe.

Se si trattasse di un genitivo, potremmo interpretarla in due maniere diverse: “Sikilo [figlio] di Euterpo” oppure “Sikilo [figliuolo] di Euterpe”. “Euterpo” potrebbe essere il patronimico del nostro Sikilo. Oppure, Sikilo si confessa seguace di Eutèrpē (Εὐτέρπη), divinità della musica, figlia di Zeus e Mnemosine. Il suo nome significa “colei che dona letizia”, da èu (εὖ), “bene” e tèrpō (τέρπω), “rallegrare”, “dilettare”. Oltre alla musica, dato che il mito le attribuisce l’invenzione dell’aulos, il flauto a doppia canna utilizzato per accompagnare il canto,Euterpe avrebbe ispirato anche la poesia lirica.

Se invece si trattasse di un dativo, Sikilo potrebbe aver commissionato la stele in memoria di tale Euterpe: la moglie, la madre, la figlia? Non lo sapremo mai. Oppure, ancora, potrebbe averla dedicata alla sua Musa preferita, Euterpe appunto, alla quale Sikilo avrebbe consacrato l’intera vita. E con questo siamo al punto di partenza: o si tratta di una indicazione “familiare” oppure “professionale”, nel senso più alto del termine. Come dire: qui è sepolto Sikilo, musicista e poeta lirico e questi “versi musicati” sono il suo “canto del cigno”, l’estremo messaggio a te, viandante.

“Versi musicati”. Ecco, mi ero dimenticato di dirvi che il “messaggio” whatsapp in questione è “multimediale”. Infatti, oltre al testo, c’è pure una specie di “audio” in cui è registrata la musica che accompagna le parole scritte. Sopra ogni riga di testo che leggeremo e commenteremo insieme, sono appuntate le lettere che indicano la melodia e i segni che indicano la durata: una specie di “spartito”. Essendo io piuttosto digiuno di musica – se la dea mi perdonerà, potrete, a maggior ragione, perdonarmi voi – non mi addentrerò in questioni tecniche. Sulla rete, tuttavia, è possibile trovare molte riproduzioni della melodia di Sikilo che è, ad oggi, nonostante la sua brevità, il brano musicale completo più antico che ci sia mai giunto. Pensate un po’. Diciamo che questo è il motivo principale per cui il nostro amico ha così tante “pagine dedicate” e “followers” sulla rete. Qui sotto vi segnalo alcuni link per godervi il file sonoro. Magari potete aggiungerlo alle suonerie del vostro smartphone.

Arriviamo, infine, al corpo del messaggio. La mia, come potrete immaginarvi, non sarà soltanto un’interpretazione letterale. A noi “filosofi praticanti” piace farcele risuonare dentro, le parole. Devono dire qualche cosa “a me”, smuovere qualche cosa nella gola e nel petto. Insomma, non si tratta del “gruppo di classe” con il calendario delle interrogazioni programmate.

Una considerazione preliminare: il whatsapp ci giunge da un morto, Sikilo, che parla di vita. Parla di vita a noi che siamo vivi ora e che, a tempo debito, saremo morti come lui. Parla perché c’è qualcuno che ascolta. In questa maniera, il suo messaggio non solo parla di vita, ma qui ed ora è vivo. Lui non ci conosce personalmente – non è più – e noi non conosciamo lui. Ma ciò non impedisce che la comunicazione, in qualche modo, si realizzi. E che tratti contenuti profondi, essenziali, di cui, nel quotidiano, non ci verrebbe mai in mente di parlare con chicchessia. Si ragiona del senso della vita e per questo, appunto, ne va della nostra, della vostra di vita. Non l’ultima boutade del vostro tiktoker preferito. Chi è davvero morto? Chi è davvero vivo? La vita è ora, repetita juvant, ed è una questione di qualità. La senti qui nel petto. Questa è l’essenza dell’umano e della trasmissione culturale classica. Se sai, perché hai assaporato questa cosa qui, non hai bisogno di sapere altro. Devi solo metterla in pratica.

Per contestualizzare il testo è opportuno chiarire il significato di qualche parola greca. Scusate la pignoleria, ma è la lingua del nostro amico, e anche la nostra, a ben guardare. Si tratta di un epitaffio, un’iscrizione sepolcrale, da epitáphios (ἐπιτάϕιος), composto da epí (ἐπί) “sopra” e táphos (τάϕος) “tomba”, ovvero un “discorso funebre”, che si pronunzia, appunto, sulla tomba di qualcuno. In genere, tale discorso è inciso sulla pietra che marca la sepoltura, una colonnina marmorea in questo caso. I primi sei versi costituiscono l’“epigramma” introduttivo (da epí e grámma,“scritto sopra”), una sorta di dedica del testo che segue, la “canzone” vera e propria, composta in distici elegiaci. Con “distico elegiaco” si intende un insieme di due versi – da dis (δις), “due volte” e stíchos (στίχος), “fila”, “verso” – composto da un esametro e un pentametro.

Ecco l’epigramma. Leggo:

«Εἰκὼν ἡ λίθος

εἰμί·- τίθησί με

Σείκιλος ἔνθα

μνήμης ἀθανάτου

Σῆμα πολυχρόνιον».

«Un’immagine, [io,] la pietra,

sono; mi pone

Sikilo qui,

di un ricordo immortale

segno che varca il tempo (durevole)».

Di cosa è fatto lo smartphone di Sikilo? Lo abbiamo detto all’inizio: è di marmo. E il marmo “parla”, anzi “raffigura”. È eikōn, icona. Vi dice qualcosa questa parola? Dovrebbe, dato che molti di noi, oggigiorno, passano gran parte del loro tempo-vita nel cosiddetto “metaverso”, in mezzo a tante “icone”. Una foresta di simboli trascorrenti, cangianti, forse pure troppo. Li vorremmo un po’ più stabili e significativi, questi simboli, non dico come le idee di Platone, che scintillano eterne e immutabili nel mondo sovra-celeste, ma insomma… Un po’ di “gravità” valoriale che ci consenta di orbitare intorno a qualche punto di riferimento ideale, non guasterebbe. Non so come la pensiate voi… Già nel 1981, il grande Franco Battiato cantava di un auspicabile “centro di gravità permanente”.

Per gli antichi la pietra è duratura, tanto duratura da poter sfidare, quasi, gli stessi “athánatoi”, gli dèi immortali. A condizione che essa si faccia portatrice di un’icona, di un messaggio in grado di sollecitare la “memoria”, “mnemosyne”, da cui “mneme”, il “ricordo”. A durare, quindi, è non tanto la pietra in sé, bensì la “pietra in quanto parlante”: a varcare le soglie del tempo è il ricordo risvegliato da un determinato “segno”, “sēma”. Euterpe, moglie o Musa che sia, Sikilo, il suo canto e la sua musica, il marmo lavorato, l’iscrizione fatta di segni, i linguaggi (di partenza e d’arrivo: greco e italiano), la nostra capacità “ermeneutica”, cioè di interpretazione (l’ermeneutica è l’arte del dio Ermes, il messaggero dell’Olimpo), il professore e lo studente, le loro intelligenze e le loro sensibilità: un circolo linguistico completo. Senza tempo, nella misura in cui si può ricreare e manifestare qui ed ora. Questa è l’unica forma di “immortalità”, rischiosa, traballante, cui noi uomini possiamo aspirare. Lasciare dietro di noi “segni” che possano essere interpretati, che parlino agli esseri umani che verranno dopo di noi. Potenza del lógos, “parola-discorso”! Sotto questo profilo, i Greci erano avvantaggiati rispetto a noi: per loro il tempo era un circolo, la natura un ciclo con delle costanti ripetibili all’infinito. L’individuo poteva anche essere destinato all’annientamento: di contro, le famiglie degli uomini, le città, le póleis, e, soprattutto, la kosmópolis, la grande città della natura dominata da leggi ferree, promettevano di durare. Per il Greco era la Natura stessa a scintillare di segni e di simboli: i fiumi, gli alberi, le nuvole, il mare… Tutto “significava” e, significando, “parlava”. La lingua degli dèi, certo. Difficile da decifrare, ma pur sempre “parlante” e “ascoltabile”. Oggi, avendo obliato il divino che è presente nella natura, andiamo a caccia di icone sullo schermo di un tablet e crediamo di poter trascrivere il lógos in algoritimi. Al posto del marmoreo epitaffio di Sikilo, potremmo aspirare ad un profilo facebook in memoriam

Un altro effetto della “virtualizzazione”, paradossale, della comunicazione simbolica è la cancellazione della memoria. Non ricordiamo più niente, perché niente è più significativo per davvero. Il mezzo non si identifica più con il messaggio. Il messaggio non “sta”, non ha “consistenza”, perché non “è posto” (títhēmi), non è un tutt’uno con il mezzo. In altre parole, l’epitaffio di Sikilo è una cosa sola con la colonna marmorea: è stabile, è quello che è. Il nostro mezzo, lo smartphone, trascolora continuamente di messaggi diversi, sgocciola segni sempre meno significativi, che si accavallano nella mente del “contemplante” distratto, “non durano” e, non durando, non si fissano nella memoria. Lo smartphone è metafora dell’odierno, dominante, “chiacchiericcio”: e il chiacchiericcio non può generare nulla di “memorabile”. Dietro queste considerazioni linguistiche, campeggiano due visioni metafisiche diverse. Da una parte, quella dell’Essere parmenideo e della sua assoluta significanza, la quale, pure, tragicamente sovrasta il singolo individuo, inghiottito, alla fine del suo breve ciclo biologico, dall’indistinzione simbolica del lógos o, per usare il termine coniato da Anassimandro, nel vortice dell’ápeiron: parliamo della visione antica. Dall’altra, troviamo quella della “nientificazione” e della conseguente insignificanza di tutto: le cose che sono (e con loro gli uomini che le pensano), vengono continuamente “annientate”, fatte “niente”, dalla continua, turbinosa necessità che se ne formino altre al loro posto, “merci” che si auto-reciclano, non solo in senso materiale (la bottiglietta che diventa portachiavi), ma anche e soprattutto in senso simbolico (si pensi ai tanti diritti prêt-à-porter, usati come gadget dal marketing politico o al testo della nostra Costituzione, oramai sciolto e sgocciolante come gli orologi di Salvador Dalì).

Lo so, ho parlato difficile. Semplifico. In una battuta, espressioni come “segno durevole” o “ricordo immortale”, oggi suonerebbero poco comprensibili, perché i segni che usiamo sono “effimeri”, instabili, poco significativi. La stessa memoria, la capacità di “ricordare” (cioè di “richiamare al cuore” un determinato vissuto) usando un sistema di segni che abbiano valore comunitario e aggregante, è decisamente in crisi. Di contro, abbiamo la visione scolpita nella pietra del nostro amico Sikilo. Il quale, a proposito della sua elegia “incisa nella pietra” può usare espressioni così impegnative – “un simbolo che sfida il passare del tempo” – nonostante il fatto che egli stesso non creda, come vedremo, nell’immortalità della psiche individuale o in vaghi aldilà eternizzanti. Ecco perché ho usato l’avverbio “tragicamente”, a proposito del rapporto che c’è tra il singolo individuo, il defunto, Euterpe o Sikilo che sia, e l’Essere ovvero il quadro di senso e significato in cui la persona si trova a stare, a pensare e a dire, pur essendone “sovrastato”. Questa premessa va meditata con attenzione, altrimenti non si riesce a ben comprendere lo “scarto”, la differenza tra le due visioni metafisiche, la nostra e quella di Sikilo. Non si tratta, ovviamente, di stabilire un rapporto gerarchico-valoriale tra l’una e l’altra. Cioè non si tratta di dire che la visione del mondo di Sikilo sia migliore o peggiore della nostra. Anche se, non vi sarà sfuggito, un po’ di “nostalgia” per il mondo che fu, in fondo al cuore ce l’ho e, forse, ce l’abbiamo un po’ tutti. Voglia melanconica di fare il viaggio a ritroso, il nóstos, appunto, di rallentare quando tutto quanto intorno a te schizza via alla velocità della luce, di fermarsi un attimo e scendere da questo mondo impazzito. Voglia di ritrovare il gusto del “concentrarsi”, ovvero di fare della propria interiorità un “centro di gravità”, quando diecimila stimoli visivi e trilli sonori ti frantumano l’anima in schegge impazzite che esplodono verso un “esterno” sempre più virtuale e innaturale. Insomma, c’è modo e modo di essere “effimeri”, di vivere in prospettiva l’incombenza della morte. Spero di aver semplificato un pochino. Ma, insomma, potete farmi tutte le domande che volete, anche da qui a un anno.

Veniamo finalmente al cuore del messaggio di Sikilo. Ne do una duplice lettura. La prima del testo in sé. La seconda della canzone in distici elegiaci.

«Ὅσον ζῇς φαίνου

μηδὲν ὅλως σὺ λυποῦ

πρὸς ὀλίγον ἐστὶ τὸ ζῆν.

τὸ τέλος ὁ χρόνος ἀπαιτεῖ».

Osòn zìs pheinù

medèn olòs si lipù

Pros oligòn estì to zìn

To telòs o chrònos apeitì

Questa è la traduzione che vi propongo:

«Fintanto che vivi, risplendi radioso

non lasciarti mai vincere dall’afflizione, per nessuna cosa al mondo

troppo poco dura la vita

e il tempo, alla fine, si riprende quel che ti ha dato».

Un morto, la cui voce varca, adamantina, la soglia dei secoli, che parla a noi che siamo vivi, qui ed ora. E parla di “vita”. La tomba dice la vita. In greco, zōē (ζωή), dal verbo zēn: è esperienza comune, dal protozoo alle forme vegetali e animali più complesse. Zōē è la vita che permea il tutto, di cui noi esseri umani siamo un’espressione, una delle tante. Con in più la possibilità, sempre meno sfruttata, di esserne consapevoli. Ma la vita, in primo luogo, si sente, anzi la vita sente se stessa. In questo senso, possiamo dirci creature “zoologiche”. Anche il divino è essenzialmente “vita”: pensate a Zeus, la cui radice onomastica è assonante. In greco abbiamo un’altra parola per dire “vita”. La conoscete senz’altro: bíos (βίος), da cui “biologia”, “simbionte”, “antibiotico”, “biografia”. I Greci, però, usano questa parola per indicare specificamente la vita umana, dalla nascita alla morte, quella di cui, volendo, si può raccontare o scrivere la storia, la “biografia”, appunto. La mia, la tua, quella di tutti noi.

Se bíos rimanda alla sfera umana, zōē ci mette in comunione con la natura tutta, con madre-terra, Gea o Gaia. Cara ragazza, caro ragazzo, in questo “sentirsi” parte di un Intero è il significato più profondo della vita. “Sentirsi”, dico, alla maniera degli uomini, ché i delfini lo faranno alla maniera dei delfini, i cani alla maniera dei cani e le querce alla maniera delle querce. Sei vivo a prescindere, d’accordo: respiri. Ma sei ancor più vivo se sai di esserlo, se sei consapevole del respiro. Prova a guardarlo adesso il respiro, mentre ascolti: guardalo entrare nelle narici quando inspiri e scendere giù nei polmoni, seguilo fino al ventre; guardalo uscire lentamente e soavemente. Questa esperienza, codificata in decine di Sutra, è alla base della meditazione, che gli indiani chiamano Dhyāna, i cinesi Ch’an, i giapponesi Zen.

“Zen”, curiosamente, come “vivere” in greco. C’è qualcosa di magico in questo suono, evidentemente. La vita c’è, si dà. Non scegliamo di vivere: nella vita ci troviamo “gettati”, come dice Heidegger. Nella seconda parte del primo verso, possiamo scorgere una “ricetta di vita”, con ingredienti che, a volerli sperimentare, hanno mantenuto tutta la loro freschezza. Qui, però, trattandosi del “mestiere di vivere”, ciascuno di noi è chiamato in causa direttamente e deve fare la sua parte. Nessuno, con tutto l’amore del mondo, può farla se non per se stesso. Strada facendo scoprirete che questo è anche il miglior modo per aiutare gli altri. Vivere, in un certo senso, è testimoniare, a proprio modo, la ricchezza multiforme dell’unica vita.

Dalla sfera “zoologica”, lo avrete capito, siamo passati a quella “etica”, ovvero quella dell’ēthos (ἦθος), il “comportamento”, il “carattere”. Occorre scegliere, perché si è liberi di farlo. E se non scegliamo, ebbene, in un certo senso, stiamo scegliendo di non essere del tutto liberi. Ecco, allora, l’imperativo, quasi gridato, di Sikilo: pháinou! In una singola parola, c’è un intero progetto di vita. Se avete ancora un po’ di pazienza, ve lo spiego.

Il verbo in questione è pháino (φαίνω), “apparire”, “manifestarsi”, che deriva dalla stessa radice di phôs (φῶς), “luce” e pháos (φάος), “giorno”. Per questo ho usato il termine “splendi”, “risplendi”. Detto in altre parole: “lascia che la luce che hai dentro si manifesti”, che “esploda”, “erompa fuori ed illumini le persone che hai intorno”. Io, questa “luce”, amo chiamarla “dáimon”: il demone interiore, la tua essenza. Esso si rivela a ciascuno di noi quando si percepisce l’anima vibrare per qualcosa di bello. Avete presente quando vi capita di fare o di sperimentare qualcosa che, in quel momento, non potete proprio non fare o non sperimentare? La testa e le mani vanno per conto loro, caschi il mondo. Qualcosa che è assolutamente fine a se stesso, che si tramuta in tempo-vita, tempo che è impregnato di vita e di consapevolezza. Tempo bello che non si limita a passare perché diventa parte di te. Per qualcuno può essere suonare musica, per qualcun altro disegnare o dipingere, leggere un romanzo, stare con la persona che si ama, raccontare storie, costruire cose utili, fare goal… Non cerca un significato, perché ha significato di per sé. È bello e basta. Senza un perché. Come quando ci si innamora. Non produce pensieri molesti, né noia, né ansia da prestazione. La luce sfolgora libera, non c’è tenda socio-patologica che possa comprimerla, oscurarla. Nessuna maschera, nessun “tu devi”, ma solo un “lo voglio”. Ecco, lo hai colto, lo hai sentito? È il dáimon che si esprime. Se a scuola lo lasci parlare io, a volte, sono in grado di riconoscerlo. Ci sono tanti modi di ascoltare le persone. Il più interessante è prestar orecchio al dáimon. Te ne accorgi perché reca con sé scintille erotiche, come insegna Platone nel Simposio. Non per niente, Eros è filosofo. Provaci anche tu, con te stesso, con te stessa.

Tendi l’orecchio, il dáimon di Sikilo lo sentiamo cantare, ancora e ancora, a venti secoli di distanza. Fa ancora luce: a modo suo, si manifesta. Lo avrete compreso: Euterpe è il dáimon di Sikilo! L’amata Euterpe, la donna della sua vita o la dea che rallegra, la Musa del canto e della poesia. Sikilo, il musicista, il poeta, l’amante, ha graffiato le sue parole e la sua musica sul marmo. E così ce ne fa dono, eternandosi. Sono morto, sembra dirci, voi che siete vivi fate come me! Finché il sangue vi scorre caldo nelle vene, splendete di luce vostra!

E, continua Sikilo, non affliggetevi per nulla! Non c’è proprio niente al mondo che meriti il vostro cruccio, la vostra disperazione! La vita è ora o mai più: non sprecate il giorno, non gettate via l’ora, l’attimo, questo batter di ciglia qui. Ogni momento, a saperlo cogliere, è kairόs (καιρός), il momento giusto, quello in cui la magia della vita riesce a toccare le corde della tua anima. Tu che sei giovane, ragazza mia, ragazzo mio, soprattutto tu che sei giovane, godi più che puoi, brucia più che puoi di una buona fiamma, strappa il bavaglio al tuo dáimon!

E qui sembra di sentire riecheggiare i versi immortali di Orazio, il porcello del gregge di Epicuro:

«Tu non chiedere, è vietato sapere, quale fine a me, quale a te

gli dei abbiano assegnato, o Leucònoe, e non consultare

la cabala babilonese. Quanto (è) meglio, qualsiasi cosa sarà, accettarla!

Sia che Giove abbia assegnato più inverni, sia che abbia assegnato come ultimo

quello che ora sfianca con le scogliere di pomice che gli si oppongono il mare

Tirreno, sii saggia: filtra il vino e ad una breve scadenza

limita la lunga speranza. Dum loquimùr, fugerit ìnvida

aetas: carpe dièm, quam minimùm crèdula posterò.

Mentre parliamo sarà fuggito, inesorabile,

il tempo: cogli il giorno, il meno possibile fiduciosa in quello successivo.»

È assai probabile che anche Sikilo avesse fatto suo il verbo epicureo. Non parliamo qui di godimenti spicci. Lo avrete capito. Il dáimon è faccenda ancor più essenziale. Godere dentro facendo risplendere fuori, consapevolmente, quel potenziale di zōē erotico-creativo-espressivo che il destino ha assegnato a ciascuno di voi! Il vino può anche aiutare a volte, ma va assunto in maniera ponderata e religiosamente…

«Non lasciarti tentare dai campioni dell’infelicità, della mutria cretina [con “mutria” s’intende l’espressione arrabbiata, il cipiglio], della serietà ignorante. Sii allegro. […] Ed ecco che essi ti insegnano a non splendere. E tu splendi, invece!». Parole assonanti, pronunziate a metà degli anni Settanta, da un altro grande sacerdote del dáimon, Pierpaolo Pasolini. Non lasciate che la vostra vita trascorra invano. Non credete a chi non sa, ridendo, dire la verità. Loro vi vogliono tristi, rassegnati, vuoti, per potervi riempire delle loro porcherie consumistiche, dei loro serial netflix, dei loro panini macdonald, dei loro medicinali pfeizer, delle loro polverine “smart”. Loro, i seriosi, i nemici di zōē. Ragazzi, fate loro questo dispetto: splendete! La vita è piena di rischi, reali e virtuali, naturali ed artificiali, causati o meno dalla stupidità e malvagità umana. Ma l’unico vero rischio è quello di scoprire, prima di morire, di non aver vissuto veramente, di non aver lasciato che il dáimon risplendesse, che il vostro destino si compisse.

Ci avviamo alla conclusione. L’imperativo categorico a manifestarsi e a godere della vita senza lasciarsi vincere dalla sofferenza, è comunque espressione di una visione tragica dell’esistenza umana: non c’è niente al di là di zōē, di questa vita qui. E se è un morto a dirtelo, sembra occhieggiare Sikilo, puoi crederci. Nessun oltremondo salvifico, nessuna resurrezione per il singolo. Zōē è tutta qui, nell’immanenza dell’hic et nunc, nel mondo trascorrente che abbiamo sotto gli occhi, nei suoi fenomeni interiori ed esteriori che, trascolorando, evaporano all’orizzonte, mentre rosseggia la sera ed Euterpe leva il suo canto alle pendici dell’Elicona. Beviamoci un altro bicchiere di vino, perché, infine, la vita è breve, troppo breve. E la sorte, la Tyche (Τὺχη), che ci ha fatto sporgere fuori dall’indeterminazione caotica di zōē, a tempo debito, ci presenterà, ineluttabile, il conto. I Greci lo chiamano télos, il destino di vita, il “taglio” della Moira al filo della nostra esistenza biologica. A ciascuno di noi spetta che il proprio télos non sia soltanto “la fine”, ma anche un fine, il compimento di una vita buona, degna di essere stata vissuta. Cuique suum: ad ognuno il suo. La permanenza della nostra prospettiva illusoria, di quello che, scioccamente, chiamiamo “io”, di quel che fummo, è fuori discussione. Essa rifluirà nella vita universale, energia-materia, da dove era sbocciata. Dobbiamo far posto a qualcun altro, figlio, nipote, o a qualche altro fenomeno. È giusto così, lo vuole Díke, Giustizia, avrebbe detto Anassimandro. È la misura necessaria. Ed è colma. Giù a capofitto nell’Ápeiron, dunque, ammaliati dal sorriso satiresco di Sikilo. Lunga vita a Sikilo! Lunga e, soprattutto, “vita vera” a te ragazzo, ragazza mia.

Abbiamo terminato. Chi riconosce il valore del mio lavoro di docente e volesse, potendolo, supportare la ricerca, lo studio e l’investimento in tempo, denaro ed energie su cui esso si basa, può acquistare sulla rete il mio ultimo ebook “Liberi dentro. Il Manuale di Epitteto da praticare”. Grazie. Noi non siamo niente. Ci limitiamo a gettare pietruzze nello stagno della vita, sperando che qualche increspatura di logos arrivi a lambire l’anima dei nostri giovani, il nostro futuro, la nostra speranza. Questo è tutto quello che dobbiamo, possiamo e, un pochino, sappiamo fare.

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Autore:

Ho studiato filosofia presso l'Università degli Studi di Roma “La Sapienza” e mi sono laureato nel 1990, relatore il prof. Gabriele Giannantoni, con una tesi in storia della filosofia antica intitolata "Vivere significa morire: analisi di alcuni frammenti eraclitei". Sono socio della SFI - Società Filosofica Italiana di cui curo il sito web. Da alcuni anni mi interesso di Pratiche Filosofiche e Consulenza Filosofica, collaborando con riviste scientifiche del settore, sulle quali ho all'attivo decine di pubblicazioni. Dal 2004 svolgo la professione di Consulente Filosofico e ho promosso una serie di iniziative filosofiche (Caffè Philo, Dialogo Socratico, Seminari di gruppo) aperte al pubblico. Attualmente insegno filosofia e storia presso il Liceo "I. Vian" di Bracciano (Liceo Classico sezione X). Utilizzo la filosofia in pratica sia durante le lezioni ordinarie che in altre "straordinarie" occasioni (passeggiate filosofiche nel bosco, dialoghi socratici a tema, ecc.). A scuola provo a tener aperto uno "sportello" di consulenza filosofica rivolto ai grandi ed ai meno grandi.

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