Pubblicato in: filosofia

Mezz’ora con Hegel: riassunto organico


Audio-lezione per le classi quinte dei licei

Care ragazze, cari ragazzi, oggi, per voi, mi cimenterò in un’impresa titanica, si fa per dire, che richiede un grande amore, un grande sforzo e un grande sacrificio. Un grande amore per voi – non per Hegel – perché spero con questa audio-lezione di semplificarvi un po’ lo studio. Un grande sforzo perché condensare i concetti chiave della filosofia hegeliana in una sola lezione è faticosissimo, data l’enorme mole di nozioni e di spunti di riflessione che Hegel ci fornisce, sia pure quando si tratta di un Hegel licealizzato e semplificato al massimo. Un grande sacrificio perché, appunto, dovrò operare delle scelte radicali nella selezione delle informazioni e a me, invece, i discorsi piace farli in maniera ampia e distesa. Ma va bene così. Facciamo finta si tratti di un “Hegel in pillole”. Per digerirlo meglio vi consiglio di attivare i sottotitoli e di ascoltarlo a velocità normale. Potete fermare il video e prendervi una pausa ogni tanto. Il testo completo della lezione, come al solito, lo trovate nel blog.

Incominciamo con il concetto di dialettica cui il nome di Hegel nel pensiero contemporaneo è strettamente legato. Da notare, innanzitutto, che Hegel non ha dedicato nessuna opera specifica alla dialettica. Trattandosi di un filosofo sistematico fino alla maniacalità, la cosa può sembrarci sorprendente. Invece no, perché, come vedremo a breve, la dialettica è il metodo stesso di funzionamento del pensiero hegeliano: essa esprime e rappresenta la “struttura dinamica” del lavoro del nostro filosofo, l’insieme delle regole del gioco. Fare filosofia per Hegel è applicare le regole della dialettica a questo o a quel tema. Ed Hegel si è occupato praticamente di tutto: dalle scienze naturali, all’etica, alla politica, al diritto, all’arte, ecc.

Il termine “dialettica” non vi dovrebbe suonare del tutto nuovo. Di dialettica avevano già parlato Platone ed Aristotele. Per Platone si trattava della forma più alta di sapere, quella in grado di collegare tra di loro le idee, rilevando la struttura stessa della realtà. Per Aristotele, invece, esprimeva un tipo di sillogismo fondato su premesse non necessarie, ma soltanto verosimili. Ma, soprattutto, vi ricorderete della famigerata dialettica kantiana, che abbiamo studiato da poco. Essa rappresentava, in sommo grado, l’attività propria della ragione come facoltà delle idee, la quale è destinata, tuttavia, a non produrre conoscenze certe, dal momento che la conoscenza umana è strettamente limitata al fenomeno. Mirando alla definizione della totalità dei fenomeni (impossibile da cogliere giacché i fenomeni si danno alla nostra coscienza nella loro singolarità attraverso le intuizioni di spazio e tempo), la “ragione dialettica” era destinata ad involgersi in una serie di perenni ed irrisolvibili contrasti, sia che mirasse alla conoscenza della totalità dei fenomeni esterni (il Mondo), a quella della totalità dei fenomeni interni (l’Anima) oppure alla somma di entrambe (Dio). Insomma, nella visione di Kant la dialettica rimaneva limitata al funzionamento della Ragione, intesa come facoltà propria del Soggetto conoscente e non estendibile alla realtà in sé in quanto travalicante i limiti del fenomenico. Vi ricordate la metafora che usa Kant? Nel mare tempestoso della dialettica trascendentale facciamo vela a nostro rischio e pericolo. La scienza, e la certezza che ne discende, quella basata sugli assunti geometrico-matematici, rimane confinata alla piccola isola del mondo fenomenico.

La novità della posizione hegeliana sta invece nel concepire la dialettica non come un procedimento del pensiero esterno alla realtà e al proprio oggetto, bensì come una legge interna e necessaria tanto del pensiero quanto della realtà. Se le cose stanno così, allora, dal punto di vista di Hegel, non ha senso dedicare un capitolo a parte allo studio della dialettica. Ogni movimento del pensiero, in quanto razionale, è di per sé “dialettico”.

Per capire bene questo punto, torniamo un attimo all’immagine kantiana dell’isola circondata dal mare tempestoso. Essa esprime una visione “dualistica”, che deriva da una forma di realismo gnoseologico “residuale”. Da una parte c’è il Soggetto conoscente, la Ragion Pura, che detta la sua legge ed è sovrana nel regno del fenomenico (ovvero della sua “rappresentazione” della realtà): in tal senso, ci troviamo sull’isola, il mondo della certezza, che è razionale ed empirica allo stesso tempo. Prendiamo la barca e affrontiamo il mare. Questo temerario, ma eroico, andar per mare, che ricorda un po’ l’impresa dell’Ulisse di Dante, destinata, come sappiamo, al naufragio, ci fa toccare col pensiero (ma non con la “mano” dell’esperienza fenomenica) quella che presumiamo sia la Realtà in sé, ovvero ciò che all’interno del Criticismo kantiano rimane dell’oggetto della conoscenza come “altro” rispetto al Soggetto conoscente. Ecco perché si parla di “cosa in sé” o di “noumeno”, “ciò che è pensato”, ma non conosciuto, né conoscibile. Una forma residuale di realismo gnoseologico, l’ho definita prima. (Il realismo, repetita juvant, è quella concezione, diversamente declinata, che presuppone l’esistenza di una realtà oggettuale esterna al soggetto conoscente. L’opposto, per capirci, dell’idealismo. Con “gnoseologia” intendiamo la teoria del funzionamento della conoscenza, basata sul rapporto, variamente inteso, tra soggetto conoscente ed oggetto conosciuto.)

Facciamo un altro passo, piccolo per un uomo, ma gigantesco per la storia della filosofia, per fare il verso a quanto disse Neil Armstrong al momento del primo allunaggio. Se la cosa in sé è noumeno, “ciò che è pensato”, allora essa esiste in quanto posta, “pensata”, dallo stesso Soggetto conoscente. Ma se è frutto dell’attività del Soggetto, allora il suo essere “altra” rispetto al Soggetto che l’ha concepita, rappresenta uno stadio provvisorio, parziale, incompleto del processo. La sua “anti-teticità” (ossia il suo porsi dinanzi al Soggetto come cosa a se stante, dal greco anti-tìthemi) dura il tempo necessario a prendere sinteticamente coscienza che pensiero e pensatore, in ultima istanza, sono la stessa cosa, cioè che non si dà oggetto di pensiero se non nell’attività pensante del Soggetto. Se vi riesce difficile immaginarlo, provate a fare questo piccolo esperimento: chiudete gli occhi e osservate i pensieri che attraversano la vostra mente ora. Vanno veloci, ma un po’ si può fare, vero? Provate adesso a cercare, dietro i singoli pensieri colui che pensa, il vostro Sé. Lo vedete? No. Eppure c’è, da qualche parte: ne siete coscienti. Ebbene, esso è indistinguibile dai singoli pensieri e i singoli pensieri sono indistinguibili dal Soggetto pensante. Se non ci fossero i pensieri, non si darebbe coscienza di essi. Senza coscienza, non ci sarebbero i pensieri. È un po’ più chiaro?

Ora immaginate che, in realtà, non si stia qui parlando del singolo soggetto psichico, io, tu, lei, ecc., ma del famigerato “Soggetto trascendentale” kantiano. Se le cose stanno così, e per gli idealisti le cose stanno più o meno così, allora il polo soggettivo della vecchia concezione gnoseologica, nello svolgere la sua attività, diventa, mi si passi il termine, “onniproducente” ed “onnicomprensivo”: l’oggetto della conoscenza, o meglio quel che ne rimaneva nel kantismo, è posto dallo stesso Soggetto, in un continuo gioco di specchi. Esso è “Soggetto momentaneamente Altro rispetto al Soggetto”, dato che si erge dinanzi a lui: questo è il significato etimologico della parola “oggetto”, dal latino “objectum”, alla lettera “ciò che è gettato dinanzi”. Da notare che l’oggetto, “ciò che è gettato dinanzi”, è, per usare la parola greca di prima, “antitetico”, in quanto “è posto di contro” al Soggetto. Questa situazione di “anti-teticità” dura finché il Soggetto, che, da questo punto in poi, potremo hegelianamente chiamare “Spirito”, in tedesco Geist, non si rende conto di aver dato lui stesso forma all’oggetto. Come dire, in maniera volgare e affatto hegeliana, ma tanto per capirci, che l’oggetto è “farina del suo sacco”, un pezzo di Spirito, di Io, momentaneamente “alienato”. L’atto del prendere coscienza di tale “alienazione”, allora, è, allo stesso tempo, un “riprendere con sé”, un “riappropriarsi di” ciò che si era, momentaneamente, reso “estraneo”, “ostile”, in latino “alienum”. Da cui, appunto, deriva il verbo “alienare”, alla lettera “rendere estraneo qualcosa”; in senso giuridico “vendere o trasferire ad altri la proprietà su qualcosa”. Il “riprendere con sé qualcosa”, il rivendicarlo, rappresenta il momento conclusivo di questo ciclo, al contempo conoscitivo e reificativo (cioè “che fa diventare reale”): è, in una parola, “sintesi”, dal greco syn-tìthemi, “pongo insieme”. Sintesi che è anche “dis-alienazione”, ovvero “toglimento, superamento della alienazione”. A questo proposito, Hegel usa il vocabolo “Aufhebung”, di difficile resa in italiano, giacché esso indica un “superamento” che è allo stesso tempo un “mantenimento”. Esempio rapido riferito all’Io psichico: nel momento in cui divento consapevole che ciò che consideravo “reale”, un mio pensiero fisso, tanto fisso da essere oggettivato, era roba mia, ebbene, me lo riprendo indietro, con in aggiunta la consapevolezza di averlo riguadagnato. Trattavasi di un “mio pensiero”. Un conto è pensare, un conto essere coscienti di pensare. È tutta un’altra storia non vi sembra? In questa maniera ho raggiunto una terza posizione (la sintesi), che supera l’antitesi conservandone però parte del contenuto.

Allora, riprendendo la solita metafora geografica, la landa hegeliana non si presenta divisa in due parti inconciliabili, l’isola e l’oceano sterminato. Essa assomiglia piuttosto ad un paesaggio tutto terrestre, ampio, smisurato, ma intervallato da canyon e montagne che, di volta in volta, nascondono l’orizzonte al viaggiatore. Il quale, nel suo incalzante procedere, giunto sulla sommità di un monte, si rende conto di ciò che c’è oltre, riconoscendo in maniera certa e veridica la strada fin lì percorsa. Questo significa che la contraddizione apparentemente inconciliabile tra fenomeno e noumeno kantiano, tra scienza e metafisica, tra certezza e verità, tra Ragion pura e Ragion pratica, nell’idealismo hegeliano è superata in una visione “monistica”, a tutto tondo. Da due, uno. Questo “uno”, però, essendo “Spirito” divenuto “Assoluto”, cioè sciolto da qualsivoglia vincolo esterno, è, per sua essenza, attività, dynamis, divenire che precipita nell’Essere, che si fa Essere. Un Essere che è “work in progress”, entità organica che, auto-conoscendosi, si auto-produce, e che, così facendo, scrive la sua Storia, la sua “autobiografia”. E le strutture narrative che essa utilizza, sono quelle della Ragione occidentale, divenuta assoluta e dialettica. Ecco perché la dialettica, come dicevamo all’inizio, è legge interna tanto del pensiero quanto della realtà. Dal punto di vista dello Spirito Assoluto, il pensiero (razionale) è realtà, la realtà è pensiero (razionale). Spero che questo punto sia chiaro.

Andiamo avanti. La dialettica hegeliana è strettamente connessa alla nozione di sviluppo. Si badi bene, non si tratta di uno sviluppo illimitato, all’infinito, bensì di uno sviluppo che tende al concreto mediante il progressivo superamento dell’astrattezza insita in ogni opposizione. Per capirci, quando pensiamo in termini “binari” di essere/non-essere, vero/falso, bene/male, 1/0, ecc. stiamo mettendo in scena la maschera del cosiddetto “pensiero intellettivo”, quello della logica parmenidea ed aristotelica, nonché delle prove INVALSI, fondato sul principio di contraddizione e del terzo escluso. Se affermo A, allora debbo negare non-A. Non si dà una terza possibilità. Per Hegel l’intelletto (in tedesco Verstand) è la facoltà del dividere, del classificare, che separa ed irrigidisce i concetti, cioè li rende astratti rispetto alla concretezza della realtà, in cui gli opposti si presentano coesistenti, mescolati insieme. Vi ricordate, sia pure vagamente, del lògos eracliteo? Quello in virtù del quale si realizzava la cosiddetta “coincidentia oppositorum”, la coincidenza degli opposti? La realtà, che è di per sé divina (che altro è lo Spirito Assoluto se non il divino che si fa realtà?), è mescolanza di opposti in guerra tra di loro. Dice Eraclito: «Il dio è giorno [trattino] notte, inverno [trattino] estate, guerra [trattino] pace, sazietà [trattino] fame, e muta come il fuoco, quando si mescola ai profumi e prende nome dall’aroma di ognuno di essi». Cosa significa? Che non c’è giorno senza notte, né inverno senza estate, ovvero che tutti gli aspetti della realtà sono tra loro interconnessi. Ebbene, la facoltà che consente di cogliere il nesso, il “trattino” che unisce giorno e notte, inverno ed estate, ecc., nonché il movimento da un opposto all’altro e la loro sostanziale unità, Hegel la chiama “ragione” (in tedesco Vernunft). Insomma, se l’intelletto è il pensiero astratto, la ragione è il pensiero concreto, “concretizzante”, quello secondo il quale la realtà non è A o non-A, bensì A e non-A presi insieme.

Ecco, quella dialettica è una logica “ternaria” o meglio “triadica”: oltre ad A e a non-A presi separatamente, abbiamo A e insieme non-A. Il terzo si dà, eccome! La stessa cosa possiamo dirla, forse più chiaramente, precisando che la dialettica c’è solo dove si ha un processo di sviluppo necessario attraverso tesi, antitesi e sintesi. Una triade, per l’appunto.

Veramente concreto, per Hegel, è ciò che rappresenta il compimento di un processo, l’unità di opposti, l’uno bisognoso dell’altro per realizzarsi. Vi faccio un esempio “chimico”: ossigeno e idrogeno come elementi separati sono astratti rispetto alla loro sintesi, ossia l’acqua. O, se preferite, biologico: uomo e donna presi di per sé sono astratti, mentre trovano la loro concretezza nell’amore e nella famiglia. In questo senso, il concetto di “individuo” su cui si fonda il liberalismo classico è decisamente più astratto rispetto alle istituzioni nelle quali trova espressione la vita comunitaria e politica di un popolo o di una nazione. In altri termini, la nozione di “astratto” in Hegel non è affatto una nozione puramente logica o gnoseologica, ma indica il fatto che la tesi e l’antitesi, se prese isolatamente, non giungono a realizzare la loro natura concreta. Ciò che vale in senso logico, vale anche in senso ontologico. Il processo triadico è, allo stesso tempo, un processo “veritativo” e “reificativo”, ossia fornisce “verità” e “realtà” allo stesso tempo. Come vedremo, ciò che è “razionale”, in senso dialettico, è reale, nel senso che non può non realizzarsi che in quella specifica forma. E, d’altro canto, di ciò che è “reale”, in quanto realizzatosi in quella specifica forma, si deve necessariamente poter cogliere l’intrinseca razionalità dialettico-processuale. Ed è questo, in ultima istanza, il compito del filosofo hegeliano: decodificare le formazioni concrete e le linee di sviluppo ideali che definiscono la presente epoca storica. Un mestiere per niente facile… Un po’ come decodificare alcuni passaggi della Scienza della logica o della Fenomenologia dello Spirito.

Per farvi capire come funziona la dialettica, vi faccio un altro esempio, farina del sacco di Hegel, questa volta. All’inizio della Scienza della logica egli mostra il rapporto che intercorre tra le nozioni classiche della filosofia greca e occidentale: “Essere”, “Nulla” e “Divenire”. Una triade perfetta, in cui il momento positivo, l’Essere, considerato in sé è tanto astratto e indeterminato quanto lo è la sua negazione, il Nulla. Ma se considerati insieme, Essere e Nulla producono la più concreta determinazione del reale, ovvero il divenire. Basta che pensiate alla storia o che vi guardiate intorno: vi sembra che ci sia qualcosa di fermo o di stabile, qualcosa che non “divenga”?

Ha scritto Valerio Verra: «Alla stessa conclusione arriviamo se consideriamo le tre grandi parti in cui si divide complessivamente la logica hegeliana: 1. la dottrina dell’essere che concerne il pensiero nella sua immediatezza, il concetto “in sé”. 2. La dottrina dell’essenza che concerne il pensiero nella mediazione, il concetto in quanto appare, in quanto diventa “per sé”. 3. La dottrina del concetto che concerne il pensiero tornato a sé attraverso la mediazione, il concetto “in sé e per sé”. Soltanto nel concetto si trova la verità dell’essere e dell’essenza che, invece, visti astrattamente nel loro isolamento, non possiedono verità». In breve, quello che chiamiamo “concetto” (dal latino cum-capio, “prendo insieme”) è sintesi di “essere” ed “essenza”, ovvero della pura presenzialità dell’essere (quella che esprimiamo quando diciamo che “c’è” questa data persona qui accanto a noi) unitamente alle sue caratteristiche specifiche (l’aver un determinato viso, l’avere una certa età, l’essere donna o uomo, ecc.). In questo esempio, poco hegeliano, serve solo per capire, il concetto equivale alla “persona incarnata”, alla sua tangibile concretezza.

La logica hegeliana, insomma, è dialettica in quanto mostra come l’Idea, il principio supremo dell’Idealismo, nel suo divenire processuale, si faccia realtà attraverso una serie di stadi razionalmente, e quindi necessariamente, collegati l’uno con l’altro. Un continuo passaggio dall’essere in potenza una determinata cosa, all’essere in atto quella determinata cosa, che, a sua volta, sarà in potenza la sua necessaria, futura, ulteriore realizzazione. Vi ricordate, spero, i concetti di atto e potenza in Aristotele: l’uovo che è in atto uovo e in potenza pulcino, il pulcino che è in atto pulcino e in potenza pollo, ecc. ecc.

Tenete presente che la processualità dell’Idea, quindi l’andamento del “divenire storico” – ci torno su fra un momento – è progressivo, vale a dire all’insegna della nozione, prima giudaico-cristiana, poi illuminista, di “progresso”. L’infinita potenzialità dell’Idea si attua nelle sue concrete determinazioni storiche: ovvero l’infinito si finitizza, l’indeterminato, ad ogni giro di giostra, si determina sempre di più. Come ho già spiegato, il momento dialettico-negativo non è mai assoluto: negare significa determinare e ciò che è stato negato è insieme conservato in una sintesi superiore (ecco perché il termine Aufhebung implica insieme negazione e conservazione).

Ricapitolando: il movimento dialettico è sviluppo dall’astratto al concreto e si compone di tre momenti: quello astratto-intellettivo (tesi), quello razionale-negativo (antitesi) e quello razionale-positivo (sintesi).

Prima ho usato l’espressione “divenire storico”. Ebbene, l’Idealismo di Hegel è uno “Storicismo”. Ne abbiamo già parlato in classe. Vi ricordate quando vi raccontavo che il sistema liceale italiano con la sua sacrosanta impronta storicista, purtroppo in via di liquidazione, deriva dalla concezione neo-hegeliana del suo ideatore, l’allora ministro dell’istruzione Giovanni Gentile? Correva l’anno 1923. Un secolo fa, da qui a qualche mese. Cosa vuol dire in pratica “impronta storicista”? Che nei licei noi studiamo, o meglio ci proviamo nei ritagli di tempo, storia della letteratura, storia dell’arte, storia della filosofia, ecc. Se la dialettica è la legge che presiede al funzionamento dell’Idea che si realizza auto-determinandosi, ebbene il dramma, o meglio, se ne accentuiamo il lato polemico, la “tragedia”, che ne è manifestazione, coincide, di fatto, con la Storia dell’umanità. Così la Fenomenologia dello Spirito, mi si passi la metafora, è una sorta di “romanzo autobiografico” in cui lo Spirito, divenuto Assoluto, cioè “pienamente autoconsapevole”, racconta la sua Storia attraverso la penna di Hegel. La trama, di cui non tratteremo in questa lezione, è svolta in maniera rigorosamente dialettico-triadica. Ad ogni capitolo lo Spirito, superando e introiettando un ostacolo che egli stesso si era posto lungo il cammino, acquisisce maggiore consapevolezza di sé. Il finale del romanzo, dunque, non desterà alcuna sorpresa nel lettore che avrà avuto la pazienza di accompagnare il dipanarsi della dialettica hegeliana sino in fondo: l’assassino è proprio lui, lo Spirito, nella sua ultima e più compiuta incarnazione, ovvero la stessa filosofia hegeliana.

Cosa significa quindi “Storicismo”? Significa che per comprendere appieno la Verità, il senso ultimo della realtà, la filosofia deve farsi essenzialmente “storia della filosofia”. Una storia finalisticamente orientata: il suo fine è l’autocoscienza dello Spirito o, per dirla in termini più laici, della Razionalità umana tutta dispiegata. E di questa storia si possono e si debbono indagare i nessi connettivi attraverso la dialettica. Da qui la celebre tesi hegeliana che suona così: «ciò che è razionale, è reale; ciò che è reale, è razionale».

Cos’è razionale? Cos’è reale? E quali sono le implicazioni delle uguaglianze identitarie razionale=reale e reale=razionale? Ciò che è sommamente “razionale” è l’Idea, ossia ciò che è eterno e sostanziale, in quanto attività dello Spirito. Essa è al contempo “reale”, in quanto si viene manifestando in ciò che è temporale e transeunte attraverso una serie infinita di forme. E questo vale tanto per la natura quanto per la storia, tanto per la vita della coscienza quanto per quella delle istituzioni umane, a cominciare dalla nozione stessa di Stato. Difficile vero? Provo a dirlo con altre parole. La logica che presiede al prodursi della infrastruttura fondamentale del divenire storico, dei suoi elementi portanti, nascita e crollo di imperi, formazione e trasformazione di ordinamenti politici e culturali, ecc. corrisponde alla struttura interna dell’Idea in sé e per sé. Semplifico ancora di più: se non esiste altro che lo Spirito Assoluto, ovvero il fu Soggetto trascendentale kantiano, ora elevato a causa ontologica oltre che gnoseologica del reale, e se quella che chiamo realtà o storia ne è la manifestazione (o fenomenologia), ebbene tale manifestazione non può che essere rigorosamente razionale. Questo è il motivo per cui il sistema hegeliano è stato definito un “panlogismo”: tutto, pan, è lògos, razionalità. Attenzione: se intendiamo la storia in termini “evenemenziali”, cioè ci concentriamo sui singoli avvenimenti o sui fattori individuali, piuttosto che sulle linee di forza e di sviluppo dei processi storici, la razionalità può far cilecca. Come direbbe Aristotele non si dà vera scienza di ciò che è accidentale, ma solo di ciò che è sostanziale. Per farvi un esempio, Hegel probabilmente giudicherebbe errata, se non demenziale, una narrazione della storia contemporanea che utilizzasse come soggetti a senso unico i nomi di Putin o Biden, trascurando che essi sono espressioni dello “Spirito del tempo”, in tedesco Zeitgeist, incarnato nelle istituzioni e nella cultura dei rispettivi popoli. Detto altrimenti: non è la Russia ad essere espressione di Putin, bensì Putin della Russia.

Quello che conta, in ultima istanza, è il compiersi della processualità dell’Assoluto, l’infinito che si fa finito, assumendo connotazioni chiare, determinate, razionalmente rappresentabili. La storia della filosofia hegeliana non si può narrare usando il modo congiuntivo e il tempo imperfetto. Essa può essere coniugata soltanto all’indicativo perfetto. Il vero è la compiutezza, il divenire concretizzatosi in essere, voltosi da immagine filmica ad immagine fotografica, stentorea, definitiva. Questo è il significato dell’espressione «il vero è l’intero».

Va da sé, del resto, che il senso ultimo della processualità storica può essere colto appieno soltanto ex post, dopo il suo svolgimento. Detto con una celebre metafora hegeliana: «la nottola di Minerva (l’uccello sacro alla dea della sapienza), si leva in volo al tramonto, quando la giornata è ormai conclusa». Il filosofo storicista indaga, interpreta il passato prossimo e remoto per cogliere il significato della contemporaneità. Può intuire una linea di tendenza, ma l’hegelismo non gli fornisce virtù profetiche.

Un’ultima domanda. Chi diavolo è lo Spirito Assoluto? Qual è l’identità dell’assassino del romanzo giallo hegeliano? Con chi dovete prendervela per aver speso, ci si augura nel vostro interesse, ore ed ore sul manuale di filosofia? Col professore no, poveraccio, lui sta dalla vostra parte. Dovete prendervela nientepopodimeno che con Dio. Lo Spirito Assoluto non è altro che il Dio della tradizione giudaico-cristiana fattosi totalmente razionale ed immanente, o meglio coincidente con il mondo e con le sue leggi, come quello di Spinoza. Con la sostanziale differenza, però, che il Dio spinoziano è un Dio-Natura, non un Dio-Soggetto che si fa Storia. Per questo motivo, possiamo affermare che quella hegeliana è l’ultima, vera espressione metafisica della tradizione filosofica occidentale. “Metafisica” intesa nel senso originario del termine, alla maniera di Aristotele: indagine sulla “causa prima”, cioè sul divino. Una metafisica che si rispetti non può che essere anche una teologia. L’idealismo di Hegel, per alcuni versi, è il canto del cigno della metafisica occidentale. La sua è l’ultima vera concezione filosofica organica e sistemica. Dopo di lui il sipario inizierà a calare sulla pretesa umana, tutta umana, di poter cogliere la Verità. Il fuoco dello Spirito divino va spegnendosi, declinando verso occidente. L’annuncio della morte di Dio da parte del folle uomo della Gaia Scienza nietzschiana è dietro l’angolo. Poi veniamo noi. Ecco, come promesso, io ho fatto la mia parte. Ora tocca a voi fare la vostra.

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Autore:

Ho studiato filosofia presso l'Università degli Studi di Roma “La Sapienza” e mi sono laureato nel 1990, relatore il prof. Gabriele Giannantoni, con una tesi in storia della filosofia antica intitolata "Vivere significa morire: analisi di alcuni frammenti eraclitei". Sono socio della SFI - Società Filosofica Italiana di cui curo il sito web. Da alcuni anni mi interesso di Pratiche Filosofiche e Consulenza Filosofica, collaborando con riviste scientifiche del settore, sulle quali ho all'attivo decine di pubblicazioni. Dal 2004 svolgo la professione di Consulente Filosofico e ho promosso una serie di iniziative filosofiche (Caffè Philo, Dialogo Socratico, Seminari di gruppo) aperte al pubblico. Attualmente insegno filosofia e storia presso il Liceo "I. Vian" di Bracciano (Liceo Classico sezione X). Utilizzo la filosofia in pratica sia durante le lezioni ordinarie che in altre "straordinarie" occasioni (passeggiate filosofiche nel bosco, dialoghi socratici a tema, ecc.). A scuola provo a tener aperto uno "sportello" di consulenza filosofica rivolto ai grandi ed ai meno grandi.

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