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Le caratteristiche dell’Essere deduzioni ed esemplificazioni parmenidee


Audio-lezione di filosofia per le classi terze del liceo – Gli attributi dell’essere parmenideo: ingenerato e imperituro, eterno, immutabile e immobile, unico e omogeneo, finito. Per approfondire: https://francescodipalo.wordpress.com/2014/12/05/la-filosofia-di-parmenide-in-pillole/
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Parmenide – Le caratteristiche dell’Essere – La doxa


[16_3] Video lezione di filosofia per le classi terze del liceo – Parmenide: I tre principi della logica classica, la dimostrazione per assurdo, la doxa: dal monismo al dualismo – Si veda ancheIn particolare
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Parmenide – La rivelazione – La stessa cosa è pensare ed essere


[15_3] Video lezione di filosofia per le classi terze del liceo – Parmenide: L’essere è e non può non essere. la stessa cosa sono pensare ed essere – Testi: https://francescodipalo.wordpress.com/2020/09/05/parmenide-la-rivelazione-la-stessa-cosa-e-pensare-ed-essere/Si veda ancheIn particolare

I principi della logica

La dimostrazione è quel ragionamento che porta da premesse assunte come vere a una conclusione vera grazie a un processo inferenziale codificato da alcune regole, le regole della deduzione.

La logica è quella disciplina che ha individuato e definito queste regole. Essa prende le mosse dalla logica classica, che ha avuto inizio con i lavori di Aristotele (IV sec. a.C.) ed è stata perfezionata in epoca medievale – e che chiameremo logica classica aristotelico-medievale.

Solo a fine XIX sec., in particolare grazie ai lavori di Gottlob Frege, essa ha raggiunto la forma tuttora considerata – chiameremo questa formulazione logica classica fregeana logica formale.

Vi sono significative differenze tra i due approcci, ma in entrambi i casi si tratta di una logica estensionale a due valori di verità, vero o falso, in cui il valore di verità di un enunciato composto dipende dal valore di verità degli enunciati componenti.

I tre principi della logica classica

Si deve ad Aristotele la piena comprensione dell’importanza di tre principi del nostro ragionare: il principio di identità, di non-contraddizione e del terzo escluso.

  1. Il principio di identità afferma che dato A, A è A. Tale principio non è formalmente presente negli scritti aristotelici, ma da Parmenide (VI-V sec. a.C) agli stoici (III sec. a.C.) a Duns Scoto (XIII sec.) rappresenta la versione logica del fatto che, nel ragionare corretto, il significato dei termini deve mantenersi che costante.
  2. Il principio di non-contraddizione sostiene che, in un enunciato, non si può affermare e negare un predicato del soggetto, nello stesso tempo e nello stesso senso. Non possiamo dire che Mario è più grande di Giovanni e, contemporaneamente, dire che non lo è. Potremmo farlo solo se cambia la relazione temporale (crescendo un domani Giovanni diventa più grande di Mario) o il senso attribuito al termine (Mario non è più grande di Giovanni intendendo ‘ grande’ come maturo, e non come alto). Aristotele lo esprime che così: «È impossibile che il medesimo attributo, nel medesimo tempo, appartenga e non appartenga al medesimo oggetto e nella medesima relazione» (Metafisica IV, 1005b, 19-20).
  3. Il principio del terzo escluso afferma che in un sistema a due valori, Vero e Falso – com’è la logica estensionale che stiamo trattando – un enunciato è vero o è falso: una terza possibilità è esclusa. Si tratta di un principio utile per dedurre una conclusione, diciamo A, dimostrando che il suo opposto (non-A) è contraddittorio. Sono di questo tipo tutte le dimostrazioni per assurdo, come vedremo fra breve.

Questi tre principi sono in realtà riconducibili l’uno all’altro, almeno nel significato che assumono nella logica estensionale moderna. Tuttavia, considerandoli nel modo con cui la tradizione aristotelico-medievale ce li ha consegnati, possiamo sostenere che essi svolgono funzioni diverse nella che costruzione del ragionamento corretto. Il principio di identità serve a rendere stabile il significato dei termini presenti negli enunciati, il principio di non-contraddizione serve a che costruire enunciati coerenti tra loro e il principio del terzo escluso serve a comporre nel ragionamento enunciati coerenti tra loro.

[da http://www.argomentare.it/logica/i-principi-della-logica]

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Parmenide – È e non può non essere – Il viaggio



[14_3] Video lezione di filosofia per le classi terze del liceo – Parmenide: Tra essere e nulla, Elea, il viaggio del sapiente, il proemio del poema – Testi: – Si veda anche
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Platone – I dialoghi della vecchiaia – Parmenide e Sofista


Audio-lezione di filosofia per le classi terze dei licei Platone: la teoria della conoscenza nel Teeteto, nel Parmenide e nel Sofista. Che cos’è l’errore. Il rapporto tra unità e molteplicità. Il parricidio di Parmenide: il non-essere come “essere diverso”. I cinque generi dell’Essere.
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PARMENIDE, SULLA NATURA


[fonte: http://www.filosofico.net/Antologia_file/AntologiaP/PARMENIDE_%20SULLA%20NATURA.htm]
Del poema di Parmenide Sulla natura possediamo circa 150 versi, che costituiscono uno dei testi piú importanti della storia della filosofia, e anche uno dei piú difficili da interpretare. I versi che ci sono pervenuti sono il frutto di una molteplicità di frammenti, uniti da un paziente e delicato lavoro di ricomposizione. Essi ci offrono un’idea abbastanza precisa della parte iniziale e centrale dell’opera. Si tratta di un “viaggio” verso la sapienza compiuto dal filosofo, il prescelto dagli dèi. Secondo l’interpretazione tradizionale, che sembra coincidere con l’interpretazione data dagli stessi discepoli di Parmenide, nel poema sono indicate due vie, fra loro opposte: quella della Verità e quella dell’opinione. Secondo le ultime interpretazioni invece si tratterebbe di tre vie, come riferisce G. Reale: “La prima via è quella della Verità, la seconda è quella dell’opinione errata dei mortali, la terza sarebbe […] la via che cerca di riguadagnare i fenomeni nell’ottica dell’Essere”, cioè che cerca di restituire al divenire una forma di realtà
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La filosofia di Parmenide in pillole


[fonte: http://lh3.ggpht.com/]

Parmenide è il padre del pensiero occidentale, filosofico e scientifico. Il poema di Parmenide è una pietra miliare nel cammino dell’umanità verso l’auto-coscienza.

Affermazioni essenziali:

  1. a) la via dell’Essere: “è e non può non essere” (percorribile);
  2. b) la via del non-Essere: “non è e non può essere” (non percorribile);
  3. c) la via dell’opinione (in greco doxa), del senso comune: “è e non è nello stesso tempo” (percorribile, ma soltanto in apparenza, è la via del Divenire eracliteo contro cui polemizza Parmenide).

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Epicuro – Esposizione completa a cura del prof. Francesco Dipalo


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Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 3.0 Unported http://creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/3.0/ Tu sei libero: • di riprodurre, distribuire, comunicare al pubblico, esporre in pubblico, rappresentare, eseguire e recitare quest’opera Alle seguenti condizioni: • Attribuzione – Devi attribuire la paternità dell’opera nei modi indicati dall’autore o da chi ti ha dato l’opera in licenza e in modo tale da non suggerire che essi avallino te o il modo in cui tu usi l’opera. • Non commerciale – Non puoi usare quest’opera per fini commerciali. • Non opere derivate – Non puoi alterare o trasformare quest’opera, ne’ usarla per crearne un’altra. Prendendo atto che: • Rinuncia – È possibile rinunciare a qualunque delle condizioni sopra descritte se ottieni l’autorizzazione dal detentore dei diritti. • Pubblico Dominio – Nel caso in cui l’opera o qualunque delle sue componenti siano nel pubblico dominio secondo la legge vigente, tale condizione non è in alcun modo modificata dalla licenza. • Altri Diritti – La licenza non ha effetto in nessun modo sui seguenti diritti: – Le eccezioni, libere utilizzazioni e le altre utilizzazioni consentite dalla legge sul diritto d’autore; – I diritti morali dell’autore; – Diritti che altre persone possono avere sia sull’opera stessa che su come l’opera viene utilizzata, come il diritto all’immagine o alla tutela dei dati personali. • Nota – Ogni volta che usi o distribuisci quest’opera, devi farlo secondo i termini di questa licenza, che va comunicata con chiarezza. Francesco Dipalo in qualità di autore del testo e curatore del blog Scorribande filosofiche afferma i propri diritti morali riconoscendosi come autore di questo libro

1.    La vita e le opere

Sulla vita di Epicuro, come per la maggior parte dei filosofi antichi, abbiamo scarse informazioni, quasi tutte tramandate dal dossografo Diogene Laerzio (III sec. d.C.) nel X capitolo del suo Vite dei filosofi.

Nato nel 341 a.C. in una famiglia di coloni ateniesi del demo di Gargettio emigrati nell’isola di Samo, situata dinanzi alle coste dell’antica Ionia, Epicuro compì un primo viaggio alla volta di Atene all’età di diciotto anni, per il servizio di efebo. Dopo la morte di Alessandro il Grande e l’espulsione dei coloni ateniesi da Samo, egli raggiunse il padre Neocle a Colofone. Innamorato della filosofia sin dall’età di quattordici anni, la tradizione lo vorrebbe discepolo di un tale Nausifane, il quale lo avrebbe iniziato ai princìpi dell’atomismo democriteo. Nel 306 a.C. Epicuro si trasferì definitivamente ad Atene, di cui possedeva la cittadinanza, insieme ad un nutrito gruppo di discepoli provenienti, in gran parte, dalla città di Mitilene nell’isola di Lesbo, dove aveva installato una sua scuola. Nella metropoli greca egli acquistò per ottanta mine una casa con giardino, che diventò la sede della sua nuova scuola, conosciuta nell’antichità, appunto, con il nome di Giardino. Alla sua morte, nel 271 a.C. all’età di settanta anni, ne lasciò in eredità la proprietà ai discepoli.

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Quali prospettive etiche sono possibili dopo la morte di Dio?


Al mio amico Roberto Fiorentini

Il mondo è così totalmente e meravigliosamente privo di senso che riuscire ad essere felici non è fortuna è arte allo stato puro.

René Magritte

Il concetto di “ateismo” nel pensiero moderno

Le correnti ateistiche espresse dal pensiero moderno possono esser comprese, in termini dialettici, come contrappunto al teismo della tradizione medievale, se non, a volte, persino come articolazione o declinazione di temi in essa già presenti. In quest’ottica possiamo affermare che, in generale, “teismo” ed “ateismo” – pur variamente esplicitati – sono “facce della stessa medaglia”. Negare apertamente Dio, sottoporre a critica radicale le prove razionali della sua esistenza oppure mostrare l’insensatezza di alcuni dogmi ecclesiastici, tra XVII e XVIII secolo, significa far comunque riferimento ad una visione del mondo complessiva, universalmente diffusa ed accettata nel mondo europeo, nota come Scolastica. In altre parole, se si nega apertamente l’esistenza di Dio, cosa peraltro alquanto rara, si sta, di fatto, negando l’esistenza di quel-Dio-là (o, meglio, si respinge quella-idea-di-Dio). Si è piuttosto tacciabili di “eresia” o “blasfemia” che di “puro ateismo” – tant’è che le espressioni, talvolta, tendono a sovrapporsi: gli stessi maomettani vengono considerati degli “eretici”, là dove “ateo” significa semplicemente “nemico di Dio”, cioè del Dio cristiano e della santa fede.

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Si può sperare in Nulla?


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Si può sperare in Nulla?

XXI settimana filosofica per non filosofi

Francesco Dipalo

 

E si consideri che il futuro non si decide mai a essere presente del tutto senza prima fare una prova e questa prova è la speranza. Benedetta tu sia, speranza, memoria dell’avvenire, profumino del domani, asta di Dio!

(Jorge Luis Borges, La misura della mia speranza)

 

Una provocazione solo apparente.

Il titolo suona – volutamente – provocatorio. Di primo acchito, saremmo tentati di rispondere con un secco “no!”. Il Nulla, nella nostra tradizione di pensiero, evoca piuttosto il contrario della speranza: del Nulla si dispera. Se non c’è nulla di ontologicamente fondato, nulla che garantisca la realizzazione del nostro (legittimo?) desiderio di felicità, beatitudine, salvazione, sia in senso laico, terrestre, che ultramondano, in cosa (o in chi) dovremmo mai sperare? Di più: che senso avrebbe sperare? Si consideri che il termine “speranza” viene, perlopiù, recepito in senso cristiano (o post-cristiano). “Sperare in qualcosa o in qualcuno” è locuzione grammaticalmente e culturalmente corretta. Non si spera in nulla come non si “spera in male”; si spera in qualcosa e si “spera in bene”. Continua a leggere “Si può sperare in Nulla?”

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Consulenza filosofica e saggezza antica


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Consulenza filosofica e saggezza antica

di Francesco Dipalo

 

Il mio rapporto con la filosofia antica viene da lontano e si intreccia profondamente con la mia autobiografia. Con questo non intendo riferirmi al curriculum di studi o all’attività di insegnante liceale che svolgo da anni, quanto piuttosto all’originaria ispirazione o scelta di vita – di cui oggi sono ancor più consapevole che in passato – che mi condusse, non ancora ventenne, ad intraprendere lo studio della filosofia. Continua a leggere “Consulenza filosofica e saggezza antica”

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ERACLITO “VIVERE SIGNIFICA MORIRE”. I frammenti sull’anima e la cosiddetta “escatologia” eraclitea


Pubblichiamo, in versione integrale, la nostra tesi di laurea in filosofia antica (presentata nel lontano 1990, relatore il prof. Gabriele Giannantoni).

Da questo link è possibile scaricare il file in pdf.

Il testo è liberamente utilizzabile purché se ne citi la fonte (Francesco Dipalo, Vivere significa morire. I frammenti sull’anima e la cosiddetta “escatologia” eraclitea, Cattedra di Storia della Filosofia Antica, Università “La Sapienza”, a.a. 1989-1990).

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ERACLITO

“VIVERE SIGNIFICA MORIRE”

I frammenti sull’anima e la cosiddetta “escatologia” eraclitea.

 

Francesco Dipalo
Anno Accademico 1989/90
Relatore: prof. Gabriele Giannantoni

ἐδιζησάμην ἐμεωυτόν = Ho indagato me stesso (fr.101)

Ogni frammento di Eraclito racchiude
un mistero affascinante.Chi cerca di interpretare i suoi enigmi
raccoglie una sfida senza tempo,
antica quanto l’uomo.
Allora si sente un nuovo Edipo
di fronte alla Sfinge,
sull’orlo di un baratro, preda delle vertigini,
sospeso tra la vita e la morte.
Sapienza è misurarsi con se stessi:
se non ci si riesce a superare,
inevitabilmente si soccombe.

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IL PROBLEMA DELL’INFINITO


 

  • L’infinito problema matematico, teologico, cosmologico, astronomico, fisico, gnoseologico, etico

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DAL “NIENTE” AL “NULLA”: UN LIBRO ILLUMINANTE DI FRANCESCO DIPALO


“Comunicazione filosofica”

Maggio 2016-06-07

Francesco Dipalo, Nulla e dintorni. Aforismi per un anno, Diogene Multimedia, Bologna 2015, pp. 169, euro 22,00.

Gli storici della filosofia si dedicano al compito, prezioso, di analizzare e commentare le opere di predecessori e contemporanei. Non meno prezioso il compito dei filosofi che, sfidando ogni genere di resistenze, osano proporre nuove idee, nuovi scenari complessivi: o, per lo meno, antiche concezioni in modo nuovo. In questa tipologia s’inscrive Nulla e dintorni. Aforismi per un anno(Diogenemultimedia, Bologna 2015, pp. 169, euro 22,00), frutto di un filosofo che, sulla base di una ricca conoscenza della storia del pensiero occidentale e orientale, vince la remora di risultare  presuntuoso o ingenuo e offre delle considerazioni personali sul mondo e sulla vita. Fa metafisica? Sì. E, quel che è più grave, non se ne vergogna, convinto che “anche l’antimetafisica militante del positivista o del nichilista” è un modo di fare metafisica in quanto espone “una visione del mondo, prova a rispondere alle inaggirabili domande fondamentali” (p. 11).

Ma procediamo con ordine.

In principio – almeno per  noi Occidentali – è Parmenide. A suo avviso solo l’Essere è: il molteplice e il divenire sono opinione, se non addirittura falsità. Come possiamo nominare questo Assoluto che riposa immobile – “la ben rotonda sfera che nessun intelletto può penetrare” (p. 140) –  al di là del “velo di Maya”? La mistica  – occidentale come orientale – ha moltiplicato metafore e allegorie (Uno, Nube oscura, Sole nero, Al di là di tutto…) ma sembra acquietarsi solo quando approda alla negazione di ogni ente e di ogni nome: Nulla. Erede della mistica renana, Heidegger preferisce Sein (Essere), ma ne parla  – o meglio ne tace – come se si trattasse del Nulla.

Il silenzio al cospetto dell’Ineffabile è infranto da quanti non resistono a simili, stratosferiche, altezze e cedono alla tentazione di ritenere che (accanto, sotto o grazie a ) l’Essere si diano, realmente e non solo illusoriamente, gli enti. E’ la tentazione ricorrente nella filosofia occidentale, da Platone (teso a “salvare i fenomeni” dal rasoio implacabile del “tremendo” Parmenide) al neopositivismo contemporaneo (con l’eccezione di un pensatore che Dipalo non cita mai ma di cui in queste pagine si avverte continuamente la silenziosa presenza: Severino). Perché si tratta di una tentazione – e pericolosa per giunta ? Perché chi crede nell’ente, chi ritiene che un’innumerevole famiglia di enti origini per davvero, getta le basi per la credenza nell’annichilimento: la metafisica dell’ente implica, come risvolto inevitabile, la metafisica del ni-ente. L’orizzonte intellettuale contemporaneo è l’esito di questa parabola: dall’infondata esaltazione dell’ontologia al nichilismo.

Il testo di Dipalo è un testardo, generoso, accompagnamento dalla foce del nichilismo alla sorgente che sola ce ne può guarire: la riscoperta dell’Indicibile. Dunque nel cammino dal “niente” al “Nulla”. Infatti “niente” è la bandiera del nichilismo, “il destino che si ritiene attenda  le cose che sono, ossia gli enti (persone, animali, piante, oggetti ecc.), cioè la prospettiva – considerata ineluttabile – del loro annientamento (del loro volgersi da enti a ‘ni-enti’) “ (p. 9); “nulla” allude, invece, allo “sfondo, che consente alle cose che sono di manifestarsi, per il tempo loro accordato” , “vuotezza” e non “annichilimento”, “utero, matrice ontologica” (pp. 9 – 10).

Questo accompagnamento dalla caverna degli enti (illusori) alla luce del Nulla avviene su due binari. Un primo livello è didattico, parenetico, quasi omiletico: ed è il tono (almeno alle mie orecchie) meno convincente. Molto più suggestivo e accattivante un secondo taglio: autobiografico ed esistenziale. Qui l’autore non intende insegnare, raccomandare o mettere in guardia, ma testimoniare. Vuole raccontare  – direi confessare – le fatiche e le gioie del proprio itinerario dal guazzabuglio della storia e del cosmo alla quieta consapevolezza che, essenzialmente, c’è solo da abbandonarsi alle braccia cullanti del Nulla.

Coerentemente con questa pista teoretica neanche la lingua prescelta è filosofica in senso tecnico: “perché non si tratta esattamente d’un libro che <<parla di filosofia>> né in senso divulgativo né, tanto meno, accademico. Non un trattato  <<sul nichilismo>>, dunque, quanto piuttosto una rapsodia di testi, più o meno brevi, stesi utilizzando diversi registri filosofico-letterari, dall’aforisma alla prosa poetica, dall’intuizione brevemente argomentata al flusso di coscienza, dalla rammemorazione all’analisi concettuale ”(p. 12).

Se il libro avesse avuto un suo “indice”, i diversi frammenti sarebbero stati scanditi in tre “fasi”: “apokalypsis” (scoperta, rivelazione) (“Corrisponde al momento in cui mi sono imbattuto, per la prima volta – ero giovane ! – nell’ospite inquietante”); “deiotes” (duello, scontro) (“Superato lo smarrimento iniziale, attutita la paura generata dall’ospite, viene il tempo della lotta, corpo a corpo, feroce di critiche e senza esclusioni di colpi”); “hyperbasis” (valico, oltrepassamento) (“Dal niente che tutto ottundendo riempie, addivenire, finalmente, alla meravigliosa vacuità del nulla. E’ un tempo poetico, vitale, perché dal nulla e nel nulla la creatività zampilla endemica”) (p. 13).

Difficile non solidarizzare con l’autore quando si espone come ‘martire’ della ribellione all’   “incantesimo d’un certo sterile mentalismo”  per “tornare a vivere pensando”, convinto che “il vero potere non sta nelle nozioni, ma nella capacità di sperimentare quel che si pensa”: nel “diventarequel che si pensa” (p. 141). Ma altrettanto difficile condividerne la prospettiva metafisica di fondo che, riprendendo con avvertita sensibilità contemporanea le linee essenziali dell’induismo e del buddhismo, ritiene fallace l’esperienza del mondo sensibile.

Più precisamente: la prospettiva metafisica secondo cui nessuna ‘cosa’  nasce davvero (infatti “appare” soltanto, “si mostra”)  e nessuna ‘cosa’  muore davvero (infatti “non può precipitare nel non-essere ciò che in nessuna maniera è”, p. 92). Che il mondo degli esseri sensibili non sia realissimum – pienamente e indefettibilmente reale – è una verità da richiamare instancabilmente a fronte dei materialismi di ogni risma; ma ciò non toglie che sia  quodammodo reale – almeno in certa misura reale- e che la sua consistenza sia preziosa proprio perché fragile e precaria.  Ben venga dalla fisica quantistica ogni conferma dell’intuizione orientale dell’impermanenza di ogni ente: entrambe – la scienza contemporanea e la sapienza antica –  ci aiuteranno a liberarci da naturalismi grossolani; a capire che ciò che chiamiamo ‘materia’  è qualcosa di molto poroso, quasi trasparente; che essa è una sorta di energia condensata in perenne movimento. Ma una realtà effimera, volatile, intrinsecamente temporale, non cessa per queste caratteristiche d’essere reale. Forse il Nulla è l’Alfa e l’Omega della storia cosmica: ma ciò che trascorre dall’Origine alla Fine è più reale di un sogno.

A un certo passaggio del libro l’autore focalizza il cuore speculativo del suo messaggio pratico. Chi sostiene la serietà de divenire, come passaggio dal niente all’essere e dall’essere al niente, la può  sostenere solo perché considera ogni ente nella sua individualità, nella sua unicità: ma proprio questo sarebbe l’errore radicale. Ogni ente è concepibile solo in relazione alla totalità degli enti: ed è questa totalità che, a fil di logica, non può ammettere né incremento (assoluto) né decremento (assoluto). “Relazione, prima di tutto” è intitolato l’aforisma 290 dove si legge, fra l’altro, che “l’essenza del reale è relazione. Essa precede ontologicamente il provvisorio intreccio di linee energetiche che costituisce i nuclei, provvisori, fatti di nulla, di ciò che s’indica col termine ‘sostanza’ o ‘ego’. ‘Io’, dunque,  è relazione in fieri, così come ‘io e tu’. Ignorare nella prassi quotidiana tale fondamentale dato ontologico significa aprire le porte a niente (poiché ci s’illude che il nucleo preceda la relazione, che qualcosa – un ente – si dia a prescindere dalla relazione o, finanche, che la fondi: solo ciò che si ritiene sia qualcosa, può infatti volgersi in ni-ente; nulla, invece, non può annientarsi” (p. 120). In linguaggio occidentale diremmo che ancora una volta emerge l’alternativa Hegel o Aristotele: al di là delle versioni caricaturali delle due proposte interpretative, è la relazione dialettica che costituisce (provvisoriamente) l’essere o è l’essere sostanziale che rende possibile (gnoseologicamente e ontologicamente) la relazione? A Dipalo le ragioni a favore dell’una o dell’altra tesi interessano, ma molto meno dei risvolti pratici (esistenziali e etico-politici) delle due teorie: al punto che qualche volta dà l’impressione che il criterio di giudizio sulle due sia proprio da rintracciare sul piano della preferenza pratica. Personalmente non condivido questo approccio, ma non posso negare che l’autore lo presenta in maniera talmente suggestiva da poter risultare convincente: “Ni-ente da realizzare, ni-ente da possedere, ni-ente da cui separarsi, ni-ente da dimostrare a nessuno. Nulla di nulla. Morire giocando, così pacificamente lontani da tutte le cose da riguardarle come balocchi e trastulli del tempo che fu, del tempo che non s’è perso, del tempo che è adesso. Morire tornando fanciulli. Nulleggiando” (p. 118).

Augusto Cavadi

www.augustocavadi.com

 

Chi vuole può scaricare gratuitamente il pdf. con l’intero numero della bella rivista della SFI (Società filosofica Italiana):

http://www.sfi.it/archiviosfi/cf/cf36.pdf

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Intorno ai presocratici: alcune annotazioni


Secondo Aristotele i presocratici si occuparono fondamentalmente di rintracciare l’arché, ovvero la sostanza (dal latino substantia) primordiale, da cui tutto deriva: ciò che permane nonostante il cambiamento o che “sta dietro” il movimento e la molteplicità degli enti.

Aristotele li definisce “oi physikòi” perché attribuisce loro un particolare interessamento per la natura (physis) o meglio per la sua causa/e materiale/i.

Le loro teorie, a maggior ragione in quanto giunteci solo attraverso pochi frammenti e testimonianze, sono state sottoposte a varie interpretazioni.

Sapere è potere e conoscere l’arché equivale a dominare la natura, ad anticipare quel che sarà diminuendo la portata terrifica dell’ignoto. Continua a leggere “Intorno ai presocratici: alcune annotazioni”