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Edipo a Colono: terzo Stasimo


L’essenza dello spirito tragico: un esempio tratto dall’Edipo a Colono di Sofocle

CORO
Chi desidera di vivere a lungo
dimenticando la giusta misura,
di stoltezza darà evidente prova .
I giorni che s’ammucchiano, vicende
dolorose ci portano e la gioia
più non si vede, se siamo caduti
oltre il limite del tempo fissato.
Alla fine in soccorso c’è la morte,
per tutti eguale, la Parca che appare
senza lira, né canti, né imenei.
Il non essere nati è condizione
di privilegio, ma, venuti al mondo,
il bene secondo è di ritornare
nel luogo in cui tutti siamo nati.
Quando la giovinezza è tramontata
coi suoi momenti di liete follie,
quale assillo rimane lontano,
quale angoscia non è sempre presente?
Invidie, inimicizie e contese,
ribellioni, battaglie e uccisioni.
L’ultima ad arrivare è la vecchiaia,
bisbetica, debole e impotente,
priva di amici e pregna di mali.
Questa è l’età che ho raggiunto anch’io,
non soltanto lo sfortunato Edipo,
come scogliera battuta dai venti,
travolta dalle onde da ogni parte,
da levante a occidente senza tregua,
colpita a volte dai raggi del sole
a picco in pieno mezzogiorno,
o nelle tenebre dei monti Ripei.

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Pubblicato in: didattica, filosofia

Nietzsche attraverso la lettura dei testi


Ich bin kein Mensch, ich bin Dynamit

Non sono un uomo, io sono dinamite






Antologia di passi nicciani ad uso didattico


 [foto: https://www.newstatesman.com/sites/default/files/styles/lead_image/public/Longreads_2018/08/2018_35_nietzsche_new.jpg?itok=RbEBrjKw]
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Apollineo e dionisiaco

Avremo acquistato molto per la scienza estetica, quando saremo giunti non soltanto alla comprensione logica, ma anche alla sicurezza immediata dell’intuizione che lo sviluppo dell’arte è legato alla duplicità dell’apollineo e del dionisiaco, similmente a come la generazione dipende dalla dualità dei sessi, attraverso una continua lotta e una riconciliazione che interviene solo periodicamente. [..] Alle loro due divinità artistiche, Apollo e Dioniso, si riallaccia la nostra conoscenza del fatto che nel mondo greco sussiste un enorme contrasto, per origine e per fini, fra l’arte dello scultore, l’apollinea, e l’arte non figurativa della musica, quella di Dioniso: i due impulsi così diversi procedono l’uno accanto all’altro, per lo più in aperto dissidio fra loro e con un’eccitazione reciproca a frutti sempre nuovi e più robusti, per perpetuare in essi la lotta di quell’antitesi, che il comune termine “arte” solo apparentemente supera; finché da ultimo, per un miracoloso atto metafisico della “volontà” ellenica, appaiono accoppiati l’uno all’altro e in questo accoppiamento producono finalmente l’opera d’arte altrettanto dionisiaca che apollinea della tragedia attica.

(F. Nietzsche, La nascita della tragedia)

Pubblicato in: filosofia, istantanee

Religione vs. spiritualità


Se ci aggrappiamo alla credenza in Dio, non possiamo anche aver fede, perché la fede non è un aggrapparsi ma un lasciarsi andare.
(Alan Watts)

Ecco il cuore della differenza tra quello che si intende con i termini “religione” e “spiritualità”. Differenti per “religione”, in quanto esseri umani possiamo essere uniti, compassionevoli e comprensivi quanto a spiritualità. Viceversa possiamo sulla carta aderire alla medesima religione, ma essere profondamente diversi sul piano spirituale. Anzi, per l’esattezza, direi che non esiste reale differenza quanto all’essenza della spiritualità che è comune all’esperienza – almeno in potenza – di tutti gli esseri umani. Possiamo parlare di racconti diversi, miti più o meno diversamente declinati, pratiche rituali diverse. In questa differenza consiste l’immensa ricchezza dell’umano. Ma alla fine, come aveva giustamente rilevato Gustav Jung, gli archetipi di fondo su cui poggia l’inconscio collettivo dell’umanità corrispondono. Dunque, propriamente vi è una certa distanza tra persone che provano a vivere la loro spiritualità e persone che si illudono di trovare le risposte altrove. Nelle religioni, per esempio, quando sono intese come ideologie o strumenti di potere.

Pubblicato in: filosofia

Jiddu Krishnamurti: La libertà è una qualità della mente


Dal punto di vista economico, forse, potete organizzare il mondo in modo che l’essere umano possa avere maggiori comodità, più cibo, vestiario e abitazioni, e potreste pensare che sia questa la libertà. Sono cose necessarie ed essenziali; ma non rappresentano la libertà totale. La libertà è uno stato e una qualità della mente.

(Jiddu Krishnamurti, Sulla libertà, Ubaldini Editore, Roma 1996)

Jiddu Krishnamurti (Madanapalle, 12 maggio 1895 – Ojai, 18 febbraio 1986) è stato un filosofo apolide. Di origine indiana, non volle appartenere a nessuna organizzazione, nazionalità o religione.

Pubblicato in: filosofia

Schopenhauer: ancora sul suicidio


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Abbiamo ormai esposto a sufficienza, nei limiti del nostro studio, questa negazione della volontà di vivere, che è l’unico atto di libertà possibile al fenomeno, e che costituisce pertanto quella che Asmus chiama la metamorfosi trascendentale; nulla si allontana tanto da essa quanto la soppressione reale del proprio fenomeno singolo: il suicidio. Ben lungi dall’essere una negazione della volontà, esso è invece un fenomeno di forte affermazione della volontà. Perché la negazione ha la sua essenza in ciò, che si aborriscono non già i mali della vita, ma i beni. Il suicida vuole la vita, ed è scontento solo delle condizioni che gli sono capitate. Egli non rinuncia pertanto in alcun modo alla volontà di vivere, ma soltanto alla vita, distruggendone il singolo fenomeno. Egli vuole la vita, vuole la libera esistenza ed affermazione del corpo; ma l’intreccio delle circostanze non glielo consente, e gliene deriva un grande dolore. La volontà di vivere stessa viene a trovarsi così impedita in questo singolo fenomeno, da non poter più spiegare la propria aspirazione. Essa prende, allora, una decisione conforme alla propria essenza in sé, la quale si trova fuori delle forme del principio di ragione, e alla quale riesce quindi indifferente ogni fenomeno singolo; essa medesima rimane intatta da ogni nascita e morte, e costituisce l’intimo della vita di ogni cosa. Quella medesima, salda, intima certezza, la quale fa si cime noi tutti viviamo senza il continuo terrore della morte, la certezza cioè che alla volontà non potrà mai mancare il suo fenomeno, sostiene anche il gesto del suicida. La volontà di vivere si mostra dunque tanto nel suicidio (Siva), quanto nel benessere dell’autoconservazione (Visnú) e nella voluttà della generazione (Brahma). È questo l’intimo significato dell’unità della Trimurti, che si trova tutta in ciascun uomo, sebbene essa nel tempo sollevi ora l’una, ora l’altra delle sue tre teste.- Come l’oggetto singolo sta all’idea, cosi sta il suicidio alla negazione della volontà: il suicida nega soltanto l’individuo, non la specie.
(Mondo, I, 69).

Pubblicato in: filosofia, pratica filosofica

Si può sperare in Nulla? – Scaletta intervento


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Si può sperare in Nulla?

XXI settimana filosofica per non filosofi

Francesco Dipalo

Non c’è notte tanto lunga da non permettere al Sole di risorgere il giorno dopo.
Jim Morrison

Scaletta intervento

>Una provocazione solo apparente.

>È errato associare in maniera assoluta la speranza al sentimento dell’Essere, la disperazione a quello del Nulla.

>Speranza e disperazione sono due facce della stessa medaglia. Entrambe recano con sé una certa dose di sofferenza.

>Io e l’Altro: i due protagonisti della speranza/disperazione in senso conoscitivo. Un’analisi antropologica.

>Speranza/disperazione come pre-sentimento (sublimabile) dell’alterità in relazione al proprio sé.

>Chi non dubita non spera (né si dispera).

>Oltre il binomio speranza/disperazione.

>Rimanere al di qua di speranza/disperazione (in base all’idea dell’“io-sostanza”).

>Speranza/disperazione nell’ottica del principio di contraddizione (Leopardi vs. Kierkegaard).

>Kierkegaard: la disperazione come “malattia mortale” che “si cura” con la fede.

>Leopardi: alla disperazione non c’è cura.

>Ancora su Kierkegaard: naufragio del principio di contraddizione nella relazione esistenziale finito-infinito (al di là di Hegel).

>Superando l’uso parziale del principio di contraddizione: la logica del né-né e il principio di non-sostanzialità, anatta (Nagarjuna).

>Superando l’uso parziale del principio di contraddizione: la logica della sostanza unica, Deus sive natura (Spinoza).

>Nulla da sperare perché tutto ciò di cui abbiamo bisogno è presente nel qui e nell’ora.

Pubblicato in: filosofia, pratica filosofica

Si può sperare in Nulla?


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Si può sperare in Nulla?

XXI settimana filosofica per non filosofi

Francesco Dipalo

 

E si consideri che il futuro non si decide mai a essere presente del tutto senza prima fare una prova e questa prova è la speranza. Benedetta tu sia, speranza, memoria dell’avvenire, profumino del domani, asta di Dio!

(Jorge Luis Borges, La misura della mia speranza)

 

Una provocazione solo apparente.

Il titolo suona – volutamente – provocatorio. Di primo acchito, saremmo tentati di rispondere con un secco “no!”. Il Nulla, nella nostra tradizione di pensiero, evoca piuttosto il contrario della speranza: del Nulla si dispera. Se non c’è nulla di ontologicamente fondato, nulla che garantisca la realizzazione del nostro (legittimo?) desiderio di felicità, beatitudine, salvazione, sia in senso laico, terrestre, che ultramondano, in cosa (o in chi) dovremmo mai sperare? Di più: che senso avrebbe sperare? Si consideri che il termine “speranza” viene, perlopiù, recepito in senso cristiano (o post-cristiano). “Sperare in qualcosa o in qualcuno” è locuzione grammaticalmente e culturalmente corretta. Non si spera in nulla come non si “spera in male”; si spera in qualcosa e si “spera in bene”. Continua a leggere “Si può sperare in Nulla?”