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Schopenhauer: ancora sul suicidio


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Abbiamo ormai esposto a sufficienza, nei limiti del nostro studio, questa negazione della volontà di vivere, che è l’unico atto di libertà possibile al fenomeno, e che costituisce pertanto quella che Asmus chiama la metamorfosi trascendentale; nulla si allontana tanto da essa quanto la soppressione reale del proprio fenomeno singolo: il suicidio. Ben lungi dall’essere una negazione della volontà, esso è invece un fenomeno di forte affermazione della volontà. Perché la negazione ha la sua essenza in ciò, che si aborriscono non già i mali della vita, ma i beni. Il suicida vuole la vita, ed è scontento solo delle condizioni che gli sono capitate. Egli non rinuncia pertanto in alcun modo alla volontà di vivere, ma soltanto alla vita, distruggendone il singolo fenomeno. Egli vuole la vita, vuole la libera esistenza ed affermazione del corpo; ma l’intreccio delle circostanze non glielo consente, e gliene deriva un grande dolore. La volontà di vivere stessa viene a trovarsi così impedita in questo singolo fenomeno, da non poter più spiegare la propria aspirazione. Essa prende, allora, una decisione conforme alla propria essenza in sé, la quale si trova fuori delle forme del principio di ragione, e alla quale riesce quindi indifferente ogni fenomeno singolo; essa medesima rimane intatta da ogni nascita e morte, e costituisce l’intimo della vita di ogni cosa. Quella medesima, salda, intima certezza, la quale fa si cime noi tutti viviamo senza il continuo terrore della morte, la certezza cioè che alla volontà non potrà mai mancare il suo fenomeno, sostiene anche il gesto del suicida. La volontà di vivere si mostra dunque tanto nel suicidio (Siva), quanto nel benessere dell’autoconservazione (Visnú) e nella voluttà della generazione (Brahma). È questo l’intimo significato dell’unità della Trimurti, che si trova tutta in ciascun uomo, sebbene essa nel tempo sollevi ora l’una, ora l’altra delle sue tre teste.- Come l’oggetto singolo sta all’idea, cosi sta il suicidio alla negazione della volontà: il suicida nega soltanto l’individuo, non la specie.
(Mondo, I, 69).

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Pubblicato in: filosofia, pratica filosofica

Si può sperare in Nulla? – Scaletta intervento


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Si può sperare in Nulla?

XXI settimana filosofica per non filosofi

Francesco Dipalo

Non c’è notte tanto lunga da non permettere al Sole di risorgere il giorno dopo.
Jim Morrison

Scaletta intervento

>Una provocazione solo apparente.

>È errato associare in maniera assoluta la speranza al sentimento dell’Essere, la disperazione a quello del Nulla.

>Speranza e disperazione sono due facce della stessa medaglia. Entrambe recano con sé una certa dose di sofferenza.

>Io e l’Altro: i due protagonisti della speranza/disperazione in senso conoscitivo. Un’analisi antropologica.

>Speranza/disperazione come pre-sentimento (sublimabile) dell’alterità in relazione al proprio sé.

>Chi non dubita non spera (né si dispera).

>Oltre il binomio speranza/disperazione.

>Rimanere al di qua di speranza/disperazione (in base all’idea dell’“io-sostanza”).

>Speranza/disperazione nell’ottica del principio di contraddizione (Leopardi vs. Kierkegaard).

>Kierkegaard: la disperazione come “malattia mortale” che “si cura” con la fede.

>Leopardi: alla disperazione non c’è cura.

>Ancora su Kierkegaard: naufragio del principio di contraddizione nella relazione esistenziale finito-infinito (al di là di Hegel).

>Superando l’uso parziale del principio di contraddizione: la logica del né-né e il principio di non-sostanzialità, anatta (Nagarjuna).

>Superando l’uso parziale del principio di contraddizione: la logica della sostanza unica, Deus sive natura (Spinoza).

>Nulla da sperare perché tutto ciò di cui abbiamo bisogno è presente nel qui e nell’ora.

Pubblicato in: filosofia, pratica filosofica

Si può sperare in Nulla?


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Si può sperare in Nulla?

XXI settimana filosofica per non filosofi

Francesco Dipalo

 

E si consideri che il futuro non si decide mai a essere presente del tutto senza prima fare una prova e questa prova è la speranza. Benedetta tu sia, speranza, memoria dell’avvenire, profumino del domani, asta di Dio!

(Jorge Luis Borges, La misura della mia speranza)

 

Una provocazione solo apparente.

Il titolo suona – volutamente – provocatorio. Di primo acchito, saremmo tentati di rispondere con un secco “no!”. Il Nulla, nella nostra tradizione di pensiero, evoca piuttosto il contrario della speranza: del Nulla si dispera. Se non c’è nulla di ontologicamente fondato, nulla che garantisca la realizzazione del nostro (legittimo?) desiderio di felicità, beatitudine, salvazione, sia in senso laico, terrestre, che ultramondano, in cosa (o in chi) dovremmo mai sperare? Di più: che senso avrebbe sperare? Si consideri che il termine “speranza” viene, perlopiù, recepito in senso cristiano (o post-cristiano). “Sperare in qualcosa o in qualcuno” è locuzione grammaticalmente e culturalmente corretta. Non si spera in nulla come non si “spera in male”; si spera in qualcosa e si “spera in bene”. Continua a leggere “Si può sperare in Nulla?”

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WITTGENSTEIN E I METODI FILOSOFICI COME TERAPIE


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WITTGENSTEIN E I METODI FILOSOFICI COME TERAPIE

di Petra von Morstein

traduzione italiana di Claudio Nosella*
apparso su Rivista Phronesis Anno VI, numero 11, 2008

 

(Ricerche Filosofiche, ∫119)

I risultati della filosofia sono la scoperta di un qualche schietto non-senso e di bernoccoli che l’intelletto si è fatto cozzando contro i limiti del linguaggio. Essi, i bernoccoli, ci fanno comprendere il valore di quella scoperta.

 

(Ricerche Filosofiche, ∫123)

Il problema filosofico ha la forma: “Non mi ci raccapezzo”.

 

(Ricerche Filosofiche, ∫133)

La chiarezza cui aspiriamo è certo una Chiarezza completa. Ma questo vuol dire soltanto che i problemi filosofici devono svanire completamente… Non c’è un metodo della filosofia, ma ci sono, in effetti, metodi diversi, che rappresentano differenti terapie.[1]

Continua a leggere “WITTGENSTEIN E I METODI FILOSOFICI COME TERAPIE”

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Kant – Relazione introduttiva al proprio insegnamento nel corso del semestre invernale del 1765-1766


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Immanuel Kant

Relazione introduttiva al proprio insegnamento nel corso del semestre invernale del 1765-1766

traduzione dal tedesco di Francesco Dipalo*

 

Ogni forma di istruzione rivolta alla gioventù reca con sé una difficoltà imprescindibile, che si è costretti a precorrere col discernimento gli anni, e, senza attendere la completa maturazione dell’intelletto, si ha il dovere di impartire cognizioni che, secondo l’ordine naturale, potrebbero essere afferrate solo da una ragione più addestrata ed esperta. Continua a leggere “Kant – Relazione introduttiva al proprio insegnamento nel corso del semestre invernale del 1765-1766”

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ERACLITO “VIVERE SIGNIFICA MORIRE”. I frammenti sull’anima e la cosiddetta “escatologia” eraclitea


Pubblichiamo, in versione integrale, la nostra tesi di laurea in filosofia antica (presentata nel lontano 1990, relatore il prof. Gabriele Giannantoni).

Da questo link è possibile scaricare il file in pdf.

Il testo è liberamente utilizzabile purché se ne citi la fonte (Francesco Dipalo, Vivere significa morire. I frammenti sull’anima e la cosiddetta “escatologia” eraclitea, Cattedra di Storia della Filosofia Antica, Università “La Sapienza”, a.a. 1989-1990).

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ERACLITO

“VIVERE SIGNIFICA MORIRE”

I frammenti sull’anima e la cosiddetta “escatologia” eraclitea.

 

Francesco Dipalo
Anno Accademico 1989/90
Relatore: prof. Gabriele Giannantoni

ἐδιζησάμην ἐμεωυτόν = Ho indagato me stesso (fr.101)

Ogni frammento di Eraclito racchiude
un mistero affascinante.Chi cerca di interpretare i suoi enigmi
raccoglie una sfida senza tempo,
antica quanto l’uomo.
Allora si sente un nuovo Edipo
di fronte alla Sfinge,
sull’orlo di un baratro, preda delle vertigini,
sospeso tra la vita e la morte.
Sapienza è misurarsi con se stessi:
se non ci si riesce a superare,
inevitabilmente si soccombe.

Continua a leggere “ERACLITO “VIVERE SIGNIFICA MORIRE”. I frammenti sull’anima e la cosiddetta “escatologia” eraclitea”

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Catalogo delle passioni: la (quasi) identità di speranza e timore


La Botte di Diogene - blog filosofico

La speranza II-Klimt-particolare

Abbarbicate come l’edera l’una all’altra: così Spinoza ci presenta gli “affetti” della speranza (spes) e del timore (metus). Le loro definizioni sono identiche, anche se l’una è una passione “triste” mentre l’altra è “lieta” (come già sappiamo tutti i sentimenti sono riducibili ai due fondamentali). Ma entrambe sono inconstanti:

La speranza (il timore) è una letizia (tristezza) incostante, nata dall’idea di una cosa, futura o passata, del cui evento in qualche modo dubitiamo” (Etica, parte III, Definizioni degli affetti, prop. XII-XIII).

Si resta sempre stupefatti di fronte alla lapidaria essenzialità, e grande precisione, del testo nel quale Spinoza viene distillando concetti correlati ad un pensiero così vasto e stratificato (e la cui ampiezza e disegno complessivo possono essere colti solo a poco a poco). Naturalmente il rischio è anche quello di restare perplessi e a bocca asciutta. Proverò allora ad inferire qualcosa…

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