Pubblicato in: istantanee, zendo

La carota


Un tempo, in Giappone, per macinare il grano i contadini usavano una mola che un cavallo faceva ruotare. Il cavallo girava in tondo incessantemente, lungo tutto l’arco del giorno, cercando di afferrare una carota che gli pendeva davanti; solo al calar della sera l’animale riusciva a mangiar la carota.

Questa è l’immagine fedele della nostra civiltà.

(LA TAZZA E IL BASTONE, Storie Zen narrate dal Maestro Taïsen Deshimaru)

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Abbracciare la propria ignoranza


Orfani di quel Dio – ma non del Divino, che è il Tutto, l’Interdipendente – occorre prendersi cura della nostra ignoranza. Prendersi cura significa, in primo luogo, ascolto ed accettazione.
L’ignoranza si manifesta come paura, rabbia, angoscia. Ecco, è di questo che si parla. Il dito nella piaga della nostra umanità. Di questo occorre prender consapevolezza: presso paura, rabbia, angoscia bisogna imparare a sostare. Con paura, rabbia, angoscia prender confidenza.
Senza confidenza non le si potrà trasformare in rispetto, cura amorevole, solidarietà. Il punto di svolta si chiama accettazione del limite, riconoscersi ignoranti, fragili, bisognosi, avere il sapore di chi cerca sapore, odorare di quella fragranza che dal contatto con madre-terra – humus, umiltà – trae significato.
Ecco il valore dell’inchino, del poggiare la fronte a terra, una, due, tre volte. Non m’inchino a nessuno, perché m’inchino a tutto.
So di non sapere. Ecco perché, dopo, posso rialzarmi con fiducia, portare in giro una testa un po’ più libera, leggera, in equilibrio precario sulla colonna vertebrale, sfidando la gravità materna con il suo consenso.
Responsabilità del sapersi precariamente in viaggio: al viaggio saper dire di sì, nel viaggio affratellati, uomini, animali, piante, prima di abbandonarsi all’abbraccio della madre. Non so nulla, nulla da perdere, nulla da mantenere. Nulla.

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Scuola di vita


Come sempre faccio mie le parole dell’amico Pilado:

«El corazón de la capacidad profesional del maestro radica en saber cómo cultivar independientemente su propia inteligencia empática y actitudes relacionales. La esencia de su ética profesional consiste en sentirse responsablemente involucrado en esta tarea. La profunda motivación de la profesión docente gira en torno al deseo imperecedero de aprender, saber no saber, saber cómo involucrarse. Es una profesión que se aprende en la tienda: cosas para artesanos que “manejan la humanidad explosiva”. Requiere el coraje de un blaster o la imprudencia de un granadero. Riqueza de explosiones controladas de la humanidad».
(Chico Xavier Pilado, Escuela de vida)

«Il cuore della capacità professionale del docente sta nel saper coltivare autonomamente la propria intelligenza empatica e le proprie attitudini relazionali. L’essenza della sua deontologia professionale consiste nel sentirsi responsabilmente investiti da tale compito. La motivazione profonda della professione-docente ruota intorno alla sempreverde voglia di imparare, al sapere di non sapere, al sapersi mettere in gioco. È un mestiere che s’impara a bottega: roba da artigiani che “maneggiano umanità esplosiva”. Richiede il coraggio di un artificiere o l’incoscienza di un granatiere. Ricchezza d’esplosioni controllate d’umanità».

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Thich Nhat Hanh: Inter-essere


La verità fondamentale del Buddismo è: pratītyasamutpāda, coproduzione condizionata ovvero originazione interdipendente. In parole povere, il suo significato è che tutti i fenomeni naturali (e dunque umani), sono interconnessi sia in senso diacronico che sincronico. Tutto è uno, dall’uno tutte le cose, come aveva detto Eraclito. La coproduzione condizionata del Buddismo classico trova una eco anche nel concetto di entanglement della fisica quantistica: tutto ciò che si manifesta è frutto di relazione. La relazione precede il singolo fenomeno. Tutto è interconnesso con tutto.

Vi presentiamo un passo del maestro Zen Thich Nhat Hanh in cui questa idea è esemplificata in maniera semplice e mirabile.

Dal sito https://www.semplicementezen.com

“Un poeta, guardando questa pagina, si accorge subito che dentro c’è una nuvola. Senza la nuvola, non c’è pioggia, gli alberi non crescono; e senza alberi, non possiamo fare la carta. La nuvola è indispensabile all’esistenza della carta. Se c’è questo foglio di carta, è perché c’è anche la nuvola. Possiamo allora dire che la nuvola e la carta inter-sono.
‘Interessere’ non è ancora riportato dai dizionari, ma, unendo il prefisso ‘inter’ e il verbo ‘essere’, otteniamo una nuova parola: inter-essere. Nessuna nuvola, nessuna carta: per questo diciamo che la nuvola e il foglio inter-sono.
Guardando più in profondità in questa pagina, vedremo anche brillare la luce del sole. Senza luce del sole le foreste non crescono. Niente cresce in assenza della luce solare, nemmeno noi. Ecco perché in questo foglio di carta splende il sole. La carta e la luce del sole inter-sono. Continuiamo a guardare: ecco il taglialegna che ha abbattuto l’albero e l’ha trasportato alla cartiera dove è stato trasformato in carta. Sappiamo che l’esistenza del taglialegna dipende dal suo pane quotidiano, quindi in questo foglio di carta c’è anche il grano che è finito nel pane del taglialegna.
C’è altro: i genitori del nostro taglialegna. Guardando in questo modo, comprendiamo che la pagina che stiamo leggendo dipende da tutte quelle cose.
Se guardiamo ancora più in profondità, vedremo nel foglio anche noi. Non è difficile capirlo: quando guardiamo un foglio di carta, il foglio è un elemento della nostra percezione. La vostra mente è lì dentro, e anche la mia. Nel foglio di carta è presente ogni cosa: il tempo, lo spazio, la terra, la pioggia, i minerali del terreno, la luce del sole, la nuvola, il fiume, il calore.
Ogni cosa co-esiste in questo foglio. ‘Essere’ è in realtà inter-essere: per questo dovrebbe trovarsi nei dizionari. Non potete essere solo in virtù di voi stessi, dovete inter-essere con ogni altra cosa. Questa pagina è, perché tutte le altre cose sono.
Proviamo a restituire uno degli elementi che la compongono alla sua fonte; restituiamo ad esempio al sole la sua luce. Esisterebbe ancora questo foglio di carta? No, senza luce solare niente può esistere. Se riassorbissimo il taglialegna nei suoi genitori, di nuovo nessun foglio di carta. La realtà è che questo foglio di carta è fatto di ‘elementi di non-carta’. Se restituiamo tutti gli elementi di non carta alla loro origine, non ci sarà più alcun foglio di carta. Niente ‘elementi di non carta’ (la luce del sole, il taglialegna, la mente, eccetera), niente carta. Questo foglio, così sottile, contiene tutto l’universo”.
Thich Nhat Hanh, Essere pace

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Per dare senso ad una vita – la tua



Vincent van Gogh
, Notte stellata

Para darle sentido a una vida, la suya, no hay necesidad de cultivar, de hilo a alambre, esperanzas de otro mundo o proyectar arquitecturas teleológicas en el cielo con la consistencia de las nubes.
Solo necesita respirar toda la belleza que puede crear y percibir en este mismo momento. Y, en una inspección más cercana, siempre es este momento preciso.
Esa belleza brillante y conmovedora que germina por vibración accidental del vacío, ese vacío abisal y silencioso que participa de todas las cosas más allá del tiempo y el espacio.
Ese pozo sin fondo que también es tu alma y del que tú, como solo tú puedes hacer, destila la belleza con pétalos, miradas, toques, suspiros. Inteligencia del ojo, inteligencia de la mano, inteligencia del aliento.
Si intentas detenerlo en este momento, lo perderás. Pero, usted mismo, tiene la oportunidad de vivirla para glorificarla.

Per dare senso ad una vita – la tua – non occorre coltivare, filo a filo, sovraterrene speranze o proiettare in cielo teleologiche architetture con la consistenza delle nuvole.
Ti basta respirare tutta la bellezza che sei in grado di creare e percepire in questo preciso istante. E, a ben guardare, è sempre questo preciso istante.
Quella splendente, struggente bellezza che germina per vibrazione accidentale dal vuoto, quell’abissale, silente vuotezza che di tutte le cose partecipa al di là del tempo e dello spazio.
Quel pozzo senza fondo che è anche la tua anima e da cui tu – come solo tu sai fare – distillerai bellezza a petali, a sguardi, a tocchi, a sospiri. Intelligenza dell’occhio, intelligenza della mano, intelligenza del respiro.
Se proverai a fermarlo questo istante, lo perderai. Ma – tu proprio tu – hai la possibilità, vivendolo, di glorificarlo.
da Quaggiù e altri scritti di Chico Xavier Pilado, Conversando con Ely

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Rifiuti, isolamento, infelicità


Finché non torneremo a renderci profondamente conto che quel che ci tiene in vita, quel che noi chiamiamo “vita” è identico a ciò che tiene in vita gli alberi, l’erba, i fiori, gli insetti, non libereremo noi stessi e il mondo dal fardello di sofferenza indotta dalla nostra mente.
Usiamo il verbo “tornare” a tale consapevolezza perché essa era presente a tutte le civiltà antiche. Questo finché il rapporto con la madre-terra non è stato reciso dall’iperfetazione della dimensione tecnico-concettuale. Imparando a pensare per concetti astratti abbiamo disimparato a sentire. Imparando a costruire “cose utili” per facilitarci la vita, abbiamo finito con il “cosalizzare” il mondo intero. Questa è l’esperienza “normale” – se così si può definire – di quella parte di umanità che vive immersa nell’ “artificiale”. Dunque, con “tornare” intendiamo “tornare alla conoscenza di se stessi”, a ri-scoprire il cordone ombelicale che ci unisce alla terra e al Tutto.
“Sofferenza” e “infelicità” sono stati psico-fisici diversi. Si può soffrire senza necessariamente sentirsi infelici. O piuttosto essere infelici senza patire, al momento presente, alcuna sofferenza. La sofferenza, entro certi limiti, è connaturata a qualsivoglia esperienza umana. E su di essa le nostre decisioni, la nostra consapevolezza può ben poco. Non c’è piacere senza dolore, né gioia senza tristezza, né salute senza malattia. Con l’infelicità, invece, possiamo (provare a) confrontarci. La sua radice più profonda si chiama “isolamento”, “disconnessione”. Infelicità è lo stato mentale che ci fa credere – illusoriamente – di essere separati dal Tutto reale e naturale cui apparteniamo. L’infelicità umana è un elemento essenziale dell’attuale crisi ambientale. Non la tecnologia in sé, ma l’uso disarmonico e irrispettoso che un’umanità dolente ne fa. L’isolamento genera altro isolamento, lascia “sfiorire” la natura intorno a noi, sopprime, nel sofferente, l’esigenza di “reciprocità curativa” che dovrebbe contraddistingue l’umano “pastore dell’Essere”, per usare una celebre definizione di Heidegger.

(Chico Xavier Pilado)

Pubblicato in: istantanee, pratica filosofica

Della paura originaria


Paura di avere paura: la “paura originaria”. L’uomo si ritira nel mondo dell’illusione generato dalla mente come la tartaruga si ritira nel suo guscio. Ma la mente è così forte, così onnipervasiva, che uscirne fuori è assai difficile. I sogni degli uomini, poi, facilmente diventano contagiosi: attraverso il linguaggio si trasmettono da persona a persona.
Tensione tra paura ed “amor sui” (amore di sé): è funzionale alla vita. Un equilibrio meraviglioso che condividiamo con tutte le specie viventi. È la catena che lascia fluttuare liberamente il nostro pianeta intorno al sole, tensione dialetticamente armonizzata di forza centrifuga e forza centripeta. Così amore e paura, Eros ed Eris secondo Empedocle. Tensione alla quale occorre nietzscheanamente dire di sì. Ché altrimenti ci si avvita in quella “paura della paura” che risulta disfunzionale alla vita.
“Paura della paura” è non-accettazione del cambiamento. È attaccarsi al piacere perché si teme il dolore, alla vita per timore della morte. Senza rendersi conto che, così facendo, non si muore una volta sola, ma cento, mille volte.
Per questo bisogna imparare ad accettare la paura, senza vergognarsene, senza distoglierne lo sguardo. Imparare ad accettare la paura significa anche imparare a condividerla attraverso il linguaggio. Non per desiderio che essa evapori, altra illusione, ma per poterne condividere il peso con gli altri: ascoltare l’altrui paura aiuta a prendersi cura della propria paura. Perché così facendo non si è più soli. La solitudine dinanzi alla paura diventa patologica. E, in genere, essa è provocata dalla “paura della paura”.
Se imparassimo a creare comunità accoglienti nelle famiglie allargate, a scuola, soprattutto a scuola, al lavoro, nella società civile, tra amici, non avremmo tanto bisogno di prestazioni psichiatriche individuali. Gli esseri umani sarebbero presidio a se stessi.
Solitudine è la dimensione psichica che equivale alla prospettiva dell’isolamento in senso fisico, formale, energetico. La realtà è interconnessione. Tutto dipende da tutto. Quando “stacco” qualcosa dalla sua radice nutritiva si verifica il fenomeno apparente di quel che chiamiamo “morte”. Se colgo un fiore, recidendo il gambo che lo collega alla pianta e alla madre-terra, esso appassisce e muore come fiore. In senso assoluto, diventa altro, perché nulla si genera, nulla si distrugge. Quando, per “difenderci” dalla paura ci “stacchiamo” dal resto del mondo, interrompiamo le relazioni – più o meno problematiche – che ci legano agli altri uomini e alla natura tutta, ebbene, anche la nostra anima appassisce e muore. Quando, credendo di poter “afferrare”, “staccare”, “isolare” le cose del mondo, per poterle “capire” ed “utilizzare”, sempre mossi dalla paura originaria, ci “mettiamo di traverso” alla interconnessione di tutto con tutto. Ovvero, negando la realtà che è “inter-essere” e cambiamento incessante, energia pulsante che passa, giocosamente, di forma in forma, alla stessa maniera ci chiudiamo in noi stessi, ci isoliamo, ci arrendiamo alla paura della sofferenza.
Le passioni, allora, non armonizzate con la realtà esterna, implodono generando ulteriore sofferenza. La “seconda freccia“.

Chico Xavier Pilado

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Religione vs. spiritualità


Se ci aggrappiamo alla credenza in Dio, non possiamo anche aver fede, perché la fede non è un aggrapparsi ma un lasciarsi andare.
(Alan Watts)

Ecco il cuore della differenza tra quello che si intende con i termini “religione” e “spiritualità”. Differenti per “religione”, in quanto esseri umani possiamo essere uniti, compassionevoli e comprensivi quanto a spiritualità. Viceversa possiamo sulla carta aderire alla medesima religione, ma essere profondamente diversi sul piano spirituale. Anzi, per l’esattezza, direi che non esiste reale differenza quanto all’essenza della spiritualità che è comune all’esperienza – almeno in potenza – di tutti gli esseri umani. Possiamo parlare di racconti diversi, miti più o meno diversamente declinati, pratiche rituali diverse. In questa differenza consiste l’immensa ricchezza dell’umano. Ma alla fine, come aveva giustamente rilevato Gustav Jung, gli archetipi di fondo su cui poggia l’inconscio collettivo dell’umanità corrispondono. Dunque, propriamente vi è una certa distanza tra persone che provano a vivere la loro spiritualità e persone che si illudono di trovare le risposte altrove. Nelle religioni, per esempio, quando sono intese come ideologie o strumenti di potere.

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Distrazione


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La sola cosa che ci consoli delle nostre miserie è la distrazione; tuttavia, è la più grande di tutte, perché essa soprattutto c’impedisce di pensare a noi stessi e fa che ci perdiamo insensibilmente. Senza di lei, saremmo nella noia; e questa ci spingerebbe a cercare un mezzo più sicuro per uscirne. Mentre la distrazione ci svaga, e ci fa giungere alla morte senza che ce ne avvediamo. (B. Pascal, Pensieri, fr. 366)

Abilissimi a cercare distrazioni. Disposti a tutto. Cosa rimarrebbe della trama della nostra quotidiana senza le consuete distrazioni? Pagheremmo qualsiasi cifra. Venderemmo all’ingrosso brani della nostra anima.

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Non dire le cose. Essere le cose!


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Il male non esiste. Né il bene. In sé nessun bene, nessun male. Solo attenzione o disattenzione. Ascolto, non ascolto. La sofferenza prende corpo là dove, sopraffatti dal brusio incessante della propria mente, non prestiamo ascolto all’altro, non ne distinguiamo la voce, non ne sentiamo l’indistinta essenza.

Ecco, in verità il male prima d’esser ignoranza è disattenzione.

Se la mente è nelle cose, se la mente è le cose, se io sono l’altro, chi potrebbe uguagliarmi in beatitudine?

Amore non è amore. Per questo è Amore.

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Nell’attimo


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Nell’attimo presente cogliere, volendolo senza volerlo, la sottile linea rossa dell’eterno. Come si apre una finestra. Per non esser più. Perché all’Intero ci si è dati. Con lo sguardo. Per quest’attimo.

(Chico Xavier Pilado)

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L’aspetto della realtà


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[foto: https://animapunk2.wordpress.com/2012/02/21/riflessi-della-realta/]
“La Realtà non ha alcun proprio aspetto definito; si rivela conformemente alle cose. La Saggezza non ha alcuna propria conoscenza definita; si illumina in risposta alle situazioni. Guarda! Il verde bambù è così serenamente verde; il fiore giallo è così intensamente giallo! Prendi qualsiasi cosa vuoi, e guarda! In ogni piccola cosa ESSO si manifesta così apertamente.”
Hung Chih Cheng (1091–1157) maestro cinese Chan
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Purifica la tua mente (Han Shan)


 

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La vera natura è pura e profonda,
Come acqua quieta e limpida.
Se è agitata dall’amore e dall’odio,
Sorgono onde di passioni.
E continuando così,
Renderanno torbida la natura del sé;
Gli affanni e l’ignoranza
Aumenteranno a tua insaputa.

Quando il sé si aggrappa all’altro,
È come gettare fango nell’acqua.
Se il sé è mosso dall’altro,
È come se si versasse olio sul fuoco.
Anche se i fenomeni esterni sono caos, il Sé è vero.
Quando il caos è considerato reale, nasce l’ego.
Se l’ego cessa di levarsi,
Anche le passioni, bruciate per eoni di tempo, si congelano.

Perciò un uomo saggio
Abbandona sempre il suo ego.
Se non vi è un ego,
Come potranno i fenomeni esterni essere un ostacolo?
L’abbandono dell’ego
Conduce all’elasticità.
Quando le passioni compaiono,
Le riconosci immediatamente.

La vigilanza porta alla consapevolezza;
Nell’istante in cui si vigila un pensiero,
Ogni traccia è spazzata via.
Subito sarai limpido e sereno,
In questa immobilità serena e pura,
Solo e sovrano tu godrai
L’armonia più perfetta,
Che nessuna cosa esteriore può eguagliare.

http://www.lameditazionecomevia.it/purificalatuamente.htm

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Una sola strada al mondo: la tua


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«Qual è la strada da seguire?» – chiese il giovane monaco al maestro.

«Non seguire me. Seguiti. Questo è l’insegnamento da praticare.»

Una strada non vale l’altra. In ogni passo percepito, immensità.

(C.X. Pilado)

 

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L’unico gesto di ribellione possibile


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L’unico antidoto efficace contro il sistema creato intorno all’homo oeconomicus è la costruzione fattiva di comunità solidali, ovvero il respingimento del mercato dalla sfera superiore dell’umano, dai sentimenti, dal vissuto interiore, dai bisogni affettivi e relazionali, dall’amore. Questo è l’unico vero gesto di ribellione oggi possibile. Gesù che scaccia i mercanti dal tempio: la propria interiorità. Per amore. […]

L’unica rivoluzione possibile consiste nell’amore, ovvero nell’insopprimibile tensione a trasformare la societas in communitas, il comprare in atto di solidarietà, la merce in carne e sentire. (C.X. Pilado, Resistere per amore)