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Basta con le classi pollaio!


Ormai la richiesta è inter-specie! Manca solo quella della politica…

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Nonostante covid, il dividendo per le classi prime, il prossimo anno, rimarrà fermo a 27! I cittadini devono averne contezza


https://www.miur.gov.it/formazione-classi

Il dividendo per formare prime classi negli istituti superiori rimarrà anche per il prossimo a.s. 27. Avete capito bene: minimo 27 alunni per classe, salvo deroghe per la presenza di studenti disabili. Il che vuol dire, ad esempio, che in presenza di 34 iscritti nel nostro liceo classico potremo formare una sola classe di 27 studenti (e spicci?) mentre gli altri saranno invitati a cambiare corso o a cambiare scuola. Si sarebbero potute fare due classi di 17-18 studenti (che con eventuali ripetenti sarebbero arrivate a 19-20). Non proprio l’ideale (in altri paesi, la tanto celebrata, a chiacchiere, Finlandia – lì non si danno compiti! – la media è di 12-15 studenti – rimangono a scuola tutto il giorno, sono seguitissimi, lo credo che non c’è bisogno di dare tanti compiti a casa!), ma insomma… E poi gli “idiotes” (menti privatistiche) ministeriali ci parlano di didattica personalizzata, di recupero delle competenze, del prolungamento dell’a.s… Vi rendete conto? Basta un po’ di matematica, di quella che si fa alle elementari… Ecco. Pensate, inoltre, al disagio, soprattutto in epoca di covid, del dover far viaggiare un ragazzino/una ragazzina di 14 anni da Bracciano a Roma. Mezzi sovraffollati, meno ore di studio, un ambiente totalmente nuovo, ecc. Questo comporterà anche un taglio di posti di lavoro nella nostra scuola, con colleghi, magari non più giovanissimi, costretti a viaggiare e/o a coprire spezzoni di cattedra su due o più scuole. Se nemmeno covid con tutta la retorica fatta sulla pelle della gente, degli studenti, delle famiglie, dei lavoratori della scuola, retorica che, a questo punto non esito a definire “propaganda” (non le decisioni politiche, discutibili in democrazia, ma il mare di notizie approssimative o di vere e proprie falsità che ogni giorno si riversa sul mondo della scuola), è servito a far abbassare il dividendo famigerato di gelminiana memoria, ebbene, non si faccia finta di niente: la campana a morte della scuola pubblica è suonata da anni e questi sono gli ultimi rintocchi. I soldi, se ci sono, vanno spesi per diminuire il numero di studenti per classe e per migliorare gli ambienti di lavoro. Banchi a rotelle, entrate scaglionate, turnazioni, corsi su corsi, burocrazie aggiuntive equivalgono a cerotti messi a casaccio su un corpo divorato dal cancro…. Senza considerare un’ulteriore dolorosa beffa: ai miei studenti devo pure prenderli per il sedere facendo finta di insegnare loro a parole quei valori civici che nei fatti, complice me nolente di scelte dissennate, debbo quotidianamente negare come servitore pubblico.

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Noi insegnanti, “fannulloni” e “codardi”, “mangiapane-a-tradimento” (DAD o non DAD: questo è il problema!)


Questo è l’andamento del canale youtube che ho cominciato ad utilizzare dall’inizio della pandemia in DAD, in DDI, a supporto della didattica in presenza. Sotto, l’andamento delle visualizzazioni relative al mio blog, che utilizzo da più di un lustro sempre a supporto della didattica, con o senza pandemia o DAD (o altre mostruosità del genere). Il tutto è completamente gratuito per lo studente e per navigante. I mezzi con cui realizzo il lavoro sono a carico del sottoscritto. Tutto questo materiale all’istituzione non è costato una lira. A me è costato migliaia di ore di lavoro. Non sono in grado di conteggiarle. Mi sembrerebbe anche ridicolo farlo. È il mio lavoro ed è al servizio della comunità. Sono un servitore pubblico e ne sono onorato. Ho scelto di fare della filosofia e dell’insegnamento della filosofia (e della storia) la mia vita e, dunque, eccomi qua. Filosofia è dialogo e relazione. Ragione ed empatia. Io insegno anche con il corpo e con gli occhi e amo muovermi sul palcoscenico (sovente gelido d’inverno e torrido d’estate) delle aule del nostro istituto. Con i ragazzi ci parlo. Di tutto. Di vita, d’amore, di amicizia, di politica, di economia, di legge, di come si sta al mondo, del fatto che dobbiamo morire. Tutti quanti. Quando non posso farlo in presenza, uso altri mezzi. Tutto qui.

Ce ne sono moltissimi altri come me. Moltissimi colleghi che ho avuto il piacere di incrociare in venti anni di insegnamento e ai quali ho affidato anche la formazione di mia figlia.

Insomma, faccio parte di quella schiera di “fannulloni” e di “codardi”, di “mangiapane-a-tradimento” che infesta la scuola pubblica italiana.

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Franco Cardini – Ci cambierà il coronavirus?


In mezzo a tanta farneticante ottusità una voce che invita a ragionare in maniera pacatamente critica – Blog del prof. Cardini https://www.francocardini.it/
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Scuola, riforma, tecnologie


Intervista al prof. Francesco Dipalo a cura della dott.ssa Giulia Fagioli (03/2016)
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Dal principio di tolleranza di Locke alla Costituzione italiana


Audio-lezione di filosofia e Cittadinanza e Costituzione per le classi quarte dei licei – Locke, laicità, tolleranza, cristianesimo, Costituzione –PresentazioneTesto a fronte italiano/inglese

Dalla Lettera sulla tolleranza alla Costituzione italiana

Art. 3

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

Art. 19

Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume.

Art. 21

Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.

Art. 7

Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani. I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi Le modificazioni dei Patti, accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale.

Art. 8

Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge. Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano. I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze

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Ignazio Vian, Boves, la Resistenza… il nostro liceo


La storia del capitano Ignazio Vian nel contesto delle vicende della Resistenza. Alla figura di Ignazio Vian è intitolato il nostro liceo a Bracciano. Presentazione a cura di: Sofia Agrestini, Cristina Annibale (video-editing), Gaia Pietrelli, Sara Polizzano, Elisa Pompili, Elsa Rallo e Chiara Verbigrazia (5X a.s. 2019-2020)
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25 aprile: ricordiamo Ignazio Vian


La figura di Ignazio Vian, umanista, maestro, ufficiale dell’esercito, comandante della Resistenza in quel di Boves, sia di ispirazione per tutti noi, docenti, studenti, cittadini italiani. Il suo coraggio, la sua integrità morale, la sua drammatica, profondissima umanità ne fanno un esempio da imitare e da additare alle generazioni di italiani che verranno. Così egli ha saputo morire, a testa alta, per quell’ideale di patria, libera, giusta, democratica, che, per chi sa vedere, risplende ancor oggi radioso sulle nuvolaglie dell’ignoranza, della grettezza rancorosa, della pochezza morale.

Ignazio Vian fu ucciso dai tedeschi nel tardo pomeriggio del 22 luglio 1944 a Torino. Un sacerdote, che, incurante del rischio nel quale si metteva trasgredendo a ordini perentori, riuscì a salire all’ultimo momento sull’autocarro che lo conduceva dalle Carceri Nuove al luogo del supplizio insieme a cinque altri compagni di pena, poté avvicinarlo in quei momenti supremi e rimase colpito dalla sua forza d’animo e dal fervore di fede con il quale accolse l’invito a offrire cristianamente la sua vita. Senti il desiderio di conoscerne il nome; ma non potendo parlargli in segreto, per la presenza dei soldati di scorta, giudicò imprudente il chiederglielo apertamente; gli altri condannati sussurrarono che era un capitano.Lo avevano portato fino a l’autocarro dal «Braccio tedesco» delle carceri pallido e stremato per le torture, che aveva subite durante la prigionia e per il recente dissanguamento. Per tutto il viaggio nella città restò assorto e silenzioso, il volto eretto, lo sguardo fisso davanti a sé. Vicino a lui un giovane continuava a lamentarsi e a invocare la mamma. All’inizio di corso Vinzaglio sotto il primo alberto a destra, dove ora è stato eretto un cippo, che i torinesi non lasciano mai senza fiori, i tedeschi avevano innalzate le loro forche. Qui si arrestò l’autocarro nel cerchio formato da autoblinde e carri armati. Al di là di questo schieramento una folla silenziosa sospinta fin lì dai Tedeschi e costretta a sostare perché il castigo fosse esemplare. Quattro prigionieri furono fatti scendere dall’autocarro: le manette e le catenelle con le quali erano insieme legati ostacolavano i loro movimenti. Ignazio si mosse per primo. Liberati dai ferri, i condannati vennero fatti salire su di un altro autocarro, che attendeva con le sponde abbassate sotto i capestri. Poiché il giovane continuava pietosamente a lamentarsi, chiedendo grazia, uno dei tedeschi gli si avvicinò. «Sono innocente», disse il giovane, «la mia mamma resterà sola, senza aiuto, senza appoggio». Non si comprese la risposta del tedesco; si udirono invece le spietate parole di scherno di un ufficiale italiano della formazione al servizio dei tedeschi. Infilato anche al giovane condannato il capestro, l’autocarro venne messo in moto mentre quattro soldati spingevano nel vuoto le vittime. La loro morte fu quasi istantanea. Il sacerdote raggiunse gli altri due condannati, i quali poco distante, attendevano di essere condotti a morire in un altro luogo della città . Un allarme aereo sopravvenne a disperdere i militari e la folla; i corpi degli uccisi rimasero appesi alla forca fino a notte, quando cessò l’incursione.Cosi cadeva, a ventisei anni, Ignazio Vian. Il laccio che lo spense non impedì che si udisse chiaramente il suo grido: «Viva l’Italia»; vicino fece eco l’ultima invocazione del giovane alla sua mamma. Cosi cadeva davanti a una folla atterrita, che non conosceva il suo nome, né la sua condizione di soldato, ma non era ignara del significato e del valore del suo sacrificio.

(V.E. Giuntella, Ignazio Vian, il difensore di Boves)

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Il virus, da un punto di vista filosofico


Sottopongo alla vostra attenzione il lucidissimo contributo dell’amico Neri Pollastri.

Buona lettura!

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Pandemia da coronavirus: alcuni spunti di riflessione “spinoziani” (e non solo)


Contributo al flashmob filosofico lanciato da Orlando Franceschelli il 16 marzo 2020

A margine dell’articolo trovate gli interventi degli studenti della 4X liceo classico “Ignazio Vian” Bracciano. Un esempio di come si possa fare, nonostante tutto, pratica filosofica a distanza, lavorando in maniera comunitaria, interrogando e lasciandosi interrogare dai filosofi a proposito della situazione che stiamo tutti vivendo.
«L’arte di vivere [la filosofia] ha come materia la vita di ciascuno». (Epitteto, Diatribe, I, 15, 2)

1.

I virus accompagnano l’umanità sin dalla sua comparsa sul pianeta. Come molte altre forme di vita i virus funzionano in maniera parassitaria: per sopravvivere hanno bisogno di un organismo ospite. Dato che l’organismo ospite può soccombere, le loro chance di riproduzione – dunque di sopravvivenza – si fondano sulla “contagiosità”, ovvero sulla più o meno elevata capacità di trasmettersi da un soggetto all’altro. La “virulenza” di un agente patogeno è manifestazione della sua “potenza vitale”, che si esprime, altresì, attraverso la sua “adattabilità” a condizioni differenti. Da qui, le mutazioni adattive cui è soggetto e la possibilità di veicolarsi anche tra specie diverse: da uomo ad animale, da animale a uomo.

2.

I virus agiscono secondo cause naturali di tipo meccanico-efficiente coerenti alle leggi della biologia, non a logiche sovrannaturali né a finalità ulteriori: né “Dio”, né la “Natura” (o altre ipostatizzazioni del genere) mirano ad uno scopo di breve o lungo termine. Non mandano segnali o messaggi correttivi, educativi, punitivi, di conversione, salvazione, ecc. Più in generale, possiamo affermare che le cose sono come sono in base a precisi nessi di causa ed effetto, ovvero si producono per successione di accadimenti.

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Virus, madre natura e stoltezza umana: che significa vincere la guerra contro l’attuale pandemia? Per un flashmob filosofico


Che l’umanità sappia affrontare con coraggio, determinazione e solidarietà anche le prove più impegnative della vita e della storia, è noto. E lo confermano anche i flashmob con cui gli italiani manifestano la propria reazione contro l’attuale epidemia e la loro gratitudine per ricercatori, medici, infermieri, volontari che in questa lotta comune si trovano in prima linea. Di questa nostra capacità di re-agire – o resilienza – specialmente in questi giorni e del tutto comprensibilmente si sente parlare anche con accenti bellici: siamo in guerra contro un nemico invisibile e nessuno deve disertare. Come invece fanno sempre coloro che, con maggiore o minore cinismo, persino delle più gravi calamità cercano soltanto di capire come sfruttarle al meglio per i propri fini egoistici: economici, politici, di vanitosa notorietà. Ma lasciamo pure al loro mestiere i parassiti della sofferenza. È a coloro che sono solidali con quanti sono maggiormente provati da questa epidemia che vorrei fare una modestissima proposta, nella speranza che non suoni eccessivamente strana.

L’auspicio che spesso e giustamente si sente in questi giorni è che dalla ‘guerra’ contro l’attuale pandemia si possa uscire non solo quanto prima, ma anche migliorati. E proprio qui il punto: cosa significa vincere la guerra contro il virus e migliorare noi stessi? Indubbiamente significa contenere e alla fine sconfiggere la pandemia. Ma non dovrebbe significare anche accrescere la nostra critica consapevolezza di come dovremo comportarci in futuro per non ritrovarci di nuovo in simili situazioni? Dobbiamo vincere per poter ricominciare tutto come prima?

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Quale democrazia oggi?


Francesco Dipalo

Capitolo 1

Tra democrazia antica e moderna: alcune considerazioni preliminari

Posizione filosofica del problema.

Parlare di politica in senso filosofico significa parlare, alla fine, di visioni del mondo socialmente costituite e date. Oggetto specifico delle differenti visioni sono le giuste modalità dello stare insieme al mondo. Come dire, ci si mette in relazione in un certo modo, ci si danno determinate norme ed istituzioni perché si crede, con maggiore o minore consapevolezza e convinzione, ad un determinato principio o ad una rete di principi che dovrebbero giustificare e sostenere la sensatezza delle strutture esistenti o, altrimenti, suggerirne di nuove che fungano da meta per un cambiamento possibile. Da qui i due poli di oscillazione della riflessione filosofico-politica: quello realistico (la cosiddetta Realpolitik) e quello utopistico (utòpia è il “non-luogo” del possibile, di ciò che “non-è-ancora-reale” ma può diventarlo). In mezzo, muggente, c’è l’immenso oceano della fattualità storica, che può essere solcato in molte direzioni divergenti e, spesso, contraddittorie. Fermo restando che la prospettiva in cui si sostanzia l’atto dell’interpretare giudicando, è e sarà sempre – come ammonisce Giovanni Gentile (1875-1944) – quella del presente.

La questione di cosa sia democrazia, naturalmente, non sfugge a questo prolegomeno. Anzi. Sembrerebbe che, dal nostro attuale punto di vista, parlare di politica e parlare di democrazia siano in effetti due modi di dire la stessa cosa. Dato che l’intero orizzonte dell’opinione pubblica, nonché del pensiero contemporaneo, come vedremo, è occupato da questa sorta di totem. L’unica alternativa alla democrazia parrebbe rappresentata dalla sua negazione, che, in termini perlopiù manichei, costituisce una strada non percorribile da un paese che vuol dirsi civile e dalla quale può esser finanche opportuno, in taluni casi, per ragioni “pedagogiche” ed “umanitarie”, tirar via chi si ostinasse ad andar controcorrente. Se la voce “democrazia” suona bene – ad essa ci vien istintivo associare una, per quanto vaga, connotazione etico-valoriale – “dittatura”, “totalitarismo”, “autoritarismo” suonano stridenti.

Ma che cos’è esattamente democrazia? Esiste un modello ideale di democrazia al quale rifarsi per valutare la “democraticità” di questo o quel sistema politico? In caso affermativo, si tratta di un concetto specifico oppure di un genere aperto e polisemantico? Porsi sino in fondo tali questioni è assumere un atteggiamento filosofico. Che le risposte siano o meno esaustive o convincano i più, è, tutto sommato, meno importante dell’atto concreto del domandarsi. Perché reiterando tale pratica in comunità si intacca il nocciolo duro dei pregiudizi, di cui ognuno è vittima, si dissipano le nebbie dell’ovvietà, dietro le quali, spesse volte, si celano gli inganni di certo potere, si decostruiscono strutture mentali consolidate, liberando le forze, intellettuali ed emotive, che favoriscono il continuo passaggio dal possibile al reale attraverso il progettarsi. La politica, del resto, è disciplina eminentemente pratica: partendo dall’osservazione della realtà umana nel presente, tenendo conto delle esperienze passate, elabora strategie comportamentali per il futuro. Secondo Aristotele essa ha come oggetto il bene della pòlis, cioè della comunità cittadina. Ma il bene, va da sé, non lo si può semplicemente contemplare, né afferrare o sezionare: bisogna imparare e accostumarsi a farlo.

Non si tratta, dunque, di una questione personale. “Politico” si contrappone ad “idiota” (dal greco idìon, “privato”): è in gioco la definizione di una prassi tendenzialmente universale o universalizzabile. O, detto altrimenti, non è in questione il “mio” o il “tuo” bene, bensì il “nostro”. Se vale per me, allora vale anche per te. Questo dovrebbe essere il modo corretto di affrontare il discorso politico in senso filosofico. Ma questo è anche il motivo, inconscio, per cui tanto ci si infervora nel dibattere di politica: lo sconfinamento nell’altrui sfera è sempre dietro l’angolo. E se la ragione, propriamente usata, tende all’universale, il cuore, la sostanza istintuale ed emozionale di cui ciascun io è impastato, è incline a difendere il particolare, a marcare il proprio territorio. Questione di potenza.

In ultimo, ci si appresta ad abitare lo spazio socio-politico – ambiente umano per eccellenza, in quanto, come afferma Hannah Arendt (1906-1975), luogo di azione dialogica e simbolica – in base alla concezione del mondo nella quale, da esseri storicizzati, ci si riconosce, ricca o povera che sia. Ecco perché, come ben messo in luce da Baruch Spinoza (1632-1677), la politica ha a che fare con la metafisica (e dunque con la teologia) più di quanto comunemente si pensi. Ieri come oggi. È mia convinzione che il concetto di democrazia, tipico del nostro tempo, non sfugga a questa impostazione di fondo.

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Pensierino di Natale


Voi inorridite perché noi vogliamo eliminare la proprietà privata. Ma nella vostra società esistente la proprietà privata è abolita per i nove decimi dei suoi membri; anzi, essa esiste proprio in quanto non esiste per quei nove decimi.
Voi ci rimproverate dunque di voler abolire una proprietà che ha per condizione necessaria la mancanza di proprietà per la stragrande maggioranza della popolazione.
In una parola, voi ci accusate di voler abolire la vostra proprietà. È proprio quello che vogliamo.
(K. Marx, F. Engels, Il Manifesto del partito Comunista, 1848)

La disuguaglianza economica comprende la disparità nella distribuzione del patrimonio economico e del reddito tra gli individui di una popolazione. Essa è variata e varia in base ai periodi storici e alle condizioni e fattori che possono influenzarla, come guerre o carestie.
Dalle analisi svolte si può osservare che:
• l’1% della popolazione possiede oltre il 48% della ricchezza mondiale;
• il 19% possiede ricchezza per il 46,5% del totale;
• l’ 80% della popolazione mondiale si divide il restante 5,5% delle risorse.
Tra questi ultimi circa 1 miliardo di persone vivono con 1,25$ al giorno, mentre altri 800.000 persone vivono nella totale indigenza (ovvero soffrono la fame). Tra questi ci sono le oltre 24.000 persone che muoiono ogni giorno per carenza di cibo. Fra quell’1% della popolazione che vive nell’agiatezza vi sono 85 individui che possiedono risorse quanto i 3,5 miliardi di persone più povere. Questo significa che da cinque anni ad oggi la ricchezza è andata concentrandosi nelle tasche di un sempre più esiguo numero di persone.
Secondo un altro rapporto pubblicato dall’ONG Oxfam, le otto persone più ricche del mondo possiedono tanta ricchezza quanto la metà più povera della popolazione.
[Fonte: https://www.festascienzafilosofia.it/2018/02/distribuzione-della-ricchezza-nel-mondo/ ]

http://www.globalrichlist.com/
Per calcolare quanto vale il tuo reddito rispetto al resto del mondo.

Pubblicato in: istantanee, politica mente, pratica filosofica

Rifiuti, isolamento, infelicità


Finché non torneremo a renderci profondamente conto che quel che ci tiene in vita, quel che noi chiamiamo “vita” è identico a ciò che tiene in vita gli alberi, l’erba, i fiori, gli insetti, non libereremo noi stessi e il mondo dal fardello di sofferenza indotta dalla nostra mente.
Usiamo il verbo “tornare” a tale consapevolezza perché essa era presente a tutte le civiltà antiche. Questo finché il rapporto con la madre-terra non è stato reciso dall’iperfetazione della dimensione tecnico-concettuale. Imparando a pensare per concetti astratti abbiamo disimparato a sentire. Imparando a costruire “cose utili” per facilitarci la vita, abbiamo finito con il “cosalizzare” il mondo intero. Questa è l’esperienza “normale” – se così si può definire – di quella parte di umanità che vive immersa nell’ “artificiale”. Dunque, con “tornare” intendiamo “tornare alla conoscenza di se stessi”, a ri-scoprire il cordone ombelicale che ci unisce alla terra e al Tutto.
“Sofferenza” e “infelicità” sono stati psico-fisici diversi. Si può soffrire senza necessariamente sentirsi infelici. O piuttosto essere infelici senza patire, al momento presente, alcuna sofferenza. La sofferenza, entro certi limiti, è connaturata a qualsivoglia esperienza umana. E su di essa le nostre decisioni, la nostra consapevolezza può ben poco. Non c’è piacere senza dolore, né gioia senza tristezza, né salute senza malattia. Con l’infelicità, invece, possiamo (provare a) confrontarci. La sua radice più profonda si chiama “isolamento”, “disconnessione”. Infelicità è lo stato mentale che ci fa credere – illusoriamente – di essere separati dal Tutto reale e naturale cui apparteniamo. L’infelicità umana è un elemento essenziale dell’attuale crisi ambientale. Non la tecnologia in sé, ma l’uso disarmonico e irrispettoso che un’umanità dolente ne fa. L’isolamento genera altro isolamento, lascia “sfiorire” la natura intorno a noi, sopprime, nel sofferente, l’esigenza di “reciprocità curativa” che dovrebbe contraddistingue l’umano “pastore dell’Essere”, per usare una celebre definizione di Heidegger.

(Chico Xavier Pilado)

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Prof: “tre mesi di ferie”, “18 ore di lavoro” e altri luoghi comuni: non ne usciremo finché…


Leggo il solito articolo dal titolo Il Lavoro Sommerso degli Insegnanti Vale Almeno 800 Euro al Mese.

Sono vent’anni che ci ripetiamo le stesse cose. I pregiudizi dei più sono infondati, d’accordo. È pur vero che il sommerso lo si fa – chi più chi meno – su base volontaria, o con quattro soldi di compenso. E comunque “non si vede”. Col risultato, noto a tutti gli addetti ai lavori, che anche a scuola vige la regola non scritta dei “furbi” e dei “fessi”. Chi non vuole fare niente, di fatto, a parte la mera presenza fisica a scuola e le demenziali “burocazzate”, davvero, è lasciato libero di non fare niente (anche perché, spesso, non sa fare niente o non può fare niente per oggettive condizioni anagrafiche, psico-fisiche, di salute: per esempio, venite voi, a sessant’anni suonati, a lavorare in una classe delle elementari con 25-30 bambini scatenati, un handicap, tre DSA, due BES, ecc.). Lo chiameremo “furbo”? Di fatto, “fur” ladro di tempo e di energie, il suddetto ruba – magari senza volerlo o esserne consapevole – alla comunità tutta e anche a noi, anzi soprattutto a noi, i “fessi”, che oltre al surplus di lavoro “invisibile” ai più, dobbiamo accollarci tutte le criticità del sistema, nonché le contumelie della “clientela” (la cittadinanza si è quasi del tutto estinta). Per non parlare dei “succhiatori di energie”, gli incompetenti relazionali e i professional-autistici, i “signor-no”, pronti a prendere la parola quando si tratta di criticare astrattamente il “sistema”, ma poi sempiternamente assenti quando si tratta di assumersi uno straccio di responsabilità o dare una mano ai colleghi (per non parlare degli studenti loro affidati). Questi – e molti altri che non ho il tempo di descrivere – sono i tipi “sociali o sociopatici” che conosciamo o abbiamo conosciuto tutti. Ebbene, un discorso è collegato all’altro. Perché, purtroppo, noi umani siamo più portati – credo per ragioni culturali e antropologiche – a notare quel che non va, piuttosto che tutto quello che, invece e nonostante tutto, funziona. Così, gli studenti e le famiglie lanceranno improperi, generalizzando, contro l’istituzione in sé – il liceo Pinco Pallino, per esempio – ma si dimenticheranno di riconoscere a Cesare quel che è di Cesare. La questione è eminentemente politica. Finché non si introdurranno percorsi formativi seri per selezionare i nuovi insegnanti, ispezioni per valutare il lavoro di quelli in servizio, scatti di carriera basati sul merito e sul curriculum e valutati da una commissione più o meno imparziale – magari convocata su richiesta del docente che vorrebbe fare uno scatto di carriera, come in Francia – non ne usciremo. Non è possibile, per esempio, che una figura quadro, un vice-dirigente (in assenza del DS di ruolo, molti di noi sanno bene) abbia tassati al 38% o al 41% quei quattro soldi in più che prende. Non è possibile che il lavoro di un coordinatore di classe, alla fine dell’anno, equivalga al costo di una cena in famiglia in un ristorante di seconda (o terza) categoria – o piuttosto a qualche bolletta TIM, che paghiamo anche per poter lavorare da casa collegati 24 h con il registro elettronico. Non lo faranno perché a loro non conviene. La scuola pubblica va semplicemente lasciata a marcire nel suo limo fangoso. In attesa che il privato le si affianchi per cause di forza maggiore (come è avvenuto o sta avvenendo con la sanità pubblica). Tutto qui. Chi non vede questo è semplicemente cieco. È la storia degli ultimi venti anni… Quando si tratta di difendere le istituzioni pubbliche, non dico l’estinta “sinistra”, ma la sedicente “destra sociale” (quella delle barricate nelle periferie contro gli immigrati, per capirci) dov’è? La distruzione del welfare procede a piccoli ma infallibili passi da più di un quarto di secolo, in maniera coerente, sottile, al di là dei discorsi propagandisti, dei cambi di governo, dei colori, neri rossi gialli verdi… Diremo con Hegel che si tratta dello Spirito dei tempi?