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Niente discussione in Parlamento: sulla scuola gli oligarchi “de noantri” tirano dritto


In Parlamento, tanto per cambiare, sulla scuola non si discute. Il governo dei “migliori”, i “kallipolisti” di questa tragica distopia in cui si è convertita la fu Repubblica democratica fondata sul Lavoro e sulla sovranità popolare, pongono la fiducia. La medesima procedura degli ultimi anni. È urgente portare a casa il risultato, whatever it takes. Del welfare non deve rimanere pietra su pietra. Siamo in guerra da molto tempo ormai. Forse è giunto il momento di prenderne coscienza. Non siamo in guerra contro l’ISIS, non siamo in guerra contro il virus, non siamo in guerra contro i no-vax, non siamo in guerra contro Putin. L’unica vera guerra che ci riguarda da vicino è quella che il grande capitale internazionale con il suo stuolo di oligarchi locali, di camerieri massmediatici e di servi inconsapevoli ha scatenato contro la gente, ridotta a liquido conglomerato di individui. Non si fermeranno finché la misura, la loro, non sarà colma della nostra vuotezza.
Chico Xavier Pilado

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Il capitalismo della sorveglianza: dalla pandemia alla guerra in Ucraina – Giorgio Bianchi


Governare con il terrore. Propaganda e potere nell’epoca dell’informazione globalizzata: Grazie alle narrazioni autocertificate e diffuse attraverso i social network, assistiamo oggi a un perenne stato di eccezione che induce i cittadini a cedere sempre maggiori porzioni di garanzie costituzionali in cambio di un astratto concetto di sicurezza che si presume possa essere garantito solo da provvedimenti con una marcata impronta autoritaria. “Governare con il terrore” analizza le tecniche utilizzate dalle “cupole oligarchiche” e dai complessi militari, industriali e politici al fine di perpetuare nel tempo il controllo sulle masse in quella che può essere definita l’era della post-verità. Partendo dalle teorie di Hobbes, l’opera mostra come il potere si sia impossessato del monopolio dei mezzi di comunicazione e come stia utilizzando le parole per costruire un’immagine di mondo che giustifichi la progressiva reimpostazione delle società secondo un nuovo paradigma, quello del capitalismo della sorveglianza.

Chi è Giorgio Bianchi? Si veda https://www.giorgiobianchiphotojournalist.com/about-giorgio-bianchi-photojournlist/

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Time out per la scuola pubblica


Sette anni fa l’ultimo sciopero unitario e relativa manifestazione di piazza degna di nota. Peraltro inconcludente. Era l’epoca della vergognosa “riforma Renzi” passata in maniera quasi integrale con gli effetti che conosciamo bene. La distruzione progressiva della scuola pubblica in direzione dell’attuale sistema buro-tecno-aziendalista è proceduta innanzi come un rullo compressore, senza incontrare ostacoli di sorta.
Con il mondo della scuola e la classe docente in particolare si sono utilizzate, a mo’ di sperimentazione, armi che abbiamo visto all’opera in maniera ancor più marcata e parossistica in questi ultimi due anni di infame gestione psico-politica della pandemia (ed ora della guerra non dichiarata ma effettiva): propaganda a reti unificate, su TV generaliste, stampa e, soprattutto, social, finalizzata alla denigrazione e allo svilimento della classe e della professione docente (il tormentone dei tre mesi di ferie e delle diciotto ore di lavoro e altre amenità del genere ripetute goebelsianamente fino alla nausea), alternata al mantra di ridicole blandizie o vuote promesse gettate in pasto ai futuri “elettori” al momento dell’insediamento di questo o quel ministro (ma ormai anche le “elezioni” si sono ridotte a farsa saramaghiana); nuove funzioni, incarichi e compiti aggiuntivi introdotti surrettiziamente a colpi di decreti-legge e di circolari ministeriali al grido “l’Europa lo vuole!” (leggi: la fondazione Agnelli lo vuole!), ovviamente a costo zero per la PA, quindi non retribuiti o retribuiti con mancette da garzone di bottega, a scapito dell’essenza della scuola ovvero la didattica e lo studio; il tutto accompagnato da inani carichi di ridondate, onnipervasiva burocrazia. Le piaghe aperte, purulente, del nostro sistema scolastico sono state lasciate lì a trasudare pus: edifici cadenti o bombardati, strutture laboratoriali insufficienti, classi-pollaio (da 30 e più studenti, nonostante il calo delle nascite), percorsi di formazione e di inserimento nel mondo del lavoro demenziali, tortuosi, liquidi, all’insegna della privatizzazione delle strutture pre-concorsuali e della formazione, vere e proprie “mazzette” da anticipare per poter avere un posto a tempo indeterminato (almeno una volta la tangente da pagare per superare un concorso pubblico, pur cospicua, era una tantum).
Nel frattempo, le istituzioni della Repubblica fondata sul Lavoro, sfruttavano (e sfruttano) il lavoro di decine di migliaia di precari… al punto che ora il MI non ha più fondi per risarcire gli autori delle cause passate in giudicato.
Ora, mentre il rinnovo del contratto scaduto nel 2018 langue (la nostra è l’unica categoria della PA rimasta senza contratto), l’ineffabile ministro Bianchi ha deciso di approfittare del clima “emergenziale” per dare il colpo di grazia a quel che rimane della scuola pubblica, con una riforma che mira ad introdurre per contratto a costo zero quelle (pseudo)attività aggiuntive non ancora contrattualizzate e ad estendere il calvario della formazione privatistico-oligarchica (e spesso banditescamente gestita) ai docenti in servizio, con la solita inascoltabile litania delle “nuove tecnologie”, dell'”inclusione”, della “resilienza”, ecc.
Che armi abbiamo? A mio avviso, il blocco delle attività aggiuntive, finché sarà possibile, è l’unica strada ancora legalmente percorribile, l’unica in grado di mettere davvero in crisi il sistema buro-tecno-aziendalista della scuola. Nessuno per contratto – ma ancora per poco come si è detto – è obbligato ad assumere incarichi extra (coordinamenti vari, progetti, incarichi, PCTO e altre goliardate a guadagno zero e ad alto impatto psico-burocratico).
Gli scioperi vecchia maniera si sono dimostrati sin qui inutili, un ferrovecchio del secolo scorso. Nelle scuole superiori – diverso, entro certi limiti, il caso di elementari e medie spesso assimilate a luoghi di “baby-sitting” – non creano alcun disagio, anzi sono i benvenuti da parte degli studenti e della PA che risparmia decine di migliaia di euro. A maggior ragione se si tratta di scioperi indetti da pur nobili ma corpuscolari sigle sindacali che viaggiano su una rappresentanza da zero-virgola. L’inazione dei fu grandi sindacati confederali, ridotti oramai a CAF di categoria, è stata sin qui vergognosa, provocando l’emorragia di migliaia di iscritti.
Bloccare gli scrutini è praticamente impossibile in base ad un codice di autoregolamentazione firmato dagli stessi sindacati nel 1999. Dunque, allo stato attuale dei fatti si tratta di una via “meontologica”.
Inutile ripeterlo però. La classe docente non esiste più: si è estinta con la fine del “Secolo Breve”. Il ruolo delle RSU nelle scuole è poco più che farsesco. Fino ad ieri è servito, fondamentalmente, a contrattare la distribuzione delle briciole dei fondi di istituto, cioè a giocare con la classica coperta di Linus. Non c’è più tempo. A maggior ragione, e in linea con quanto registrato sin qui, a mandare avanti le scuole in termini di studio e didattica sostanziale (con o senza LIM: la didattica è una faccenda “umana” non piegabile in senso “trans-umano”) dall’anno prossimo saranno un certo numero di sfigati “old style” con alcuni colleghi impegnanti strenuamente in eterei e snervanti corsi di formazione su pacchetti di “niente” con il miraggio di una mancetta da intascare da qui a tre anni. E a dire che Parmenide, il terribile padre dell’ontologia occidentale, aveva negato che la via del non-essere fosse percorribile…

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Bloccare le attività aggiuntive a scuola contro l’ennesima riforma per decreto


Finalmente un’iniziativa degna di nota. Io vi aderisco ora a maggior ragione, ma è dall’inizio del presente a.s. che ho deciso, unilateralmente, anche a seguito della vergognosa politica di gestione della pandemia nelle scuole, di svolgere soltanto le mansioni previste dal contratto di lavoro (oramai, come sapete, carta straccia). Sono consapevole che probabilmente servirà a poco o a nulla. Molti colleghi continueranno a sostenere il buro-modello di scuola azienda introdotto, goccia a goccia, negli ultimi vent’anni. Ognuno può avere le sue validissime ragioni, tutte degne di rispetto. Così è stato anche per me negli anni passati. Ma ora mi sembra sia l’unica arma concreta che rimanga ancora a nostra disposizione. Tutte le attività a favore della comunità in futuro le svolgerò, come fatto già in passato, a titolo personale e fuori dall’orario di lavoro.

Così scrivevo qualche tempo fa sull’ultimo decreto autocratico di questo governo:
“Domande retoriche che si potrebbero replicare all’infinito a proposito della gran parte dei decreti legge degli ultimi anni… Se non blocchiamo tutte le attività aggiuntive quanto meno dal prossimo a.s., non abbiamo speranza. Non ci sono contro-proposte da fare o nuovi modelli da studiare e riproporre. Il sistema va avanti per conto suo come un rullo compressore da almeno un quarto di secolo. Fino a qualche anno fa, c’era, almeno formalmente, qualche spunto di dialogo. I sindacati sulla carta contavano qualcosa. Ora è tutto finito. O capiamo che si tratta di una guerra dichiarata contro di noi, contro i lavoratori, lo Stato sociale e la Costituzione e ci comportiamo di conseguenza o, altrimenti, tirando a campare, facciamo il loro gioco. Tertium non datur. Spero di sbagliarmi, ovviamente…”
“Inutile scrivere, bisogna unirsi e fare… Sotto questo profilo loro, purtroppo, hanno già vinto. La classe docente, come classe di lavoratori non esiste. Ridotti ad individui, abbiamo dimenticato, disimparato ad essere persone. Non abbiamo bisogno di ulteriori conferme. Ognuno eccepirà in mille modi diversi, chi per effettiva necessità perché senza quei 100 euro in più non paga le bollette (e andrà sempre peggio: la strategia è questa, se ti costringo alla fame sei obbligato a fare corsi, corsetti, progettini, PCTO, ecc.), chi perché crede nel sistema (ed è legittimo che ci creda, per carità), chi per quieto vivere o per indolenza (tanto lo stipendio di docente è un puro complemento ad altre attività più lucrose e poi consente di vivacchiare fregandosene, ecc.), chi perché, giustamente, a pagare sarebbero i ragazzi (ed io in quell’ora posso provare a sabotare il sistema mostrando loro come funzionano le cose, affinché siano loro domani a fare la rivoluzione, ecc.), e via dicendo. Abbiamo consentito alla vergogna innominabile di vedere alcuni colleghi declassati, umiliati, privati della loro dignità professionale per la questione dell’obbligo vaccinale (comunque la si pensi al riguardo, va da sé). Il MIUR il governo hanno bisogno di ulteriori messaggi? I sindacati non esistono più, sono ridotti a CAF per aiutare, pagando, lo smarrito cittadino globale a svolgere le infinite, assurde pratiche burocratiche che ci vengono inflitte. Non esistono partiti politici che tutelino gli interessi di questa o di quella classe di lavoratori. La democrazia è ridotta a pantomima. Che potere di pressione potremmo mai avere a parte la pur nobilissima ma inane resistenza individuale? Questi sono al momento i fatti.”

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La guerra in Ucraina: prospettive geopolitiche e “personalistiche”


https://en.wikipedia.org/wiki/Winter_on_Fire:_Ukraine%27s_Fight_for_Freedom
https://en.wikipedia.org/wiki/Ukraine_on_Fire


Per chi volesse approfondire la conoscenza dei fatti che hanno portato all’attuale guerra in Ucraina consiglio la visione “parallela” di questi due documentari (il primo del 2015, il secondo del 2016) entrambi “di parte”, a maggior ragione se guardati dall’attuale prospettiva di propaganda bellica. Il fatto che fossero “di parte” o “propagandistici” – o che tali siano stati e vengano considerati dalla critica – sta appunto a testimoniare, in maniera inequivocabile, come in conflitto fosse già in atto molti anni fa. Il braccio di ferro della contrapposta propaganda mass-mediatica era decisamente all’opera, con tutte le distorsioni, parzialità, omissioni o palesi menzogne cui assistiamo oggi.
In una prospettiva storica si potrebbe affermare, oso azzardare questa tesi, che il 24 febbraio 2022 altro non sia che un’ulteriore e più drammatica tappa della progressiva escalation bellica (prima “fredda”, poi “tiepida”, ora “calda”) tra il governo USA (con i suoi satelliti NATO) e quello della Federazione russa combattuta in maniera similare alle tante guerre della seconda metà del Novecento, ovvero su un campo di battaglia periferico (anche se, in questo caso, il concetto di “periferico” non vale per la Russia) con intervento delle proprie forze sul campo o, possibilmente, per procura, in modo da non rischiare la guerra termonucleare globale (l’annientamento del pianeta o di una buona parte degli schiavi non conviene nemmeno ai padroni… la mafia insegna).
Si comincia destabilizzando un paese geopoliticamente strategico, ovvero rinfocolando conflitti interni più o meno in atto, fino a provocare una guerra civile. A quel punto si interviene (o direttamente con le proprie truppe o indirettamente con l’invio di armi, istruttori militari e contractors – o con tutti questi escamotage insieme) provocando la distruzione del paese “ospite”. Vedi, per esempio, il caso dell’Afghanistan, invaso nel 1979 dall’URSS e poi nel 2002 dalla NATO. Nei riguardi dei paesi in stato di minorità le grandi potenze con i loro apparati finanziari, industriali, militari e mass-mediatici agiscono alla stregua di metastasi tumorali che infettano le cellule sane dell’organismo a cominciare da quelle più deboli. La guerra in Ucraina, da questo punto di vista, è espressione di una forma di neo-colonialismo imperiale, sia dal lato russo che da quello statunitense, nell’ambito di una partita che ha sullo sfondo equilibri ed interessi geopolitici ben più vasti, in cui gli altri coprotagonisti sono Cina e “Area Euro” (dico “Area Euro” perché l’Europa in senso politico non esiste né, probabilmente, esisterà fintantoché non si doterà di un esercito e di una politica estera indipendente, rinegoziando il proprio ruolo subordinato nella NATO o uscendo dalla NATO stessa).
Il quadro attuale, in termini geopolitici globali, vede – “paradossalmente” dato che è l’esercito russo ad aver invaso il territorio ucraino (il paradosso è apparente: si tratta di spostare l’obiettivo zoomando dentro o fuori l’attuale campo di battaglia ucraino e avanti o indietro nel tempo) – la Federazione russa sulla difensiva con obiettivi chiari e limitati (nonché dichiarati: riconoscimento del Donbass e della Crimea e neutralizzazione dell’Ucraina), consapevole di non essere in grado di colpire al cuore gli interessi e la base geopolitica di potenza USA. Questo è il motivo, tra l’altro, per il quale il governo della Federazione russa invoca minacciosamente lo spettro dell’uso delle armi atomiche (data anche la sproporzione con l’avversario sul piano della capacità di condurre una guerra convenzionale che si protragga troppo nel tempo).
USA e Gran Bretagna mirano, ormai dichiaratamente (ma, insomma, lo si era intuito…) ad una diminutio della potenza russa, lasciando che dissangui le proprie risorse militari ed economiche in quello che si auspica diventi il “pantano Ucraina” o il “Vietnam russo” (o “nuovo Afghanistan” sarebbe più storicamente preciso dire) e/o ad un cambio di regime con la defenestrazione di Putin, magari attraverso una riedizione russa delle tante “rivoluzioni colorate” (vedi l’ “arancione” ucraino del 2004). Un colpo da KO, insomma, che rintroni e metta in difficoltà anche il principale nemico USA a livello globale, ovvero la Cina. Per raggiungere questo obiettivo, però, ammesso che sia possibile, ci vorranno anni, atomica e Cina (nonché BRICS) permettendo. Peraltro, la Russia, come ci insegna la storia, è un osso duro e il suo popolo è decisamente più rotto ai sacrifici e alla sofferenza di quanto non lo siano le plebi occidentali (che i draghisti nostrani vorrebbero, non a caso, sempre più “resilienti”, ovvero in grado di sopportare le gravi privazioni che ci verranno inflitte “per colpa di Putin”, ovviamente).
Date queste premesse, la guerra, purtroppo, è destinata a durare ancora a lungo. La speranza che si può ragionevolmente coltivare è che essa tenda progressivamente a “raffreddarsi”, quantunque ulteriori escalation sembrino dietro l’angolo. Comunque vadano le cose, a pagarne le terribili conseguenze sarà il martoriato popolo ucraino – oramai spaccato in due: non dimentichiamoci che all’interno del conflitto NATO-Governo di Kiev-Russia è in atto da anni una guerra civile dalla quale sarà difficile tornare indietro (vedi il caso della ex-Yugoslavia). In seconda battuta, il peso economico della guerra (“solo” economico, auguriamoci) sarà sopportato dalle plebi europee, a completamento del processo neolib di progressivo smantellamento dei Welfare nazionali iniziato dopo la caduta dell’URSS.
Senza la Russia (e con rapporti da ridefinire rispetto a Cina, India, Sud Africa, paesi mediorientali) le economie dell’Eurozona si troveranno in posizione decisamente ancillare rispetto all’impero del dollaro (a cominciare dal fabbisogno di risorse energetiche). Nostro interesse sarebbe, in un mondo multipolare, poter coltivare, da una posizione di equilibrio geopolitico, buoni rapporti commerciali e culturali sia con la Federazione russa sia con l’anglosfera, (nonché, va da sé, con la Cina), nel rispetto della sicurezza di ciascuna potenza, affrontando insieme le terribili sfide che l’umanità ha dinanzi, la questione climatica ed ambientale, la pressione demografica, il progressivo esaurimento delle risorse energetiche e delle materie prime.
Ma non sarà così. Chi ci governa ha deciso per la guerra.
So che non potremo mai vincerla, ma, ricordatevi, la vera guerra in atto, che dovremmo combattere tutti quanti, non è quella della Russia contro Kiev, bensì quella dei diseredati contro le classi dominanti (mi si passi l’uso di una terminologia “rétro”, non compatibile con la neo-lingua). Le uniche armi che abbiamo sono quelle gandhiane della protesta non-violenta, del boicottaggio, dell’astensione. In primo luogo, però, dovremmo provare a combattere la battaglia per recidere i semi di odio e di rabbia che albergano dentro ciascuno di noi. Meno “individui” e più “persone”. Purtroppo, non me voglia Tolstoj, credo che l’umanità abbia esaurito il tempo a sua disposizione per questo.

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2 maggio 2014: Otto anni fa la strage di Odessa


Tanto per “rinfrescare” un po’ la memoria – peraltro quasi inesistente giacché essa si sviluppa soltanto con lo studio della storia e la valutazione attenta dei documenti – di quanti ritengono che la questione ucraina dati a partire dal 24 febbraio 2022. Quando la stampa nostrana dei fatti d’Ucraina non si interessava né poco né punto e i più a malapena sapevano in che parte del mondo si trovasse. Ora che siamo in guerra si cerca orwellianamente di riscriverne la storia (vedi https://www.lindipendente.online/…/la-strage-di-odessa…/). Niente di nuovo sotto il sole, peraltro (vedi p.e. strage di Katin’).
Ignorare la storia, che è per sua natura “complessa”, amorale, intricata – non è la trama del Signore degli Anelli, in cui il Bene si scontra con il Male – o peggio confonderla con la propaganda, appiattirla sul tempo senza dimensione perseguito dall’idiotismo massmediatico, ci porterà diritti verso un periodo, ahimé lungo, di sofferenze fisiche e morali, di privazioni, di rabbia e di odio che non sperimentavamo dalla metà del secolo scorso. Dio non voglia (quale Dio?) che i nostri figli debbano rivivere sulla loro pelle quello che hanno vissuto i nostri padri. Ricordatevi di che pasta siamo fatti.

Ulteriore documentazione

Council of Europe Office
https://www.coe.int/en/web/kyiv/report-on-investigations-of-odesa-events
Sulla capacità (e sulla volontà) da parte delle autorità del governo ucraino di appurare i fatti di Odessa (2 maggio 2014), questa è la conclusione del Report dell’International Advisory Panel della UE del 4 novembre 2015 (p. 65):
«Conclusion: The Panel considers that substantial progress has not been made in the investigations into the violent events in Odesa on 2 May 2014. While this outcome may be explained to some extent by the contextual challenges, the Panel considers that the deficiencies identified in this Report have undermined the authorities’ ability to establish the circumstances of the Odesa-related crimes and to bring to justice those responsible.»
Per chi volesse visionare l’intero dossier: https://rm.coe.int/CoERMPublicCommonSearchServices/DisplayDCTMContent?documentId=090000168048610f.
Pertanto, liquidare le diverse, alternative interpretazioni degli eventi come mera “propaganda” – sia che “convengano” all’una o all’altra parte in conflitto – è scorretto.
Probabilmente entrambe le versioni sono parziali od omissive. Restano le immagini, difficilmente equivocabili (anche se da contestualizzare) e il fatto che la maggior parte delle vittime, ammazzate in maniera atroce, appartengono alla parte filo-federalista. La verità, ammesso che esista una “verità” appurabile in via definitiva – ma questo vale per la gran parte degli eventi storici (si lavora come in un tribunale, cfr. Dossier della UE), è sempre più complessa e sfaccettata.
Rimangono, ad ogni buon conto, dei fatti inequivocabili: 1) la quasi totale disattenzione o superficialità della stampa e dei media italiani (ed occidentali) intorno alla vicenda (vedi per esempio https://www.huffingtonpost.it/daniele-scalea/strage-odessa-censura_b_5262168.html oppure https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2014/05/04/odessa-ecco-il-video-shock-dellincendio-in-fuga-dalle-finestre-lue-vuole-uninchiesta14.html). Di “censura” ed “insabbiamento” si parla già nel maggio 2014 e mesi successivi; 2) il clima “caldo” di guerra civile che ha insanguinato l’Ucraina da otto anni a questa parte (vedi anche questo servizio del 2017 https://www.youtube.com/watch?v=lwOKMj9IH4w&t=213s).

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Vincere la pace dopo aver vinto la guerra (di propaganda)


A volte i fatti storici emergono dalle nebbie della propaganda solo a decenni (o a secoli) di distanza. Vedi il caso del Massacro di Katyn’ in cui 22.000 ufficiali polacchi vennero sistematicamente e deliberatamente eliminati dai sovietici, facendo poi ricadere la colpa sui nazisti. Si è dovuto attendere il 1989 con la caduta del muro di Berlino perché il massacro fosse effettivamente attribuito al suo vero mandante, Stalin, dal quale, pure, i dirigenti dell’URSS avevano preso le distanze da decenni.

Social contro social, commento contro commento, pagina web contro pagina web, menzogna contro menzogna (in buona o cattiva fede) si potrebbe andare avanti (e si andrà avanti) per anni. Ognuno, comunque la pensi – e sfido a trovare chi sia disposto in cuor suo ad ammettere di essere “eterodiretto” o di correre tale rischio (forse qualcuno sì, oddio, qualche novello Socrate o Diogene telematico) – vedrà confermate le proprie idee più o meno preconcette e, in ultima istanza, difficilmente verificabili, data la complessità degli eventi in corso, il prospettivismo multilaterale, la propaganda e l’uso massivo dei media. La storia (e la storiografia) ha i suoi, inaggirabili, tempi.

Cosa ci sia sotto l’acciaieria di Mariupol i russi ce lo diranno a breve, suppongo. Mostreranno foto e filmati, ma tanto si dirà che si tratta solo di propaganda e, in fin dei conti, di propaganda si tratterà (vedi strage di Bucha). Dunque, cambierà poco o nulla nelle nostre teste, là dove si trova il vero campo di battaglia della propaganda, da qualunque parte essa provenga: mobilitarci, farci prendere posizione, farci entrare in guerra. Conosco persone, colleghi stimabilissimi, di grande acume storico e filosofico, che in guerra ci sono entrati, eccome. Prima a proposito della (psico)pandemia, poi con la questione Ucraina. Personalmente, non mi ritengo esperto di nulla, tanto meno di politica internazionale o di geopolitica. Insegno storia e filosofia da un quarto di secolo e ho letto interi scaffali di libri di storia contemporanea e, da un paio di mesi a questa parte, sto cercando di colmare le mie (non indifferenti) lacune pregresse in storia dell’Europa Orientale.

Di filosofia antica un po’ mi intendo. Ecco, ai Greci, in particolare ai filosofi scettici, dobbiamo un concetto – che occorre leggere in termini “verbali”, dunque, un’attività, un modo di vivere guardando ai fatti del mondo – che suona “epoché“, in italiano “sospensione [del giudizio]”. Non lo so, sono perplesso, per quanto mi sembri improbabile che i torti stiano solo da una parte e che le ragioni stiano solo dall’altra, che da una parte ci sia la “Verità” e la “Giustizia” e dell’altra la “Menzogna” e la “Sopraffazione”. La storia ci mostra tutt’altro, nonostante essa sia ancora – soprattutto quella contemporanea – impastata di propaganda (ma lo stesso potrebbe valere per la “Donazione di Costantino” o per le diatribe tra “Guelfi” e “Ghibellini”). Ecco, proviamo a dircelo con franchezza “non lo so”, “stiamo a vedere”, “vedremo”. Non cadiamo nel banalissimo trabocchetto “va bene Auschwitz, ma allora le foibe?”. Probabilmente non siamo ancora così idioti, da credere acriticamente a quello che si legge su Repubblica o sul Corriere, sul Manifesto o sul Fatto, soprattutto quando talune affermazioni, più o meno opinabili, non siano accompagnate, quanto meno, da argomentazioni degne di nota. Per inciso: già sarebbe molto se il contenuto di alcuni articoli fosse coerente ai titoli, nonché alle foto a corredo, e viceversa, dato che i più, a malapena, sono in grado, o hanno il tempo, di leggere titoli e vedere figure sullo smartphone.

Per l’intanto, però, occorre agire, mi si farà notare, c’è la politica. In primo luogo, evitiamo che la guerra la faccia da padrone nelle nostre teste (ma così non è). Poi, poniamoci, apertamente, queste domande: che strada vogliamo prendere noi che “democratici” ci diciamo? Chi decide? In base a quali interessi? Con quali obiettivi concreti? “Guerra per abbattere il dittatore russo” – messa così l’affermazione suona propagandistica, lo sappiamo bene. Di dittatori, dall’Egitto, alla Turchia (membro NATO), all’Arabia Saudita (il cui governo massacra da anni la popolazione civile inerme in Yemen con armi made in Italy, vedi p.e. Leonardo, ecc.) ne sosteniamo a bizzeffe e anche con Putin andavamo d’accordo fino a qualche anno fa. “Ha passato il segno, è un pericolo per i nostri interessi, nonché per l’umanità intera”. Benissimo, occorre agire. Facciamolo. Inviando altre armi? In realtà la NATO, di cui siamo membri, lo sta già facendo da molti anni. Di guerra, probabilmente, capisco poco o niente. Ma le colonne di carri russi inceneriti (vedi Bucha per esempio) non sono stati di certo colpiti da lolite armate di Panzefaust o da vecchiette urlanti brandenti bottiglie Molotov. Di armi anticarro e antiaeree a spalla supertecnologiche, droni e quant’altro, l’arsenale ucraino era già ben colmo prima che l’invasione russa avesse luogo – ora, al limite, andrebbe integrato ed espanso dato il prolungarsi dei combattimenti. Beninteso, queste armi non sono così efficaci, né decisive senza intelligence, comunicazioni e logistica di ultima generazione (vedi affondamento dell’incrociatore Moskva). Un mio amico, ammiraglio in riserva della brigata incursori della marina “San Marco”, con alle spalle diverse campagne all’estero (Albania, Somalia, ecc.), mi spiegò, a suo tempo, che negli eserciti NATO per ogni combattente sul campo ci sono almeno dieci “tecnici militari” preposti a intelligence, logistica, sanità, ecc., tenendo anche conto della rete di satelliti spia che ha consentito agli USA di vincere negli Anni Ottanta la “Guerra spaziale” contro l’URSS. Queste tecnologie costano miliardi e miliardi di dollari. Ci vogliono anni per addestrarsi ad usarle (pilotare un drone non è alla portata di un fantaccino come premere un grilletto). La NATO, quindi, è, “silenziosamente” (basta che non ne parlino i media), già in guerra da anni contro la Federazione Russa, se è vero che prepararsi alla guerra è già un potenziale atto di guerra. Altrimenti perché mai la storiografia utilizzerebbe la dicitura “Guerra Fredda” a proposito del quarantennale conflitto USA-URSS? Il governo russo ha frainteso quanto avveniva al di là dei suoi confini? Lo usa in maniera capziosa per giustificare il proprio espansionismo imperialista? Può darsi. Anzi, se lo vediamo in termini propagandistici, è sicuro. Anche in questo caso, però, non se ne esce: “io ti attacco preventivamente perché tu continui ad accumulare armi ai miei confini. Io continuo ad accumulare armi ai tuoi confini perché tu prima o poi potresti attaccarmi.” Cambia qualcosa?

Questo legittima l’invasione dell’Ucraina? Ovviamente no, in punta di diritto. Ce lo siamo detti fino alla nausea. Ma, certo, se vogliamo essere davvero onesti, nell’ultimo trentennio avremmo dovuto – tutti quanti intendo, le Nazioni Unite, queste “sconosciute” – avere un po’ più di cura del diritto internazionale, lavorarci sopra in maniera credibile, in termini di giustizia ed equanimità, di coinvolgimento alla pari di tutti gli Stati del pianeta, quanto meno di coerenza, non tirarlo per la giacchetta a seconda degli interessi del cosiddetto “Occidente” o, peggio, dei soli USA. Anche questa, ora come ora, appare, purtroppo, un’arma poco credibile, con buona pace di quell’Immanuel Kant de Per la pace perpetua di cui pare – è una battuta, ovvio, ma la propaganda l’ha trasformata in un argomento “serio” – che i militi del nazistissimo battaglione d’Azov siano accaniti lettori.

Eppure, insomma, è indubbiamente sul diritto, sperabilmente allargato a tutte le parti in causa, che occorre/occorrerà lavorare se vogliamo evitare in futuro ben altri scenari bellici. Per questo, però, ci vuole tempo, molto tempo, risorse, intelligenza, disponibilità, tutte cose che non mi pare abbondino in questo frangente. Ebbene, mi si dirà: la diplomazia, almeno quella, che porti ad un cessate il fuoco, ad una tregua! Non pare plausibile nemmeno questa. Nemmeno al papa a casa sua, al “papa” dico, è riuscito di far portare la croce di Cristo ad una signora ucraina e ad una russa insieme senza sollevare polemiche. E non ci si venga a raccontare che senza l’invio di armi da parte europea (in genere, pare, fondi di magazzino più o meno obsoleti), a guerra ampiamente iniziata, l’esercito ucraino non avrebbe messo in difficoltà quello russo, determinando l’attuale, provvisoria situazione di “resistenza resistita” che imporrebbe una eventuale tregua equilibrata o addirittura la cacciata dell’orso russo dalle città occupate, finanche dalla Crimea. Le armi e le tecnologie NATO erano già ampiamente disponibili, così come truppe addestrate ad utilizzarle efficacemente, ucraine o meno fa poca differenza sul piano bellico (ma non su quello politico: da qui il timore che vengano catturati altri mercenari occidentali in quel di Mariupol – le truppe cecene che combattono nell’armata russa, peraltro, non si potrebbero definire “mercenarie” dal momento che la Cecenia fa parte della Federazione russa). Gli inglesi userebbero in questo caso la locuzione “common sense“, buon senso, che, al netto di un’epoché “storico-politica” su fatti (al momento) inverificabili, è lecito continuare ad esercitare.

Nell’immediato, dunque, non rimane che la guerra. Almeno così pare. Può sempre darsi che nelle segrete stanze della Farnesina si lavori a progetti di cui l’opinione pubblica non è ancora informata, mentre è al corrente dell’infelice battuta del capo della nostra diplomazia, il ministro Di Maio, il quale, tempo addietro, ha definito Putin “peggio di un animale”. (Intanto, alla Farnesina si muore di lavoro…). Quale guerra però? E con quali obiettivi? In nome di quali interessi (o ideali, anche se questi ultimi non vanno più tanto di moda e suonano particolarmente stridenti in bocca alla gran parte dei nostri politici politicanti)? Non si capisce bene. Abbattere il governo Putin? Affinché i russi lo sostituiscano con chi o con quale forma di governo? Dovremmo occupare un ottavo della superficie del globo per insegnare a quel popolo la democrazia in salsa occidentale come abbiamo fatto, in maniera fallimentare, la sentenza della storia è inequivocabile, in Iraq o in Afghanistan? Cacciare i russi dal territorio ucraino comprese le auto-proclamate repubbliche del Donbass e della Crimea? Credo che, comunque la si metta, occorrerebbe schierare truppe NATO in battaglia. L’uso di armi atomiche tattiche – sempre che ci si limiti a quelle – possiamo darlo quasi per scontato. (Non dimentichiamoci che tra Aviano e Ghedi abbiamo sul nostro territorio decine di testate nucleari USA. Il che farebbe del nostro territorio un potenziale – e legittimo a guerra dichiarata – obiettivo bellico di attacco nucleare.)

Ammettiamo che, comunque sia, il gioco valga la candela. Al diavolo altri milioni di morti: gli ideali sono ideali, vedi, per esempio, la neo-Resistenza in salsa NATO (absit iniura verbis: molti ci credono sinceramente e anche il sottoscritto, romanticamente, per ragioni storiche e generazionali è magicamente attratto dalla parola “Resistenza”). Dovremo affrontare un’altra grave difficoltà, non solo sul piano della “Realpolitik”, ma anche su quello degli ideali. In Ucraina, di fatto, è in atto, da più di otto anni, una guerra civile armata (prima era solo strisciante), guerra civile rinfocolata e cavalcata dalla Russia, da una parte, e dal governo di Kiev (supportato da USA-NATO), dall’altra. Una parte, più o meno consistente, di quel quarto di cittadini ucraini, concentrati soprattutto nelle province orientali e maggioranza quasi assoluta in Crimea e nel Donbass, è verosimile siano o siano diventati, e non con tutti i torti, irrimediabilmente ostili al governo di Kiev. Solo “russofoni” o anche “russofili” o “filoputiniani” è solo questione terminologica, a questo punto. La differenza rispetto a noi, strateghi e belligeranti – per ora – “da salotto” (ma, aggiungerei sommessamente, anche da supermercato, pompa di benzina, bollette e quant’altro: la guerra economica è già in corso da tempo e le plebi europee la stanno vivendo sulla loro pelle), è che la guerra l’hanno vissuta e la vivono sulla loro pelle. I loro nemici portano le divise ucraine e gli stemmi nazisti. L’esercito russo ha invaso le loro città (benvenuto? chi è così stolto da pensare che la guerra sia la benvenuta qualunque stemma sia dipinto sul tank o sul cannone che demolisce casa tua?), ma almeno, per ora, le armi hanno cessato di crepitare man mano che il fronte si è spostato più in avanti. Saranno pure vittime della propaganda d’oltrecortina, qualche dissidente verrà messo a tacere (il caso della giornalista Anna Politkovskaja, brutalmente assassinata nel 2006, è di grande ammonimento), ma come pensate che si esprimeranno in maggioranza, qualora ne abbiano l’opportunità, in una consultazione referendaria sul destino delle loro province? Pro o contro l’indipendenza da Kiev? Considerando che nel 2014, alla loro richiesta di autonomia, ovvero di annullamento delle leggi liberticide che imponevano, per esempio, l’uso esclusivo della lingua ucraina in pubblico, Kiev rispose con carri armati e missili su case, ospedali, scuole, ecc. come stanno facendo i Russi adesso, di proposito o per incidente (la NATO nelle sue guerre usa l’elegante espressione “collateral victims“)? Che si fa, una volta che le fanterie NATO avranno ripreso il controllo di quelle province (ammesso e non concesso che una tale prospettiva sia verosimile)? Li si fa emigrare forzatamente in Russia? Pulizia etnica? Si costringe Kiev a tornare sui suoi passi? E i cittadini ucraini sfollati, russofoni o meno, che hanno visto le loro famiglie massacrate dai tank russi, come riusciranno a convivere con i loro connazionali filorussi? Quanti anni ci vorranno per ricucire una ferita così profonda? Pensate a quanto in profondità abbia agito nell’ultimo anno sulla coscienza dei più la propaganda vaccinisti vs. no-vax, additati dal nostro laconico Presidente del Consiglio come causa di tutti i mali d’Italia… facendoci la tara, ça va sans dire. Tante altre domande sarebbero da porsi. La propaganda di guerra, lo sappiamo bene, alza il tiro e la posta in gioco, per poi al tavolo delle trattative ottenere qualcosina in più a vantaggio dell’una o dell’altra parte, sempre che si abbia chiaro quali siano effettivamente le parti in gioco. (Gli Stati? I governi? Le multinazionali? I popoli? Le classi dominanti? Le plebi?). A quel tavolo, comunque sia, prima o poi bisognerà sedersi, la storia ce lo insegna – sempre che nel frattempo non si arrivi, questa volta per davvero e con buona pace di Francis Fukuyama, alla “fine della storia”. Sia pure per una “tregua armata” o per una riedizione della “Guerra Fredda”. Quello che distingue un Talleyrand da un Clemenceau non sono gli ideali astratti, lo “story-telling” diremmo noi oggi, ma la visione politica, la capacità di progettare il futuro, di vedere lontano. Obiettivi chiari e concretamente raggiungibili. Solo così si potrà vincere anche la pace – per un po’ di tempo almeno – dopo aver vinto la guerra. Vi ricordate chi vinse la Grande Guerra? “Noi”, gli Italiani, contro “loro” gli Austriaci? La democrazia contro l’impero del male? Vittorio Emanuele vs. Cicco Peppe? Posso dire con certezza chi la perse: nonni e bisnonni martoriati e mutilati in trincea, nonne vedove, contadini ed operai, la povera gente, insomma, da una parte e dall’altra del fronte. La politica non si è evoluta granché da quel tempo…

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La barbarie è servita


In questi ultimi anni noi insegnanti ci siamo letteralmente fatti in quattro e abbiamo tollerato di tutto. Ma c’è un limite di moralità, di dignità oltre il quale sento non si possa ulteriormente arretrare. Il confine della barbarie è sopportare che alcuni colleghi, che alcuni lavoratori, in nome di una disposizione ministeriale che non ha alcuna palese giustificazione sanitaria, di sicurtà o di opportunità educativa e didattica, dopo essere stati privati per mesi del salario e della loro attività lavorativa, siano costretti a riprendere servizio in condizione di “paria”, demansionati, impossibilitati finanche ad intrattenere sul posto di lavoro relazioni umane minimali. Comunque personalmente la si pensi, o la si sia pensata, a proposito dell’efficacia sanitaria della campagna vaccinale a scuola e della gestione politica e massmediatica della pandemia, ora che la magistratura, con i suoi tempi, ha costretto l’esecutivo a reintegrare i colleghi che non hanno voluto (o non hanno potuto) ottemperare all’obbligo vaccinale, sottoporli a tale trattamento è inutile, insensato, infame. Senza considerare che, con l’obbligo di sottoporsi a tampone ogni 48 ore, sono probabilmente le persone potenzialmente meno “infettive” che mettano piede a scuola.

I diritti perduti dai lavoratori in questo frangente storico – mi auguro di sbagliare grandemente – , difficilmente verranno recuperati. Siffatta è l’eredità che lasciamo ai nostri figli, noi che dai nostri padri ed avi non abbiamo imparato la lezione. Pessimi insegnanti, in questa caricatura di “Repubblica fondata sul lavoro”. Obbligati, peraltro, alla triste pantomima burocratica della “educazione civica”. Si aggiunga a ciò il requiescat dei sindacati, anzi dell’idea stessa di “sindacato”. La pietra continuerà a rotolare lungo la china: nei mesi a venire subiremo altri “tagli”, altre limitazioni, saremo ancor più individualizzati ed in solitudine. Altri diritti si andranno smarrendo nelle nuvolaglie indistinte del passato in nome di un eterno presente fatto di emergenze, di terrorismo, di guerra di tutti contro tutti.

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Oggi ad un bambino di undici anni / Hanno inciso una svastica sul banco


When they came for the Jews and the blacks, I turned away
When they came for the writers and the thinkers and the radicals and the protestors, I turned away
When they came for the gays, and the minorities, and the utopians, and the dancers, I turned away
And when they came for me, I turned around and around, and there was nobody left…
(Hue and Cry, Yellow Triangle)

***

Oggi ad un bambino di undici anni
Hanno inciso una svastica sul banco
“Sporco nazista”, lo hanno appellato
Lui che di nazisti e di svastiche sa poco o nulla
La mamma è russa
Lui non può farci nulla
Fare che cosa poi?
Perché mai dovrebbe rinnegare di essere quel che è?
Questa è la scuola che accoglie, non discrimina, bensì “empatizza” e profonde civismo
Mettetevi nei panni di un figlio che è costretto a tacere o mentire sulle origini della mamma, sulla lingua che parla, sulle favole che gli raccontava da piccolo
Oggi tocca a lui
Domani?
La macchina è in moto
Travolgerà tutto…

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La scuola è (quasi) morta


Correva il mese di settembre dell’anno 2019, incipit del secondo governo Conte. L’allora neoministro dell’istruzione, Fioramonti, nell’assumere l’incarico chiese gli venisse messo a disposizione un portafoglio di tre miliardi di euro per iniziare a metter mano all’annoso problema dell’istruzione italica. Contratti da rinnovare, edifici da ristrutturare, personale da formare e svecchiare, ecc. Questione di serietà e dignità quasi minimalista. Governo e Parlamento nicchiarono fino a fine 2019. Non era aria. Il ministro Fioramonti diede le dimissioni. Un gesto di grande coerenza politica ed umana. Gli succedette la ministra Azzolina che, da parlamentare, aveva presentato un disegno di legge per l’eliminazione delle cosiddette “classi pollaio”, rimasto, manco a dirlo, lettera morta. Intanto covid bussava alle porte. Il combinato di pandemia e psico-pandemia si abbatterono sul nostro paese. Situazioni di emergenza affrontate come sappiamo. Quanto meno il secondo governo Conte provvide a rimpinguare le buste paga dei lavoratori dipendenti (in cui rientra anche il personale scolastico) con detrazioni ed assegni familiari più congrui (lontani dalla media europea, ma non disprezzabili: ci si attacca a tutto). Di investimenti significativi per la scuola manco a parlarne. Ma, ripeto, si era in piena emergenza (per quanto, pare si sia sempre in emergenza, per un motivo o per l’altro, da una quindicina di anni a questa parte). Si disse che per iniziare degnamente il nuovo a.s. 2020-21 si erano prese misure efficaci, rivoluzionarie: delle norme nuove di zecca (lo spassosissimo distanziamento di 90 cm dalle “rime buccali”) e i famosi banchi monoposto con o senza ruote. Le norme non costano niente (salvo lo stipendio dei portaborse che devono scriverle), mentre per i banchi qualche milioncino di euro fu sborsato. La successiva gestione Bianchi, dopo la defenestrazione di Conte e l’ascesa al potere del salvatore della patria Mario Draghi, ha prodotto, in vista dell’a.s. 2021-22 alcuni interventi degni di nota. A parte le solite torrenziali e spesso contraddittorie circolari ministeriali e l’accanimento contro i nuovi nemici della patria, i non-vaccinati, i titubanti, i meri “tamponati”, di soldi un po’ se ne sono spesi, per fortuna. Qualche collega supplente in più come “personale covid” a coprire i vuoti lasciati dal fuoco incrociato del morbo e della burocrazia verde e un torrente di mascherine distribuite a pioggia, sulla scia di quanto aveva precedentemente fatto il commissario Arcuri, immediatamente silurato da Draghi e sostituito con il generale dei vaccini Figliuolo. Si calcola che le mascherine chirurgiche che inondano le nostre scuole costino circa 1 milione di euro al mese. Giacché la gran parte giace inutilizzata da molti mesi, si stima si dovranno spendere altri 700.000 euro mensili per smaltirle. Perché non vengono usate? In primo luogo perché fanno schifo. Se non ci credete provate ad indossarle voi. Basta entrare nella scuola che avete sotto casa: ve le regalano a pacchi. Poi perché servono a poco o a niente. Lo sostiene qualche complottista fiancheggiatore degli sfuggenti no-vax, un Emmanuel Goldstein de noantri? No, sono le stesse circolari ministeriali che hanno imposto, con un anno e mezzo di ritardo, l’uso delle FFP2 che la gran parte dei docenti e molti studenti usano ininterrottamente da due anni pagando di tasca loro. Chi le produce siffatte supertecnologiche mascherine? FCA Fiat Chrysler Automobiles N.V., azienda italo-statunitense di diritto olandese, nel senso che le tasse non le pagano qui da noi. Per pura coincidenza si tratta della stessa azienda proprietaria del gruppo GEDI, editore de La Stampa, Repubblica, il Sole24ore, ecc.
Nel frattempo il tanto sospirato rinnovo del contratto è addirittura scomparso dai radar della stampa (ora c’è la guerra) a tre anni e passa dalla sua scadenza (per non parlare del mitico 2013, “l’anno perduto” dell’era Monti). I benefici concessi dal governo Conte sono stati azzerati dalla riforma Draghi: un taglio netto di 100-150 euro mensili. Per capirci l’assegno familiare ora erogato dall’INPS per figlio a carico (se hai un ISEE superiore a 40.000 euro: basta una casa di proprietà…) è pari a ben 25 euro mensili che si vanno ad aggiungere ai 12 euro concessi una tantum per aver prestato servizio durante i primi, eroici tempi della pandemia, quelli in cui si cantava l’inno nazionale dai balconi, si maledivano i cinesi (né i no-vax né i no-war erano ancora spuntati all’orizzonte).
Nelle foto provo a mostrarvi che fine hanno fatto una parte dei pochi milioni di euro che si sono spesi per la scuola, una miseria, utile comunque a dare la paghetta ai soliti noti.
Di banchi lasciati a marcire e di mascherine inutilizzate ne abbiamo a gogò. Ma intanto in aula ci manca la luce elettrica e se la giornata è piovosa per fare il compito in classe dobbiamo ricorrere alle torce dei cellulari, più o meno imbacuccati per via dell’aerazione modello Bianchi: finestre aperte e pedalare.
Ora, nel programma di filosofia abbiamo anche un certo Marx. Ci tocca spiegarlo. Niente di troppo complicato. Ecco un’equazione che siamo tutti in grado di comprendere: lavoro = tempo-vita = denaro = merce = denaro. Andiamo all’indietro: qualcuno ha guadagnato del denaro con la vendita di banchi, mascherine ecc. (merci) pagate con denaro pubblico che si ricava attraverso le tasse dal lavoro ovvero dal tempo-vita di ciascuno di noi. Ecco, posso rattristarmi immaginando che una parte dei miei contributi fiscali ovvero del mio lavoro, del tempo-vita che trascorro ogni giorno con i ragazzi a scuola e alla mia scrivania a studiare, mi sia stato sottratto, alienato e abbia preso la forma oscena di queste merci. Ogni giorno, passando davanti a queste cose, penso a tutto quello di cui manchiamo e di cui avremmo bisogno, penso a quanto ci prendono per il culo a reti unificate e un senso di nausea mi assale. Che sia maledetto Emmanuel Goldstein!
Morale: qualche giorno fa i nostri eroici parlamentari, su imbeccata del governo, hanno votato nel breve volgere di una serata un finanziamento extra di 13 miliardi di euro in armamenti (al netto di quelli già inviati gratuitamente per sostenere la causa ucraina) da spendere nei prossimi anni. Poche ore per trovare 13 miliardi. Un lustro per non trovare una lira in più per la nostra scuola. Salvo, appunto, quei milioni di euro spesi in banchi e mascherine.
Voi, dico voi, che gli fareste ad Emmanuel Goldstein se ve lo trovaste per le mani? Rassegniamoci: il nostro paese è morto. Non abbiamo a che fare con un liquidatore fallimentare, bensì con un addetto alle pompe funebri.
Che sia maledetto Emmanuel Goldstein.

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Ucraina, l’interesse dell’America


Fonte: https://www.themeditelegraph.com/it/markets/oil-and-energy/2015/02/07/news/la-guerra-delegata-che-arricchisce-gli-usa-intervista-1.38170438

Torniamo all’Ucraina, qual è l’interesse dell’America?

«In Ucraina gli Stati Uniti stanno facendo un capolavoro. Dietro le quinte hanno sostenuto il “golpe di Maidan” facendo cadere un governo democraticamente eletto e ora stanno giocando una carta interessante sul piano politico ma per noi devastante: puntano a tenere aperto un conflitto che Kiev non è più in grado di combattere da solo e questo per mantenere alta la conflittualità tra Europa e Russia creando tensione nelle aree dove passano i gasdotti».

Quindi guerre delegate sinonimo di guerre infinite..

«Sì, e per far questo si forniscono armi non letali, istruttori e contractors. Una volta l’America usava grandi eserciti per finire presto la guerra, oggi gioca a destabilizzare le aree che sono di interesse per i suoi competitors con guerre combattute in modo non risolutivo. Mi chiedo perché l’Europa non applichi una politica alternativa a quella di Washington che non è nei nostri interessi».

Il fatto di combattere guerre a distanza non può servire anche a vendere armi senza esporsi più di tanto?

«Il fatto che l’America giochi dietro le linee influisce certamente anche sulla vendita delle armi. Nella disputa per il nucleare iraniano, gli Usa hanno scelto di non bombardare gli impianti di Teheran. Il persistere della minaccia ha portato i Paesi limitrofi a una politica di riarmo fruttata agli Stati Uniti 120 miliardi di dollari. In questo modo si sono compensanti i tagli di budget del Pentagono alla Difesa. E ora in Europa il ritorno della minaccia russa dovrebbe convincere i governi a spendere più soldi nell’acquisto di armi. Ancora una volta made in Usa».

Chi parla? Un Alessandro Orsini qualsiasi? Un Giulietto Chiesa redivivo? No, Gianandrea Gaiani, direttore di ANALISI DIFESA, già Consigliere per le politiche di sicurezza del ministro dell’Interno (2018-19) (https://www.analisidifesa.it/redazione-e-autori/). Quale testata ha pubblicato questa intervista? Qualche TV pirata no-vax, qualche quotidiano ribelle non allineato? La Pravda? No, The Midi Telegraph de La Stampa. Quando? Nel lontano febbraio 2015 in tempi, dunque, non sospetti. La guerra andava avanti già da un paio di anni. Però, se ne poteva ancora parlare senza essere lapidati in diretta TV… la questione interessava solo pochi addetti ai lavori o lettori particolarmente attenti. Si può dire? Il dirlo, o il solo ipotizzarlo, attenua minimamente le gravissime responsabilità politiche e storiche dell’aggressione russa del febbraio 2022? Diminuisce la portata del crimine che si sta consumando sotto i nostri occhi? È, o dovrebbe essere, una domanda retorica: la risposta è NO. Provare ad analizzare l’ampio spettro e complesso di cause che hanno condotto ai fatti di oggi e che stanno facendo migliaia di morti civili e militari (da una parte e dall’altra) che si aggiungono ai 16-17.000 morti degli ultimi 8 anni ha senso? Domanda retorica la cui risposta è SI’ se vogliamo provare ad uscirne attraverso pressioni militari, sanzioni economiche, ma, soprattutto, attraverso un’azione diplomatica realistica, puntuale e risolutiva. Non ci sembra la soluzione giusta perché abbiamo a che fare con Hitler in salsa slava? Allora, basta inviare armi di piccolo calibro, imprecare, sbraitare, insultare. Che la NATO intervenga sul campo (USA in prima fila) e ci si assuma la responsabilità di correre il rischio supremo. Lo si dice, ovviamente, per assurdo. Lasciare le trattative ad un Erdogan o sperare che a togliere il sonaglio dal collo della tigre (per noi Europei) sia Xi Jinping mi pare una politica infruttuosa e suicida.

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Le guerre non le vince nessuno. Ma le perde sempre la povera gente


La “ragione” sta dalla parte dei mercanti di armi e di morte, dei politici corrotti, dei potenti psicopatici. Il “torto” sta dalla parte della gente comune, dei poveri disgraziati, i quali, da che mondo è mondo, vogliono solo pane e lavoro e tranquillità e amore in famiglia. Ecco, se proprio si ha bisogno di appiccare etichette, si usino queste e non “ucraini” vs. “russi”, “neri” vs. “bianchi”, “buoni” vs. “cattivi”. Se avete due minuti ascoltate questa gente. Si tratta di un reportage realizzato sul campo da Giorgio Bianchi, un fotoreporter indipendente che da anni documenta, perlopiù inascoltato, la guerra in corso nel Donbass. Una guerra vieppiù schifosa, come tutte le guerre civili, che dal 2014 ad oggi ha fatto, secondo una stima al ribasso, tra le 16.000 e le 17.000 vittime (https://uacrisis.org/…/60291-un-19th-report-human…), nel silenzio roboante della stampa nostrana e UE (come avviene per la gran parte dei conflitti che insanguinano il mondo). Dove erano i nostri urlatori da salotto, dove il ministero degli esteri, dove erano le diplomazie europee, dove l’ONU, dove le forze di peacekeeping, dove gli “esportatori di democrazia”? Dove sono adesso? Ascoltateli. Sono cittadini ucraini, ma parlano russo, greco, georgiano, armeno. A volte dentro la stessa casa si usano due o tre lingue diverse, come nella ex-Jugoslavia, tra croati, serbi, bosniaci, ecc. Si sentono “ucraini”, o, piuttosto, ormai non gliene frega più niente, persone e basta, vorrebbero semplicemente fare una vita normale, senza più bombe o tiri di artiglieria o cecchini del loro stesso esercito (ucraino) a sparargli addosso. Vorrebbero parlare la loro lingua quando entrano in un negozio o salgono su un bus o vanno a scuola (altro che Greenpass!). In santa pace. Alla stessa maniera dei papà e delle mamme e dei bambini di Aleppo in Siria o di Sana’a nello Yemen o di Bracciano. I mercanti di armi, molte delle quali made in Italy, tra il 2014 e il 2022 hanno rifornito impunemente sia l’esercito ucraino, impegnato a massacrare una parte del proprio popolo (in nome della democrazia?), sia l’esercito di Putin (vedi per esempio https://www.ilfattoquotidiano.it/…/guerra-in…/6513857/). Ora venderemo o meglio “svenderemo” ancora più armi, senza sapere bene in che mani finiranno, ma con la quasi certezza che ammazzeranno persone come quelle che vediamo nel reportage. Quelle armi, badate bene, le paghiamo noi in busta paga, con parte della nostra pensione, o quando andiamo a comprare il latte. Come i quintali di mascherine “Fiat Chrysler” che giacciono inutilizzate ed inutilizzabili nei corridoi delle nostre scuole (un milione al mese più settecentomila euro destinati al loro futuro smaltimento). Noi diventiamo più poveri, loro, i soliti noti, più ricchi. Ora ci stanno dicendo che i sacrifici bisogna farli per la vittoria della democrazia e per fargliela pagare a “quel porco” di Putin. Ieri era per combattere la pandemia, come un sol uomo, perché la gran parte dei problemi del nostro paese, politici, economici, sociosanitari erano da attribuirsi ad alcune migliaia di perversi “no-vax”. Il punto è questo: noi esseri umani siamo in guerra contro noi stessi. E da noi stessi, probabilmente, non ci salveremo.

Pubblicato in: politica mente

Pessimismo “green”


Gli obiettivi previsti dall’Agenda 2030 verranno realizzati, in parte, nella misura in cui porteranno profitti alle élite economico-finanziarie (alle classi dominanti per dirla con Gramsci) oggi al potere. Il prezzo più alto sarà pagato dalle classi subalterne, dalle plebi del Terzo Mondo in primis, e da tutti noi in secundis. Finché si continuerà a privatizzare gli utili e a “spalmare” sui debiti pubblici le passività che il cambiamento recherà necessariamente con sé, procederemo al passo del gambero. Sensibilizzare le opinioni pubbliche – e in particolare le nuove generazioni – è importantissimo, va da sé, ma sarà tanto più (o tanto meno) efficace, quanto più (o quanto meno) i sistemi democratici saranno in grado di “tenere”. Il principale motivo di pessimismo deriva proprio da ciò. Mi sembra evidente che negli ultimi 20 anni le democrazie (occidentali e non) sia entrate in una crisi “strutturale”. L’idealtipo di “Postdemocrazia” risale al 2003 (Colin Crouch). È vecchio quanto “antropocene” per capirci. La ricerca e la comunicazione scientifica sono fondamentali. Ma la principale domanda “che fare?” mi pare necessiti di una risposta essenzialmente politica. Vedi l’esempio dei “vaccini” messi a punto in nove mesi ma non ancora condivisi con i paesi più poveri dopo quasi due anni…

Pubblicato in: politica mente, scuola

È tutta colpa di Cavallo Pazzo


Classi falcidiate dalle assenze ad una settimana dalla ripresa – si fa per dire – della scuola. Oltre ai positivi al covid, pochi per fortuna (tutti quanti stra-vaccinati peraltro), un numero elevatissimo di quarantene preventive e di ragazzi alle prese con malattie da raffreddamento (nevralgie, congiuntivite, raffreddori, ecc.) per l’areazione a finestre spalancate consigliata da questo ministero di ectoplasmi, di quaquaraquà. Al di là della retorica di regime, il “metro di distanza là dove è possibile”, la “areazione a finestra” (sempre che la maniglia non ti rimanga in mano), le “mascherine chirurgiche o simil-chirurgiche” (quando da due anni si sa che ad assicurare una protezione degna di nota sono le FFP2 che, chi può, si compra a sue spese a costi affatto calmierati), il nulla assoluto, a parte la campagna vaccinale (che da mesi riguarda a sirene spiegate tutto il paese, non più soltanto la scuola). Hanno prodotto decreti su decreti con norme cervellotiche e in gran parte inapplicabili. Hanno seminato odio, sospetto, discriminazioni tra compagni, malumori, hanno distrutto quel che rimaneva di comunità relazionali attive e solidali. Ci sarebbero voluti aeratori, aule più capienti, meno studenti per classe (la media attuale è di 25-27), tamponi distribuiti preventivamente agli studenti (come in GB o in Francia) e, soprattutto, mascherine FFP2 per tutti, a cominciare dalle persone più fragili. Niente di tutto questo è stato fatto. Però abbiamo ricevuto casse e casse di mascherine più o meno inutilizzabili. Migliaia e migliaia di euro gettati via di cui, come sempre, nel paese di Badoglio e Pulcinella, non risponderà nessuno. Notare che le mascherine sono prodotte da FCA (erede di quella che fu la gloriosa FIAT degli Agnelli, cui il popolo italiano ha pagato sovvenzioni per più di un secolo a partire dalla Grande Guerra). Fra un po’ di scuola cesserà di occuparsi anche la retorica di regime. Ora si parlerà di alta politica. Ovvero se al Quirinale dovrà andare Berlusconi oppure Draghi. Due personaggi degnissimi e, sia pure in maniera diversa, altamente rappresentativi del nostro paese. Intanto quel po’ che rimaneva del welfare è stato compresso o annientato, a cominciare da assegni familiari e detrazioni fiscali per le famiglie con figli, per gli invalidi civili e altre categorie di cittadini in difficoltà… Siamo politicamente e civilmente morti e non ce ne siamo accorti…

Dimenticavo: stando alle ultime dichiarazioni del Presidente della Repubblica in pectore dovremmo credere, “scienti-fideisticamente”, che tutta la responsabilità di questa débâcle ricadrebbe sulle spalle di “Cavallo Pazzo”, alias l’Ultimo dei Mohicani, ovvero quell’unico collega, quel reietto, che è costretto da settimane a casa senza stipendio per non aver voluto munirsi di supergreen-pass rinforzato… Oggi sono veramente arrabbiato quindi contro di lui scaglierò la maledizione che colpì Baruch de Espinoza: «Con il giudizio degli angeli e la sentenza dei santi, noi dichiariamo Baruch de Spinoza (Cavallo Pazzo) scomunicato, esecrato, maledetto ed espulso, con l’assenso di tutta la sacra comunità […]. Sia maledetto di giorno e maledetto di notte; sia maledetto quando si corica e maledetto quando si alza; maledetto nell’uscire e maledetto nell’entrare. Possa il Signore mai piú perdonarlo; possano l’ira e la collera del Signore ardere, d’ora innanzi, quest’uomo, far pesare su di lui tutte le maledizioni scritte nel Libro della Legge, e cancellare il suo nome dal cielo; possa il Signore separarlo, per la sua malvagità, da tutte le tribú d’Israele, opprimerlo con tutte le maledizioni del cielo contenute nel Libro della Legge […]. Siete tutti ammoniti, che d’ora innanzi nessuno deve parlare con lui a voce, né comunicare con lui per iscritto; che nessuno deve prestargli servizio, né dormire sotto il suo stesso tetto, nessuno avvicinarsi a lui oltre i quattro cubiti [circa due metri], e nessuno leggere alcunché dettato da lui o scritto di suo pugno».

Pubblicato in: filosofia, politica mente

Sulla necessità del pensiero complesso


«Nelle questioni che contano (sia a livello teoretico che a livello pratico), non c’è peggior forma di ignoranza di quella che tende a voler ridurre la complessità del mondo (umano e non) al banale contraddittorio. Si tratta, peraltro, di un bias cognitivo evolutivamente funzionale: intravedendo qualcosa che sembrasse strisciare tra i piedi, a sopravvivere erano i soggetti i quali, temendo il morso di un serpente velenoso, presi dal panico, fuggivano precipitosamente via. Nel 99% dei casi si sbagliavano, pur sopravvivendo nel 100% dei casi. Chi si fermava ad indagare, d’altro canto, aveva la possibilità di cogliere la realtà effettuale del fenomeno nel 100% dei casi (un ramoscello mosso dal vento, una liana, una lucertola, ecc.), ma nell’1% dei casi trovava la morte. Dal punto di vista “scientifico” e, a maggior ragione, “filosofico” un bias cognitivo del genere, però, non paga. Anzi, potremmo serenamente affermare che non c’è nulla di più antiscientifico ed antifilosofico del sostare, inconsapevoli, in un atteggiamento del genere e dell’alimentarlo ad ogni piè sospinto. Anche perché, se è vero che il nostro corredo genetico e gli abiti più profondamente connaturati sono quasi identici a quelli degli antenati sapiens sapiens vissuti centoventimila anni fa, ebbene, di serpenti in mezzo ai piedi difficilmente ce ne potrà capitare uno facendo quattro passi nelle moderne giungle urbane. Per affrontare, con un minimo di speranza, i problemi e le sfide globali del presente, in gran parte autoprodotti dalla stessa umanità, avremmo bisogno, per converso, di sviluppare sempre di più la nostra attitudine al pensiero complesso. Il tempo, però, pare non essere dalla nostra parte. Chi si accontenta di banalizzazioni e semplificazioni contraddittorie non può certo dirsi “filosofo” e, sia pure spesso incolpevolmente, contribuisce a mettere una seria ipoteca sui futuri destini dell’umanità.» (Chico Xavier Pilado)