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Epicuro: Lettera a Meneceo sulla felicità


L’uomo cominci da giovane a far filosofia e da vecchio non sia mai stanco di filosofare. Per la buona salute dell’animo, infatti, nessun uomo è mai troppo giovane o troppo vecchio. Chi dice che il giovane non ha ancora l’età per far filosofia, e che il vecchio l’ha ormai passata, è come se dicesse che non è ancora giunta, o è già passata, I’età per essere felici. Quindi sia l’uomo giovane che il vecchio devono far filosofia: il vecchio perché invecchiando rimanga giovane per i bei ricordi del passato; il giovane perché, pur restando giovane d’età, sia maturo per affrontare con coraggio l’avvenire. E’ bene riflettere sulle cose che possono farci felici: infatti, se siamo felici abbiamo tutto ciò che occorre; se non lo siamo, facciamo di tutto per esserlo.

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XX SETTIMANA FILOSOFICA PER… NON FILOSOFI


INVITO

Il gruppo editoriale “Il pozzo di Giacobbe”-“Di Girolamo” di Trapani

e la fattoria sociale “Martina e Sara” di Bruca (Trapani)

organizzano la

XX

SETTIMANA FILOSOFICA

PER… NON FILOSOFI

* Per chi:

Destinatari della proposta non sono professionisti della filosofia ma tutti coloro che desiderano coniugare i propri interessi intellettuali con una rilassante permanenza in uno dei luoghi tra i più gradevoli del Bel Paese, cogliendo l’occasione di riflettere criticamente su alcuni temi di grande rilevanza teorica ed esistenziale.

* Dove e quando:

Erice (Trapani) a 750 metri, dal 18 al 24 agosto 2017

* Su che tema: 

L’amore: risorsa e trappola

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I tre setacci: favola socratica


Nell’antica Grecia Socrate aveva una grande reputazione di saggezza. Un giorno venne qualcuno a trovare il grande filosofo, e gli disse:

– Sai cosa ho appena sentito sul tuo amico?

– Un momento – rispose Socrate. – Prima che me lo racconti, vorrei farti un test, quello dei tre setacci.

– I tre setacci?

– Ma sì, – continuò Socrate. – Prima di raccontare ogni cosa sugli altri, è bene prendere il tempo di filtrare ciò che si vorrebbe dire. Lo chiamo il test dei tre setacci. Il primo setaccio è la verità. Hai verificato se quello che mi dirai è vero?

– No… ne ho solo sentito parlare…

– Molto bene. Quindi non sai se è la verità. Continuiamo col secondo setaccio, quello della bontà. Quello che vuoi dirmi sul mio amico, è qualcosa di buono?

– Ah no! Al contrario

– Dunque, – continuò Socrate, – vuoi raccontarmi brutte cose su di lui e non sei nemmeno certo che siano vere. Forse puoi ancora passare il test, rimane il terzo setaccio, quello dell’utilità. E’ utile che io sappia cosa mi avrebbe fatto questo amico?

– No, davvero.

– Allora, – concluse Socrate, – quello che volevi raccontarmi non è né vero, né buono, né utile; perché volevi dirmelo?

Se ciascuno di noi potesse meditare e metter in pratica questo piccolo test… forse il mondo sarebbe migliore.

(Dan Millman)

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La vita non si può comprare col denaro


“Abbiamo inventato una montagna di consumi superflui, passiamo la nostra vita comprando e buttando, ma quello che stiamo buttando è il tempo della nostra vita. Quando compro qualcosa, o lo fai tu,non lo compri con il denaro, lo compri con il tempo di vita che hai dovuto utilizzare per guadagnare quel denaro, ma con un unica differenza: l’unica cosa che non puoi comprare è la vita.La vita si consuma. E’ da miserabili consumare la vita per perdere la libertà.”

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LE PRATICHE FILOSOFICHE NEL MONDO ANTICO “VOCI” E “SPUNTI” PER LA PRATICA OGGI


Delfi- Tempio di Apollo

[Delfi, Tempio di Apollo]

Indice dei file
Introduzione alla raccolta di testi e al suo impiego
Antologia di testi antichi per la pratica filosofica
Appunti-spunti di pratica filosofica
Raccolta di saggi sulle pratiche filosofiche nel mondo antico
Informazioni storico-filosofiche

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Plotino: sulla bellezza


Plotino, Enneade I,6 – Sulla Bellezza – Testo integrale

I. La bellezza si trova soprattutto nella vista; ed è anche nell’udito, nella combinazione delle parole e nella musica di tutti i generi; infatti le melodie e i ritmi sono belli; ed è anche, risalendo dalla sensazione verso un dominio superiore, nelle occupazioni, nelle azioni e nelle maniere d’essere che sono belle; e ancora c’è bellezza nella scienza e nella virtù. C’è una bellezza anteriore a questa? Ecco il tema di cui adesso tratteremo. Che cosa fa in modo che la vista possa percepire la bellezza nei corpi e l’udito nei suoni? Perché tutto ciò che è intimamente legato all’anima è bello? Ed è di una sola e identica bellezza che tutte le cose belle sono belle, oppure c’è una bellezza che è propria dei corpi e ce n’è un’altra per gli altri esseri? E che cosa sono queste differenti bellezze o, meglio, che cos’è la bellezza? Certi esseri, come i corpi, sono belli non per la loro stessa essenza, ma per partecipazione; altri sono belli in se stessi, come la virtù. E questo è evidente: infatti gli stessi corpi a volte sono belli, a volte non lo sono, come se l’essere del corpo fosse differente dall’essere della bellezza. Che cos’è questa bellezza che è presente nei corpi? Questa è la prima cosa da ricercare. Che cos’è dunque che attira lo sguardo di chi osserva, e fa volgere il capo, e fa provare la gioia della contemplazione? Se noi scopriamo che cos’è questa bellezza dei corpi, forse potremo servircene come di una scala per contemplare le altre bellezze. Tutti, per così dire, affermano che la bellezza visibile nasce dalla simmetria delle parti, l’una in rapporto all’altra, e ciascuna in rapporto all’insieme; a questa simmetria si aggiunge la bellezza del colore; dunque la bellezza di tutti gli esseri è la loro simmetria e la loro misura; per chi pensa così, l’essere bello non sarà un essere semplice, ma soltanto e necessariamente un essere composto; l’insieme di questo essere sarà bello e ciascuna parte non sarà bella in sé, ma solo nella sua armonia con le altre. Però, se l’insieme è bello, bisogna pure che le parti siano belle anch’esse; certo, una bella cosa non può essere fatta di parti brutte: tutto ciò che la compone deve esser bello. E ancora: se fosse vera questa opinione, i colori belli, come la luce del Sole, sarebbero al di fuori della bellezza, perché sono semplici e non derivano affatto la loro bellezza dall’armonia delle parti. E l’oro, come mai è bello? E le luci che vediamo nella notte che cosa le rende belle? La stessa cosa per i suoni: svanirebbe la bellezza di un suono semplice, mentre spesso ciascuno dei suoni che compongono un brano musicale è bello anche da solo. E quando si vede lo stesso viso, con le proporzioni che restano identiche, ma un po’ appare bello, un po’ brutto, come si fa a non riconoscere che la bellezza che è nelle proporzioni è cosa diversa dalle proporzioni stesse, e che è per un’altra ragione che un viso ben proporzionato è bello? Continua a leggere “Plotino: sulla bellezza”

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DAL “NIENTE” AL “NULLA”: UN LIBRO ILLUMINANTE DI FRANCESCO DIPALO


“Comunicazione filosofica”

Maggio 2016-06-07

Francesco Dipalo, Nulla e dintorni. Aforismi per un anno, Diogene Multimedia, Bologna 2015, pp. 169, euro 22,00.

Gli storici della filosofia si dedicano al compito, prezioso, di analizzare e commentare le opere di predecessori e contemporanei. Non meno prezioso il compito dei filosofi che, sfidando ogni genere di resistenze, osano proporre nuove idee, nuovi scenari complessivi: o, per lo meno, antiche concezioni in modo nuovo. In questa tipologia s’inscrive Nulla e dintorni. Aforismi per un anno(Diogenemultimedia, Bologna 2015, pp. 169, euro 22,00), frutto di un filosofo che, sulla base di una ricca conoscenza della storia del pensiero occidentale e orientale, vince la remora di risultare  presuntuoso o ingenuo e offre delle considerazioni personali sul mondo e sulla vita. Fa metafisica? Sì. E, quel che è più grave, non se ne vergogna, convinto che “anche l’antimetafisica militante del positivista o del nichilista” è un modo di fare metafisica in quanto espone “una visione del mondo, prova a rispondere alle inaggirabili domande fondamentali” (p. 11).

Ma procediamo con ordine.

In principio – almeno per  noi Occidentali – è Parmenide. A suo avviso solo l’Essere è: il molteplice e il divenire sono opinione, se non addirittura falsità. Come possiamo nominare questo Assoluto che riposa immobile – “la ben rotonda sfera che nessun intelletto può penetrare” (p. 140) –  al di là del “velo di Maya”? La mistica  – occidentale come orientale – ha moltiplicato metafore e allegorie (Uno, Nube oscura, Sole nero, Al di là di tutto…) ma sembra acquietarsi solo quando approda alla negazione di ogni ente e di ogni nome: Nulla. Erede della mistica renana, Heidegger preferisce Sein (Essere), ma ne parla  – o meglio ne tace – come se si trattasse del Nulla.

Il silenzio al cospetto dell’Ineffabile è infranto da quanti non resistono a simili, stratosferiche, altezze e cedono alla tentazione di ritenere che (accanto, sotto o grazie a ) l’Essere si diano, realmente e non solo illusoriamente, gli enti. E’ la tentazione ricorrente nella filosofia occidentale, da Platone (teso a “salvare i fenomeni” dal rasoio implacabile del “tremendo” Parmenide) al neopositivismo contemporaneo (con l’eccezione di un pensatore che Dipalo non cita mai ma di cui in queste pagine si avverte continuamente la silenziosa presenza: Severino). Perché si tratta di una tentazione – e pericolosa per giunta ? Perché chi crede nell’ente, chi ritiene che un’innumerevole famiglia di enti origini per davvero, getta le basi per la credenza nell’annichilimento: la metafisica dell’ente implica, come risvolto inevitabile, la metafisica del ni-ente. L’orizzonte intellettuale contemporaneo è l’esito di questa parabola: dall’infondata esaltazione dell’ontologia al nichilismo.

Il testo di Dipalo è un testardo, generoso, accompagnamento dalla foce del nichilismo alla sorgente che sola ce ne può guarire: la riscoperta dell’Indicibile. Dunque nel cammino dal “niente” al “Nulla”. Infatti “niente” è la bandiera del nichilismo, “il destino che si ritiene attenda  le cose che sono, ossia gli enti (persone, animali, piante, oggetti ecc.), cioè la prospettiva – considerata ineluttabile – del loro annientamento (del loro volgersi da enti a ‘ni-enti’) “ (p. 9); “nulla” allude, invece, allo “sfondo, che consente alle cose che sono di manifestarsi, per il tempo loro accordato” , “vuotezza” e non “annichilimento”, “utero, matrice ontologica” (pp. 9 – 10).

Questo accompagnamento dalla caverna degli enti (illusori) alla luce del Nulla avviene su due binari. Un primo livello è didattico, parenetico, quasi omiletico: ed è il tono (almeno alle mie orecchie) meno convincente. Molto più suggestivo e accattivante un secondo taglio: autobiografico ed esistenziale. Qui l’autore non intende insegnare, raccomandare o mettere in guardia, ma testimoniare. Vuole raccontare  – direi confessare – le fatiche e le gioie del proprio itinerario dal guazzabuglio della storia e del cosmo alla quieta consapevolezza che, essenzialmente, c’è solo da abbandonarsi alle braccia cullanti del Nulla.

Coerentemente con questa pista teoretica neanche la lingua prescelta è filosofica in senso tecnico: “perché non si tratta esattamente d’un libro che <<parla di filosofia>> né in senso divulgativo né, tanto meno, accademico. Non un trattato  <<sul nichilismo>>, dunque, quanto piuttosto una rapsodia di testi, più o meno brevi, stesi utilizzando diversi registri filosofico-letterari, dall’aforisma alla prosa poetica, dall’intuizione brevemente argomentata al flusso di coscienza, dalla rammemorazione all’analisi concettuale ”(p. 12).

Se il libro avesse avuto un suo “indice”, i diversi frammenti sarebbero stati scanditi in tre “fasi”: “apokalypsis” (scoperta, rivelazione) (“Corrisponde al momento in cui mi sono imbattuto, per la prima volta – ero giovane ! – nell’ospite inquietante”); “deiotes” (duello, scontro) (“Superato lo smarrimento iniziale, attutita la paura generata dall’ospite, viene il tempo della lotta, corpo a corpo, feroce di critiche e senza esclusioni di colpi”); “hyperbasis” (valico, oltrepassamento) (“Dal niente che tutto ottundendo riempie, addivenire, finalmente, alla meravigliosa vacuità del nulla. E’ un tempo poetico, vitale, perché dal nulla e nel nulla la creatività zampilla endemica”) (p. 13).

Difficile non solidarizzare con l’autore quando si espone come ‘martire’ della ribellione all’   “incantesimo d’un certo sterile mentalismo”  per “tornare a vivere pensando”, convinto che “il vero potere non sta nelle nozioni, ma nella capacità di sperimentare quel che si pensa”: nel “diventarequel che si pensa” (p. 141). Ma altrettanto difficile condividerne la prospettiva metafisica di fondo che, riprendendo con avvertita sensibilità contemporanea le linee essenziali dell’induismo e del buddhismo, ritiene fallace l’esperienza del mondo sensibile.

Più precisamente: la prospettiva metafisica secondo cui nessuna ‘cosa’  nasce davvero (infatti “appare” soltanto, “si mostra”)  e nessuna ‘cosa’  muore davvero (infatti “non può precipitare nel non-essere ciò che in nessuna maniera è”, p. 92). Che il mondo degli esseri sensibili non sia realissimum – pienamente e indefettibilmente reale – è una verità da richiamare instancabilmente a fronte dei materialismi di ogni risma; ma ciò non toglie che sia  quodammodo reale – almeno in certa misura reale- e che la sua consistenza sia preziosa proprio perché fragile e precaria.  Ben venga dalla fisica quantistica ogni conferma dell’intuizione orientale dell’impermanenza di ogni ente: entrambe – la scienza contemporanea e la sapienza antica –  ci aiuteranno a liberarci da naturalismi grossolani; a capire che ciò che chiamiamo ‘materia’  è qualcosa di molto poroso, quasi trasparente; che essa è una sorta di energia condensata in perenne movimento. Ma una realtà effimera, volatile, intrinsecamente temporale, non cessa per queste caratteristiche d’essere reale. Forse il Nulla è l’Alfa e l’Omega della storia cosmica: ma ciò che trascorre dall’Origine alla Fine è più reale di un sogno.

A un certo passaggio del libro l’autore focalizza il cuore speculativo del suo messaggio pratico. Chi sostiene la serietà de divenire, come passaggio dal niente all’essere e dall’essere al niente, la può  sostenere solo perché considera ogni ente nella sua individualità, nella sua unicità: ma proprio questo sarebbe l’errore radicale. Ogni ente è concepibile solo in relazione alla totalità degli enti: ed è questa totalità che, a fil di logica, non può ammettere né incremento (assoluto) né decremento (assoluto). “Relazione, prima di tutto” è intitolato l’aforisma 290 dove si legge, fra l’altro, che “l’essenza del reale è relazione. Essa precede ontologicamente il provvisorio intreccio di linee energetiche che costituisce i nuclei, provvisori, fatti di nulla, di ciò che s’indica col termine ‘sostanza’ o ‘ego’. ‘Io’, dunque,  è relazione in fieri, così come ‘io e tu’. Ignorare nella prassi quotidiana tale fondamentale dato ontologico significa aprire le porte a niente (poiché ci s’illude che il nucleo preceda la relazione, che qualcosa – un ente – si dia a prescindere dalla relazione o, finanche, che la fondi: solo ciò che si ritiene sia qualcosa, può infatti volgersi in ni-ente; nulla, invece, non può annientarsi” (p. 120). In linguaggio occidentale diremmo che ancora una volta emerge l’alternativa Hegel o Aristotele: al di là delle versioni caricaturali delle due proposte interpretative, è la relazione dialettica che costituisce (provvisoriamente) l’essere o è l’essere sostanziale che rende possibile (gnoseologicamente e ontologicamente) la relazione? A Dipalo le ragioni a favore dell’una o dell’altra tesi interessano, ma molto meno dei risvolti pratici (esistenziali e etico-politici) delle due teorie: al punto che qualche volta dà l’impressione che il criterio di giudizio sulle due sia proprio da rintracciare sul piano della preferenza pratica. Personalmente non condivido questo approccio, ma non posso negare che l’autore lo presenta in maniera talmente suggestiva da poter risultare convincente: “Ni-ente da realizzare, ni-ente da possedere, ni-ente da cui separarsi, ni-ente da dimostrare a nessuno. Nulla di nulla. Morire giocando, così pacificamente lontani da tutte le cose da riguardarle come balocchi e trastulli del tempo che fu, del tempo che non s’è perso, del tempo che è adesso. Morire tornando fanciulli. Nulleggiando” (p. 118).

Augusto Cavadi

www.augustocavadi.com

 

Chi vuole può scaricare gratuitamente il pdf. con l’intero numero della bella rivista della SFI (Società filosofica Italiana):

http://www.sfi.it/archiviosfi/cf/cf36.pdf