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In morte del liceo classico


In morte del liceo classico. Del liceo classico in particolare, dei licei in generale, della trasmissione culturale del tempo che fu. L’essenza del liceo classico è impermeabile ai dettami imposti dal sistema neo-liberale, alle logiche di mercato, alla dolorose, ridicole maschere della neo-lingua (individualismo è inclusione, conoscenza è ignoranza, eccellenza è normalità sistemica, ecc.). Glorioso il nocciolo duro di matrice gentiliana, che, come ponte romano, ha resistito sin qui alla fiumana del riformismo transumano e disumanizzante che ha caratterizzato gli ultimi tre decenni. Abbiamo resistito, ma siamo gli ultimi: siamo quelli del tempo che fu. Un’epoca sta finendo. Gli antichi dèi stanno abbandonando il continente. Il grande Pan è morto [Ὁ μέγας Πὰν τέθνηκεν]. Viandante, possa la notizia camminare sulle tue gambe. Il nostro tempo lo abbiamo ben vissuto. Nulla rimpiangiamo. La polvere e l’oblio non temiamo. Viator, vale.

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Scuola, riforma, tecnologie (intervista al prof. Francesco Dipalo)


L’intervista è del 2016, sei anni fa. Mi pare che la situazione, nel complesso, sia ulteriormente peggiorata. In più rispetto a prima abbiamo qualche nuovo banco monoposto, con o senza rotelle, e diversi bancali di mascherine FCA by Elkann inutilizzate (ed inutilizzabili). Un fenomeno che è diventato decisamente più rilevante riguarda il disagio psico-relazionale di studenti e docenti. I certificati medici fioccano come d’inverno la neve in Siberia. Il disagio socio-economico, che ha chiare responsabilità politiche, viene avvertito e declinato per lo più in termini di sofferenza individuale. Vedi, per esempio, il “bonus psicologo”. Non dico che non esista il disagio personale o che il singolo in difficoltà non possa e non debba trovare sostegno in quelle date figure professionali, ma che socialmente (e metafisicamente) parlando si fa ricadere sul singolo individuo la responsabilità (o il senso di colpa) di “avere qualcosa che non va”, di “essere lui/lei a non funzionare bene” (e non gli assurdi, disfunzionali, inumani standard sociali ai quali siamo sottoposti). Sofferenza inaudita accentuata da una solitudine tutt’avvolgente.

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SCIOPERO GENERALE DEI LAVORATORI DELLA SCUOLA 30 MAGGIO 2022


La maggior parte dei miei colleghi non parteciperanno. Si tratta di perdere 60-80 euro e alcuni non possono permetterselo. Alcuni non credono nello sciopero come strumento di lotta o nel fatto desueto che i lavoratori possano, in generale, lottare per difendere i propri diritti ed interessi. Roba del secolo passato. Altri non credono più nei sindacati, ormai svuotati di ogni funzione politica e trasformati in CAF al servizio delle forze di governo. Altri non sanno nemmeno che ci sarà uno sciopero, come non sanno leggere una busta paga, non conoscono il contratto di lavoro, né i loro diritti. Per quanto mi riguarda non credo che scioperare cambi nulla. L’unica carta che potremmo ancora giocarci è il blocco delle attività aggiuntive. Ma noi non ci giocheremo mai questa carta, semplicemente perché non esiste un “noi”, cioè lavoratori o professionisti dotati, si sarebbe detto una volta, di “coscienza di classe”. Il grande capitale ha vinto da tempo la partita, e l’ha vinta quando è riuscito a far introiettare ai più l’individualismo dominante. Per questo scioperare ha, per quanto mi riguarda, un significato individuale, stirneriano. L’individuo sciopera per se stesso. Un fatto di coscienza personale, molto borghese, molto ripiegato su se stesso, avrebbero detto Gramsci o Pasolini.
Affinché si muova qualcosa, probabilmente, occorrerà giungere alla miseria nera, grazie al combinato di pandemia e guerra – o meglio alla loro pessima (o ottimale, dipende dai punti di vista) gestione psico-politica. La storia non è maestra di vita. Non lo è mai stata.

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Niente discussione in Parlamento: sulla scuola gli oligarchi “de noantri” tirano dritto


In Parlamento, tanto per cambiare, sulla scuola non si discute. Il governo dei “migliori”, i “kallipolisti” di questa tragica distopia in cui si è convertita la fu Repubblica democratica fondata sul Lavoro e sulla sovranità popolare, pongono la fiducia. La medesima procedura degli ultimi anni. È urgente portare a casa il risultato, whatever it takes. Del welfare non deve rimanere pietra su pietra. Siamo in guerra da molto tempo ormai. Forse è giunto il momento di prenderne coscienza. Non siamo in guerra contro l’ISIS, non siamo in guerra contro il virus, non siamo in guerra contro i no-vax, non siamo in guerra contro Putin. L’unica vera guerra che ci riguarda da vicino è quella che il grande capitale internazionale con il suo stuolo di oligarchi locali, di camerieri massmediatici e di servi inconsapevoli ha scatenato contro la gente, ridotta a liquido conglomerato di individui. Non si fermeranno finché la misura, la loro, non sarà colma della nostra vuotezza.
Chico Xavier Pilado

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Time out per la scuola pubblica


Sette anni fa l’ultimo sciopero unitario e relativa manifestazione di piazza degna di nota. Peraltro inconcludente. Era l’epoca della vergognosa “riforma Renzi” passata in maniera quasi integrale con gli effetti che conosciamo bene. La distruzione progressiva della scuola pubblica in direzione dell’attuale sistema buro-tecno-aziendalista è proceduta innanzi come un rullo compressore, senza incontrare ostacoli di sorta.
Con il mondo della scuola e la classe docente in particolare si sono utilizzate, a mo’ di sperimentazione, armi che abbiamo visto all’opera in maniera ancor più marcata e parossistica in questi ultimi due anni di infame gestione psico-politica della pandemia (ed ora della guerra non dichiarata ma effettiva): propaganda a reti unificate, su TV generaliste, stampa e, soprattutto, social, finalizzata alla denigrazione e allo svilimento della classe e della professione docente (il tormentone dei tre mesi di ferie e delle diciotto ore di lavoro e altre amenità del genere ripetute goebelsianamente fino alla nausea), alternata al mantra di ridicole blandizie o vuote promesse gettate in pasto ai futuri “elettori” al momento dell’insediamento di questo o quel ministro (ma ormai anche le “elezioni” si sono ridotte a farsa saramaghiana); nuove funzioni, incarichi e compiti aggiuntivi introdotti surrettiziamente a colpi di decreti-legge e di circolari ministeriali al grido “l’Europa lo vuole!” (leggi: la fondazione Agnelli lo vuole!), ovviamente a costo zero per la PA, quindi non retribuiti o retribuiti con mancette da garzone di bottega, a scapito dell’essenza della scuola ovvero la didattica e lo studio; il tutto accompagnato da inani carichi di ridondate, onnipervasiva burocrazia. Le piaghe aperte, purulente, del nostro sistema scolastico sono state lasciate lì a trasudare pus: edifici cadenti o bombardati, strutture laboratoriali insufficienti, classi-pollaio (da 30 e più studenti, nonostante il calo delle nascite), percorsi di formazione e di inserimento nel mondo del lavoro demenziali, tortuosi, liquidi, all’insegna della privatizzazione delle strutture pre-concorsuali e della formazione, vere e proprie “mazzette” da anticipare per poter avere un posto a tempo indeterminato (almeno una volta la tangente da pagare per superare un concorso pubblico, pur cospicua, era una tantum).
Nel frattempo, le istituzioni della Repubblica fondata sul Lavoro, sfruttavano (e sfruttano) il lavoro di decine di migliaia di precari… al punto che ora il MI non ha più fondi per risarcire gli autori delle cause passate in giudicato.
Ora, mentre il rinnovo del contratto scaduto nel 2018 langue (la nostra è l’unica categoria della PA rimasta senza contratto), l’ineffabile ministro Bianchi ha deciso di approfittare del clima “emergenziale” per dare il colpo di grazia a quel che rimane della scuola pubblica, con una riforma che mira ad introdurre per contratto a costo zero quelle (pseudo)attività aggiuntive non ancora contrattualizzate e ad estendere il calvario della formazione privatistico-oligarchica (e spesso banditescamente gestita) ai docenti in servizio, con la solita inascoltabile litania delle “nuove tecnologie”, dell'”inclusione”, della “resilienza”, ecc.
Che armi abbiamo? A mio avviso, il blocco delle attività aggiuntive, finché sarà possibile, è l’unica strada ancora legalmente percorribile, l’unica in grado di mettere davvero in crisi il sistema buro-tecno-aziendalista della scuola. Nessuno per contratto – ma ancora per poco come si è detto – è obbligato ad assumere incarichi extra (coordinamenti vari, progetti, incarichi, PCTO e altre goliardate a guadagno zero e ad alto impatto psico-burocratico).
Gli scioperi vecchia maniera si sono dimostrati sin qui inutili, un ferrovecchio del secolo scorso. Nelle scuole superiori – diverso, entro certi limiti, il caso di elementari e medie spesso assimilate a luoghi di “baby-sitting” – non creano alcun disagio, anzi sono i benvenuti da parte degli studenti e della PA che risparmia decine di migliaia di euro. A maggior ragione se si tratta di scioperi indetti da pur nobili ma corpuscolari sigle sindacali che viaggiano su una rappresentanza da zero-virgola. L’inazione dei fu grandi sindacati confederali, ridotti oramai a CAF di categoria, è stata sin qui vergognosa, provocando l’emorragia di migliaia di iscritti.
Bloccare gli scrutini è praticamente impossibile in base ad un codice di autoregolamentazione firmato dagli stessi sindacati nel 1999. Dunque, allo stato attuale dei fatti si tratta di una via “meontologica”.
Inutile ripeterlo però. La classe docente non esiste più: si è estinta con la fine del “Secolo Breve”. Il ruolo delle RSU nelle scuole è poco più che farsesco. Fino ad ieri è servito, fondamentalmente, a contrattare la distribuzione delle briciole dei fondi di istituto, cioè a giocare con la classica coperta di Linus. Non c’è più tempo. A maggior ragione, e in linea con quanto registrato sin qui, a mandare avanti le scuole in termini di studio e didattica sostanziale (con o senza LIM: la didattica è una faccenda “umana” non piegabile in senso “trans-umano”) dall’anno prossimo saranno un certo numero di sfigati “old style” con alcuni colleghi impegnanti strenuamente in eterei e snervanti corsi di formazione su pacchetti di “niente” con il miraggio di una mancetta da intascare da qui a tre anni. E a dire che Parmenide, il terribile padre dell’ontologia occidentale, aveva negato che la via del non-essere fosse percorribile…

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Bloccare le attività aggiuntive a scuola contro l’ennesima riforma per decreto


Finalmente un’iniziativa degna di nota. Io vi aderisco ora a maggior ragione, ma è dall’inizio del presente a.s. che ho deciso, unilateralmente, anche a seguito della vergognosa politica di gestione della pandemia nelle scuole, di svolgere soltanto le mansioni previste dal contratto di lavoro (oramai, come sapete, carta straccia). Sono consapevole che probabilmente servirà a poco o a nulla. Molti colleghi continueranno a sostenere il buro-modello di scuola azienda introdotto, goccia a goccia, negli ultimi vent’anni. Ognuno può avere le sue validissime ragioni, tutte degne di rispetto. Così è stato anche per me negli anni passati. Ma ora mi sembra sia l’unica arma concreta che rimanga ancora a nostra disposizione. Tutte le attività a favore della comunità in futuro le svolgerò, come fatto già in passato, a titolo personale e fuori dall’orario di lavoro.

Così scrivevo qualche tempo fa sull’ultimo decreto autocratico di questo governo:
“Domande retoriche che si potrebbero replicare all’infinito a proposito della gran parte dei decreti legge degli ultimi anni… Se non blocchiamo tutte le attività aggiuntive quanto meno dal prossimo a.s., non abbiamo speranza. Non ci sono contro-proposte da fare o nuovi modelli da studiare e riproporre. Il sistema va avanti per conto suo come un rullo compressore da almeno un quarto di secolo. Fino a qualche anno fa, c’era, almeno formalmente, qualche spunto di dialogo. I sindacati sulla carta contavano qualcosa. Ora è tutto finito. O capiamo che si tratta di una guerra dichiarata contro di noi, contro i lavoratori, lo Stato sociale e la Costituzione e ci comportiamo di conseguenza o, altrimenti, tirando a campare, facciamo il loro gioco. Tertium non datur. Spero di sbagliarmi, ovviamente…”
“Inutile scrivere, bisogna unirsi e fare… Sotto questo profilo loro, purtroppo, hanno già vinto. La classe docente, come classe di lavoratori non esiste. Ridotti ad individui, abbiamo dimenticato, disimparato ad essere persone. Non abbiamo bisogno di ulteriori conferme. Ognuno eccepirà in mille modi diversi, chi per effettiva necessità perché senza quei 100 euro in più non paga le bollette (e andrà sempre peggio: la strategia è questa, se ti costringo alla fame sei obbligato a fare corsi, corsetti, progettini, PCTO, ecc.), chi perché crede nel sistema (ed è legittimo che ci creda, per carità), chi per quieto vivere o per indolenza (tanto lo stipendio di docente è un puro complemento ad altre attività più lucrose e poi consente di vivacchiare fregandosene, ecc.), chi perché, giustamente, a pagare sarebbero i ragazzi (ed io in quell’ora posso provare a sabotare il sistema mostrando loro come funzionano le cose, affinché siano loro domani a fare la rivoluzione, ecc.), e via dicendo. Abbiamo consentito alla vergogna innominabile di vedere alcuni colleghi declassati, umiliati, privati della loro dignità professionale per la questione dell’obbligo vaccinale (comunque la si pensi al riguardo, va da sé). Il MIUR il governo hanno bisogno di ulteriori messaggi? I sindacati non esistono più, sono ridotti a CAF per aiutare, pagando, lo smarrito cittadino globale a svolgere le infinite, assurde pratiche burocratiche che ci vengono inflitte. Non esistono partiti politici che tutelino gli interessi di questa o di quella classe di lavoratori. La democrazia è ridotta a pantomima. Che potere di pressione potremmo mai avere a parte la pur nobilissima ma inane resistenza individuale? Questi sono al momento i fatti.”

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La barbarie è servita


In questi ultimi anni noi insegnanti ci siamo letteralmente fatti in quattro e abbiamo tollerato di tutto. Ma c’è un limite di moralità, di dignità oltre il quale sento non si possa ulteriormente arretrare. Il confine della barbarie è sopportare che alcuni colleghi, che alcuni lavoratori, in nome di una disposizione ministeriale che non ha alcuna palese giustificazione sanitaria, di sicurtà o di opportunità educativa e didattica, dopo essere stati privati per mesi del salario e della loro attività lavorativa, siano costretti a riprendere servizio in condizione di “paria”, demansionati, impossibilitati finanche ad intrattenere sul posto di lavoro relazioni umane minimali. Comunque personalmente la si pensi, o la si sia pensata, a proposito dell’efficacia sanitaria della campagna vaccinale a scuola e della gestione politica e massmediatica della pandemia, ora che la magistratura, con i suoi tempi, ha costretto l’esecutivo a reintegrare i colleghi che non hanno voluto (o non hanno potuto) ottemperare all’obbligo vaccinale, sottoporli a tale trattamento è inutile, insensato, infame. Senza considerare che, con l’obbligo di sottoporsi a tampone ogni 48 ore, sono probabilmente le persone potenzialmente meno “infettive” che mettano piede a scuola.

I diritti perduti dai lavoratori in questo frangente storico – mi auguro di sbagliare grandemente – , difficilmente verranno recuperati. Siffatta è l’eredità che lasciamo ai nostri figli, noi che dai nostri padri ed avi non abbiamo imparato la lezione. Pessimi insegnanti, in questa caricatura di “Repubblica fondata sul lavoro”. Obbligati, peraltro, alla triste pantomima burocratica della “educazione civica”. Si aggiunga a ciò il requiescat dei sindacati, anzi dell’idea stessa di “sindacato”. La pietra continuerà a rotolare lungo la china: nei mesi a venire subiremo altri “tagli”, altre limitazioni, saremo ancor più individualizzati ed in solitudine. Altri diritti si andranno smarrendo nelle nuvolaglie indistinte del passato in nome di un eterno presente fatto di emergenze, di terrorismo, di guerra di tutti contro tutti.

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Oggi ad un bambino di undici anni / Hanno inciso una svastica sul banco


When they came for the Jews and the blacks, I turned away
When they came for the writers and the thinkers and the radicals and the protestors, I turned away
When they came for the gays, and the minorities, and the utopians, and the dancers, I turned away
And when they came for me, I turned around and around, and there was nobody left…
(Hue and Cry, Yellow Triangle)

***

Oggi ad un bambino di undici anni
Hanno inciso una svastica sul banco
“Sporco nazista”, lo hanno appellato
Lui che di nazisti e di svastiche sa poco o nulla
La mamma è russa
Lui non può farci nulla
Fare che cosa poi?
Perché mai dovrebbe rinnegare di essere quel che è?
Questa è la scuola che accoglie, non discrimina, bensì “empatizza” e profonde civismo
Mettetevi nei panni di un figlio che è costretto a tacere o mentire sulle origini della mamma, sulla lingua che parla, sulle favole che gli raccontava da piccolo
Oggi tocca a lui
Domani?
La macchina è in moto
Travolgerà tutto…

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È tutta colpa di Cavallo Pazzo


Classi falcidiate dalle assenze ad una settimana dalla ripresa – si fa per dire – della scuola. Oltre ai positivi al covid, pochi per fortuna (tutti quanti stra-vaccinati peraltro), un numero elevatissimo di quarantene preventive e di ragazzi alle prese con malattie da raffreddamento (nevralgie, congiuntivite, raffreddori, ecc.) per l’areazione a finestre spalancate consigliata da questo ministero di ectoplasmi, di quaquaraquà. Al di là della retorica di regime, il “metro di distanza là dove è possibile”, la “areazione a finestra” (sempre che la maniglia non ti rimanga in mano), le “mascherine chirurgiche o simil-chirurgiche” (quando da due anni si sa che ad assicurare una protezione degna di nota sono le FFP2 che, chi può, si compra a sue spese a costi affatto calmierati), il nulla assoluto, a parte la campagna vaccinale (che da mesi riguarda a sirene spiegate tutto il paese, non più soltanto la scuola). Hanno prodotto decreti su decreti con norme cervellotiche e in gran parte inapplicabili. Hanno seminato odio, sospetto, discriminazioni tra compagni, malumori, hanno distrutto quel che rimaneva di comunità relazionali attive e solidali. Ci sarebbero voluti aeratori, aule più capienti, meno studenti per classe (la media attuale è di 25-27), tamponi distribuiti preventivamente agli studenti (come in GB o in Francia) e, soprattutto, mascherine FFP2 per tutti, a cominciare dalle persone più fragili. Niente di tutto questo è stato fatto. Però abbiamo ricevuto casse e casse di mascherine più o meno inutilizzabili. Migliaia e migliaia di euro gettati via di cui, come sempre, nel paese di Badoglio e Pulcinella, non risponderà nessuno. Notare che le mascherine sono prodotte da FCA (erede di quella che fu la gloriosa FIAT degli Agnelli, cui il popolo italiano ha pagato sovvenzioni per più di un secolo a partire dalla Grande Guerra). Fra un po’ di scuola cesserà di occuparsi anche la retorica di regime. Ora si parlerà di alta politica. Ovvero se al Quirinale dovrà andare Berlusconi oppure Draghi. Due personaggi degnissimi e, sia pure in maniera diversa, altamente rappresentativi del nostro paese. Intanto quel po’ che rimaneva del welfare è stato compresso o annientato, a cominciare da assegni familiari e detrazioni fiscali per le famiglie con figli, per gli invalidi civili e altre categorie di cittadini in difficoltà… Siamo politicamente e civilmente morti e non ce ne siamo accorti…

Dimenticavo: stando alle ultime dichiarazioni del Presidente della Repubblica in pectore dovremmo credere, “scienti-fideisticamente”, che tutta la responsabilità di questa débâcle ricadrebbe sulle spalle di “Cavallo Pazzo”, alias l’Ultimo dei Mohicani, ovvero quell’unico collega, quel reietto, che è costretto da settimane a casa senza stipendio per non aver voluto munirsi di supergreen-pass rinforzato… Oggi sono veramente arrabbiato quindi contro di lui scaglierò la maledizione che colpì Baruch de Espinoza: «Con il giudizio degli angeli e la sentenza dei santi, noi dichiariamo Baruch de Spinoza (Cavallo Pazzo) scomunicato, esecrato, maledetto ed espulso, con l’assenso di tutta la sacra comunità […]. Sia maledetto di giorno e maledetto di notte; sia maledetto quando si corica e maledetto quando si alza; maledetto nell’uscire e maledetto nell’entrare. Possa il Signore mai piú perdonarlo; possano l’ira e la collera del Signore ardere, d’ora innanzi, quest’uomo, far pesare su di lui tutte le maledizioni scritte nel Libro della Legge, e cancellare il suo nome dal cielo; possa il Signore separarlo, per la sua malvagità, da tutte le tribú d’Israele, opprimerlo con tutte le maledizioni del cielo contenute nel Libro della Legge […]. Siete tutti ammoniti, che d’ora innanzi nessuno deve parlare con lui a voce, né comunicare con lui per iscritto; che nessuno deve prestargli servizio, né dormire sotto il suo stesso tetto, nessuno avvicinarsi a lui oltre i quattro cubiti [circa due metri], e nessuno leggere alcunché dettato da lui o scritto di suo pugno».

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Pandemia e strage dei congiuntivi


La scienza è scienza, ci mancherebbe… e chi non ha specifiche competenze professionali dovrebbe, a maggior ragione, praticare epoché (sospensione del giudizio) ed afasia (il non dire, il silenzio), lasciando la parola alle istituzioni e agli esperti (o sedicenti tali). Ma quanta inutile sofferenza fisica e psichica, quante morti, quante relazioni interrotte, quanto disagio sociale si sarebbero potuti evitare utilizzando in maniera appropriata, non dico la logica e l’arte dell’argomentare, ma, quanto meno, la lingua italiana in maniera corretta (la quale, come sappiamo, prevede modi del verbo alternativi all’indicativo e all’imperativo, congiuntivi dubitativi, ottativi, della possibilità, eventualità, probabilità, ecc., periodi ipotetici del primo, secondo e terzo tipo)? In ossequio, peraltro, all’empirismo-scetticismo che dovrebbe contraddistinguere il metodo scientifico moderno…
Chi risponde di questo? Chi se ne assume la “responsabilità”? Gli uomini e le donne delle istituzioni (coperti da scudo penale)? I giornalisti e i professionisti dell’informazione? I tanti concittadini che, spinti dall’urgenza delle passioni, non hanno saputo (e non sanno) resistere a balbettare in maniera avventata opinioni mal digerite, facendo, nel loro piccolo, da inconsapevole grancassa, alla grottesca propaganda di regime o alle “opposte” (e funzionali) idiozie fantapolitiche e fantascientifiche? Quasi mai una smentita, un chieder scusa, un “su questo punto ci eravamo sbagliati”…
L’idiozia, l’analfabetismo funzionale, il non praticare la “retta parola” (uno dei principi dell’Ottuplice sentiero buddista, nonché della morale cristiana) sono all’origine di una grande sofferenza che riguarda tutti noi. Tutti quanti siamo responsabili del diffondersi dei germi della paura, del rancore, della disperazione. Abbiamo bisogno di imparare molte cose, non solo da virologi e medici… La strage dei congiuntivi, la lenta agonia della scuola pubblica, il progressivo declino dei diritti socio-economici, non hanno nulla a che vedere con la biologia e le dinamiche di replicazione e diffusione dei virus.

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Mancano le parole per dire


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Primo Maggio a scuola


Viva il Primo Maggio!, viva la nostra Repubblica fondata sul Lavoro!

Quella le cui istituzioni si reggono, da decenni, sullo sfruttamento del precariato, sulle decine di migliaia di lavoratori, giovani e meno giovani, impiegati come “tappabuchi del sistema”, finché serve, assunti ad ottobre e licenziati a giugno, se dice loro bene. Usa e getta.

Quella che ti condanna, spesso e volentieri, alla tortura dell’incoerenza, all’essere in contraddizione con la funzione istituzionale e morale che ricopri: il dover trasmettere ai giovani i valori della Costituzione all’interno di un sistema che questi valori ha, anno dopo anno, vieppiù svuotato di senso (e di risorse).

Quella che, in certo modo, ti rende complice, quando ciò che esponi in classe e provi a rappresentare con una condotta professionale il più possibile onorevole, fa a pugni con la realtà quotidiana, con l’oggi e, soprattutto, con il domani dei giovani cittadini che sono affidati alle tue cure.

Quella delle “riforme” e degli annunci continui, delle “novità” che non sono novità, della pirandelliana “Alternanza Scuola-Lavoro” e della beckettiana “Educazione civica”, della superfetazione di decreti e circolari che usano tantissime parole per ripetere a dirigenti e docenti lo stesso ritornello, sempre: “arrangiatevi” e “cercate di crepare in silenzio”. A costo zero, naturalmente (of course). Perché voi valete “zero”. (For the “ones” before the “zero” please contact some multinational company). Per gli “uno” prima dello “zero” siete pregati di contattare qualche azienda multinazionale.

It’s always the same song: there’s no alternative, baby. Oh my God, the refrain of the Thatcher’s blues!” (È sempre la stessa canzone: non c’è alternativa, belli miei. Il solito ritornello di thatcheriana memoria.)

Quella dell’inane carico di burocrazia che, subdolamente, riempie ogni interstizio della funzione docente, uccidendo minuti primi e secondi, sabbia versata in gola per renderti afasico, per estinguere il fuoco erotico della “relazione” con le persone in carne ed ossa, con gli studenti, con i colleghi, con le famiglie, con i contenuti culturali delle discipline. Eros in agonia.

Quella della “quantità” che, senza alcun rispetto per la sacralità del “limite”, tende a saturare ogni spazio di senso e significato, azzerando qualità e valori. Quantità bicipite, dalla “doppia testa”.

La prima. Quella “tecnocratica” dell’informatizzazione onnipervasiva delle menti, della macchina che non serve se non sei tu a servirla, del “problem solving”, della logica binaria “vero-falso” (come dire, buoni-cattivi, noi-loro, ecc.: insomma, un vero e proprio invito al dialogo e alla tolleranza… alla complessità); nonché quella delle prove INVALSI, durante le quali “coviddi non ce n’è”, dunque ci si può ammucchiare, perché “coviddi”, è scientificamente provato, alligna e si riproduce soprattutto tra giovani menti impegnate nell’elaborazione di ragionamenti complessi, un problema di matematica, un testo argomentativo, un saggio espositivo, quella “roba”, ormai vetusta, come il “fu” Esame di maturità, che è meglio evitare in presenza.

L’altra testa della quantificazione, quella “economicistica” dei “debiti” e dei “crediti” scolastici, dei “voti” subito, maledetti e in contanti, prove tecniche di feticismo della merce-denaro, del “tu vali quel numero là”, i cinque e i sei di oggi sul RE (acronimo di Registro Elettronico), come gli uno e gli zeri del conto in banca di domani; quella del curriculum vitae da compilarsi rigorosamente online, prove tecniche di maquillage e di marketing per imparare a vendere se stessi; quella, subdola, del lavoro “in team” e del “cooperative-learning” (attenzione agli anglismi!, nascondono sempre qualche fregatura…), ma guardandosi in cagnesco, perché “vita mea, mors tua”: individui in perenne competizione gli uni con gli altri, frammentati, cinici, schizoidi, dolorosamente soli. C’è un mondo di merci che ci aspetta là fuori. E uno non vale mai uno.

C’è una terza testa, ancor più metafisica, se vogliamo, che le genera entrambe – è l’anno di Dante: evviva Cerbero! –: si tratta del tempo. Tempo quantificato, tempo esteso, tempo reversibile, tempo che è denaro, tempo che non conosce né mattina né sera, che non distingue giorni feriali e giorni festivi: tutto uguale, tutto “interscambiabile”. Tempo che squilla quando gli pare, come lo smartphone. Tempo “bulimico”: imparo a memoria oggi, dimentico domani. Tempo “anoressico”: lo stiro e lo ricucio per brama di perfezionismo. Tempo “ansiogeno”: non sarò mai pronto, non sarò mai all’altezza, giacché questo eterno presente, che sembra non voler passare mai, ha il vizio di arrivare sempre troppo presto e sempre all’improvviso. Non siamo fatti per l’eternità: siamo mortali. Un cerchio del genere non si lascia quadrare. Per questo ci sentiremo sempre inadeguati… e i giovani apprendisti di questa metafisica così hard si sentiranno sempre fuori posto. È inevitabile.

Viva il Primo Maggio, quello degli “sfaccendati” con tre mesi di ferie o quello, sinora inedito, dei lavoratori stagionali, della mancetta paternalisticamente concessa a docenti e studenti di buona volontà, affinché, questa estate, “messo a dormire coviddi”, recuperino socialità intrattenendosi negli stessi edifici malconci o cadenti di ieri e di domani, senza aerazione, senza spazi e suppellettili didattiche per musica, teatro e sport. Tutti insieme appassionatamente: io e te a un metro da terra e a “novanta centimetri dalle rime buccali”. Della festa alla quale “dovete venire tutti già mascherati ffp2”, così spendete proficuamente i soldi della mancetta. Benvenuti alla “summer school de noantri”, quella delle nozze coi fichi secchi, quella che “intanto ad agosto non ci pensi”, così a settembre puoi ricominciare ad abbuffarti di becchime “progettualizzato” nella mangiatoia della tua nuova (o vecchia) classe-pollaio, con il dividendo di gelminiana memoria rigorosamente fermo sulle “ventisette”, con qualche deroga verso le “trentatre” (persone per classe). Quella della sempreverde girandola di supplenti e supplenti dei supplenti, che “questo è l’ultimo anno: dall’anno prossimo cambia tutto!”: come se i gattopardeschi esecutori testamentari del “fu” Stato sociale avessero veramente intenzione di cambiare qualcosa. L’esistenza di un ampio “Sottoproletariato di precari” non è un problema all’ordine del giorno, ma la soluzione al problema neoliberista di come trasferire altre risorse dal pubblico al privato.

Chiudiamo con una metafora storica. Come soldati del lavoro, molti di noi vogliono continuare a battersi per la nostra scuola, per i nostri figli, in difesa dei valori della Costituzione. Non siamo ancora vinti. La nostra è una grande tradizione culturale e ne andiamo fieri. Come gli “eroici difensori della saga di Giarabub”, che non chiedevano pane ma il “piombo del moschetto”, non acqua ma “il fuoco distruggitore”, non il cambio ché “non si cede neppure un metro se la morte non passerà”, ebbene dateci armi, dateci risorse, vale a dire dateci classi di quindici-venti studenti massimo, dateci aule ben riscaldate d’inverno e fresche d’estate, dateci palestre e laboratori degni di questo nome, dateci spazi decenti ed occasioni vere per fare cultura e per fare comunità, dateci percorsi di formazione alla professione docente chiari, profittevoli e meritocratici, coerenti con la scelta universitaria che si è fatta, nonché carriere lavorative degne di questo nome. Soprattutto, mandateci nuovi battaglioni di insegnanti preparati e volenterosi, ché con la classe docente più vecchia d’Europa (se non del mondo), forse si potrà resistere ancora un po’, ma non si potrà mai passare al contrattacco. E senza contrattaccare, con le scarpe rotte, i vecchi fucili ‘91 a tracolla, senza né acqua né benzina, ad Alessandria d’Egitto non ci arriveremo mai. E non mi venite a raccontare che “mancò la fortuna, ma non il valore”. Il valore, l’inventiva, la competenza, la passione ideale, l’amore per questa professione, quelli, nella truppa, spesso, ci sono ancora. D’accordo. Ma non è la “fortuna”, di cui siamo noi i veri artefici, a mancare, bensì la visione e la volontà politica. Buon Primo Maggio a tutti!

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Cronache dalla “fu” scuola pubblica


Le quinte liceali al 70% (o al 100% come si legge da qualche parte). Ovvero, come aumentare in maniera significativa la possibilità che a metà giugno molti maturandi o commissari interni siano in quarantena, impossibilitati a sbrigare la “pratica burocratica” del fu Esame di Stato. Che quest’anno rischia di avere una serie di “riedizioni” nel corso dell’estate. Incrociamo le dita e speriamo solo “in quarantena”.
Non mi venite a parlare di “rischio calcolato”. Non mi parlate di “coraggio e responsabilità”. Perché queste cose le conosciamo bene – noi professionisti della scuola di certo – per viverle sulla nostra pelle da più di un anno. Nella fu scuola pubblica, quella con le “pezze al culo”, quella che chi vuole riscaldarsi deve portarsi la stufetta da casa o rassegnarsi a fare lezione (o a partecipare ad una lezione) con la giacca a vento e la sciarpa; quella delle mascherine che ti devi portare da casa perché lo Stato ti mette a disposizione quelle becere, inutili, sulle quali qualche galantuomo probabilmente ha speculato, di FIAT-Crysler; quella della corrosiva crema da mani “ENI gas e luce”; quella del computer che parte soltanto dopo la serie rituale di bestemmie, che non si sa più nemmeno a quale divinità indirizzare; quella dei banchi con le rotelle parcheggiati in aula magna e mai utilizzati (perché non ha mai avuto senso utilizzarli); quella che se vuoi provare a fare lezione in giardino devi chiedere la cortesia ai muratori che lavorano al palazzo davanti “di abbassare il tono del frullino a disco”; quella della ragazza che non ce la fa proprio a vederti seduto a terra in cortile mentre parli di Freud e di Seconda Guerra Mondiale e ti cede la sua sediolina, accoccolandosi sulle ginocchia vicino a te (non troppo, ovviamente: ricordiamoci i famigerati, idiotissimi, “90 cm dalle rime buccali”, che per me sono 2 m minimo); quella delle cataste di banchi “vecchi”, ma nemmeno tanto, accatastati in cortile a marcire sotto la pioggia, mentre noi, con la nausea che ci sale alla bocca, dobbiamo parlare di “educazione ambientale”, branca dell’educazione civica, smentiti, ad ogni piè sospinto, dalla “fattualità” dell’iperrealismo capitalista. Danni su danni, prodotti alle coscienze dei nostri ragazzi. Questo nessuno lo dice, nessuno lo mette in conto, a nessuno importa davvero. Occorre “produrre”, occorre siglare registri su carta perché le procedure informatiche non bastano mai, occorre essere collegati h24, occorre non avere il tempo per studiare, per leggere e scrivere, e, soprattutto, per mettersi in relazione con gli studenti, prendendosi cura di loro come esseri umani, perché devi redigere le 30 pagine del documento del 15 maggio, quelle che nessuno mai si leggerà se non per romperti le palle o farti causa, il verbale della riunione in cui hai parlato solo di certificati medici, psicologi e di avvocati, perché ormai solo di questo si parla a scuola tra colleghi. Ecco, questa è l’unica “interdisciplinarietà” che conosciamo davvero.
L’irresponsabilità di una classe dirigente in altre faccende affaccendata, la cupa, stolida cecità di un’opinione pubblica “animalizzata” (con tutto il rispetto per gli animali), cialtrona, spinta alla disperazione dai soliti “demagoghi virtuali” (ma non troppo); di contro agli sguardi dei ragazzi, a volte cinicamente assenti, a volte ancora sbrilluccicanti, a volte cupamente rassegnati, a volte che ti chiedono aiuto e vorrebbero amare e volare alto, a volte gettati sugli smartphone a nutrirsi di spazzatura per la mente: ecco, questo mi fa montare dentro una rabbia cieca, una frustrazione che ho il dovere di controllare, di gestire, perché il mio volto deve (o dovrebbe) rimanere, ogni giorno, il volto di un educatore responsabile, di un adulto di cui ci si può fidare, di uno che alla Istituzione scuola ancora deve crederci. Io ho il dovere, io sento la responsabilità. Io lo devo ai miei avi. Lo devo ai miei nonni e ai miei genitori. Lo devo a chi ha sacrificato la sua vita affinché la Costituzione repubblicana, che ci costringono a leggere dopo averla in gran parte svuotata di sostanza, venisse alla luce. E soprattutto lo devo ai figli e ai figli dei figli.

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Basta con le classi pollaio!


Ormai la richiesta è inter-specie! Manca solo quella della politica…

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Nonostante covid, il dividendo per le classi prime, il prossimo anno, rimarrà fermo a 27! I cittadini devono averne contezza


https://www.miur.gov.it/formazione-classi

Il dividendo per formare prime classi negli istituti superiori rimarrà anche per il prossimo a.s. 27. Avete capito bene: minimo 27 alunni per classe, salvo deroghe per la presenza di studenti disabili. Il che vuol dire, ad esempio, che in presenza di 34 iscritti nel nostro liceo classico potremo formare una sola classe di 27 studenti (e spicci?) mentre gli altri saranno invitati a cambiare corso o a cambiare scuola. Si sarebbero potute fare due classi di 17-18 studenti (che con eventuali ripetenti sarebbero arrivate a 19-20). Non proprio l’ideale (in altri paesi, la tanto celebrata, a chiacchiere, Finlandia – lì non si danno compiti! – la media è di 12-15 studenti – rimangono a scuola tutto il giorno, sono seguitissimi, lo credo che non c’è bisogno di dare tanti compiti a casa!), ma insomma… E poi gli “idiotes” (menti privatistiche) ministeriali ci parlano di didattica personalizzata, di recupero delle competenze, del prolungamento dell’a.s… Vi rendete conto? Basta un po’ di matematica, di quella che si fa alle elementari… Ecco. Pensate, inoltre, al disagio, soprattutto in epoca di covid, del dover far viaggiare un ragazzino/una ragazzina di 14 anni da Bracciano a Roma. Mezzi sovraffollati, meno ore di studio, un ambiente totalmente nuovo, ecc. Questo comporterà anche un taglio di posti di lavoro nella nostra scuola, con colleghi, magari non più giovanissimi, costretti a viaggiare e/o a coprire spezzoni di cattedra su due o più scuole. Se nemmeno covid con tutta la retorica fatta sulla pelle della gente, degli studenti, delle famiglie, dei lavoratori della scuola, retorica che, a questo punto non esito a definire “propaganda” (non le decisioni politiche, discutibili in democrazia, ma il mare di notizie approssimative o di vere e proprie falsità che ogni giorno si riversa sul mondo della scuola), è servito a far abbassare il dividendo famigerato di gelminiana memoria, ebbene, non si faccia finta di niente: la campana a morte della scuola pubblica è suonata da anni e questi sono gli ultimi rintocchi. I soldi, se ci sono, vanno spesi per diminuire il numero di studenti per classe e per migliorare gli ambienti di lavoro. Banchi a rotelle, entrate scaglionate, turnazioni, corsi su corsi, burocrazie aggiuntive equivalgono a cerotti messi a casaccio su un corpo divorato dal cancro…. Senza considerare un’ulteriore dolorosa beffa: ai miei studenti devo pure prenderli per il sedere facendo finta di insegnare loro a parole quei valori civici che nei fatti, complice me nolente di scelte dissennate, debbo quotidianamente negare come servitore pubblico.