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Primo Maggio a scuola


Viva il Primo Maggio!, viva la nostra Repubblica fondata sul Lavoro!

Quella le cui istituzioni si reggono, da decenni, sullo sfruttamento del precariato, sulle decine di migliaia di lavoratori, giovani e meno giovani, impiegati come “tappabuchi del sistema”, finché serve, assunti ad ottobre e licenziati a giugno, se dice loro bene. Usa e getta.

Quella che ti condanna, spesso e volentieri, alla tortura dell’incoerenza, all’essere in contraddizione con la funzione istituzionale e morale che ricopri: il dover trasmettere ai giovani i valori della Costituzione all’interno di un sistema che questi valori ha, anno dopo anno, vieppiù svuotato di senso (e di risorse).

Quella che, in certo modo, ti rende complice, quando ciò che esponi in classe e provi a rappresentare con una condotta professionale il più possibile onorevole, fa a pugni con la realtà quotidiana, con l’oggi e, soprattutto, con il domani dei giovani cittadini che sono affidati alle tue cure.

Quella delle “riforme” e degli annunci continui, delle “novità” che non sono novità, della pirandelliana “Alternanza Scuola-Lavoro” e della beckettiana “Educazione civica”, della superfetazione di decreti e circolari che usano tantissime parole per ripetere a dirigenti e docenti lo stesso ritornello, sempre: “arrangiatevi” e “cercate di crepare in silenzio”. A costo zero, naturalmente (of course). Perché voi valete “zero”. (For the “ones” before the “zero” please contact some multinational company). Per gli “uno” prima dello “zero” siete pregati di contattare qualche azienda multinazionale.

It’s always the same song: there’s no alternative, baby. Oh my God, the refrain of the Thatcher’s blues!” (È sempre la stessa canzone: non c’è alternativa, belli miei. Il solito ritornello di thatcheriana memoria.)

Quella dell’inane carico di burocrazia che, subdolamente, riempie ogni interstizio della funzione docente, uccidendo minuti primi e secondi, sabbia versata in gola per renderti afasico, per estinguere il fuoco erotico della “relazione” con le persone in carne ed ossa, con gli studenti, con i colleghi, con le famiglie, con i contenuti culturali delle discipline. Eros in agonia.

Quella della “quantità” che, senza alcun rispetto per la sacralità del “limite”, tende a saturare ogni spazio di senso e significato, azzerando qualità e valori. Quantità bicipite, dalla “doppia testa”.

La prima. Quella “tecnocratica” dell’informatizzazione onnipervasiva delle menti, della macchina che non serve se non sei tu a servirla, del “problem solving”, della logica binaria “vero-falso” (come dire, buoni-cattivi, noi-loro, ecc.: insomma, un vero e proprio invito al dialogo e alla tolleranza… alla complessità); nonché quella delle prove INVALSI, durante le quali “coviddi non ce n’è”, dunque ci si può ammucchiare, perché “coviddi”, è scientificamente provato, alligna e si riproduce soprattutto tra giovani menti impegnate nell’elaborazione di ragionamenti complessi, un problema di matematica, un testo argomentativo, un saggio espositivo, quella “roba”, ormai vetusta, come il “fu” Esame di maturità, che è meglio evitare in presenza.

L’altra testa della quantificazione, quella “economicistica” dei “debiti” e dei “crediti” scolastici, dei “voti” subito, maledetti e in contanti, prove tecniche di feticismo della merce-denaro, del “tu vali quel numero là”, i cinque e i sei di oggi sul RE (acronimo di Registro Elettronico), come gli uno e gli zeri del conto in banca di domani; quella del curriculum vitae da compilarsi rigorosamente online, prove tecniche di maquillage e di marketing per imparare a vendere se stessi; quella, subdola, del lavoro “in team” e del “cooperative-learning” (attenzione agli anglismi!, nascondono sempre qualche fregatura…), ma guardandosi in cagnesco, perché “vita mea, mors tua”: individui in perenne competizione gli uni con gli altri, frammentati, cinici, schizoidi, dolorosamente soli. C’è un mondo di merci che ci aspetta là fuori. E uno non vale mai uno.

C’è una terza testa, ancor più metafisica, se vogliamo, che le genera entrambe – è l’anno di Dante: evviva Cerbero! –: si tratta del tempo. Tempo quantificato, tempo esteso, tempo reversibile, tempo che è denaro, tempo che non conosce né mattina né sera, che non distingue giorni feriali e giorni festivi: tutto uguale, tutto “interscambiabile”. Tempo che squilla quando gli pare, come lo smartphone. Tempo “bulimico”: imparo a memoria oggi, dimentico domani. Tempo “anoressico”: lo stiro e lo ricucio per brama di perfezionismo. Tempo “ansiogeno”: non sarò mai pronto, non sarò mai all’altezza, giacché questo eterno presente, che sembra non voler passare mai, ha il vizio di arrivare sempre troppo presto e sempre all’improvviso. Non siamo fatti per l’eternità: siamo mortali. Un cerchio del genere non si lascia quadrare. Per questo ci sentiremo sempre inadeguati… e i giovani apprendisti di questa metafisica così hard si sentiranno sempre fuori posto. È inevitabile.

Viva il Primo Maggio, quello degli “sfaccendati” con tre mesi di ferie o quello, sinora inedito, dei lavoratori stagionali, della mancetta paternalisticamente concessa a docenti e studenti di buona volontà, affinché, questa estate, “messo a dormire coviddi”, recuperino socialità intrattenendosi negli stessi edifici malconci o cadenti di ieri e di domani, senza aerazione, senza spazi e suppellettili didattiche per musica, teatro e sport. Tutti insieme appassionatamente: io e te a un metro da terra e a “novanta centimetri dalle rime buccali”. Della festa alla quale “dovete venire tutti già mascherati ffp2”, così spendete proficuamente i soldi della mancetta. Benvenuti alla “summer school de noantri”, quella delle nozze coi fichi secchi, quella che “intanto ad agosto non ci pensi”, così a settembre puoi ricominciare ad abbuffarti di becchime “progettualizzato” nella mangiatoia della tua nuova (o vecchia) classe-pollaio, con il dividendo di gelminiana memoria rigorosamente fermo sulle “ventisette”, con qualche deroga verso le “trentatre” (persone per classe). Quella della sempreverde girandola di supplenti e supplenti dei supplenti, che “questo è l’ultimo anno: dall’anno prossimo cambia tutto!”: come se i gattopardeschi esecutori testamentari del “fu” Stato sociale avessero veramente intenzione di cambiare qualcosa. L’esistenza di un ampio “Sottoproletariato di precari” non è un problema all’ordine del giorno, ma la soluzione al problema neoliberista di come trasferire altre risorse dal pubblico al privato.

Chiudiamo con una metafora storica. Come soldati del lavoro, molti di noi vogliono continuare a battersi per la nostra scuola, per i nostri figli, in difesa dei valori della Costituzione. Non siamo ancora vinti. La nostra è una grande tradizione culturale e ne andiamo fieri. Come gli “eroici difensori della saga di Giarabub”, che non chiedevano pane ma il “piombo del moschetto”, non acqua ma “il fuoco distruggitore”, non il cambio ché “non si cede neppure un metro se la morte non passerà”, ebbene dateci armi, dateci risorse, vale a dire dateci classi di quindici-venti studenti massimo, dateci aule ben riscaldate d’inverno e fresche d’estate, dateci palestre e laboratori degni di questo nome, dateci spazi decenti ed occasioni vere per fare cultura e per fare comunità, dateci percorsi di formazione alla professione docente chiari, profittevoli e meritocratici, coerenti con la scelta universitaria che si è fatta, nonché carriere lavorative degne di questo nome. Soprattutto, mandateci nuovi battaglioni di insegnanti preparati e volenterosi, ché con la classe docente più vecchia d’Europa (se non del mondo), forse si potrà resistere ancora un po’, ma non si potrà mai passare al contrattacco. E senza contrattaccare, con le scarpe rotte, i vecchi fucili ‘91 a tracolla, senza né acqua né benzina, ad Alessandria d’Egitto non ci arriveremo mai. E non mi venite a raccontare che “mancò la fortuna, ma non il valore”. Il valore, l’inventiva, la competenza, la passione ideale, l’amore per questa professione, quelli, nella truppa, spesso, ci sono ancora. D’accordo. Ma non è la “fortuna”, di cui siamo noi i veri artefici, a mancare, bensì la visione e la volontà politica. Buon Primo Maggio a tutti!

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Cronache dalla “fu” scuola pubblica


Le quinte liceali al 70% (o al 100% come si legge da qualche parte). Ovvero, come aumentare in maniera significativa la possibilità che a metà giugno molti maturandi o commissari interni siano in quarantena, impossibilitati a sbrigare la “pratica burocratica” del fu Esame di Stato. Che quest’anno rischia di avere una serie di “riedizioni” nel corso dell’estate. Incrociamo le dita e speriamo solo “in quarantena”.
Non mi venite a parlare di “rischio calcolato”. Non mi parlate di “coraggio e responsabilità”. Perché queste cose le conosciamo bene – noi professionisti della scuola di certo – per viverle sulla nostra pelle da più di un anno. Nella fu scuola pubblica, quella con le “pezze al culo”, quella che chi vuole riscaldarsi deve portarsi la stufetta da casa o rassegnarsi a fare lezione (o a partecipare ad una lezione) con la giacca a vento e la sciarpa; quella delle mascherine che ti devi portare da casa perché lo Stato ti mette a disposizione quelle becere, inutili, sulle quali qualche galantuomo probabilmente ha speculato, di FIAT-Crysler; quella della corrosiva crema da mani “ENI gas e luce”; quella del computer che parte soltanto dopo la serie rituale di bestemmie, che non si sa più nemmeno a quale divinità indirizzare; quella dei banchi con le rotelle parcheggiati in aula magna e mai utilizzati (perché non ha mai avuto senso utilizzarli); quella che se vuoi provare a fare lezione in giardino devi chiedere la cortesia ai muratori che lavorano al palazzo davanti “di abbassare il tono del frullino a disco”; quella della ragazza che non ce la fa proprio a vederti seduto a terra in cortile mentre parli di Freud e di Seconda Guerra Mondiale e ti cede la sua sediolina, accoccolandosi sulle ginocchia vicino a te (non troppo, ovviamente: ricordiamoci i famigerati, idiotissimi, “90 cm dalle rime buccali”, che per me sono 2 m minimo); quella delle cataste di banchi “vecchi”, ma nemmeno tanto, accatastati in cortile a marcire sotto la pioggia, mentre noi, con la nausea che ci sale alla bocca, dobbiamo parlare di “educazione ambientale”, branca dell’educazione civica, smentiti, ad ogni piè sospinto, dalla “fattualità” dell’iperrealismo capitalista. Danni su danni, prodotti alle coscienze dei nostri ragazzi. Questo nessuno lo dice, nessuno lo mette in conto, a nessuno importa davvero. Occorre “produrre”, occorre siglare registri su carta perché le procedure informatiche non bastano mai, occorre essere collegati h24, occorre non avere il tempo per studiare, per leggere e scrivere, e, soprattutto, per mettersi in relazione con gli studenti, prendendosi cura di loro come esseri umani, perché devi redigere le 30 pagine del documento del 15 maggio, quelle che nessuno mai si leggerà se non per romperti le palle o farti causa, il verbale della riunione in cui hai parlato solo di certificati medici, psicologi e di avvocati, perché ormai solo di questo si parla a scuola tra colleghi. Ecco, questa è l’unica “interdisciplinarietà” che conosciamo davvero.
L’irresponsabilità di una classe dirigente in altre faccende affaccendata, la cupa, stolida cecità di un’opinione pubblica “animalizzata” (con tutto il rispetto per gli animali), cialtrona, spinta alla disperazione dai soliti “demagoghi virtuali” (ma non troppo); di contro agli sguardi dei ragazzi, a volte cinicamente assenti, a volte ancora sbrilluccicanti, a volte cupamente rassegnati, a volte che ti chiedono aiuto e vorrebbero amare e volare alto, a volte gettati sugli smartphone a nutrirsi di spazzatura per la mente: ecco, questo mi fa montare dentro una rabbia cieca, una frustrazione che ho il dovere di controllare, di gestire, perché il mio volto deve (o dovrebbe) rimanere, ogni giorno, il volto di un educatore responsabile, di un adulto di cui ci si può fidare, di uno che alla Istituzione scuola ancora deve crederci. Io ho il dovere, io sento la responsabilità. Io lo devo ai miei avi. Lo devo ai miei nonni e ai miei genitori. Lo devo a chi ha sacrificato la sua vita affinché la Costituzione repubblicana, che ci costringono a leggere dopo averla in gran parte svuotata di sostanza, venisse alla luce. E soprattutto lo devo ai figli e ai figli dei figli.

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Basta con le classi pollaio!


Ormai la richiesta è inter-specie! Manca solo quella della politica…

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Nonostante covid, il dividendo per le classi prime, il prossimo anno, rimarrà fermo a 27! I cittadini devono averne contezza


https://www.miur.gov.it/formazione-classi

Il dividendo per formare prime classi negli istituti superiori rimarrà anche per il prossimo a.s. 27. Avete capito bene: minimo 27 alunni per classe, salvo deroghe per la presenza di studenti disabili. Il che vuol dire, ad esempio, che in presenza di 34 iscritti nel nostro liceo classico potremo formare una sola classe di 27 studenti (e spicci?) mentre gli altri saranno invitati a cambiare corso o a cambiare scuola. Si sarebbero potute fare due classi di 17-18 studenti (che con eventuali ripetenti sarebbero arrivate a 19-20). Non proprio l’ideale (in altri paesi, la tanto celebrata, a chiacchiere, Finlandia – lì non si danno compiti! – la media è di 12-15 studenti – rimangono a scuola tutto il giorno, sono seguitissimi, lo credo che non c’è bisogno di dare tanti compiti a casa!), ma insomma… E poi gli “idiotes” (menti privatistiche) ministeriali ci parlano di didattica personalizzata, di recupero delle competenze, del prolungamento dell’a.s… Vi rendete conto? Basta un po’ di matematica, di quella che si fa alle elementari… Ecco. Pensate, inoltre, al disagio, soprattutto in epoca di covid, del dover far viaggiare un ragazzino/una ragazzina di 14 anni da Bracciano a Roma. Mezzi sovraffollati, meno ore di studio, un ambiente totalmente nuovo, ecc. Questo comporterà anche un taglio di posti di lavoro nella nostra scuola, con colleghi, magari non più giovanissimi, costretti a viaggiare e/o a coprire spezzoni di cattedra su due o più scuole. Se nemmeno covid con tutta la retorica fatta sulla pelle della gente, degli studenti, delle famiglie, dei lavoratori della scuola, retorica che, a questo punto non esito a definire “propaganda” (non le decisioni politiche, discutibili in democrazia, ma il mare di notizie approssimative o di vere e proprie falsità che ogni giorno si riversa sul mondo della scuola), è servito a far abbassare il dividendo famigerato di gelminiana memoria, ebbene, non si faccia finta di niente: la campana a morte della scuola pubblica è suonata da anni e questi sono gli ultimi rintocchi. I soldi, se ci sono, vanno spesi per diminuire il numero di studenti per classe e per migliorare gli ambienti di lavoro. Banchi a rotelle, entrate scaglionate, turnazioni, corsi su corsi, burocrazie aggiuntive equivalgono a cerotti messi a casaccio su un corpo divorato dal cancro…. Senza considerare un’ulteriore dolorosa beffa: ai miei studenti devo pure prenderli per il sedere facendo finta di insegnare loro a parole quei valori civici che nei fatti, complice me nolente di scelte dissennate, debbo quotidianamente negare come servitore pubblico.

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Del rientro a scuola, costi quel che costi


So che magari questa considerazione potrà sembrare irrilevante ai più. Ma in essa c’è la scuola, quella vera, al di là del vaniloquio, del chiacchiericcio e delle strumentalizzazioni politiche. Da domani, so per certo (per averlo già sperimentato nei mesi precedenti, con l’ulteriore aggravante dei cambiamenti di orario e della recrudescenza epidemica) tornando a scuola alle condizioni pazzesche che ci vengono imposte, la qualità del mio/nostro lavoro didattico – mio/nostro perché si lavora per gli studenti e con gli studenti – scadrà in maniera consistente e, salvo colpi d’ala dell’ultimo momento (da parte mia o di qualche studente: dalle istituzioni non mi aspetto niente di positivo), andrà peggiorando col passare del tempo.

A chi convenga, cui prodest, mi sfugge (parlo della gente che la scuola la vive in prima persona). Magari, per qualche collega sarà diverso. Avrà i suoi buoni motivi.

Per come la vedo io: cinque-sei ore di lezione con la fp2, in aule gelide (occorre areare!), ad orari improbabili, con strumenti non all’altezza di quelli di cui disponiamo a casa, con dieci-quindici alunni impietriti ai loro banchi e col volto coperto e dieci-quindici invisibili in collegamento da casa (sempre che il collegamento funzioni, che il PC non faccia le bizze, che il collega dell’ora precedente non abbia cambiato la password, ecc. ecc.) avranno, probabilmente, un impatto scarsamente produttivo anche sui più motivati. Potremo quanto meno dialogare? La fisicità ci sarà d’aiuto? Immaginatevi dieci personaggi in cerca d’autore, alcuni dei quali preoccupati o angosciati per la paura di covid o l’imbarazzo della situazione, infreddoliti, ammutoliti dalla fp2, costretti a rimaner seduti al loro posto, con la sola possibilità, al massimo, di recarsi al bagno, luogo metafisico per eccellenza, in solitudine. Potranno addentare il panino che si sono portati? Di questo non sappiamo ancora nulla… Stando alla normativa in vigore parrebbe di no. Ad ogni modo, io non mi assumerò la responsabilità di far loro togliere la mascherina, nemmeno per un minuto (salvo indicazioni più puntuali da parte della Dirigenza).

Ma qualcuno potrebbe dire: «Al diavolo la didattica e l’apprendimento, l’importante è uscire di casa, è la relazione, è socializzare». D’accordissimo. Socializzeranno dove e come? Dentro le aule alle condizioni che illustravo sopra? Difficile… per quanto l’umano, soprattutto in giovane età, abbia risorse sorprendenti… Allora fuori dai cancelli, alla fermata dell’autobus (arriverà all’orario giusto per tutti? vedremo…), tornando a casa o aspettando di entrare a scuola al baretto qui vicino…

Ma, benedetto iddio, chi impedisce loro di far la stessa cosa di pomeriggio? Cambia qualcosa nella qualità della relazione? Mi sfugge… Beninteso: sto parlando di ragazzi/e di età compresa tra i 17 e 20 anni (alcuni dei quali in altri contesti scolastici starebbero al primo o al secondo anno di università).

Ad ogni modo: sursum corda! Faremo del nostro meglio… qualcosa ci inventeremo

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Noi insegnanti, “fannulloni” e “codardi”, “mangiapane-a-tradimento” (DAD o non DAD: questo è il problema!)


Questo è l’andamento del canale youtube che ho cominciato ad utilizzare dall’inizio della pandemia in DAD, in DDI, a supporto della didattica in presenza. Sotto, l’andamento delle visualizzazioni relative al mio blog, che utilizzo da più di un lustro sempre a supporto della didattica, con o senza pandemia o DAD (o altre mostruosità del genere). Il tutto è completamente gratuito per lo studente e per navigante. I mezzi con cui realizzo il lavoro sono a carico del sottoscritto. Tutto questo materiale all’istituzione non è costato una lira. A me è costato migliaia di ore di lavoro. Non sono in grado di conteggiarle. Mi sembrerebbe anche ridicolo farlo. È il mio lavoro ed è al servizio della comunità. Sono un servitore pubblico e ne sono onorato. Ho scelto di fare della filosofia e dell’insegnamento della filosofia (e della storia) la mia vita e, dunque, eccomi qua. Filosofia è dialogo e relazione. Ragione ed empatia. Io insegno anche con il corpo e con gli occhi e amo muovermi sul palcoscenico (sovente gelido d’inverno e torrido d’estate) delle aule del nostro istituto. Con i ragazzi ci parlo. Di tutto. Di vita, d’amore, di amicizia, di politica, di economia, di legge, di come si sta al mondo, del fatto che dobbiamo morire. Tutti quanti. Quando non posso farlo in presenza, uso altri mezzi. Tutto qui.

Ce ne sono moltissimi altri come me. Moltissimi colleghi che ho avuto il piacere di incrociare in venti anni di insegnamento e ai quali ho affidato anche la formazione di mia figlia.

Insomma, faccio parte di quella schiera di “fannulloni” e di “codardi”, di “mangiapane-a-tradimento” che infesta la scuola pubblica italiana.

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Dalla retorica delle “classi pollaio” alle “classi vuote” (da riempire costi quel che costi)


Non amo utilizzare questo mezzo per parlare di scuola. Ho la sensazione, netta, di perdere il mio tempo alimentando il vano chiacchiericcio del tutti contro tutti, del “mi piace” e “non mi piace”, della “caciara”, come si dice a Roma, niente affatto divertente. Ché, alla fine, non conviene a nessuno, né agli studenti, né a quei docenti, i quali, nonostante tutto e tutti, ancora provano a svolgere la loro professione con un minimo di dignità ed onestà intellettuale. Delle opinioni non so che farmene. Tanto meno delle polemiche ad usum plebis o ad usum Delphini. Ma quando sento messa all’angolo la logica più elementare, dopo una vita dedicata alla filosofia, qualcosa mi spinge ancora a prendere la parola. Fatta questa premessa, cercherò di essere sintetico.

Vi riporto qui sotto due articoli di giornali online. Il primo risale al 17 febbraio 2020, quando ancora l’ondata della pandemia non si era abbattuta sulle nostre scuole (né sulla società civile in senso lato). L’altro è di ieri 31 dicembre 2020.

https://finanza.repubblica.it/…/scuola_classi_pollaio…/

https://ilmanifesto.it/il-senato-respinge-lemendamento…/

Nel primo si parlava dell’ «emendamento del M5S al decreto Milleproroghe con cui si intende porre un freno alle classi numerose: vengono stanziati 55 milioni di euro in tre anni per intervenire laddove il numero di iscritti sia superiore a 22 alunni, ridotti a 20 in presenza di studenti con grave disabilità certificata», cui seguiva una personale nota di esultanza dell’attuale ministro dell’istruzione. Questa notizia, basta fare una banale ricerca sulla rete, fu riportata, a suo tempo, dalla gran parte degli organi di stampa che si interessano di scuola.

Nel secondo, si riporta la notizia della bocciatura di un emendamento presentato in Senato dalla senatrice Paola Nugnesche di Rifondazione Comunista con il quale si intendeva ritornare sull’annosa questione delle “classi pollaio” diminuendo il numero di studenti per classe a 15. La notizia è riportata soltanto dal Manifesto online, almeno ad oggi. Che sia il Manifesto a darne notizia, è un’ovvietà. Non dovrebbe essere altrettanto ovvio che il resto degli organi di informazione non consideri la notizia degna di nota. A meno che non si tratti di una notizia falsa (possibile?).

Al di là dei soggetti politici (M5S, PRC), che non hanno alcuna rilevanza ai fini della sostanza del presente discorso, è lecito porsi alcune domande (in chiusura).

Partiamo da un’altra evidenza fattuale, che, per brevità, non argomenterò (ma sulla quale, mi sembra, siano tutti più o meno d’accordo). Se si volesse intervenire concretamente per affrontare i problemi che affliggono da più di un quarto di secolo la scuola pubblica italiana (marcando la differenza con i sistemi scolastici “più evoluti”), occorrerebbe mettere mano, per gradi, alle seguenti questioni:

1) “classi pollaio”, ovvero diminuire il dividendo che si usa per formare le classi (attualmente si aggira intorno ai 27 alunni per le classi iniziali, più eventuali resti: per un quadro dettagliato si veda https://www.oggiscuola.com/…/parametri-per-la…/);

2) infrastrutture inadeguate (se ne parla da anni: ha senso questionare della potenza del wifi, quando le finestre delle aule cadono a pezzi o la temperatura delle stesse, d’inverno, scende sotto i 15 gradi costringendo docenti e studenti a fare lezione con la giacca a vento?);

3) formazione, selezione e reclutamento dei docenti improntati su alti standard qualitativi e centrati sulle reali esigenze didattiche, nonché progressiva abolizione del precariato (una vera e propria piaga indegna di un paese civile);

4) adeguamento dei salari del personale scolastico agli standard europei.

Beninteso, la pandemia da covid ha imposto sin qui, comprensibilmente, strategie di corto o cortissimo respiro, basate sull’aleatorietà del clima emergenziale. Ma, insieme, ha vieppiù evidenziato i suddetti problemi (per chi non chiuda gli occhi sulla realtà fattuale).

Rebus sic stantibus, dedicarsi in maniera ossessiva e reiterata ad altre questioni (vado a casaccio: PCTO, educazione civica, progettifici, banchi monoposto, ecc.) equivale, mi si consenta la metafora, a preoccuparsi di battere i tappeti o di spolverare quando ti piove dentro casa e i muri schricchiolano.

Discutere di percentuali di alunni in presenza 25%, 50%, 75%, per questa o quella settimana suona altrettanto pretestuoso quando non si sia messo mano (e non si abbia intenzione o possibilità di farlo) ad affrontare i suddetti problemi. Peraltro, è assai probabile, si torni ad assistere alla stessa tragicommedia che ha contraddistinto i primi mesi di scuola: mezza classe dentro, mezza fuori, una settimana sì e una no, un giorno sì e uno no, DDI, spray, mascherina, DDT, prima caso con classe in quarantena, tampone numero uno, secondo caso, tampone due, collega ricoverato in gravi condizioni, collega spirato, alunni di cui si perdono le tracce, tutti in DAD con docenti obbligati ad andare a scuola, poi tutti in DAD da casa, ecc. Possibilità di programmare le attività didattiche: zero. Dodici o più ore di lavoro al giorno con le sirene dei media che, a ritmo sostenuto, ripetono che le scuole sono chiuse e che nessuno fa niente… Dal coprifuoco natalizio al “tana libera tutti” all’uscita da scuola… Speriamo di no…

Su quest’ultima questione mi sento di concordare appieno con la posizione espressa dai colleghi del Liceo Tasso di Roma (https://ilmanifesto.it/…/basta-propaganda-sulla…/…).

Infine, le domande: che ne è dei 55 milioni per tre anni stanziati a febbraio 2020 per avviare a soluzione la questione delle “classi pollaio”? Nel nostro liceo, in piena emergenza da covid (quando, quindi, si sarebbe potuto, quanto meno, intervenire in deroga per salvare le classi scese sotto gli attuali parametri ministeriali), abbiamo perso 3-4 classi, creando “pollai” ancor più affollati.

L’emendamento bocciato il 31 dicembre (pretestuoso? di parte? fuori tempo massimo? può darsi…) non andava forse nella medesima direzione imboccata dal governo a suo tempo? Perché non ne parlano nemmeno i giornali “di opposizione”?

È sempre valido il mantra thatcheriano “there is no alternative” (tradotto in italiano: “non ci sono soldi”)? Se sì, che senso ha parlare di politiche scolastiche?

Ho l’impressione che si tratti, ça va sans dire, di domande retoriche…

Buon anno a tutti, colleghi e studenti!

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“Le parole sono importanti!”: politica, linguaggio, scuola. Anno Domini 2020


Audio-lezione (dialogata e attualizzante) di storia per le classi quinte dei licei
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Scuola luogo di memoria: 16 ottobre 1943


Audio-lezione di storia per i licei – Una data da ricordare: la deportazione degli ebrei di Roma, la razzia del ghetto, il treno per Auschwitz – Presentazione

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L’era delle masse: le folle irrompono sul palcoscenico della storia


[01_5] Video-lezione di storia per le classi quinte dei licei – Le masse nella storia novecentesca, seconda rivoluzione industriale, progressi scientifici e tecnici, demografia, strumenti di gestione delle masse, dal tardo XIX sec. alla contemporaneità
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Presentazione canale youtube per “didattica rovesciata”


prof. Francesco Dipalo, Liceo Classico “Ignazio Vian” – Bracciano (https://www.liceovian.edu.it/)
canale youtube: https://www.youtube.com/francescodipalo
blog: https://francescodipalo.wordpress.com/
facebook: https://www.facebook.com/LiberiDentro/
curriculum: https://francescodipalo.wordpress.com/info/

TERZO ANNO

INTRODUZIONE ALLO STUDIO DELLA FILOSOFIA: https://www.youtube.com/playlist?list=PL2DGRTcIxOYgPjPOGvH2SpQWVy1uYZdOx

CORSO DI STORIA MEDIEVALE E MODERNA – CICLO DI LEZIONI ON LINE PER “CLASSE ROVESCIATA”: https://www.youtube.com/playlist?list=PL2DGRTcIxOYiQVjCxzA7LxI3Bs_8NTJre
MATERIALI DIDATTICI: https://francescodipalo.wordpress.com/tag/storia-terzo-anno/

CORSO DI FILOSOFIA ANTICA E MEDIEVALE – CICLO DI LEZIONI ON LINE PER “CLASSE ROVESCIATA”: https://www.youtube.com/playlist?list=PL2DGRTcIxOYjsWS7WaJ-XB0rvuastQUMH
MATERIALI DIDATTICI: https://francescodipalo.wordpress.com/tag/filosofia-terzo-anno/

QUARTO ANNO

CORSO DI STORIA TRA SEICENTO ED OTTOCENTO – CICLO DI LEZIONI ON LINE PER “CLASSE ROVESCIATA”: https://www.youtube.com/playlist?list=PL2DGRTcIxOYjfUwvQNcwdHOMXwQiJ-RuG
MATERIALI DIDATTICI: https://francescodipalo.wordpress.com/tag/storia-quarto-anno/

CORSO DI FILOSOFIA MODERNA – CICLO DI LEZIONI ON LINE PER “CLASSE ROVESCIATA”: https://www.youtube.com/playlist?list=PL2DGRTcIxOYgRrmQ4PkUkXiadxV0Mtal5
MATERIALI DIDATTICI: https://francescodipalo.wordpress.com/tag/filosofia-quarto-anno/

QUINTO ANNO

CORSO DI STORIA CONTEMPORANEA – CICLO DI LEZIONI ON LINE PER “CLASSE ROVESCIATA”: https://www.youtube.com/playlist?list=PL2DGRTcIxOYjm5aEKHlKLsAwTsdpKkvGF
MATERIALI DIDATTICI: https://francescodipalo.wordpress.com/tag/storia-quinto-anno/

CORSO DI FILOSOFIA CONTEMPORANEA – CICLO DI LEZIONI ON LINE PER “CLASSE ROVESCIATA”: https://www.youtube.com/playlist?list=PL2DGRTcIxOYg_xv4gt0SjLerfTU21H01j
MATERIALI DIDATTICI: https://francescodipalo.wordpress.com/tag/filosofia-quinto-anno/

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Scuola, riforma, tecnologie


Intervista al prof. Francesco Dipalo a cura della dott.ssa Giulia Fagioli (03/2016)
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Ignazio Vian, Boves, la Resistenza… il nostro liceo


La storia del capitano Ignazio Vian nel contesto delle vicende della Resistenza. Alla figura di Ignazio Vian è intitolato il nostro liceo a Bracciano. Presentazione a cura di: Sofia Agrestini, Cristina Annibale (video-editing), Gaia Pietrelli, Sara Polizzano, Elisa Pompili, Elsa Rallo e Chiara Verbigrazia (5X a.s. 2019-2020)
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25 aprile: ricordiamo Ignazio Vian


La figura di Ignazio Vian, umanista, maestro, ufficiale dell’esercito, comandante della Resistenza in quel di Boves, sia di ispirazione per tutti noi, docenti, studenti, cittadini italiani. Il suo coraggio, la sua integrità morale, la sua drammatica, profondissima umanità ne fanno un esempio da imitare e da additare alle generazioni di italiani che verranno. Così egli ha saputo morire, a testa alta, per quell’ideale di patria, libera, giusta, democratica, che, per chi sa vedere, risplende ancor oggi radioso sulle nuvolaglie dell’ignoranza, della grettezza rancorosa, della pochezza morale.

Ignazio Vian fu ucciso dai tedeschi nel tardo pomeriggio del 22 luglio 1944 a Torino. Un sacerdote, che, incurante del rischio nel quale si metteva trasgredendo a ordini perentori, riuscì a salire all’ultimo momento sull’autocarro che lo conduceva dalle Carceri Nuove al luogo del supplizio insieme a cinque altri compagni di pena, poté avvicinarlo in quei momenti supremi e rimase colpito dalla sua forza d’animo e dal fervore di fede con il quale accolse l’invito a offrire cristianamente la sua vita. Senti il desiderio di conoscerne il nome; ma non potendo parlargli in segreto, per la presenza dei soldati di scorta, giudicò imprudente il chiederglielo apertamente; gli altri condannati sussurrarono che era un capitano.Lo avevano portato fino a l’autocarro dal «Braccio tedesco» delle carceri pallido e stremato per le torture, che aveva subite durante la prigionia e per il recente dissanguamento. Per tutto il viaggio nella città restò assorto e silenzioso, il volto eretto, lo sguardo fisso davanti a sé. Vicino a lui un giovane continuava a lamentarsi e a invocare la mamma. All’inizio di corso Vinzaglio sotto il primo alberto a destra, dove ora è stato eretto un cippo, che i torinesi non lasciano mai senza fiori, i tedeschi avevano innalzate le loro forche. Qui si arrestò l’autocarro nel cerchio formato da autoblinde e carri armati. Al di là di questo schieramento una folla silenziosa sospinta fin lì dai Tedeschi e costretta a sostare perché il castigo fosse esemplare. Quattro prigionieri furono fatti scendere dall’autocarro: le manette e le catenelle con le quali erano insieme legati ostacolavano i loro movimenti. Ignazio si mosse per primo. Liberati dai ferri, i condannati vennero fatti salire su di un altro autocarro, che attendeva con le sponde abbassate sotto i capestri. Poiché il giovane continuava pietosamente a lamentarsi, chiedendo grazia, uno dei tedeschi gli si avvicinò. «Sono innocente», disse il giovane, «la mia mamma resterà sola, senza aiuto, senza appoggio». Non si comprese la risposta del tedesco; si udirono invece le spietate parole di scherno di un ufficiale italiano della formazione al servizio dei tedeschi. Infilato anche al giovane condannato il capestro, l’autocarro venne messo in moto mentre quattro soldati spingevano nel vuoto le vittime. La loro morte fu quasi istantanea. Il sacerdote raggiunse gli altri due condannati, i quali poco distante, attendevano di essere condotti a morire in un altro luogo della città . Un allarme aereo sopravvenne a disperdere i militari e la folla; i corpi degli uccisi rimasero appesi alla forca fino a notte, quando cessò l’incursione.Cosi cadeva, a ventisei anni, Ignazio Vian. Il laccio che lo spense non impedì che si udisse chiaramente il suo grido: «Viva l’Italia»; vicino fece eco l’ultima invocazione del giovane alla sua mamma. Cosi cadeva davanti a una folla atterrita, che non conosceva il suo nome, né la sua condizione di soldato, ma non era ignara del significato e del valore del suo sacrificio.

(V.E. Giuntella, Ignazio Vian, il difensore di Boves)

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Risorgimento – Introduzione: i tre miti fondativi del nostro paese


In questa audio-lezione provo a delineare e a sfatare i tre miti fondativi del nostro paese: Risorgimento, Grande Guerra, Resistenza. A questi ne vorrei aggiungere un quarto, quello che i docenti della scuola pubblica italiana siano tutti “in ferie” o siano eternamente secondi al resto del mondo… Il vittimismo, l’esterofilia, del resto, sono altre caratteristiche tipicamente italiche… ma noi, pur criticamente, siamo orgogliosi del nostro paese, della nostra scuola e dei nostri ragazzi.