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Principi e funzionamento della propaganda di guerra (Anne Morelli) – Ciclo lezioni completo


Per il testo e i riferimenti online si veda: https://francescodipalo.wordpress.com/2022/06/24/principi-e-funzionamento-della-propaganda-di-guerra-anne-morelli/

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Principi e funzionamento della propaganda di guerra (Anne Morelli) – Terza lezione


Audio-lezione di storia per le classi quinte dei licei

Per il testo e i riferimenti online si veda: https://francescodipalo.wordpress.com/2022/06/24/principi-e-funzionamento-della-propaganda-di-guerra-anne-morelli/

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Principi e funzionamento della propaganda di guerra (Anne Morelli) – Seconda lezione


Audio-lezione di storia per le classi quinte dei licei

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Principi e funzionamento della propaganda di guerra (Anne Morelli) – Prima lezione


Audio-lezione di storia per le classi quinte dei licei

Per il testo e i riferimenti online si veda: https://francescodipalo.wordpress.com/2022/06/24/principi-e-funzionamento-della-propaganda-di-guerra-anne-morelli/

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Principi e funzionamento della propaganda di guerra (Anne Morelli)


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Il capitalismo della sorveglianza: dalla pandemia alla guerra in Ucraina – Giorgio Bianchi


Governare con il terrore. Propaganda e potere nell’epoca dell’informazione globalizzata: Grazie alle narrazioni autocertificate e diffuse attraverso i social network, assistiamo oggi a un perenne stato di eccezione che induce i cittadini a cedere sempre maggiori porzioni di garanzie costituzionali in cambio di un astratto concetto di sicurezza che si presume possa essere garantito solo da provvedimenti con una marcata impronta autoritaria. “Governare con il terrore” analizza le tecniche utilizzate dalle “cupole oligarchiche” e dai complessi militari, industriali e politici al fine di perpetuare nel tempo il controllo sulle masse in quella che può essere definita l’era della post-verità. Partendo dalle teorie di Hobbes, l’opera mostra come il potere si sia impossessato del monopolio dei mezzi di comunicazione e come stia utilizzando le parole per costruire un’immagine di mondo che giustifichi la progressiva reimpostazione delle società secondo un nuovo paradigma, quello del capitalismo della sorveglianza.

Chi è Giorgio Bianchi? Si veda https://www.giorgiobianchiphotojournalist.com/about-giorgio-bianchi-photojournlist/

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La guerra in Ucraina: prospettive geopolitiche e “personalistiche”


https://en.wikipedia.org/wiki/Winter_on_Fire:_Ukraine%27s_Fight_for_Freedom
https://en.wikipedia.org/wiki/Ukraine_on_Fire


Per chi volesse approfondire la conoscenza dei fatti che hanno portato all’attuale guerra in Ucraina consiglio la visione “parallela” di questi due documentari (il primo del 2015, il secondo del 2016) entrambi “di parte”, a maggior ragione se guardati dall’attuale prospettiva di propaganda bellica. Il fatto che fossero “di parte” o “propagandistici” – o che tali siano stati e vengano considerati dalla critica – sta appunto a testimoniare, in maniera inequivocabile, come in conflitto fosse già in atto molti anni fa. Il braccio di ferro della contrapposta propaganda mass-mediatica era decisamente all’opera, con tutte le distorsioni, parzialità, omissioni o palesi menzogne cui assistiamo oggi.
In una prospettiva storica si potrebbe affermare, oso azzardare questa tesi, che il 24 febbraio 2022 altro non sia che un’ulteriore e più drammatica tappa della progressiva escalation bellica (prima “fredda”, poi “tiepida”, ora “calda”) tra il governo USA (con i suoi satelliti NATO) e quello della Federazione russa combattuta in maniera similare alle tante guerre della seconda metà del Novecento, ovvero su un campo di battaglia periferico (anche se, in questo caso, il concetto di “periferico” non vale per la Russia) con intervento delle proprie forze sul campo o, possibilmente, per procura, in modo da non rischiare la guerra termonucleare globale (l’annientamento del pianeta o di una buona parte degli schiavi non conviene nemmeno ai padroni… la mafia insegna).
Si comincia destabilizzando un paese geopoliticamente strategico, ovvero rinfocolando conflitti interni più o meno in atto, fino a provocare una guerra civile. A quel punto si interviene (o direttamente con le proprie truppe o indirettamente con l’invio di armi, istruttori militari e contractors – o con tutti questi escamotage insieme) provocando la distruzione del paese “ospite”. Vedi, per esempio, il caso dell’Afghanistan, invaso nel 1979 dall’URSS e poi nel 2002 dalla NATO. Nei riguardi dei paesi in stato di minorità le grandi potenze con i loro apparati finanziari, industriali, militari e mass-mediatici agiscono alla stregua di metastasi tumorali che infettano le cellule sane dell’organismo a cominciare da quelle più deboli. La guerra in Ucraina, da questo punto di vista, è espressione di una forma di neo-colonialismo imperiale, sia dal lato russo che da quello statunitense, nell’ambito di una partita che ha sullo sfondo equilibri ed interessi geopolitici ben più vasti, in cui gli altri coprotagonisti sono Cina e “Area Euro” (dico “Area Euro” perché l’Europa in senso politico non esiste né, probabilmente, esisterà fintantoché non si doterà di un esercito e di una politica estera indipendente, rinegoziando il proprio ruolo subordinato nella NATO o uscendo dalla NATO stessa).
Il quadro attuale, in termini geopolitici globali, vede – “paradossalmente” dato che è l’esercito russo ad aver invaso il territorio ucraino (il paradosso è apparente: si tratta di spostare l’obiettivo zoomando dentro o fuori l’attuale campo di battaglia ucraino e avanti o indietro nel tempo) – la Federazione russa sulla difensiva con obiettivi chiari e limitati (nonché dichiarati: riconoscimento del Donbass e della Crimea e neutralizzazione dell’Ucraina), consapevole di non essere in grado di colpire al cuore gli interessi e la base geopolitica di potenza USA. Questo è il motivo, tra l’altro, per il quale il governo della Federazione russa invoca minacciosamente lo spettro dell’uso delle armi atomiche (data anche la sproporzione con l’avversario sul piano della capacità di condurre una guerra convenzionale che si protragga troppo nel tempo).
USA e Gran Bretagna mirano, ormai dichiaratamente (ma, insomma, lo si era intuito…) ad una diminutio della potenza russa, lasciando che dissangui le proprie risorse militari ed economiche in quello che si auspica diventi il “pantano Ucraina” o il “Vietnam russo” (o “nuovo Afghanistan” sarebbe più storicamente preciso dire) e/o ad un cambio di regime con la defenestrazione di Putin, magari attraverso una riedizione russa delle tante “rivoluzioni colorate” (vedi l’ “arancione” ucraino del 2004). Un colpo da KO, insomma, che rintroni e metta in difficoltà anche il principale nemico USA a livello globale, ovvero la Cina. Per raggiungere questo obiettivo, però, ammesso che sia possibile, ci vorranno anni, atomica e Cina (nonché BRICS) permettendo. Peraltro, la Russia, come ci insegna la storia, è un osso duro e il suo popolo è decisamente più rotto ai sacrifici e alla sofferenza di quanto non lo siano le plebi occidentali (che i draghisti nostrani vorrebbero, non a caso, sempre più “resilienti”, ovvero in grado di sopportare le gravi privazioni che ci verranno inflitte “per colpa di Putin”, ovviamente).
Date queste premesse, la guerra, purtroppo, è destinata a durare ancora a lungo. La speranza che si può ragionevolmente coltivare è che essa tenda progressivamente a “raffreddarsi”, quantunque ulteriori escalation sembrino dietro l’angolo. Comunque vadano le cose, a pagarne le terribili conseguenze sarà il martoriato popolo ucraino – oramai spaccato in due: non dimentichiamoci che all’interno del conflitto NATO-Governo di Kiev-Russia è in atto da anni una guerra civile dalla quale sarà difficile tornare indietro (vedi il caso della ex-Yugoslavia). In seconda battuta, il peso economico della guerra (“solo” economico, auguriamoci) sarà sopportato dalle plebi europee, a completamento del processo neolib di progressivo smantellamento dei Welfare nazionali iniziato dopo la caduta dell’URSS.
Senza la Russia (e con rapporti da ridefinire rispetto a Cina, India, Sud Africa, paesi mediorientali) le economie dell’Eurozona si troveranno in posizione decisamente ancillare rispetto all’impero del dollaro (a cominciare dal fabbisogno di risorse energetiche). Nostro interesse sarebbe, in un mondo multipolare, poter coltivare, da una posizione di equilibrio geopolitico, buoni rapporti commerciali e culturali sia con la Federazione russa sia con l’anglosfera, (nonché, va da sé, con la Cina), nel rispetto della sicurezza di ciascuna potenza, affrontando insieme le terribili sfide che l’umanità ha dinanzi, la questione climatica ed ambientale, la pressione demografica, il progressivo esaurimento delle risorse energetiche e delle materie prime.
Ma non sarà così. Chi ci governa ha deciso per la guerra.
So che non potremo mai vincerla, ma, ricordatevi, la vera guerra in atto, che dovremmo combattere tutti quanti, non è quella della Russia contro Kiev, bensì quella dei diseredati contro le classi dominanti (mi si passi l’uso di una terminologia “rétro”, non compatibile con la neo-lingua). Le uniche armi che abbiamo sono quelle gandhiane della protesta non-violenta, del boicottaggio, dell’astensione. In primo luogo, però, dovremmo provare a combattere la battaglia per recidere i semi di odio e di rabbia che albergano dentro ciascuno di noi. Meno “individui” e più “persone”. Purtroppo, non me voglia Tolstoj, credo che l’umanità abbia esaurito il tempo a sua disposizione per questo.

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2 maggio 2014: Otto anni fa la strage di Odessa


Tanto per “rinfrescare” un po’ la memoria – peraltro quasi inesistente giacché essa si sviluppa soltanto con lo studio della storia e la valutazione attenta dei documenti – di quanti ritengono che la questione ucraina dati a partire dal 24 febbraio 2022. Quando la stampa nostrana dei fatti d’Ucraina non si interessava né poco né punto e i più a malapena sapevano in che parte del mondo si trovasse. Ora che siamo in guerra si cerca orwellianamente di riscriverne la storia (vedi https://www.lindipendente.online/…/la-strage-di-odessa…/). Niente di nuovo sotto il sole, peraltro (vedi p.e. strage di Katin’).
Ignorare la storia, che è per sua natura “complessa”, amorale, intricata – non è la trama del Signore degli Anelli, in cui il Bene si scontra con il Male – o peggio confonderla con la propaganda, appiattirla sul tempo senza dimensione perseguito dall’idiotismo massmediatico, ci porterà diritti verso un periodo, ahimé lungo, di sofferenze fisiche e morali, di privazioni, di rabbia e di odio che non sperimentavamo dalla metà del secolo scorso. Dio non voglia (quale Dio?) che i nostri figli debbano rivivere sulla loro pelle quello che hanno vissuto i nostri padri. Ricordatevi di che pasta siamo fatti.

Ulteriore documentazione

Council of Europe Office
https://www.coe.int/en/web/kyiv/report-on-investigations-of-odesa-events
Sulla capacità (e sulla volontà) da parte delle autorità del governo ucraino di appurare i fatti di Odessa (2 maggio 2014), questa è la conclusione del Report dell’International Advisory Panel della UE del 4 novembre 2015 (p. 65):
«Conclusion: The Panel considers that substantial progress has not been made in the investigations into the violent events in Odesa on 2 May 2014. While this outcome may be explained to some extent by the contextual challenges, the Panel considers that the deficiencies identified in this Report have undermined the authorities’ ability to establish the circumstances of the Odesa-related crimes and to bring to justice those responsible.»
Per chi volesse visionare l’intero dossier: https://rm.coe.int/CoERMPublicCommonSearchServices/DisplayDCTMContent?documentId=090000168048610f.
Pertanto, liquidare le diverse, alternative interpretazioni degli eventi come mera “propaganda” – sia che “convengano” all’una o all’altra parte in conflitto – è scorretto.
Probabilmente entrambe le versioni sono parziali od omissive. Restano le immagini, difficilmente equivocabili (anche se da contestualizzare) e il fatto che la maggior parte delle vittime, ammazzate in maniera atroce, appartengono alla parte filo-federalista. La verità, ammesso che esista una “verità” appurabile in via definitiva – ma questo vale per la gran parte degli eventi storici (si lavora come in un tribunale, cfr. Dossier della UE), è sempre più complessa e sfaccettata.
Rimangono, ad ogni buon conto, dei fatti inequivocabili: 1) la quasi totale disattenzione o superficialità della stampa e dei media italiani (ed occidentali) intorno alla vicenda (vedi per esempio https://www.huffingtonpost.it/daniele-scalea/strage-odessa-censura_b_5262168.html oppure https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2014/05/04/odessa-ecco-il-video-shock-dellincendio-in-fuga-dalle-finestre-lue-vuole-uninchiesta14.html). Di “censura” ed “insabbiamento” si parla già nel maggio 2014 e mesi successivi; 2) il clima “caldo” di guerra civile che ha insanguinato l’Ucraina da otto anni a questa parte (vedi anche questo servizio del 2017 https://www.youtube.com/watch?v=lwOKMj9IH4w&t=213s).

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Vincere la pace dopo aver vinto la guerra (di propaganda)


A volte i fatti storici emergono dalle nebbie della propaganda solo a decenni (o a secoli) di distanza. Vedi il caso del Massacro di Katyn’ in cui 22.000 ufficiali polacchi vennero sistematicamente e deliberatamente eliminati dai sovietici, facendo poi ricadere la colpa sui nazisti. Si è dovuto attendere il 1989 con la caduta del muro di Berlino perché il massacro fosse effettivamente attribuito al suo vero mandante, Stalin, dal quale, pure, i dirigenti dell’URSS avevano preso le distanze da decenni.

Social contro social, commento contro commento, pagina web contro pagina web, menzogna contro menzogna (in buona o cattiva fede) si potrebbe andare avanti (e si andrà avanti) per anni. Ognuno, comunque la pensi – e sfido a trovare chi sia disposto in cuor suo ad ammettere di essere “eterodiretto” o di correre tale rischio (forse qualcuno sì, oddio, qualche novello Socrate o Diogene telematico) – vedrà confermate le proprie idee più o meno preconcette e, in ultima istanza, difficilmente verificabili, data la complessità degli eventi in corso, il prospettivismo multilaterale, la propaganda e l’uso massivo dei media. La storia (e la storiografia) ha i suoi, inaggirabili, tempi.

Cosa ci sia sotto l’acciaieria di Mariupol i russi ce lo diranno a breve, suppongo. Mostreranno foto e filmati, ma tanto si dirà che si tratta solo di propaganda e, in fin dei conti, di propaganda si tratterà (vedi strage di Bucha). Dunque, cambierà poco o nulla nelle nostre teste, là dove si trova il vero campo di battaglia della propaganda, da qualunque parte essa provenga: mobilitarci, farci prendere posizione, farci entrare in guerra. Conosco persone, colleghi stimabilissimi, di grande acume storico e filosofico, che in guerra ci sono entrati, eccome. Prima a proposito della (psico)pandemia, poi con la questione Ucraina. Personalmente, non mi ritengo esperto di nulla, tanto meno di politica internazionale o di geopolitica. Insegno storia e filosofia da un quarto di secolo e ho letto interi scaffali di libri di storia contemporanea e, da un paio di mesi a questa parte, sto cercando di colmare le mie (non indifferenti) lacune pregresse in storia dell’Europa Orientale.

Di filosofia antica un po’ mi intendo. Ecco, ai Greci, in particolare ai filosofi scettici, dobbiamo un concetto – che occorre leggere in termini “verbali”, dunque, un’attività, un modo di vivere guardando ai fatti del mondo – che suona “epoché“, in italiano “sospensione [del giudizio]”. Non lo so, sono perplesso, per quanto mi sembri improbabile che i torti stiano solo da una parte e che le ragioni stiano solo dall’altra, che da una parte ci sia la “Verità” e la “Giustizia” e dell’altra la “Menzogna” e la “Sopraffazione”. La storia ci mostra tutt’altro, nonostante essa sia ancora – soprattutto quella contemporanea – impastata di propaganda (ma lo stesso potrebbe valere per la “Donazione di Costantino” o per le diatribe tra “Guelfi” e “Ghibellini”). Ecco, proviamo a dircelo con franchezza “non lo so”, “stiamo a vedere”, “vedremo”. Non cadiamo nel banalissimo trabocchetto “va bene Auschwitz, ma allora le foibe?”. Probabilmente non siamo ancora così idioti, da credere acriticamente a quello che si legge su Repubblica o sul Corriere, sul Manifesto o sul Fatto, soprattutto quando talune affermazioni, più o meno opinabili, non siano accompagnate, quanto meno, da argomentazioni degne di nota. Per inciso: già sarebbe molto se il contenuto di alcuni articoli fosse coerente ai titoli, nonché alle foto a corredo, e viceversa, dato che i più, a malapena, sono in grado, o hanno il tempo, di leggere titoli e vedere figure sullo smartphone.

Per l’intanto, però, occorre agire, mi si farà notare, c’è la politica. In primo luogo, evitiamo che la guerra la faccia da padrone nelle nostre teste (ma così non è). Poi, poniamoci, apertamente, queste domande: che strada vogliamo prendere noi che “democratici” ci diciamo? Chi decide? In base a quali interessi? Con quali obiettivi concreti? “Guerra per abbattere il dittatore russo” – messa così l’affermazione suona propagandistica, lo sappiamo bene. Di dittatori, dall’Egitto, alla Turchia (membro NATO), all’Arabia Saudita (il cui governo massacra da anni la popolazione civile inerme in Yemen con armi made in Italy, vedi p.e. Leonardo, ecc.) ne sosteniamo a bizzeffe e anche con Putin andavamo d’accordo fino a qualche anno fa. “Ha passato il segno, è un pericolo per i nostri interessi, nonché per l’umanità intera”. Benissimo, occorre agire. Facciamolo. Inviando altre armi? In realtà la NATO, di cui siamo membri, lo sta già facendo da molti anni. Di guerra, probabilmente, capisco poco o niente. Ma le colonne di carri russi inceneriti (vedi Bucha per esempio) non sono stati di certo colpiti da lolite armate di Panzefaust o da vecchiette urlanti brandenti bottiglie Molotov. Di armi anticarro e antiaeree a spalla supertecnologiche, droni e quant’altro, l’arsenale ucraino era già ben colmo prima che l’invasione russa avesse luogo – ora, al limite, andrebbe integrato ed espanso dato il prolungarsi dei combattimenti. Beninteso, queste armi non sono così efficaci, né decisive senza intelligence, comunicazioni e logistica di ultima generazione (vedi affondamento dell’incrociatore Moskva). Un mio amico, ammiraglio in riserva della brigata incursori della marina “San Marco”, con alle spalle diverse campagne all’estero (Albania, Somalia, ecc.), mi spiegò, a suo tempo, che negli eserciti NATO per ogni combattente sul campo ci sono almeno dieci “tecnici militari” preposti a intelligence, logistica, sanità, ecc., tenendo anche conto della rete di satelliti spia che ha consentito agli USA di vincere negli Anni Ottanta la “Guerra spaziale” contro l’URSS. Queste tecnologie costano miliardi e miliardi di dollari. Ci vogliono anni per addestrarsi ad usarle (pilotare un drone non è alla portata di un fantaccino come premere un grilletto). La NATO, quindi, è, “silenziosamente” (basta che non ne parlino i media), già in guerra da anni contro la Federazione Russa, se è vero che prepararsi alla guerra è già un potenziale atto di guerra. Altrimenti perché mai la storiografia utilizzerebbe la dicitura “Guerra Fredda” a proposito del quarantennale conflitto USA-URSS? Il governo russo ha frainteso quanto avveniva al di là dei suoi confini? Lo usa in maniera capziosa per giustificare il proprio espansionismo imperialista? Può darsi. Anzi, se lo vediamo in termini propagandistici, è sicuro. Anche in questo caso, però, non se ne esce: “io ti attacco preventivamente perché tu continui ad accumulare armi ai miei confini. Io continuo ad accumulare armi ai tuoi confini perché tu prima o poi potresti attaccarmi.” Cambia qualcosa?

Questo legittima l’invasione dell’Ucraina? Ovviamente no, in punta di diritto. Ce lo siamo detti fino alla nausea. Ma, certo, se vogliamo essere davvero onesti, nell’ultimo trentennio avremmo dovuto – tutti quanti intendo, le Nazioni Unite, queste “sconosciute” – avere un po’ più di cura del diritto internazionale, lavorarci sopra in maniera credibile, in termini di giustizia ed equanimità, di coinvolgimento alla pari di tutti gli Stati del pianeta, quanto meno di coerenza, non tirarlo per la giacchetta a seconda degli interessi del cosiddetto “Occidente” o, peggio, dei soli USA. Anche questa, ora come ora, appare, purtroppo, un’arma poco credibile, con buona pace di quell’Immanuel Kant de Per la pace perpetua di cui pare – è una battuta, ovvio, ma la propaganda l’ha trasformata in un argomento “serio” – che i militi del nazistissimo battaglione d’Azov siano accaniti lettori.

Eppure, insomma, è indubbiamente sul diritto, sperabilmente allargato a tutte le parti in causa, che occorre/occorrerà lavorare se vogliamo evitare in futuro ben altri scenari bellici. Per questo, però, ci vuole tempo, molto tempo, risorse, intelligenza, disponibilità, tutte cose che non mi pare abbondino in questo frangente. Ebbene, mi si dirà: la diplomazia, almeno quella, che porti ad un cessate il fuoco, ad una tregua! Non pare plausibile nemmeno questa. Nemmeno al papa a casa sua, al “papa” dico, è riuscito di far portare la croce di Cristo ad una signora ucraina e ad una russa insieme senza sollevare polemiche. E non ci si venga a raccontare che senza l’invio di armi da parte europea (in genere, pare, fondi di magazzino più o meno obsoleti), a guerra ampiamente iniziata, l’esercito ucraino non avrebbe messo in difficoltà quello russo, determinando l’attuale, provvisoria situazione di “resistenza resistita” che imporrebbe una eventuale tregua equilibrata o addirittura la cacciata dell’orso russo dalle città occupate, finanche dalla Crimea. Le armi e le tecnologie NATO erano già ampiamente disponibili, così come truppe addestrate ad utilizzarle efficacemente, ucraine o meno fa poca differenza sul piano bellico (ma non su quello politico: da qui il timore che vengano catturati altri mercenari occidentali in quel di Mariupol – le truppe cecene che combattono nell’armata russa, peraltro, non si potrebbero definire “mercenarie” dal momento che la Cecenia fa parte della Federazione russa). Gli inglesi userebbero in questo caso la locuzione “common sense“, buon senso, che, al netto di un’epoché “storico-politica” su fatti (al momento) inverificabili, è lecito continuare ad esercitare.

Nell’immediato, dunque, non rimane che la guerra. Almeno così pare. Può sempre darsi che nelle segrete stanze della Farnesina si lavori a progetti di cui l’opinione pubblica non è ancora informata, mentre è al corrente dell’infelice battuta del capo della nostra diplomazia, il ministro Di Maio, il quale, tempo addietro, ha definito Putin “peggio di un animale”. (Intanto, alla Farnesina si muore di lavoro…). Quale guerra però? E con quali obiettivi? In nome di quali interessi (o ideali, anche se questi ultimi non vanno più tanto di moda e suonano particolarmente stridenti in bocca alla gran parte dei nostri politici politicanti)? Non si capisce bene. Abbattere il governo Putin? Affinché i russi lo sostituiscano con chi o con quale forma di governo? Dovremmo occupare un ottavo della superficie del globo per insegnare a quel popolo la democrazia in salsa occidentale come abbiamo fatto, in maniera fallimentare, la sentenza della storia è inequivocabile, in Iraq o in Afghanistan? Cacciare i russi dal territorio ucraino comprese le auto-proclamate repubbliche del Donbass e della Crimea? Credo che, comunque la si metta, occorrerebbe schierare truppe NATO in battaglia. L’uso di armi atomiche tattiche – sempre che ci si limiti a quelle – possiamo darlo quasi per scontato. (Non dimentichiamoci che tra Aviano e Ghedi abbiamo sul nostro territorio decine di testate nucleari USA. Il che farebbe del nostro territorio un potenziale – e legittimo a guerra dichiarata – obiettivo bellico di attacco nucleare.)

Ammettiamo che, comunque sia, il gioco valga la candela. Al diavolo altri milioni di morti: gli ideali sono ideali, vedi, per esempio, la neo-Resistenza in salsa NATO (absit iniura verbis: molti ci credono sinceramente e anche il sottoscritto, romanticamente, per ragioni storiche e generazionali è magicamente attratto dalla parola “Resistenza”). Dovremo affrontare un’altra grave difficoltà, non solo sul piano della “Realpolitik”, ma anche su quello degli ideali. In Ucraina, di fatto, è in atto, da più di otto anni, una guerra civile armata (prima era solo strisciante), guerra civile rinfocolata e cavalcata dalla Russia, da una parte, e dal governo di Kiev (supportato da USA-NATO), dall’altra. Una parte, più o meno consistente, di quel quarto di cittadini ucraini, concentrati soprattutto nelle province orientali e maggioranza quasi assoluta in Crimea e nel Donbass, è verosimile siano o siano diventati, e non con tutti i torti, irrimediabilmente ostili al governo di Kiev. Solo “russofoni” o anche “russofili” o “filoputiniani” è solo questione terminologica, a questo punto. La differenza rispetto a noi, strateghi e belligeranti – per ora – “da salotto” (ma, aggiungerei sommessamente, anche da supermercato, pompa di benzina, bollette e quant’altro: la guerra economica è già in corso da tempo e le plebi europee la stanno vivendo sulla loro pelle), è che la guerra l’hanno vissuta e la vivono sulla loro pelle. I loro nemici portano le divise ucraine e gli stemmi nazisti. L’esercito russo ha invaso le loro città (benvenuto? chi è così stolto da pensare che la guerra sia la benvenuta qualunque stemma sia dipinto sul tank o sul cannone che demolisce casa tua?), ma almeno, per ora, le armi hanno cessato di crepitare man mano che il fronte si è spostato più in avanti. Saranno pure vittime della propaganda d’oltrecortina, qualche dissidente verrà messo a tacere (il caso della giornalista Anna Politkovskaja, brutalmente assassinata nel 2006, è di grande ammonimento), ma come pensate che si esprimeranno in maggioranza, qualora ne abbiano l’opportunità, in una consultazione referendaria sul destino delle loro province? Pro o contro l’indipendenza da Kiev? Considerando che nel 2014, alla loro richiesta di autonomia, ovvero di annullamento delle leggi liberticide che imponevano, per esempio, l’uso esclusivo della lingua ucraina in pubblico, Kiev rispose con carri armati e missili su case, ospedali, scuole, ecc. come stanno facendo i Russi adesso, di proposito o per incidente (la NATO nelle sue guerre usa l’elegante espressione “collateral victims“)? Che si fa, una volta che le fanterie NATO avranno ripreso il controllo di quelle province (ammesso e non concesso che una tale prospettiva sia verosimile)? Li si fa emigrare forzatamente in Russia? Pulizia etnica? Si costringe Kiev a tornare sui suoi passi? E i cittadini ucraini sfollati, russofoni o meno, che hanno visto le loro famiglie massacrate dai tank russi, come riusciranno a convivere con i loro connazionali filorussi? Quanti anni ci vorranno per ricucire una ferita così profonda? Pensate a quanto in profondità abbia agito nell’ultimo anno sulla coscienza dei più la propaganda vaccinisti vs. no-vax, additati dal nostro laconico Presidente del Consiglio come causa di tutti i mali d’Italia… facendoci la tara, ça va sans dire. Tante altre domande sarebbero da porsi. La propaganda di guerra, lo sappiamo bene, alza il tiro e la posta in gioco, per poi al tavolo delle trattative ottenere qualcosina in più a vantaggio dell’una o dell’altra parte, sempre che si abbia chiaro quali siano effettivamente le parti in gioco. (Gli Stati? I governi? Le multinazionali? I popoli? Le classi dominanti? Le plebi?). A quel tavolo, comunque sia, prima o poi bisognerà sedersi, la storia ce lo insegna – sempre che nel frattempo non si arrivi, questa volta per davvero e con buona pace di Francis Fukuyama, alla “fine della storia”. Sia pure per una “tregua armata” o per una riedizione della “Guerra Fredda”. Quello che distingue un Talleyrand da un Clemenceau non sono gli ideali astratti, lo “story-telling” diremmo noi oggi, ma la visione politica, la capacità di progettare il futuro, di vedere lontano. Obiettivi chiari e concretamente raggiungibili. Solo così si potrà vincere anche la pace – per un po’ di tempo almeno – dopo aver vinto la guerra. Vi ricordate chi vinse la Grande Guerra? “Noi”, gli Italiani, contro “loro” gli Austriaci? La democrazia contro l’impero del male? Vittorio Emanuele vs. Cicco Peppe? Posso dire con certezza chi la perse: nonni e bisnonni martoriati e mutilati in trincea, nonne vedove, contadini ed operai, la povera gente, insomma, da una parte e dall’altra del fronte. La politica non si è evoluta granché da quel tempo…

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Eresie e devianze dal Medioevo ad oggi


Audio-lezione di storia per le classi terze dei licei
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Breve storia delle epidemie di peste


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La nascita della Repubblica di Weimar in Germania


Audio-lezione di storia per le classi quinte dei licei
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In memoria di Rosa Luxemburg: Lettera a Sonja Liebknecht


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La rivolta spartachista: Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht


Audio-lezione di storia per le classi quinte dei licei
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Critica della ragione illuministica (con spunti di riflessione attualizzanti)


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