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Guida alla stesura del tema storico


Il tema storico è una delle tipologie (tipologia C) attualmente previste per la prima prova dell’Esame di Stato. È una forma di scrittura non documentata.

Si segnalano qui di seguito alcune OPERAZIONI PRATICHE da compiere in sede di stesura del tema storico. Continua a leggere “Guida alla stesura del tema storico”

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Che cos’è un testo argomentativo e le tecniche argomentative


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Argomentare significa presentare una propria opinione, una propria tesi, intorno a un determinato tema o problema, spiegarla e difenderla attraverso opportuni argomenti, allo scopo di persuadere chi legge della validità di quanto si dice.

I testi argomentativi più diffusi sono gli articoli di fondo (o editoriali), in cui i giornalisti espongono le proprie opinioni su un determinato evento, le arringhe degli avvocati, i discorsi degli uomini politici, le prediche e i sermoni dei sacerdoti e i saggi che trattano problemi filosofici, sociali, storici, morali o scientifici.
Nella scuola è molto diffuso, soprattutto negli ultimi anni di studio e nelle prove di esame, il tema argomentativo o tema saggio: un tema in cui, appunto, si invita lo studente a esporre la propria opinione su un argomento e a spiegarlo e dimostrarlo.

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Come si costruisce un’argomentazione


Regole fondamentali per l’esposizione scritta (e orale)

Esempio:

“Partendo dalla definizione del concetto di “plusvalore” spiega brevemente i meccanismi economici che all’interno della società borghese ottocentesca determinano la formazione e la riproduzione del “capitale”, e le contraddizioni che Marx rileva insite in tale sistema.” (max 30 righe)

Quando viene proposto un argomento da svolgere occorre innanzitutto individuare la tesi di fondo, ossia il nucleo concettuale intorno al quale va organizzato il discorso. Nell’esempio in questione la tesi di fondo è già espressa in maniera abbastanza chiara. Occorre renderla ancor più esplicita.

Il concetto di “plusvalore” è il nucleo centrale intorno al quale si sviluppa la teoria economica marxiana ne Il Capitale.

Lo spazio a disposizione, proporzionale al tempo da impiegare per esporre l’argomento, è limitato a 30 righe. Non consente introduzioni troppo estese. Occorre entrare immediatamente in medias res.

L’operazione successiva è suggerita dal testo: la definizione del concetto di plusvalore.

Per “plusvalore” si intende la differenza, di cui si appropria il capitalista, fra il valore della merce prodotta dal lavoratore e il valore della retribuzione corrisposta a quest’ultimo.

Si passa quindi alla prima argomentazione che deve unire coerentemente le due frasi precedentemente espresse. La domanda da porsi (mentalmente) è la seguente: per quale motivo il cosiddetto “plusvalore” (di cui si è poc’anzi fornita l’esatta definizione) è centrale all’interno della teoria economica di Marx?

L’economia capitalista, infatti, mira esclusivamente alla riproduzione del capitale. Ad un investimento iniziale D da parte del capitalista corrisponde, al termine del processo, un capitale D’ che dev’essere maggiore di D. La differenza tra D’ e D è data dal valore di scambio della merce prodotta M. Il valore di scambio è determinato dalle ore lavorative necessarie alla produzione di M, cui si applica la forza-lavoro degli operai assoldati dal borghese che detiene la proprietà dei mezzi di produzione. A fronte dei costi fissi necessari all’attività produttiva (acquisto delle materie prime, macchinari, spese energetiche, ecc.), il salario corrisposto ai lavoratori è l’unica variabile su cui è possibile “risparmiare” per ottenere il plusvalore. Difatti, se il totale delle ore lavorative fosse pagato in proporzione al valore di scambio della merce prodotta, ossia al prezzo di mercato, D’ corrisponderebbe a D, quindi non si genererebbe alcun plusvalore. Il plusvalore, quindi, dipende da un “pluslavoro” che il capitalista espropria all’operaio.

All’interno dell’argomentazione, come si nota, le proposizioni devono essere strettamente legate l’una all’altra, a creare un discorso coerente e rigoroso. L’argomento utilizzato in questa sede è di tipo descrittivo e si limita a rendere chiara ed esplicita la formula economica D-M-D’.

La seconda argomentazione proposta dalla traccia fa riferimento alle “contraddizioni” che Marx rileva insite nel suddetto sistema. Va svolta coerentemente al primo argomento.

Il valore di scambio della merce, da cui dipende la riproduzione del capitale, non corrisponde, necessariamente, al suo valore d’uso. Pertanto, a lungo andare, un dato settore merceologico è destinato a saturarsi, ovvero il mercato non è più in grado di assorbire la quantità di merce prodotta. Si determinano, così, quelle “crisi di sovrapproduzione” che, secondo Marx, rappresentano uno degli esiti contraddittori connaturati al sistema capitalistico e destinati a decretarne il superamento dialettico nell’ulteriore fase comunista.

 La seconda argomentazione va completata con la breve esposizione di un secondo concetto che occorre connettere al primo e la cui esplicazione deve fungere altresì da conclusione del “pezzo” (lo spazio a disposizione è quasi esaurito).

Al comunismo si giunge attraverso la soluzione definitiva della lotta di classe, che nel corso dei secoli, ha contrapposto l’uomo all’uomo, l’oppressore alla maggioranza degli oppressi. L’inevitabile concorrenza tra i capitalisti, che mirano ad acquisire fette di mercato sempre più ampie a scapito dei loro “colleghi”, genera la progressiva “proletarizzazione” di una gran parte di essi, che vanno ad accrescere le file dell’unica classe rivoluzionaria, ovvero il proletariato. La concentrazione del capitale nelle mani di pochi con l’inevitabile creazione di oligopoli e di monopoli rappresenta, pertanto, la fase estrema del capitalismo, preludio all’inevitabile rivoluzione finale ed instaurazione della cosiddetta “dittatura del proletariato”.

A questo punto, l’esposizione è completa in tutte le sue parti. Lo spazio utilizzato è congruo (30 righe). Le varie fasi del discorso sono collegate in modo coerente e consequenziale.

Scaletta:

  • individuare tesi, definizioni, argomenti da svolgere;
  • creare una mappa concettuale degli stessi (ci si può aiutare con uno schema, se si tratta di un’esposizione scritta);
  • studiare i punti di passaggio tra i vari momenti dell’esposizione, in modo da legarli coerentemente;
  • attenersi scrupolosamente allo spazio e al tempo che si ha a disposizione;
  • esprimersi, il più possibile, con frasi brevi e concise, dotate di senso compiuto (soggetto, verbo, oggetto, eventuale complemento) senza cedere alla tentazione di inserirvi inutili orpelli retorici;
  • rileggere quanto scritto (se si tratta di un compito in classe) ponendosi nei panni dell’eventuale lettore inesperto della materia trattata (evitare, quindi, le frasi auto-referenziali, le parentesi, i concetti gettati lì a mozziconi, ecc.);
  • ricordarsi, sempre, che il referente non è il professore (cui esibire, implicitamente, quanto si sa) ma il lettore.
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TRASFORMARE LA LETTURA DI UN TESTO IN UNA PRATICA FILOSOFICA


Leggere un testo letterario – un classico – a contenuto “filosofico” non significa necessariamente che sia stia “facendo filosofia”. E così commentarlo, annotarlo, chiosarlo, studiarlo, interpretarlo, spiegarlo ad una classe di studenti non sono necessariamente azioni filosofiche. Non basta che il contenuto del testo che si ha tra le mani sia classificato come “filosofico” perché, magari, si trova in un’antologia scolastica, oppure è stato scritto da un insigne “filosofo” cattedratico, a connotare l’esercizio della lettura come “filosofico”. E d’altra parte, è pur vero che si può “leggere filosoficamente” un testo dal contenuto non-filosofico: un romanzo, una poesia, una fiaba, persino un fumetto.
Esiste, dunque, un “modo filosofico” di leggere, o meglio esiste la possibilità di trasformare la lettura in un esercizio filosofico. Continua a leggere “TRASFORMARE LA LETTURA DI UN TESTO IN UNA PRATICA FILOSOFICA”

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ORIENTARSI NELLA VITA E NEGLI STUDI: LA VIA DELLA CONSULENZA FILOSOFICA


“Orientarsi” è una parola ricca di significato. Una delle tante parole che usiamo comunemente senza pensarci troppo sopra, ma che, solo a fermarcisi un attimo, dischiude profondità abissali, fa tremare le ginocchia. Proviamo a tuffarci nella parola… seguitemi.
Orientarsi = prendere la strada che porta ad oriente. Il verbo latino “orior-iris, ortus sum, iri” significa “sorgere”, “spuntare”, “nascere”, “venire alla vita”. Il participio presente del verbo, ovvero “oriens-tis” (da cui “oriente”), significa, alla lettera, il “sorgente”, il “nascente”, ossia “colui che sorge”: il Sole. “Orientarsi”, dunque, equivale alla locuzione “prendere la direzione indicata dal sole nascente”, “andare verso il Levante”. Continua a leggere “ORIENTARSI NELLA VITA E NEGLI STUDI: LA VIA DELLA CONSULENZA FILOSOFICA”

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COME TRASFORMARE LA “TESINA” PER L’ESAME DI STATO IN UNA CHANCHE DI AUTOREALIZZAZIONE


La tesina (o mappa concettuale) per l’esame di stato ha un non so che di paradossale. Suona paradossale, infatti, se non addirittura “provocatorio”, chiedere ai nostri studenti liceali di dar prova di creatività, criticità, capacità di mettersi in gioco e di lavorare in maniera autonoma ed interdisciplinare, dopo aver tentato, di fatto, di “normalizzarli”, “irreggimentarli”, “automatizzarli”, “ammansirli” ed “alienarli” per cinque o più anni della loro vita. Naturalmente, molti colleghi negheranno di averlo fatto, anzi, si sentiranno offesi, sbeffeggiati, indignati… negheranno con foga, nessuno consapevolmente ha fatto cose del genere, anzi… “il nostro lavoro è stato sempre mirato allo sviluppo di una personalità libera, consapevole ed autonoma”, e via dicendo.

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PARADIGMA RIFLESSIVO VERSUS PARADIGMA STANDARD


Questo, in estrema sintesi, è il paradigma pedagogico e scolastico al quale cerco di ispirarmi (con quali risultati spetta a voi giudicarlo). Vi accennavo nell’ultimo articolo, parlando di Creative Thinking, Critical Thinking e Caring Thinking. Ci sono arrivato in maniera pratico-induttiva, facendo tesoro della mia esperienza quotidiana, giorno per giorno. Alla teorizzazione vera e propria sono giunto solo successivamente. Ad ogni modo mi riconosco in pieno nella visione del filosofo statunitense Matthew Lipman, allievo di John Dewey. La teoria di Lipman è nota in tutto il mondo (mi riferisco al “mondo civile” naturalmente… quello che non esibisce più trofei di caccia e serpenti sotto spirito in corridoio, ma ha laboratori a norma, computer in classe, siti web per la didattica, ecc.) col nome di P4C, Philosophy for Children o altresì Community of Enquiry (scusate, mi accorgo di averlo scritto in “straniero”, rimedio subito: Filosofia per Ragazzi o Comunità di Ricerca). Continua a leggere “PARADIGMA RIFLESSIVO VERSUS PARADIGMA STANDARD”