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Della “didattica fifty-fifty” nei licei


Tralascio di proposito altri argomenti relativi alla ripresa (a mio avviso forzata ed intempestiva, nonché rischiosa) della didattica “metà in presenza, metà a distanza” nei licei (trasporti insufficienti, orari improbabili, ecc.). Voglio tornare sull’aspetto della scuola che conosco meglio e che è di mia stretta competenza professionale: la didattica, appunto. Non pretendo di comandare a bastoni se ho carte da tresette a denari. Ma con le denari che ho in mano qualcosa la posso fare.
Parlo naturalmente della didattica delle mie materie: storia e filosofia.

Modello “lezione frontale” o “trasmissiva”.
Questo è il modello di didattica più tradizionale. Spesso lo si è preso di mira considerandolo passatista, poco attraente, poco coinvolgente. Si tratta, manco a dirlo, di una stupidaggine. Una bella lezione trasmissiva, fatta da un docente preparato, innamorato della sua disciplina, in grado di maneggiare qualche strumento retorico e di “stare sul palcoscenico” è insostituibile. Una piccola opera d’arte (o d’artigianato se preferite). È costosissima in termini di impegno e di lavoro preventivo: per ogni ora di lezione occorrerebbe calcolarne un numero imprecisato passato a leggere, scrivere, studiare. Esattamente quello che non riusciamo più a fare in quanto sommersi dall’idiotismo burocratico informatizzato che ha svuotato l’insegnamento dall’interno, riforma dopo riforma. Ovvero, quello che il laureato in “tuttologia” considera “tempo libero” (rubato al lavoro); il suddetto “tuttologo”, in genere, è testimonianza reificata del fallimento della stessa scuola…
La lezione frontale ha bisogno di un “setting” preciso: un palcoscenico (la cattedra) e una platea (la classe). Il palcoscenico deve essere ben visibile e la platea omogenea per una trasmissione unidirezionale, da bocca ad orecchie, da sguardo a sguardo, da anima ad anima. Prima parlo io, il professore, poi parli tu, lo studente, se hai qualcosa da dire o da chiedere. Intanto, tu studente, eserciti l’arte più antica e vitale del mondo: l’ascolto.
Ebbene, il modello “fifty-fifty”, al netto degli inconvenienti tecnici (leggi malfunzionamento del PC o della rete), dell’acustica (in genere pessima), con la lezione frontale funziona a metà. Se dirigi la tua attenzione ai ragazzi mascherati presenti in classe, trascuri, inevitabilmente, quelli a casa, senza maschera ma ridotti a pallini. E viceversa. Questo anche quando fosse possibile “smurare” il PC dall’apposito supporto ancorato alla parete e trascinarlo su qualche tavolo di fortuna. Altrimenti, i ragazzi a casa dovranno accontentarsi di contemplare le, pur nobili, terga del docente (o quelli in classe, a turno). Mimica e prossemica, poi, in un caso o nell’altro sono out. Al massimo puoi provare a cercare, ammiccando, gli occhi dei ragazzi che hai in presenza. Il tono di voce è pessimo. Ovvio, porti la ffp2 o ffp3. Dopo mezz’ora, anche se sei sano come un pesce, le gola ti si irrita, le labbra ti si seccano, la voce ti si arrochisce. Chiedete ad un attore di teatro se è in grado di lavorare in queste condizioni.
L’ideale sarebbe, ovviamente, tutta la classe presente in un ambiente ampio e sanificato (e caldo, vivaiddio!), con una buona acustica. Oppure, in seconda battuta, tutti a casa a “godersi” – si fa per dire – la performance a distanza del suddetto teatrante, il quale parla da un palco virtuale con un’ottima acustica, senza impicci sulla bocca, al caldo, utilizzando strumenti collaudati e senza doversi impiastricciare continuamente le mani di gel disinfettante. Insomma, un po’ come farebbero con il tutorial del loro youtuber preferito. A scuola, spesso, finiscono con l’aver difficoltà d’ascolto sia i ragazzi a casa, sia quelli in presenza, posizionati negli ultimi banchi. Occorrerebbe dotare, in emergenza, ciascun docente di un microfono amplificato.

Modello “lezione dialogata”
Se per la lezione frontale il modello “fifty-fifty” è deleterio, per quella dialogata possiamo definirlo “esiziale”. A meno che non si intenda provare a dialogare con i fisicamente presenti, tagliando fuori i virtualmente presenti. La farsa del professore che balbetta disperato “mi sentite?”, “che hai detto?”, è tragicomicamente reale. Alla fine ci si stanca di chiedere, di ripetere, di recitare a soggetto. È come combattere un round di pugilato con le mani legate dietro alla schiena.

Modello “classe rovesciata” o “attività laboratoriali” (da valutare)
Anche in questo caso il modello “fifty-fifty” risulta poco funzionale. Soprattutto non soddisfa quello che, almeno per me, è uno dei principio fondamentali della relazione pedagogica in comunità: l’equanimità a garanzia del giusto trattamento ovvero “cuique suum”. Dare un compito da valutare a studenti che dovranno svolgerlo in presenza rispetto a studenti che lo svolgeranno da casa crea disparità di trattamento e gravi lacune nel processo valutativo.
Un modo per aggirare l’ostacolo può consistere nel “liberarsi dall’urgenza valutativa” e lasciare che i ragazzi, a turno, espongano lavori da loro preparati (p.e. una presentazione pw) interagendo con il resto della classe. Ma anche qui, inevitabilmente, si ricade nell’aporia di cui si diceva sopra: se il palcoscenico non regge il peso del professore, non si vede come e perché dovrebbe reggere quello dello studente che svolge la funzione di docente.
Rimane la possibilità di utilizzare mezzi informatici in classe e a casa: smartphone, tablet, ecc. interagendo con piattaforme software online (BYOD). Beninteso: mi occupo di informatica applicata alla didattica da più di un quarto si secolo ma, oddio, spiegare le Meditazioni Metafisiche di Descartes in questa maniera è qualcosa che ancora non sono riuscito concepire… Però, insomma, coraggio, diciamo che qualcosa riesco ad inventarmi. A questo punto mi si para dinanzi la seguente domanda: a che pro, allora, mobilitare Prefettura, Cotral, Atac, Guardia di Finanza, Polizia di Stato, NASA, MOSSAD, per far svolgere ai ragazzi un’attività che potrebbero tranquillamente e con maggior profitto svolgere da casa, DAD o non DAD? Ai posteri l’ardua sentenza – sperando, naturalmente, di poterci annoverare tra di loro…

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Alla scuola servono uomini non computer


Un pensiero apparentemente controcorrente che faccio mio:

“Esorterei i professori a usare meno il computer. A che serve? Gli studenti, nativi digitali, ne sanno più di chi dovrebbe insegnare loro l’informatica. Ai ragazzi internet fornisce, dopo anni di guerra al nozionismo, un’infinità di informazioni slegate tra loro, ma non regala senso critico, connessione dei dati e, quindi, conoscenza.
I maestri hanno il compito di sviluppare il senso critico e mettere in connessione i dati. Questi ragazzi bisogna educarli al sentimento per evitare l’analfabetismo emotivo: la base emotiva è fondamentale per distinguere tra bene e male, tra cosa è grave e cosa non lo è. E bisogna farli parlare in classe. Il linguaggio si è impoverito. Si stima che un ginnasiale, nel 1976, conoscesse 1600 parole, oggi non più di 500. Numeri che si legano alla diminuzione del pensiero, perché non si può pensare al di là delle parole che conosciamo. E la scuola è il luogo dove riattivare il pensiero.” (…)

Umberto Galimberti

Tuttavia distinguerei mezzi e fini: il computer è solo un mezzo e si può provare ad utilizzarlo per conseguire i fini di cui parla Galimberti. Entro certi limiti. Le lacune più profonde che riscontro nei miei studenti riguardano proprio la capacità di relazione con se stessi, con gli altri, con i sentimenti e con il “vocabolario”. Meno parole significano una più ristretta visione del mondo. Meno greco, meno latino, meno poesia, meno letteratura, meno arte, meno matematica, meno filosofia, meno curiosità scientifica, si traducono in scorciatoie noetiche monodimensionali – producono uomini ad una sola dimensione (quella tecnico-economica al servizio del Capitale, come evidenziava mezzo secolo fa Marcuse). Per far fronte a ciò non ci vogliono aule multimediali – che pure sono le benvenute se le si sa utilizzare – ci vogliono spazi aperti, metodi, competenze (spirito e carne!) per far sì che le persone riescano a relazionarsi in maniera più ricca, produttiva, evocativa, catartica… Ci vogliono UOMINI al servizio di altri UOMINI! Bisogna mettere i ragazzi intorno ad un tavolo. Bisogna fare in modo che si guardino negli occhi e non attraverso lo schermo di un PC. Bisogna reimparare a dialogare, ad improvvisare, a scontrarsi con la durezza delle parole e l’inarrivabiltà dei concetti, con quelle maledette tempeste che ti si agitano dentro. Prima che sia troppo tardi. Prima che le tempeste si arenino su chiacchiere così tanto per, tubetti di pasticche, marchi registrati, stupidismi collettivi, cupi cristalli di dolore. Se perdiamo di vista questo, tutto il resto è sciocchezza.

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Fare pratica filosofica a scuola: l’esempio delle filosofie orientali


Filosofia non è “ideologia”: il rapporto tra filosofia e ideologia è lo stesso che c’è tra malattia (p.e. una “costipazione”) e rimedio (purgante). Il filosofo è in sé un “perenne” principiante, un ricercatore, uno sperimentatore. Non pensa di sapere nulla di particolare. Non si nasconde dietro le parole. L’unica abilità che acquista, con gli anni, è il saper-ricercare.

– Imparare a confrontarsi con le idee da uomini liberi: questo significa imparare a filosofare. Il vero filosofo non ama le “etichette”, non è né questo né quello. L’ideologia rende schiavi, come il dogmatismo. Tra le idee, le visioni, il filosofo si aggira guidato dalla sua coscienza, libero dentro. Non si lascia da esse irretire. Per questo nel mondo, quello delle idee e quello degli uomini in carne ed ossa si muove da cittadino, non da suddito.

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