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Marx: “comunismo rozzo” e “dittatura del proletario”


Marx teorizza due fasi del comunismo, una detta “Comunismo rozzo” in cui la proprietà privata non è abolita del tutto, ma diviene una sorta di proprietà collettiva e il Comunismo vero e proprio in cui la proprietà privata è abolita del tutto; in questo quadro tra le due forme di Comunismo vi è una fase di transizione detta “Dittatura del proletariato”: ma quest’ultima non coincide con il “Comunismo rozzo”?

Sì e no. La locuzione “comunismo rozzo” appare nei Manoscritti del 1844. Marx la utilizza per sottoporre a critica le scuole socialiste precedenti (i cosiddetti “socialisti utopici“), che avevano formulato una visione piuttosto approssimativa, non-scientifica del “comunismo”. Esso veniva ancora inteso in senso borghese: ovvero come estensione “a tutti” dei diritti inerenti alla proprietà privata, e non come superamento della stessa (e quindi superamento del principale ostacolo verso una società non-classista, senza oppressi ed oppressori). Come dire: la fabbrica (la scuola), che prima apparteneva esclusivamente a tizio, ora è di tutti, quindi è anche mia. Da essa debbo ricevere una quota proporzionata di ricchezza (o di istruzione). Come tutti, senza alcuna differenza, senza tener conto delle mie reali capacità, del mio lavoro effettivo, di quante persone ho a casa da sfamare. Del tipo “6 politico” a scuola per tutti: basta la presenza…

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