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Locke: la nascita del liberalismo classico


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Hobbes: la nascita del Leviatano


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Da Hobbes alla società attuale: terrore e solitudine del cittadino globale


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“Io son nato gemello alla paura”: Hobbes e la radice terrifica del potere politico


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Bodin e Grozio: Sovranità, giusnaturalismo, contrattualismo


Filosofie politiche tra ‘500 e ‘600 (Parte seconda) – Audio-lezione di filosofia per le classi quarte dei licei

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Guicciardini e Moro: Realpolitik vs Utopia


Filosofie politiche tra ‘500 e ‘600 (Parte prima) – Audio-lezione di filosofia per le classi quarte dei licei

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Che cos’è l’Imperativo categorico kantiano?


Caro professore, le sarei immensamente grato se potesse chiarire un dubbio che, quasi, mi “tormenta”, nel senso che non riesco a risolverlo da me stesso. Non capisco il nesso tra legge morale ed imperativo categorico. Di primo acchito, la questione sembra molto semplice: l’imperativo categorico è la forma della legge morale. Ma, andando più nel profondo, non comprendo come ciò sia possibile. Il manuale che utilizzo, il Ferraris, dice: “Kant sostiene però che esiste anche un imperativo categorico, che impone un comportamento in modo assoluto, senza subordinarlo ad alcuna condizione”. Perfetto; tuttavia, in relazione alla legge morale, cosa significa tutto questo? La legge morale riguarda l’universalizzabilità di un comportamento. Qual è dunque il senso di “che impone un comportamento in modo assoluto”? La legge morale non impone alcun comportamento concreto, se ho inteso correttamente. Poi, pure, aggiunge: “L’imperativo categorico si limita a imporre «Devi!», indipendentemente da qualunque scopo”. Ma come ciò si collega alla questione dell’universalizzabilità? (Emanuele)

Risposta:

Vediamo, cerchiamo di dircelo in maniera semplice, senza paura di banalizzare troppo la faccenda. Proviamo a mettere al posto di “Imperativo categorico” l’espressione “voce della coscienza”. Hai presente quando, messo di fronte ad una determinata situazione, senti che non puoi non agire se non in una determinata maniera? E questo al di là di ogni interesse personale e tenendo a freno l’istinto del momento che, per esempio, ti istigherebbe a girare la testa da un’altra parte… Sai che non potresti mai perdonartelo. Lo sai e basta. Se solo ti fermassi un attimo a pensarci, magari, troveresti anche una giustificazione razionale a questo tuo sentire, tale da poter essere assolutamente condivisa con tutti (cioè da poter essere resa “universale”). Ti sarà capitato, qualche volta… Un ragazzo che viene bullizzato, una compagna di classe che viene ingiustamente rimproverata. Non so, prova a fare tu l’esempio che ti sembra più idoneo. Senti che è ingiusto e basta. Ed è ingiusto perché offende l’umanità che è in te, non il tuo piccolo io, ma qualcosa di più grande e profondo. E immediatamente ti rendi anche conto che, se quel comportamento dovesse essere elevato a norma generale, ebbene, avremmo un’umanità ancora più infelice, ancora più meschina, ecc. Ecco, questa è la radice dell’imperativo categorico. Nessun calcolo opportunistico, nessun utile in vista. Ti spinge ad una determinata condotta e basta, anche se poi, magari, il tuo agire non dovesse mostrarsi all’altezza della situazione o dovesse rivelarsi, purtroppo, inconcludente. Sia come sia: è tuo dovere e basta. Hai presente quella sensazione di potersi addormentare tranquilli perché si sa di aver fatto quel che era giusto fare? Ecco. Considera un’altra cosa. L’imperativo categorico di Kant, a ben guardare, è l’istinto morale cristiano-luterano depurato di qualsivoglia contenuto religioso o fideistico (vecchia maniera), voce della coscienza, voce di Dio, e declinato secondo i crismi della Ragione illuministica. Vogliamo provare a muovergli una critica? A molti, forse, potrà “puzzare” ancora di “fideistico”, e la sua apparente laicità rivelarsi una fragile copertura. Non a caso, l’imperativo kantiano ha la stessa forma della legge fondamentale del cristianesimo (che, peraltro, è assolutamente razionale): “non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te”. Ovvero: “rispetta negli altri la stessa umanità che riscontri (o dovresti riscontrare) in te”. È chiaro? Ti dico anche qual è la differenza fondamentale tra l’imperativo categorico kantiano e la massima evangelica: il primo è espresso “autonomamente” dalla Ragione (ovvero la Ragione umana si dà da sé medesima – in greco autòs – la sua legge – in greco nòmos); il secondo, invece, è dettato in maniera “eteronoma” da Dio (èteros, “altro”, nòmos, legge”: legge posta, stabilita da qualcun altro, ovvero il divino). Ecco, l’imperativo categorico rappresenta il comandamento fondamentale di un Uomo diventato “maggiorenne”, di un Cristiano che, laicamente, osserva nella Legge di Dio la sua profonda, intrinseca “razionalità” e la riconosce come propria. Da qui capisci anche perché è proprio dalla Critica della Ragion Pratica che prenderà avvio la riflessione dei successivi filosofi idealisti, a cominciare da Fichte. Buona domenica

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“Come canne al vento”: la condizione umana nei Pensieri di Pascal


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Esprit de géométrie ed esprit de finesse
Grandezza e miseria della condizione umana
«Miserie di un gran signore, miserie d’un re spodestato»
Il Divertissement
L’impotenza della ragione a fondare i valori e a provare l’esistenza di Dio
Senza Gesù Cristo non sappiamo che
cosa sia la nostra vita, la nostra morte, Dio, noi stessi
Contro il deismo e contro Cartesio
Perché scommettere su Dio

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Blaise Pascal: un cartesiano anti-cartesiano


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Pascal: la vita, la conversione, la polemica con i gesuiti, Port-Royal, le Lettere Provinciali, le opere scientifiche, il metodo geometrico-matematico e i suoi limiti

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Cartesio: ciclo completo di lezioni


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Il fantasma nella macchina, il cyborg, il terminator: Cartesio e la fantascienza


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Dialogando con Cartesio: del Cogito e di Dio… quisquilie…


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Il Metodo cartesiano


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Cartesio: le regole del metodo


Il brano a seguire riporta il celebre passo del Discorso sul metodo in cui Cartesio detta le regole del suo filosofare. Eccettuate la prima (che espone il criterio dell’evidenza) e l’ultima (che allude ad un principio di controllo metodologico sul lavoro scientifico), si possono facilmente riconoscere nella seconda e nella terza i due momenti – diairetico e sinagogico – della dialettica platonica. Questo a sottolineare l’appartenenza di entrambe i filosofi alla stessa cultura, quella occidentale, fortemente segnata dalla presenza della scrittura.

Quando ero più giovane avevo un po’ studiato, tra le parti della Filosofia, la Logica e, tra le Scienze Matematiche, l’Algebra e l’Analisi dei Geometri: tre arti o scienze che mi pareva dovessero contribuire in qualche modo al mio progetto. Quando però le esaminai mi avvidi che, quanto alla Logica, i suoi sillogismi e la maggior parte dei suoi precetti servono più a spiegare agli altri quanto già si conosce o, addirittura – come l’arte di Lullo –, a parlare senza discernimento delle cose che si ignorano anziché insegnarle. Per quanto questa scienza contenga realmente molti precetti ottimi e verissimi, tuttavia ve ne sono mescolati insieme tanti altri dannosi e superflui che separarli sarebbe quasi tanto arduo quanto trarre una Diana o una Minerva da un blocco di marmo non ancora sbozzato. Quanto poi all’Analisi degli antichi e all’Algebra dei moderni, oltre a riferirsi esclusivamente a materie astrattissime e che sembrano inutili, la prima è sempre talmente vincolata alla considerazione delle figure da non poter esercitare l’intelletto senza affaticare molto l’immaginazione, e la seconda è talmente assoggetta a certe regole e a certe cifre da divenire un’arte confusa e oscura, che confonde la mente invece di coltivarla.
Per tutto questo stimai necessario cercare qualche altro metodo che, comprendendo i vantaggi di queste tre scienze, fosse esente dai loro difetti. E poiché il gran numero delle leggi fornisce spesso scuse per i vizi, tanto che uno Stato è assai meglio ordinato quando, avendone solo pochissime, vi vengono strettamente osservate, così, in luogo di quel gran numero di precetti che conta in Logica, pensai che mi sarebbero stati sufficienti questi quattro che sto per enumerare, purché decidessi di non cessare mai, neppure una sola volta, di osservarli.
Il primo prescriveva di non accettare mai per vera nessuna cosa che non conoscessi con evidenza esser tale: evitare cioè accuratamente la Precipitazione e la Prevenzione e non comprendere nei miei giudizi se non ciò che si fosse presentato alla mia mente con tale chiarezza e distinzione da non aver nessun motivo di metterlo in dubbio.
Il secondo consisteva nel dividere ciascuna difficoltà che stessi esaminando in tante piccole parti, quante fosse possibile e necessario per giungere alla miglior soluzione di essa.
Il terzo nel condurre con ordine i miei pensieri, cominciando dagli oggetti più semplici e più facili da conoscere, per salire a poco a poco, come per gradi, fino alla conoscenza dei più complessi, e supponendo poi un ordine anche tra quelli di cui gli uni non precedono naturalmente gli altri.
L’ultimo, infine, era di procedere in ogni caso ad enumerazioni così complete e a rassegne tanto generali da esser certo di non aver omesso assolutamente nulla.
Erano state quelle lunghe catene di ragionamenti, tutti semplici e facili, di cui di solito si servono i Geometri nelle loro più difficili dimostrazioni, che mi avevan dato motivo a pensare che tutte le cose conoscibili dall’uomo si susseguissero nello stesso modo, e che alla sola condizione di non accettare per vere quelle che non lo sono e di osservare sempre l’ordine necessario per dedurre le une dalle altre, non potessero darsi conoscenze così remote da non poter infine esser raggiunte, né così nascoste che non potessero scoprirsi.
(Discorso sul metodo, trad. di Ettore Lojacono, UTET, Torino 1983, vol.2 pp. 133-135).

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La tecnocrazia al potere: la profezia di Bacone ne “La Nuova Atlantide”


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Laboratori ed altri ritrovati tecnologici: la scienza al potere
Lettura, commento ed attualizzazione di un passo de “La Nuova Atlantide” di Francesco Bacone

Per i testi si veda: https://francescodipalo.wordpress.com/2020/12/03/breve-antologia-baconiana/