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Sulla dialettica hegeliana


Quando si parla di umorismo, io penso sempre al filosofo Hegel. Il suo libro La grande logica lo lessi una volta che avevo i reumatismi e non potevo muovermi. È una delle più grandi opere umoristiche della letteratura mondiale. Tratta della maniera di vivere dei concetti, queste esistenze scivolose, instabili, irresponsabili; come s’insultano l’un l’altro e fan la lotta a coltello e poi si siedono a tavola insieme per la cena, come non fosse successo niente. Essi compaiono, per così dire, a coppie, ciascuno sposato col suo contrario, e le loro faccende le sbrigano in coppia, cioè firmano contratti in coppia, fanno processi in coppia, organizzano irruzioni e scassi in coppia, scrivono libri e fanno dichiarazioni giurate in coppia, e cioè come coppia completamente in disaccordo su ogni cosa. Ciò che afferma l’ordine, lo confuta subito, possibilmente nello stesso momento, il disordine, suo compagno inseparabile. Non possono vivere l’uno senza l’altro, né l’uno con l’altro.
Lo spirito, l’ironia di una cosa lui lo chiama la dialettica. Come tutti i grandi umoristi, egli diceva tutto con la faccia più seria di questo mondo. I più grandi sovversivi si definiscono allievi del più grande sostenitore dello stato! Tra parentesi, questo testimonia in favore del loro umorismo. Difatti, non ho mai visto un uomo privo di umorismo che capisse la dialettica di Hegel.

(Bertolt Brecht, Dialoghi di profughi)

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Edipo a Colono: terzo Stasimo


L’essenza dello spirito tragico: un esempio tratto dall’Edipo a Colono di Sofocle

CORO
Chi desidera di vivere a lungo
dimenticando la giusta misura,
di stoltezza darà evidente prova .
I giorni che s’ammucchiano, vicende
dolorose ci portano e la gioia
più non si vede, se siamo caduti
oltre il limite del tempo fissato.
Alla fine in soccorso c’è la morte,
per tutti eguale, la Parca che appare
senza lira, né canti, né imenei.
Il non essere nati è condizione
di privilegio, ma, venuti al mondo,
il bene secondo è di ritornare
nel luogo in cui tutti siamo nati.
Quando la giovinezza è tramontata
coi suoi momenti di liete follie,
quale assillo rimane lontano,
quale angoscia non è sempre presente?
Invidie, inimicizie e contese,
ribellioni, battaglie e uccisioni.
L’ultima ad arrivare è la vecchiaia,
bisbetica, debole e impotente,
priva di amici e pregna di mali.
Questa è l’età che ho raggiunto anch’io,
non soltanto lo sfortunato Edipo,
come scogliera battuta dai venti,
travolta dalle onde da ogni parte,
da levante a occidente senza tregua,
colpita a volte dai raggi del sole
a picco in pieno mezzogiorno,
o nelle tenebre dei monti Ripei.

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Nietzsche attraverso la lettura dei testi


Ich bin kein Mensch, ich bin Dynamit

Non sono un uomo, io sono dinamite






Antologia di passi nicciani ad uso didattico


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Apollineo e dionisiaco

Avremo acquistato molto per la scienza estetica, quando saremo giunti non soltanto alla comprensione logica, ma anche alla sicurezza immediata dell’intuizione che lo sviluppo dell’arte è legato alla duplicità dell’apollineo e del dionisiaco, similmente a come la generazione dipende dalla dualità dei sessi, attraverso una continua lotta e una riconciliazione che interviene solo periodicamente. [..] Alle loro due divinità artistiche, Apollo e Dioniso, si riallaccia la nostra conoscenza del fatto che nel mondo greco sussiste un enorme contrasto, per origine e per fini, fra l’arte dello scultore, l’apollinea, e l’arte non figurativa della musica, quella di Dioniso: i due impulsi così diversi procedono l’uno accanto all’altro, per lo più in aperto dissidio fra loro e con un’eccitazione reciproca a frutti sempre nuovi e più robusti, per perpetuare in essi la lotta di quell’antitesi, che il comune termine “arte” solo apparentemente supera; finché da ultimo, per un miracoloso atto metafisico della “volontà” ellenica, appaiono accoppiati l’uno all’altro e in questo accoppiamento producono finalmente l’opera d’arte altrettanto dionisiaca che apollinea della tragedia attica.

(F. Nietzsche, La nascita della tragedia)

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Schopenhauer: ancora sul suicidio


Risultati immagini per schopenhauer suicidio

Abbiamo ormai esposto a sufficienza, nei limiti del nostro studio, questa negazione della volontà di vivere, che è l’unico atto di libertà possibile al fenomeno, e che costituisce pertanto quella che Asmus chiama la metamorfosi trascendentale; nulla si allontana tanto da essa quanto la soppressione reale del proprio fenomeno singolo: il suicidio. Ben lungi dall’essere una negazione della volontà, esso è invece un fenomeno di forte affermazione della volontà. Perché la negazione ha la sua essenza in ciò, che si aborriscono non già i mali della vita, ma i beni. Il suicida vuole la vita, ed è scontento solo delle condizioni che gli sono capitate. Egli non rinuncia pertanto in alcun modo alla volontà di vivere, ma soltanto alla vita, distruggendone il singolo fenomeno. Egli vuole la vita, vuole la libera esistenza ed affermazione del corpo; ma l’intreccio delle circostanze non glielo consente, e gliene deriva un grande dolore. La volontà di vivere stessa viene a trovarsi così impedita in questo singolo fenomeno, da non poter più spiegare la propria aspirazione. Essa prende, allora, una decisione conforme alla propria essenza in sé, la quale si trova fuori delle forme del principio di ragione, e alla quale riesce quindi indifferente ogni fenomeno singolo; essa medesima rimane intatta da ogni nascita e morte, e costituisce l’intimo della vita di ogni cosa. Quella medesima, salda, intima certezza, la quale fa si cime noi tutti viviamo senza il continuo terrore della morte, la certezza cioè che alla volontà non potrà mai mancare il suo fenomeno, sostiene anche il gesto del suicida. La volontà di vivere si mostra dunque tanto nel suicidio (Siva), quanto nel benessere dell’autoconservazione (Visnú) e nella voluttà della generazione (Brahma). È questo l’intimo significato dell’unità della Trimurti, che si trova tutta in ciascun uomo, sebbene essa nel tempo sollevi ora l’una, ora l’altra delle sue tre teste.- Come l’oggetto singolo sta all’idea, cosi sta il suicidio alla negazione della volontà: il suicida nega soltanto l’individuo, non la specie.
(Mondo, I, 69).

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WITTGENSTEIN E I METODI FILOSOFICI COME TERAPIE


WITTGENSTEIN E I METODI FILOSOFICI COME TERAPIE

di Petra von Morstein

traduzione italiana di Claudio Nosella*
apparso su Rivista Phronesis Anno VI, numero 11, 2008

(Ricerche Filosofiche, ∫119)

I risultati della filosofia sono la scoperta di un qualche schietto non-senso e di bernoccoli che l’intelletto si è fatto cozzando contro i limiti del linguaggio. Essi, i bernoccoli, ci fanno comprendere il valore di quella scoperta.

(Ricerche Filosofiche, ∫123)

Il problema filosofico ha la forma: “Non mi ci raccapezzo”.

(Ricerche Filosofiche, ∫133)

La chiarezza cui aspiriamo è certo una Chiarezza completa. Ma questo vuol dire soltanto che i problemi filosofici devono svanire completamente… Non c’è un metodo della filosofia, ma ci sono, in effetti, metodi diversi, che rappresentano differenti terapie.[1]

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Zygmunt Bauman, Amore liquido, Laterza, 2006


Aspettando le Vacanze Filosofiche 2017

Appunti a margine di Francesco Dipalo

Zygmunt Bauman, Amore liquido. Sulla fragilità dei legami affettivi file in pdf

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Byung-Chul Han, Eros in agonia, Nottetempo, Milano 2013


Aspettando le Vacanze Filosofiche 2017

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Appunti a margine di Francesco Dipalo

Byung-Chul Han, Eros in agonia file in pdf