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Schopenhauer: ancora sul suicidio


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Abbiamo ormai esposto a sufficienza, nei limiti del nostro studio, questa negazione della volontà di vivere, che è l’unico atto di libertà possibile al fenomeno, e che costituisce pertanto quella che Asmus chiama la metamorfosi trascendentale; nulla si allontana tanto da essa quanto la soppressione reale del proprio fenomeno singolo: il suicidio. Ben lungi dall’essere una negazione della volontà, esso è invece un fenomeno di forte affermazione della volontà. Perché la negazione ha la sua essenza in ciò, che si aborriscono non già i mali della vita, ma i beni. Il suicida vuole la vita, ed è scontento solo delle condizioni che gli sono capitate. Egli non rinuncia pertanto in alcun modo alla volontà di vivere, ma soltanto alla vita, distruggendone il singolo fenomeno. Egli vuole la vita, vuole la libera esistenza ed affermazione del corpo; ma l’intreccio delle circostanze non glielo consente, e gliene deriva un grande dolore. La volontà di vivere stessa viene a trovarsi così impedita in questo singolo fenomeno, da non poter più spiegare la propria aspirazione. Essa prende, allora, una decisione conforme alla propria essenza in sé, la quale si trova fuori delle forme del principio di ragione, e alla quale riesce quindi indifferente ogni fenomeno singolo; essa medesima rimane intatta da ogni nascita e morte, e costituisce l’intimo della vita di ogni cosa. Quella medesima, salda, intima certezza, la quale fa si cime noi tutti viviamo senza il continuo terrore della morte, la certezza cioè che alla volontà non potrà mai mancare il suo fenomeno, sostiene anche il gesto del suicida. La volontà di vivere si mostra dunque tanto nel suicidio (Siva), quanto nel benessere dell’autoconservazione (Visnú) e nella voluttà della generazione (Brahma). È questo l’intimo significato dell’unità della Trimurti, che si trova tutta in ciascun uomo, sebbene essa nel tempo sollevi ora l’una, ora l’altra delle sue tre teste.- Come l’oggetto singolo sta all’idea, cosi sta il suicidio alla negazione della volontà: il suicida nega soltanto l’individuo, non la specie.
(Mondo, I, 69).

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WITTGENSTEIN E I METODI FILOSOFICI COME TERAPIE


WITTGENSTEIN E I METODI FILOSOFICI COME TERAPIE

di Petra von Morstein

traduzione italiana di Claudio Nosella*
apparso su Rivista Phronesis Anno VI, numero 11, 2008

(Ricerche Filosofiche, ∫119)

I risultati della filosofia sono la scoperta di un qualche schietto non-senso e di bernoccoli che l’intelletto si è fatto cozzando contro i limiti del linguaggio. Essi, i bernoccoli, ci fanno comprendere il valore di quella scoperta.

(Ricerche Filosofiche, ∫123)

Il problema filosofico ha la forma: “Non mi ci raccapezzo”.

(Ricerche Filosofiche, ∫133)

La chiarezza cui aspiriamo è certo una Chiarezza completa. Ma questo vuol dire soltanto che i problemi filosofici devono svanire completamente… Non c’è un metodo della filosofia, ma ci sono, in effetti, metodi diversi, che rappresentano differenti terapie.[1]

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Zygmunt Bauman, Amore liquido, Laterza, 2006


Aspettando le Vacanze Filosofiche 2017

Appunti a margine di Francesco Dipalo

Zygmunt Bauman, Amore liquido. Sulla fragilità dei legami affettivi file in pdf

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Byung-Chul Han, Eros in agonia, Nottetempo, Milano 2013


Aspettando le Vacanze Filosofiche 2017

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Appunti a margine di Francesco Dipalo

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Alain Badiou, Elogio dell’amore, Neri Pozza editore, 2013


Aspettando le Vacanze Filosofiche 2017

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Appunti a margine di Francesco Dipalo

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Schopenhauer: intorno al suicidio


[da Arthur Schopenhauer, Il mio Oriente, A cura di Giovanni Gurisatti, Piccola Biblioteca Adelphi, 2007]

L’intimo significato della «Trimurti»
La volontà di vivere si manifesta in pari misura nel desiderio di morte di cui è espressione il suicidio, con il quale non viene negata e annullata la vita stessa ma solo la sua apparenza attuale, non la specie, ma solo l’individuo, e dove l’azione è sostenuta dall’intima certezza che alla volontà di vivere mai può mancare la sua apparenza e che essa vive, a onta della morte dell’individuo che si uccide, in innumerevoli altri; io dico che in questo uccidersi (Siva) la volontà di vivere appare tanto quanto nel benessere dell’autoconservazione (Visnu) o anche nella voluttà della procreazione (Brahma).
È questo il significato intimo dell’unità della Trimurti, che ognuno di noi è e che sporge ora l’una ora l’altra delle tre teste; come pure del fatto che proprio Siva ha per attributo il linga [pene].
Che proprio Siva abbia per attributo il linga è un pensiero infinitamente acuto e profondo. Infatti l’annientamento dell’individuo e la conservazione della specie sono necessariamente correlati; la morte rende necessaria la riproduzione, e se questa non vi fosse non potrebbe esservi neppure quella. (p. 109-110)

Il suicidio non è una soluzione
Il suicidio è il capolavoro della Maya: neghiamo l’apparenza e non vediamo che la cosa in sé sussiste immutata, così come l’arcobaleno sta fermo per quanto veloce goccia cada su goccia, facendogli da supporto per un istante. Solo negare la volontà di vivere in generale può redimerci: la separazione da una qualsiasi delle sue apparenze la lascia sussistere imperturbabile, e così il negare quell’apparenza lascia immodificato l’apparire della volontà in generale. (p. 147)

vedi anche: https://francescodipalo.wordpress.com/2012/12/04/schopenhauer-e-il-suicidio/

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Schopenhauer: due volti di Amore


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Amore come sesso

Ogni innamoramento, infatti, per quanto voglia mostrarsi etereo, ha la sua radice solo nell’istinto sessuale, anzi è in tutto e per tutto soltanto un impulso sessuale determinato, specializzato in modo prossimo e rigorosamente individualizzato.

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