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Leopardi: Cantico del gallo silvestre


Se facciamo dipendere la nostra felicità non dal qui e dall’ora ma la riponiamo in un senso che trascenda tempo e spazio e che informi di sé la storia dell’umanità (storicismi) o, peggio, la natura, la realtà tutta (naturalismi, metafisiche), ebbene, per noi non ci sarà mai pace. Da qui il presunto “pessimismo” leopardiano, venato di nostalgia per il bel tempo che fu, quello delle illusioni metafisiche, senza le quali speranza non v’è. Si può essere felici, stare bene con se stessi, convivendo con la consapevolezza che il mondo, così com’è, non ha né può avere alcun senso (se non quello che gli uomini, illudendosi, provano a dargli)?

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Leopardi: Dialogo della Natura e di un Islandese


I fatti di natura son fatti. All’uomo spettano le interpretazioni. Che sono umane, fin troppo umane. Da sempre, come aveva ben messo in luce Spinoza, tendiamo a ragionare in termini finalistici, a voler dare un senso a fenomeni che, di per sé, senso non hanno, ma solo cause meccaniche concatenate. Il mondo è quel che è, non quello che crediamo, rappresentandocelo, che sia. Leopardi lo ha ben spiegato in termini novellistici. Quando Homo Sapiens se ne andrà, nessuno verserà lacrime. Nessun occhio più. Ecco il celebre Dialogo della Natura e di un Islandese in Operette Morali.

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