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ERACLITO: IL LOGOS COME PRINCIPIO


Eraclito (535 a.C. – 475 a.C.) fiorì ad Efeso, sulle coste della Ionia. Efeso, come Mileto, nella seconda metà del VI secolo a.C. costituiva un centro urbano e portuale assai avanzato e dinamico, che intratteneva rapporti commerciali con i popoli che si affacciavano sulle coste del Mediterraneo Orientale e nell’entroterra anatolico. La società efesina praticava un’economia, che potremmo definire, per l’epoca, di stampo “capitalistico”. Spostando merci e persone lungo le principali rotte marittime dell’antichità era aperta agli influssi culturali provenienti dalle più antiche civiltà orientali, Fenici ed Egiziani in primis. Alle spalle di Efeso verso la fine del VI secolo si affacciarono minacciose le armate persiane del Gran Re Ciro che conquistò la città ionica e le impose tributi gravosi, inserendola nella sua sfera d’influenza. Nel 494 a.C. gli Efesi parteciparono alla rivolta delle poleis ioniche contro l’impero persiano, rivolta che, nonostante l’appoggio loro fornito dai Greci dell’Ellade, ed in particolare da Atene, fu soffocata nel sangue. Tale evento rappresentò l’antefatto delle successive campagne militari di Dario e Serse contro le poleis elleniche passate alla storia come Guerre Persiane e narrate dallo storico Erodoto.

Dell’opera di Eraclito, che secondo la tradizione si sarebbe intitolata Intorno alla natura (ΠΕΡΙ ΦΥΣΕΩΣ), ci restano ben 126 frammenti, alcuni composti da poche parole, altri più ampi. Ad essi si aggiungono, come per gli altri presocratici, un certo numero di testimonianze indirette. Le principali fonti letterarie da cui sono tratti i frammenti dell’opera eraclitea, oltre a Platone ed Aristotele, sono le opere di Clemente Alessandrino e Sant’Ippolito di Roma (entrambi vissuti tra il II e il III secolo d.C.), in cui essi vengono citati a scopo apologetico, in difesa della fede cristiana o dell’ortodossia in ambito cristologico.

Come tutti i presocratici, Eraclito fiorisce in un’epoca di “passaggio” tra tradizione orale e tradizione scritta. Il suo poema, infatti, è probabile sia stato composto per la recitazione in pubblico, quindi per un uso “orale”. Da quanto ci risulta doveva essere ricco di metafore, visioni a mezza strada tra il naturalistico e l’antropologico, con un linguaggio così sofisticato ed enigmatico da fargli meritare, successivamente, il soprannome di “oscuro” (Σκοτεινός). Molti dei suoi frammenti appartengono al genere letterario dell’aforisma oracolare o della massima morale: breve, conciso, immaginifico.

Il fr. 1 della collezione Diels-Kranz costituiva, molto probabilmente, l’incipit del poema eracliteo.

τοῦ δὲ λόγου τοῦδ’ ἐόντος ἀεὶ ἀξύνετοι γίνονται ἄνθρωποι καὶ πρόσθεν ἢ ἀκοῦσαι καὶ ἀκούσαντες τὸ πρῶτον˙ γινομένων γὰρ πάντων κατὰ τὸν λόγον τόνδε ἀπείροισιν ἐοίκασι, πειρώμενοι καὶ ἐπέων καὶ ἔργων τοιούτων, ὁκοίων ἐγὼ διηγεῦμαι κατὰ φύσιν διαιρέων ἕκαστον καὶ φράζων ὅκως ἔχει. τοὺς δὲ ἄλλους ἀνθρώπους λανθάνει ὁκόσα ἐγερθέντες ποιοῦσιν, ὅκωσπερ ὁκόσα εὕδοντες ἐπιλανθάνονται.

«Di questo logos che è sempre gli uomini non hanno intelligenza, sia prima di averlo ascoltato sia subito dopo averlo ascoltato; benché infatti tutte le cose accadano secondo questo logos, essi assomigliano a persone inesperte, pur provandosi in parole e in opere tali quali sono quelle che io spiego, distinguendo secondo natura ciascuna cosa e dicendo com’ è. Ma agli altri uomini rimane celato ciò che fanno da svegli, allo stesso modo che non sono coscienti di ciò che fanno dormendo.»

In questo frammento si trova una celebre metafora, quella che distingue tra gli “svegli” e i “dormienti”. Il suo significato è universale. Basti pensare che mentre Eraclito fioriva sulle coste del Mediterraneo orientale, ai piedi della catena dell’Himalaya nell’odierna India settentrionale, Siddharta Gautama, ottenuta l’illuminazione ricevette l’appellativo di “Buddha“, in sanscrito il “risvegliato” (da cui “buddhismo”). Nel frammento eracliteo la condizione di “sveglio” in senso di “esser cosciente” va distinta da quella di “sveglio” in senso letterale. La maggior parte degli uomini (di sicuro, tutti salvo Eraclito; o anche tutti salvo una ristretta “aristocrazia” di sapienti?) quando sono “svegli”, in realtà, si comportano come se stessero dormendo. Il sonno è caratterizzato dal sogno, ossia da una visione distorta e illusoria e singolare della realtà. I più, quindi, non sono “svegli” (nel senso di “consapevoli”) della natura, dell’essenza del reale, così com’è. Non vedono ciò che è comune, ma si ritirano in una specie di mondo privato (in greco idìon). Trascorrono la vita in una condizione di “idiozia”, nel senso etimologico della parola.

Eraclito dà l’impressione (non solo qui ma in molti altri passi che sono stati tramandati) di spingere la sua “franchezza” sino ai confini della “brutalità”. A ben guardare, però, la “brutalità” sta nella Verità di cui egli è “profeta”, o piuttosto nel fatto che i molti da questa Verità si tengano discosti, “brutalizzando” loro stessi.

I “dormienti”, probabilmente, sono gli stessi concittadini di Eraclito, gli Efesi contro i quali egli polemizza a più riprese. Tutti presi dal dio denaro, attaccati ai beni materiali e alla loro presunta durevolezza, essi hanno disimparato a guardare il mondo con gli occhi, fieri e bellicosi degli antenati. L’ignoranza li ha infiacchiti ed invigliacchiti. Per questo rischiano di essere (e saranno) travolti dal nemico persiano che proviene da est.

Del Lògos eracliteo, del discorso (prima accezione del termine Lògos) che sta per pronunciare, loro non capiranno nulla, così come non sono in grado di intendere la natura della realtà in cui sono immersi: oltre ad essere sordi sono anche ciechi.

Fu questa presa di posizione a far guadagnare al filosofo di Efeso la fama (forse “cattiva”, ma dipende dai punti di vista) di uomo sfrontato e superbo. Egli manifesta piuttosto la stoffa del profeta, del sapiente: parla ex cathedra, per conto della divinità. Le sue affermazioni vanno comprese, meditate, assimilate. Ma non sembra possano essere messe in discussione. Un atteggiamento, questo, poco “filosofico” (nel senso socratico del termine: il “filosofo” dovrebbe essere un “dialogante”). Si narra che egli avesse depositato il suo libro nel tempio di Artemide sull’acropoli, a sottolineare la distanza che lo separava da quel dèmos, il popolino piccolo-borghese e bottegaio di Efeso, per il quale provava disgusto. Insomma, l’atteggiamento politico di un vecchio aristocratico (pare che Eraclito discendesse da un’antica famiglia di re-sacerdoti di Efeso) dinanzi al regime plutocratico che favorisce l’ascesa sociale di chi sa maneggiare merci e denaro.

εἷς ἐμοὶ μύριοι, ἐὰν ἄριστος ἦι.

«Uno vale per me diecimila, se è il migliore.»

Eraclito, 22 B 49

(continua)

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Tra mythos e logos


Convenzionalmente la storia della filosofia nasce con Talete di Mileto. Quella che chiamiamo “filosofia antica” è, in realtà, una tradizione letteraria cui appartengono un certo numero di testi della classicità greco-romana, prodotti all’incirca tra il VI sec. a. C. e il V sec. d. C. . I testi appartenenti a tale tradizione sono, in genere, caratterizzati da una forma di espressione e comunicazione di tipo “razionale” e “argomentativo”. Ovvero si può dire siano accomunati dall’utilizzo del cosiddetto λόγος (“discorso razionale”). Ad esso si contrappone il μῦθος, il racconto (la radice della parola greca è rimasta nell’aggettivo “mitologico”), utilizzato nella Grecia arcaica per narrare la visione del mondo dei popoli ellenici. Alla tradizione “mitologica” appartengono, per esempio, i poemi omerici ed esiodei, le teogonie e le cosmogonie. Abbiamo detto che far coincidere l’inizio della storia della filosofia con l’opera di Talete (di cui peraltro non ci è giunto un solo frammento) è puramente indicativo perché è impossibile stabilire uno spartiacque, un punto di frattura netto tra μῦθος a λόγος. Perché le due tradizioni (e i generi letterari ad esse collegate: poesia piuttosto che trattatistica, romanzo piuttosto che dialogo filosofico, ecc.) si distinguessero nettamente, dovranno trascorrere ancora alcuni secoli, almeno fino all’età ellenistica (IV-III secolo a.C.). Più o meno tanti quanti ne dovranno passare prima che la tradizione orale divenisse scritta. Questo è il motivo per cui i primi testi filosofici che studieremo, i frammenti dei presocratici, conterranno, accanto ad arcaiche forme di astrazione e di argomentazione logica, forme poetiche, figure mitiche, chiare tracce di un uso orale e declamatorio degli stessi.

Le prime forme di scrittura presso tutte le civiltà antiche sono di tipo mitico-narrativo. Quelle proprie della civiltà ellenica si riferiscono a fatti e tradizioni che risalgano, probabilmente, alla fine del secondo millennio a. C. . Nei secoli successivi grazie a dei “professionisti” della trasmissione culturale orale, gli aedi (o cantori) girovaghi e panellenici, furono usate per scopi educativi, sociali e politici. Solo successivamente le tradizioni mitiche cantate per secoli e secoli dagli aedi (ci è rimasto il nome di Omero in rappresentanza, forse, di un’intera categoria) furono messe per iscritto dando vita a quei poemi – a cominciare dall’Iliade e dall’Odissea – che ancora oggi facciamo leggere a scuola ai nostri giovani.

Quando parliamo di filosofia, di agire con spirito filosofico, pensiamo immediatamente alla formulazione di un pensiero logico astratto; tuttavia, si possono utilizzare forme espressive più semplici, quali miti o più concretamente favole e fiabe, per esprimere contenuti “filosofici”. Anche le favole che narriamo ai bambini hanno una loro “morale”, che risponde ad una precisa domanda di senso e significato intorno a questo o quel problema. Dobbiamo quindi distinguere la filosofia come tradizione letteraria dal “filosofare” come attitudine propria dell’essere umano e a lui connaturata sin dalla più tenera età. E immaginando che lo sviluppo della civiltà assomigli a quello di un singolo essere umano, l’età arcaica corrisponderebbe appunto alla fanciullezza…

La filosofia, prima di tutto, nasce dal bisogno, più o meno consapevole, di porsi domande. Ad esse è possibile trovare risposte formulate in diverse maniere: di tipo mitologico, magico-religioso, fantastico o piuttosto razionale. Se è vero che il tratto più tipicamente distintivo della tradizione filosofica occidentale è quest’ultimo (la cosiddetta “razionalità”), va però notato come da sempre, accanto ad esso (e a sua integrazione) si usino generi letterari diversi (dialoghi, miti, confessioni autobiografiche, narrativa, poemi) a seconda dell’epoca e delle scelte stilistiche (e molte volte contenutistiche) del filosofo.

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Gorgia intorno al non-essere


Per Gorgia “nulla è, se anche qualcosa fosse l’uomo non la potrebbe conoscere e se anche per caso fosse conoscibile non potrebbe venir comunicata… dunque l’essere non esiste e se non esiste nemmeno il non essere vuol dire che davvero non esiste nulla…! Perciò noi siamo cavolfiori?? Non riesco a capire come può teorizzare che nulla esiste… mi sembra tanto una contraddizione!

Infatti, cara ***, è una contraddizione! Per quello che ci è dato sapere, in termini storico-filosofici, il ragionamento gorgiano mira proprio a “contraddire” (o a contrapporsi a) quello eleatico-parmenideo. Ovvero, non sarebbe possibile intendere le tre asserzioni di Gorgia se non le accostassimo a quelle di Parmenide per il quale l’Essere è (e il Non-Essere non è), l’Essere è pensabile (conoscibile: “la stessa cosa sono Essere e Pensiero”) e, di conseguenza, è dicibile, comunicabile (solo ciò che si può pensare si può anche dire, trasformare in Parola, Logos). Le due sequenze di proposizioni (ovvero i due “ragionamenti”), quello di Parmenide e quello di Gorgia, rappresentano, per così dire, il positivo e il negativo della stessa fotografia.

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Kosmoszen: Manifesto sullo zen d’Occidente


Questo articolo a cura del Centro Zen di Vicenza mi pare un ottimo punto di partenza per una comune riflessione che metta in dialogo la pratica Zen con la tradizione filosofica occidentale. Un dialogo che non vuole essere di stampo “intellettuale” o “accademico”, ma per l’appunto “pratico”, ovvero inerente alla “pratica”. Perché sono convinto che gioverebbe molto provare ad utilizzare testi della tradizione filosofica occidentale per meditare, riflettere, allargare ulteriormente i nostri orizzonti. È un lavoro ancora tutto da fare. Mi piacerebbe metterci mano quanto prima.

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Heraclitus: Fragmenta


Αποσπάσματα (Ηράκλειτος)

Fragmenta (Heraclitus)

Diels-Kranz ordo

Il principio è il lògos

fragmentum B 1

τοῦ δὲ λόγου τοῦδ᾽ ἐόντος ἀεὶ ἀξύνετοι γίνονται ἄνθρωποι καὶ πρόσθεν ἢ ἀκοῦσαι καὶ ἀκούσαντες τὸ πρῶτον· γινομένων γὰρ πάντων κατὰ τὸν λόγον τόνδε ἀπείροισιν ἐοίκασι, πειρώμενοι καὶ ἐπέων καὶ ἔργων τοιούτων, ὁκοίων ἐγὼ διηγεῦμαι κατὰ φύσιν διαιρέων ἕκαστον καὶ φράζων ὅκως ἔχει· τοὺς δὲ ἄλλους ἀνθρώπους λανθάνει ὁκόσα ἐγερθέντες ποιοῦσιν, ὅκωσπερ ὁκόσα εὕδοντες ἐπιλανθάνονται.

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