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Friedrich Nietzsche: Ciclo completo di lezioni


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Dioniso contro Cristo: il progetto nicciano dell’umanità che verrà


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“Partorire una stella danzante” – Nietzsche: volontà di potenza e nichilismo


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“Era questa la vita? Va bene! Ancora una volta!” – Nietzsche: Eterno ritorno e prospettiva esistenziale


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“Ecco io vi insegnerò il Superuomo” (Zarathustra): Nietzsche attraverso la lettura dei testi (2)


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“Io non sono uomo, io sono dinamite”: Nietzsche attraverso la lettura dei testi (1)


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Del tragico e del prospettico in senso esistenziale: in dialogo con Kierkegaard, Nietzsche e i Greci


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Nietzsche: coltivare la “lontananza” dallo strepito dell’attualità


Noi filosofi abbiamo soprattutto bisogno di un’unica quiete: quella lontana da ogni “attualità”. Noi veneriamo il silenzio, la nobiltà, la lontananza, il passato, tutto quanto, in genere, alla vista del quale l’anima non è costretta a difendersi e a stringere i lacci – qualcosa con cui si può parlare, senza parlare ad alta voce […]. Ma uno spirito che è sicuro di sé parla basso; cerca la riservatezza, si fa aspettare. Si riconosce un filosofo da questo.

Friedrich Nietzsche

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Quali prospettive etiche sono possibili dopo la morte di Dio?


Al mio amico Roberto Fiorentini

Il mondo è così totalmente e meravigliosamente privo di senso che riuscire ad essere felici non è fortuna è arte allo stato puro.

René Magritte

Il concetto di “ateismo” nel pensiero moderno

Le correnti ateistiche espresse dal pensiero moderno possono esser comprese, in termini dialettici, come contrappunto al teismo della tradizione medievale, se non, a volte, persino come articolazione o declinazione di temi in essa già presenti. In quest’ottica possiamo affermare che, in generale, “teismo” ed “ateismo” – pur variamente esplicitati – sono “facce della stessa medaglia”. Negare apertamente Dio, sottoporre a critica radicale le prove razionali della sua esistenza oppure mostrare l’insensatezza di alcuni dogmi ecclesiastici, tra XVII e XVIII secolo, significa far comunque riferimento ad una visione del mondo complessiva, universalmente diffusa ed accettata nel mondo europeo, nota come Scolastica. In altre parole, se si nega apertamente l’esistenza di Dio, cosa peraltro alquanto rara, si sta, di fatto, negando l’esistenza di quel-Dio-là (o, meglio, si respinge quella-idea-di-Dio). Si è piuttosto tacciabili di “eresia” o “blasfemia” che di “puro ateismo” – tant’è che le espressioni, talvolta, tendono a sovrapporsi: gli stessi maomettani vengono considerati degli “eretici”, là dove “ateo” significa semplicemente “nemico di Dio”, cioè del Dio cristiano e della santa fede.

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Nietzsche attraverso la lettura dei testi


Ich bin kein Mensch, ich bin Dynamit

Non sono un uomo, io sono dinamite






Antologia di passi nicciani ad uso didattico


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Apollineo e dionisiaco

Avremo acquistato molto per la scienza estetica, quando saremo giunti non soltanto alla comprensione logica, ma anche alla sicurezza immediata dell’intuizione che lo sviluppo dell’arte è legato alla duplicità dell’apollineo e del dionisiaco, similmente a come la generazione dipende dalla dualità dei sessi, attraverso una continua lotta e una riconciliazione che interviene solo periodicamente. [..] Alle loro due divinità artistiche, Apollo e Dioniso, si riallaccia la nostra conoscenza del fatto che nel mondo greco sussiste un enorme contrasto, per origine e per fini, fra l’arte dello scultore, l’apollinea, e l’arte non figurativa della musica, quella di Dioniso: i due impulsi così diversi procedono l’uno accanto all’altro, per lo più in aperto dissidio fra loro e con un’eccitazione reciproca a frutti sempre nuovi e più robusti, per perpetuare in essi la lotta di quell’antitesi, che il comune termine “arte” solo apparentemente supera; finché da ultimo, per un miracoloso atto metafisico della “volontà” ellenica, appaiono accoppiati l’uno all’altro e in questo accoppiamento producono finalmente l’opera d’arte altrettanto dionisiaca che apollinea della tragedia attica.

(F. Nietzsche, La nascita della tragedia)

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FERITI PER LA GIOIA – Suggestioni su Nietzsche e la Consulenza filosofica


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FERITI PER LA GIOIA

Suggestioni su Nietzsche e la Consulenza filosofica

di Francesco Dipalo

 

[Il testo è liberamente utilizzabile purché se ne citi la fonte.]

 

Debitori di Nietzsche

«Il mio cammino è sempre stato, in tutto e per tutto, un tentativo e un interrogativo – in verità, bisogna anche “imparare” a rispondere a questo domandare! Ma questo è – il mio gusto: – non un buon gusto, né cattivo, bensì il “mio” gusto, di cui non mi vergogno più e che più non celo. «Questa, insomma, è la “mia” strada, – dov’è la vostra?», così rispondo a quelli che da me vogliono sapere ‘la strada’. “Questa” strada, infatti, non esiste!» (Z, Parte terza, Dello spirito di gravità)

«La filosofia, come l’ho compresa e vissuta fino ad oggi, è la vita volontaria tra i ghiacci e le cime – la ricerca di tutto ciò che di estraneo e di problematico vi è nell’esistenza, di tutto ciò che finora era posto al bando dalla morale.» (EH, Prologo, 3) Continua a leggere “FERITI PER LA GIOIA – Suggestioni su Nietzsche e la Consulenza filosofica”

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F. Nietzsche – Così parlò Zarathustra: Del leggere e dello scrivere


Voi guardate verso l’alto, quando cercate elevazione. E io guardo in basso, perché sono elevato. Chi di voi è capace di ridere e, insieme, di essere elevato?
Chi sale sulle vette dei monti più alti, ride di tutte le tragedie, finte e vere. Coraggiosi, noncuranti, beffardi, violenti – così ci vuole la saggezza: che è femmina e sa amare solo il guerriero.

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Nietzsche: LA VISIONE E L’ENIGMA sull’Eterno Ritorno


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LA VISIONE E L’ENIGMA
I. Quando tra i marinai si diffuse la voce che Zarathustra era sulla nave – con lui infatti era salito a bordo un uomo che veniva dalle isole Beate – nacque grande curiosità e attesa. Ma Zarathustra tacque per due giorni, freddo e sordo di melanconia, sì da non rispondere né agli sguardi né alle domande. Alla sera del secondo giorno, però, egli riaprì le sue orecchie, sebbene tacesse ancora: si potevano infatti udire molte cose insolite e pericolose su questa nave, che veniva da lontano e andava ancor più lontano. Zarathustra, a sua volta, era un amico di tutti quelli che fanno lunghi viaggi e a cui non piace vivere senza pericolo. Ed ecco che, a forza di ascoltare, gli si sciolse la lingua e si ruppe il ghiaccio intorno al suo cuore – allora cominciò a parlare così:
A voi, temerari della ricerca e del tentativo, e a chiunque si sia mai imbarcato con ingegnose vele su mari terribili, –
a voi, ebbri di enigmi e lieti alla luce del crepuscolo, a voi, le cui anime suoni di flauto inducono a perdersi in baratri labirintici:
– giacché voi non volete con mano codarda seguir tentoni un filo; e dove siete.in grado di indovinare vi è in odio il dedurre –
a voi soli racconterò l’enigmá che io vidi, – la visione del più solitario tra gli uomini.
Cupamente andavo, or non è molto, nel crepuscolo livido di morte, – cupo, duro, le labbra serrate. Non soltanto un sole mi era tramontato.
Un sentiero, in salita dispettosa tra sfasciume di pietre, maligno, solitario, cui,non si addicevano più né erbe né cespugli: un sentiero di montagna digrignava sotto il dispetto del mio piede.
Muto, incedendo sul ghignante crepitio della ghiaia, calpestando il pietrisco, che lo faceva sdrucciolare: così il mio piede si faceva strada verso l’alto.
Verso l’alto: – a dispetto dello spirito che lo traeva in basso, in basso verso abissi, lo spirito di gravità, il mio demonio e nemico capitale.
Verso l’alto: – sebbene fosse seduto su di me, metà nano; metà talpa; storpio; storpiante; gocciante piombo nel cavo del mio orecchio, pensieri-gocce-di-piombo nel mio cervello.
“O Zarathustra, sussurrava beffardamente sillabando le parole, tu, pietra filosofale! Hai scagliato te stesso in alto, ma qualsiasi pietra scagliata deve – cadere!
O Zarathustra, pietra filosofale, pietra lanciata da fionda, tu che frantumi le stelle! Hai scagliato te stesso così in alto, – ma ogni pietra scagliata deve cadere!
Condannato a te stesso, alla lapidazione di te stesso: o Zarathustra, è vero: tu scagliasti la pietra lontano, – ma essa ricadrà su di te!”.
Qui il nano tacque; e ciò durò a lungo. Il suo tacere però mi opprimeva; e l’essere in due in questo modo è in verità, più solitudine che l’essere solo!
Salivo, – salivo, – sognavo, – pensavo: ma tutto mi opprimeva. Ero come un malato: stremato dal suo tormento atroce, sta per dormire, ma un sogno, più atroce ancora, lo ridesta. –
Ma c’è qualcosa che io chiamo coraggio: questo finora ha sempre ammazzato per me ogni scoramento. Questo coraggio mi impose alfine di fermarmi e dire: “Nano! O tu! O io!”. –
Coraggio è infatti la mazza più micidiale, – coraggio che assalti: in
ogni assalto infatti è squilla di fanfare.
Ma l’uomo è l’animale più coraggioso: perciò egli ha superato tutti gli altri animali. Allo squillar di fanfare egli ha superato anche tutte le sofferenze; la sofferenza dell’uomo è però, la più profonda di tutte le sofferenze.
Il coraggio ammazza anche la vertigine in prossimità degli abissi: e dove mai l’uomo non si trova vicino ad abissi! Non è la vista già di per sé un – vedere abissi?
Coraggio è la mazza più micidiale: il coraggio ammazza anche la compassione. Ma la compassione è l’abisso più fondo: quanto l’uomo affonda la sua vista nella vita, altrettanto l’affonda nel dolore.
Coraggio è però la mazza più micidiale, coraggio che assalti – esso ammazza anche la morte, perché dice: “Questo fu la vita? Orsù! Da capo!”
Ma in queste parole sono molte squillanti fanfare. Chi ha orecchi, intenda.

2. “Alt, nano! dissi. O io! O tu! Ma di noi due il più forte sono io -: tu non conosci il mio pensiero abissale!
Questo – tu non potresti sopportarlo!”. –
Qui avvenne qualcosa che mi rese più leggero: il nano infatti mi saltò giù dalle spalle, incuriosito! Si accoccolò davanti a me, su di un sasso. Ma, proprio dove ci eravamo fermati, era una porta carraia.
“Guarda questa porta carraia! Nano! continuai: essa ha due volti. Due sentieri convengono qui: nessuno li ha mai percorsi fino alla fine.
Questa lunga via fino alla porta e all’indietro: dura un’eternità. E quella lunga via fuori della porta e avanti – è un’altra eternità.
Si contraddicono a vicenda, questi sentieri; sbattono la testa l’un contro l’altro: e qui, a questa porta carraia, essi convengono. In alto sta scritto il nome della porta: “attimo”.
Ma, chi ne percorresse uno dei due – sempre più avanti e sempre più lontano: credi tu, nano, che questi sentieri si contraddicano in eterno?”. –
“Tutte le cose diritte mentono, borbottò sprezzante il nano. Ogni verità è ricurva, il tempo stesso è un circolo”.
“Tu, spirito di gravità! dissi lo incollerito non prendere la cosa troppo alla leggera! O ti lascio accovacciato dove ti trovi, sciancato – e sono io che ti ho portato in alto!
Guarda, continuai, questo attimo! Da questa porta carraia che si chiama attimo, comincia all’indietro una via lunga, eterna: dietro di noi è un’eternità.
Ognuna delle cose che possono camminare, non dovrà forse avere già percorso una volta questa via? Non dovrà ognuna delle cose che possono accadere, già essere accaduta, fatta, trascorsa una volta?
E se tutto è già esistito: che pensi, o nano, di questo attimo? Non deve anche questa porta carraia – esserci già stata?
E tutte le cose non sono forse annodate saldamente l’una all’altra, in modo tale che questo attìmo trae dietiro di sé tutte le cose avvenire? Dunque – anche se stesso?
Infatti, ognuna delle cose che possono camminare: anche in questa lunga via al di fuori – deve camminare ancora una volta!
E questo ragno che indugia strisciando al chiaro di luna, e persino questo chiaro di luna e io e tu bisbiglianti a questa porta, di cose eterne bisbiglianti – non dobbiamo tutti esserci stati un’altra volta? – e ritornare a camminare in quell’altra via al di fuori, davanti a noi, in questa lunga orrida via – non dobbiamo ritornare in eterno?”.-
Così parlavo, sempre più flebile: perché avevo paura dei miei stessi pensieri e dei miei pensieri reconditi. E improvvisamente, ecco, udii un cane ululare.
Non avevo già udito una volta un cane ululare così? Il mio pensiero corse all’indietro. Sì! Quand’ero bambino, in infanzia remota: – allora udii un cane ululare così. E lo vidi anche, il pelo irto, la testa all’insù, tremebondo, nel più fondo silenzio di mezzanotte, quando anche i cani credono agli spettri:
– tanto che ne ebbi pietà. Proprio allora la luna piena, in un silenzio di morte, saliva sulla casa, proprio allora si era fermata, una sfera incandescente, – tacita, sul tetto piatto, come su roba altrui:-
ciò aveva inorridito il cane: perché i cani credono ai ladri e agli spettri. E ora, sentendo di nuovo ululare a quel modo, fui ancora una volta preso da pietà.
Ma dov’era il nano? E la porta? E il ragno? E tutto quel bisbigliare? Stavo sognando? Mi ero svegliato? D’un tratto mi trovai in mezzo a orridi macigni, solo, desolato, al più desolato dei chiari di luna.
Ma qui giaceva un uomo! E – proprio qui! – il cane, che saltava, col pelo irto, guaiolante, – adesso mi vide accorrere – e allora ululò di nuovo, urlò: – avevo mai sentito prima un cane urlare aiuto a quel modo?
E, davvero, ciò che vidi, non l’avevo mai visto. Vidi un giovane pastore rotolarsi, soffocato, convulso, stravolto in viso, cui un greve serpente nero penzolava dalla bocca.
Avevo mai visto tanto schifo e livido raccapriccio dipinto su di un volto? Forse, mentre dormiva, il serpente gli era strisciato dentro le fauci e – lì si era abbarbicato mordendo.
La mia mano tirò con forza il serpente, tirava e tirava – invano! non riusciva a strappare il serpente dalle fauci. Allora un grido mi sfuggì dalla bocca: “Mordi! Mordi! Staccagli il capo! Mordi!”, così gridò da dentro di me: il mio orrore, il mio odio, il mio schifo, la mia pietà, tutto quanto in me – buono o cattivo – gridava da dentro di me, fuso in un sol grido.-
Voi, uomini arditi che mi circondate! Voi, dediti alla ricerca e al tentativo, e chiunque tra di voi si sia mai imbarcato con vele ingegnose per mari inesplorati! Voi che amate gli enigmi!
Sciogliete dunque l’enigma che io allora contemplai, interpretatemi la visione del più solitario tra gli uomini!
Giacché era una visione e una previsione: – che cosa vidi allora per similitudine? E chi è colui che un giorno non potrà non venire?
Chi è il pastore, cui il serprente strisciò in tal modo entro le fauci? Chi è l’uomo, cui le più grevi e le più nere fra le cose strisceranno nelle fauci?
– Il pastore, poi, morse così come gli consigliava il mio grido: e morse bene! Lontano da sé sputò la testa del serpente -; e balzò in piedi.-
Non più pastore, non più uomo, – un trasformato, un circonfuso di luce, che rideva! Mai prima al mondo aveva riso un uomo, come lui rise!
Oh, fratelli, udii un riso che non era di uomo, – e ora mi consuma una sete, un desiderio nostalgico, che mai si placa.
La nostalgia di questo riso mi consuma: come sopporto di vivere ancora! Come sopporterei di morire ora! –

Così parlò Zarathustra.

da F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra, in Opere, vol. VI, tomo 1.

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Zarathustra: Del leggere e dello scrivere


“Di tutto ciò che è scritto, io amo soltanto ciò che è stato scritto col sangue. Scrivi col tuo sangue, e ti accorgerai che il tuo sangue è spirito. Non è facile capire il sangue degli altri: io odio coloro che hanno il vizio di leggere.
Chi conosce che cosa è un lettore, non si sente più di far nulla per lui. Ancora un secolo di lettori, e lo spirito stesso sparirà dal mondo.
Che ognuno ormai possa imparare a leggere è un fatto che alla lunga ammorba non solo lo scrivere ma anche il pensare. –
Una volta lo spirito era Dio, poi divenne uomo, e ora non è ormai che plebe.
Chi scrive in sangue e in aforismi non vuole essere letto, ma appreso a memoria.
Nelle montagne, il sentiero più breve è da vetta a vetta: ma per percorrerlo è necessario avere lunghe gambe. Gli aforismi debbono essere vette: e coloro a cui essi vengono detti devono essere grandi e di alta statura.
L’aria sottile e pura, il pericolo prossimo, e lo spirito pieno di una gioconda malignità: questo è ciò che concorda bene insieme.
Voglio avere intorno a me dei coboldi, perché io sono coraggioso. Il coraggio che allontana i fantasmi si crea dei coboldi; è un coraggio che vuol ridere.
Il mio sentimento non va più d’accordò col vostro: questa nuvola che vedo sotto di me, questo nero e questa pesantezza di cui io rido; proprio questa è la vostra nuvola temporalesca.
Voi guardate in alto, quando tendete verso l’elevazione. E io guardo giù nel profondo, perché sono già esaltato.
Chi di voi può insieme ridere ed essere esaltato?
Chi sale sugli alti monti, ride sopra tutte le tragedie e tutte le tristizie seriose.
Occorre essere spensierati, violenti, ironici; così ci vuole la sapienza: essa è una femmina e ama sempre solo il guerriero.
Voi mi dite: ‘La vita è dura da sopportare’. Ma perché avreste mai di mattina tanto orgoglio e a sera tanta dedizione?
La vita è dura da sopportare: ma non prendete arie da volermi intenerire! Tutti insieme siamo dei begli asini, maschi e femmine.
Che cosa abbiamo in comune con il bocciolo di rosa che comincia a tremare perché una goccia di rugiada vi si è posata sopra?
È vero: noi amiamo la vita, non perché siamo abituati alla vita, ma perché siamo abituati ad amare.
C’è sempre qualche pizzico di follia nell’amore. Ma c’è anche sempre qualche pizzico dl ragione nella follia.
Ed anche a me, che sono buono verso la vita, sembra che le farfalle e le bolle di sapone, e gli uomini ad esse simili, siano coloro che sanno meglio che cosa è la felicità.
Queste animule leggere, pazzerelle, graziose, mobili, svolazzano qua e là per curiosità; e ciò induce Zarathustra a commuoversi fino alle lacrime e al canto.
Per me io crederei solo ad un Dio che sapesse danzare.
Quando vidi il mio diavolo, scoprii che era serio, esauriente, profondo, solenne: era lo spirito della gravità, in virtù del quale cadono tutte le cose.
Non è con l’ira, ma con il riso che si uccide. Uccidiamo dunque lo spirito della gravità!
Ho imparato a camminare: da allora mi lascio andare. Ho imparato a volare: da allora non voglio più ricevere, spinte per muovermi.
Ora io sono leggero, ora io volo, ora io vedo sotto di me, ora danza un dio in me.”
Così parlò Zarathustra.

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IL CANTO DELLA DANZA


[fonte: http://www.ilcerchiodellaluna.it/immagini/Dionisoquadro1.jpg]

Una sera Zarathustra camminava per la foresta coi suoi discepoli; e, nel cercare una sorgente, ecco giunse a un verde prato, circondato dal silenzio di alberi e cespugli: su di esso fanciulle danzavano tra loro. Quand’ebbero riconosciuto Zarathustra, le fanciulle interruppero la loro danza; ma Zarathustra si avvicinò loro con fare amichevole e disse queste parole: «Non interrompete la danza, graziose fanciulle! A voi non è venuto un guastafeste dallo sguardo cattivo, e nemmeno un nemico di fanciulle.
Io sono l’avvocato di Dio davanti al diavolo: ma questi è lo spirito della gravità. Come potrei, voi lievi, essere ostile a danze divine? O a piedi di fanciulla dalle caviglie belle? Continua a leggere “IL CANTO DELLA DANZA”