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Leopardi: Cantico del gallo silvestre


Se facciamo dipendere la nostra felicità non dal qui e dall’ora ma la riponiamo in un senso che trascenda tempo e spazio e che informi di sé la storia dell’umanità (storicismi) o, peggio, la natura, la realtà tutta (naturalismi, metafisiche), ebbene, per noi non ci sarà mai pace. Da qui il presunto “pessimismo” leopardiano, venato di nostalgia per il bel tempo che fu, quello delle illusioni metafisiche, senza le quali speranza non v’è. Si può essere felici, stare bene con se stessi, convivendo con la consapevolezza che il mondo, così com’è, non ha né può avere alcun senso (se non quello che gli uomini, illudendosi, provano a dargli)?

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Leopardi: Dialogo della Natura e di un Islandese


I fatti di natura son fatti. All’uomo spettano le interpretazioni. Che sono umane, fin troppo umane. Da sempre, come aveva ben messo in luce Spinoza, tendiamo a ragionare in termini finalistici, a voler dare un senso a fenomeni che, di per sé, senso non hanno, ma solo cause meccaniche concatenate. Il mondo è quel che è, non quello che crediamo, rappresentandocelo, che sia. Leopardi lo ha ben spiegato in termini novellistici. Quando Homo Sapiens se ne andrà, nessuno verserà lacrime. Nessun occhio più. Ecco il celebre Dialogo della Natura e di un Islandese in Operette Morali.

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Leopardi: Dialogo di un folletto e di uno gnomo


A proposito di umanità che precipita verso il proprio destino contribuendo a distruggere la biosfera di Terra… Il rigoroso naturalismo meccanicista di Leopardi offre a tutti noi un interessante ed attualissimo spunto di riflessione, utile ad attenuare la tragica malattia dell’antropocentrismo. Siamo meno di niente a voler strafare. Saremmo invece fortunatissimi a vivere il presente in maniera dignitosa assumendoci la responsabilità di assicurare ai “remoti” un qualche futuro…

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Leopardi: Dialogo della Natura e di un islandese


Un Islandese, che era corso per la maggior parte del mondo, e soggiornato in diversissime terre; andando una volta per l’interiore dell’Affrica, e passando sotto la linea equinoziale in un luogo non mai prima penetrato da uomo alcuno, ebbe un caso simile a quello che intervenne a Vasco di Gama nel passare il Capo di Buona speranza; quando il medesimo Capo, guardiano dei mari australi, gli si fece incontro, sotto forma di gigante, per distorlo dal tentare quelle nuove acque. Vide da lontano un busto grandissimo; che da principio immaginò dovere essere di pietra, e a somiglianza degli ermi colossali veduti da lui, molti anni prima, nell’isola di Pasqua. Ma fattosi più da vicino, trovò che era una forma smisurata di donna seduta in terra, col busto ritto, appoggiato il dosso e il gomito a una montagna; e non finta ma viva; di volto mezzo tra bello e terribile, di occhi e di capelli nerissimi; la quale guardavalo fissamente; e stata così un buono spazio senza parlare, all’ultimo gli disse.

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Leopardi: DIALOGO DI UN FOLLETTO E DI UNO GNOMO


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Folletto. Oh sei tu qua, figliuolo di Sabazio? Dove si va?
Gnomo. Mio padre m’ha spedito a raccapezzare che diamine si vadano macchinando questi furfanti degli uomini; perché ne sta con gran sospetto, a causa che da un pezzo in qua non ci danno briga, e in tutto il suo regno non se ne vede uno. Dubita che non gli apparecchino qualche gran cosa contro, se però non fosse tornato in uso il vendere e comperare a pecore, non a oro e argento; o se i popoli civili non si contentassero di polizzine per moneta, come hanno fatto più volte, o di paternostri di vetro, come fanno i barbari; o se pure non fossero state ravvalorate le leggi di Licurgo, che gli pare il meno credibile.
Folletto. Voi gli aspettate invan: son tutti morti, diceva la chiusa di una tragedia dove morivano tutti i personaggi.

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Giacomo Leopardi – DIALOGO DI UN VENDITORE D’ALMANACCHI E DI UN PASSEGGERE


Venditore. Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi. Bisognano, signore, almanacchi?
Passeggere. Almanacchi per l’anno nuovo?
Venditore. Si signore.
Passeggere. Credete che sarà felice quest’anno nuovo?
Venditore. Oh illustrissimo si, certo.
Passeggere. Come quest’anno passato?
Venditore. Più più assai.
Passeggere. Come quello di là?
Venditore. Più più, illustrissimo.
Passeggere. Ma come qual altro? Non vi piacerebb’egli che l’anno nuovo fosse come qualcuno di questi anni ultimi?
Venditore. Signor no, non mi piacerebbe.
Passeggere. Quanti anni nuovi sono passati da che voi vendete almanacchi?
Venditore. Saranno vent’anni, illustrissimo.
Passeggere. A quale di cotesti vent’anni vorreste che somigliasse l’anno venturo?
Venditore. Io? non saprei.
Passeggere. Non vi ricordate di nessun anno in particolare, che vi paresse felice?
Venditore. No in verità, illustrissimo.
Passeggere. E pure la vita è una cosa bella. Non è vero?
Venditore. Cotesto si sa.
Passeggere. Non tornereste voi a vivere cotesti vent’anni, e anche tutto il tempo passato, cominciando da che nasceste?
Venditore. Eh, caro signore, piacesse a Dio che si potesse.
Passeggere. Ma se aveste a rifare la vita che avete fatta né più né meno, con tutti i piaceri e i dispiaceri che avete passati?
Venditore. Cotesto non vorrei.
Passeggere. Oh che altra vita vorreste rifare? la vita ch’ho fatta io, o quella del principe, o di chi altro? O non credete che io, e che il principe, e che chiunque altro, risponderebbe come voi per l’appunto; e che avendo a rifare la stessa vita che avesse fatta, nessuno vorrebbe tornare indietro?
Venditore. Lo credo cotesto.
Passeggere. Né anche voi tornereste indietro con questo patto, non potendo in altro modo?
Venditore. Signor no davvero, non tornerei.
Passeggere. Oh che vita vorreste voi dunque?
Venditore. Vorrei una vita così, come Dio me la mandasse, senz’altri patti.
Passeggere. Una vita a caso, e non saperne altro avanti, come non si sa dell’anno nuovo?
Venditore. Appunto.
Passeggere. Così vorrei ancor io se avessi a rivivere, e così tutti. Ma questo è segno che il caso, fino a tutto quest’anno, ha trattato tutti male. E si vede chiaro che ciascuno è d’opinione che sia stato più o di più peso il male che gli e toccato, che il bene; se a patto di riavere la vita di prima, con tutto il suo bene e il suo male, nessuno vorrebbe rinascere. Quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura. Coll’anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice. Non è vero?
Venditore. Speriamo.
Passeggere. Dunque mostratemi l’almanacco più bello che avete.
Venditore. Ecco, illustrissimo. Cotesto vale trenta soldi.
Passeggere. Ecco trenta soldi.
Venditore. Grazie, illustrissimo: a rivederla. Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi.

La felicità non arriva con l’anno nuovo. Mai. E’ solo ora o mai più.