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Intorno ai presocratici: alcune annotazioni


Secondo Aristotele i presocratici si occuparono fondamentalmente di rintracciare l’arché, ovvero la sostanza (dal latino substantia) primordiale, da cui tutto deriva: ciò che permane nonostante il cambiamento o che “sta dietro” il movimento e la molteplicità degli enti.

Aristotele li definisce “oi physikòi” perché attribuisce loro un particolare interessamento per la natura (physis) o meglio per la sua causa/e materiale/i.

Le loro teorie, a maggior ragione in quanto giunteci solo attraverso pochi frammenti e testimonianze, sono state sottoposte a varie interpretazioni.

Sapere è potere e conoscere l’arché equivale a dominare la natura, ad anticipare quel che sarà diminuendo la portata terrifica dell’ignoto. Continua a leggere “Intorno ai presocratici: alcune annotazioni”

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Cosa si intende con ἀρχή (gr. arché)?


Secondo Aristotele, che tratta la questione nel celebre Libro Alfa della Metafisica, i filosofi presocratici, da lui denominati “i fisici”, per primi avrebbero ricercato il principio materiale (in greco ἀρχή, lettura fonetica arché) da cui tutte le cose derivano oppure che sta a fondamento di tutte le cose,
permanendo immutabile dinnanzi al mutare di queste. Ciascun filosofo presocratico avrebbe fornito una diversa interpretazione di quale potesse essere il principio. Alcuni filosofi, anzi, riterranno di poter individuare non uno ma più principi da cui tutte le cose esistenti, formandosi, discendono. Coloro che considerarono il principio unico, utilizzando un termine moderno (dunque non aristotelico), possiamo definirli “monisti” (da mònos, “unico”, “solo”); gli altri, invece, li chiameremo “pluralisti”. In una visione “pluralista” i principi da cui si produce il presente ordine della realtà naturale possono essere due (in tal caso, in filosofia, si parla di una concezione “dualistica“) oppure una molteplicità, determinata (p.e. i quattro elementi di Empedocle) o infinita (gli atomi di Democrito).

Il vocabolo greco arché (ἀρχή) deriva dalla voce verbale archo (ἄρχω), che significa: “essere il primo” (l’aprifila nelle cerimonie o il supremo magistrato, in Atene l’ “arconte“), “incominciare”, “dare inizio”. In italiano lo si traduce, in genere, con il termine “principio” che riproduce la complessità semantica di arché; esso ha allo stesso tempo il significato di “elemento più importante” (gerarchicamente parlando) e di “elemento da cui tutte le cose hanno inizio” (cominciamento, “materia prima”) ed eventualmente fine (da cui derivano e a cui ritornano al termine del ciclo di esistenza).

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Chi sono i “presocratici”?


Il primo “storico della filosofia” è, in un certo senso, Aristotele (384 o 383 – 322 a.C.). Nel primo libro della Metafisica, prima di esporre il suo pensiero, egli passa in rassegna le opinioni dei filosofi che l’avevano preceduto. A parte Socrate e Platone, di cui Aristotele era stato allievo, gli altri filosofi antichi furono da lui etichettati come οἱ φυσικόι, “i fisici” ovvero “coloro che parlano della natura (φύσις)”. Da questa fondamentale testimonianza aristotelica discende la tradizione della filosofia occidentale, così come oggi noi la conosciamo. Gli stessi manuali di filosofia in uso presso gli studenti del XXI secolo riprendono, in una certa misura, questa tradizione. Secondo Aristotele, Socrate sarebbe stato il primo ad occuparsi fondamentalmente di problemi legati all’uomo e alla sua realtà morale, sociale e politica. Platone avrebbe introdotto la nozione di “idea” (ovvero di “causa formale”). Mentre i “pre-socratici” (ovvero coloro che vennero prima di Socrate), seguendo l’interpretazione di Aristotele, si sarebbero posti fondamentalmente domande intorno alle cause “materiali”, “naturali” da cui avrebbe avuto origine il cosmo. Da qui l’appellativo aristotelico di οἱ φυσικόι.

La denominazione “filosofi pre-socratici” risale alla fine dell’Ottocento. Nel 1903 il filologo tedesco Hermann Diels pubblicò un testo di capitale importanza per la storia della filosofia antica: I frammenti dei presocratici (Die Fragmente der Vorsokratiker). Dopo la morte di Diels (1922), l’immensa opera di ricognizione delle fonti antiche alla ricerca di tracce scritturali ascrivibili ai cosiddetti “presocratici” fu portata a termine dal suo allievo Walther Kranz. Questa ciclopica attività di rilettura delle fonti antiche greco-romane si è resa necessaria perché dei filosofi precedenti a Platone ed Aristotele (di Socrate sappiamo che non scrisse nulla) non ci sono giunte opere complete, in libri separati. Pertanto, i moderni storici della filosofia antica, a partire da Diels, si sono messi “a caccia” di citazioni (dirette) e di testimonianze (indirette) relative ai presocratici, contenute in opere di altri autori (di contenuto letterario, filosofico, dossografico, polemico o confutativo).

Nel testo di Diels e Kranz (indicato con la sigla “D-K”) ad ogni filosofo è dedicata una sezione specifica, in cui le testimonianze testuali sono ripartite some segue:

•    A : testimonianze indirette (p.e. riassunti della dottrina del filosofo ad opera di altri autori);

•    B : testimonianze dirette (citazioni dal poema di questo o quel filosofo, composte, a volte, di poche parole o di alcune righe di testo);

•    C : frammenti spuri o di imitazione.

Per esempio, la sigla fr. 11 A 12 D-K significa: frammento collocato nel capitolo 11 (quello riservato a Talete di Mileto), nella sezione A (testimonianze indirette), al 12° posto della lista. D-K naturalmente si riferisce alla suddetta opera di Diels e Kranz.

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Kosmoszen: Manifesto sullo zen d’Occidente


Questo articolo a cura del Centro Zen di Vicenza mi pare un ottimo punto di partenza per una comune riflessione che metta in dialogo la pratica Zen con la tradizione filosofica occidentale. Un dialogo che non vuole essere di stampo “intellettuale” o “accademico”, ma per l’appunto “pratico”, ovvero inerente alla “pratica”. Perché sono convinto che gioverebbe molto provare ad utilizzare testi della tradizione filosofica occidentale per meditare, riflettere, allargare ulteriormente i nostri orizzonti. È un lavoro ancora tutto da fare. Mi piacerebbe metterci mano quanto prima.

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Bere e mangiare filosoficamente


«Ora ecco il pavimento è terso e le mani di tutti e i calici. C’è chi ci circonda il capo di ritorte ghirlande, e c’è chi porge in una tazza l’essenza profumata. Il cratere è lì, ripieno di allegria, e c’è pronto altro vino nei vasi, che dice che mai verrà meno, dolce come il miele, odorante di fiori; nel mezzo l’incenso emana il suo sacro effluvio; c’è acqua fresca e dolce e limpida; qui accanto sono i biondi pani e la tavola sontuosa oppressa dal peso del cacio e del biondo miele; nel mezzo l’altare è tutto quanto coperto di fiori e tutta la casa risuona del canto e del tripudio. Bisogna anzi tutto, da uomini dabbene, levare canti di lode a dio con racconti pii e con parole pure. Ma una volta che si è libato e implorato di poter operare secondo giustizia (perché questa è invero la prima cosa), non è eccesso peccaminoso bere fino a tanto che chi non è troppo vecchio possa giungere a casa senza la guida del servo. È da lodare quell’uomo che, dopo aver bevuto, rivela cose belle, così come la memoria e l’aspirazione alla virtù glielo suggeriscono. Non narrare le lotte dei Titani o dei Giganti o, ancora, dei Centauri, parti della fantasia dei primitivi, oppure le violente lotte di partito, che son cose che non hanno pregio di sorta, ma bensì rispettare e onorare gli dèi, questo è bene». (Senofane di Colofone fr. 1 D-K – fonte: http://presocratics.daphnet.org/)

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