Pubblicato in: istantanee, pratica filosofica

Della paura originaria


Paura di avere paura: la “paura originaria”. L’uomo si ritira nel mondo dell’illusione generato dalla mente come la tartaruga si ritira nel suo guscio. Ma la mente è così forte, così onnipervasiva, che uscirne fuori è assai difficile. I sogni degli uomini, poi, facilmente diventano contagiosi: attraverso il linguaggio si trasmettono da persona a persona.
Tensione tra paura ed “amor sui” (amore di sé): è funzionale alla vita. Un equilibrio meraviglioso che condividiamo con tutte le specie viventi. È la catena che lascia fluttuare liberamente il nostro pianeta intorno al sole, tensione dialetticamente armonizzata di forza centrifuga e forza centripeta. Così amore e paura, Eros ed Eris secondo Empedocle. Tensione alla quale occorre nietzscheanamente dire di sì. Ché altrimenti ci si avvita in quella “paura della paura” che risulta disfunzionale alla vita.
“Paura della paura” è non-accettazione del cambiamento. È attaccarsi al piacere perché si teme il dolore, alla vita per timore della morte. Senza rendersi conto che, così facendo, non si muore una volta sola, ma cento, mille volte.
Per questo bisogna imparare ad accettare la paura, senza vergognarsene, senza distoglierne lo sguardo. Imparare ad accettare la paura significa anche imparare a condividerla attraverso il linguaggio. Non per desiderio che essa evapori, altra illusione, ma per poterne condividere il peso con gli altri: ascoltare l’altrui paura aiuta a prendersi cura della propria paura. Perché così facendo non si è più soli. La solitudine dinanzi alla paura diventa patologica. E, in genere, essa è provocata dalla “paura della paura”.
Se imparassimo a creare comunità accoglienti nelle famiglie allargate, a scuola, soprattutto a scuola, al lavoro, nella società civile, tra amici, non avremmo tanto bisogno di prestazioni psichiatriche individuali. Gli esseri umani sarebbero presidio a se stessi.
Solitudine è la dimensione psichica che equivale alla prospettiva dell’isolamento in senso fisico, formale, energetico. La realtà è interconnessione. Tutto dipende da tutto. Quando “stacco” qualcosa dalla sua radice nutritiva si verifica il fenomeno apparente di quel che chiamiamo “morte”. Se colgo un fiore, recidendo il gambo che lo collega alla pianta e alla madre-terra, esso appassisce e muore come fiore. In senso assoluto, diventa altro, perché nulla si genera, nulla si distrugge. Quando, per “difenderci” dalla paura ci “stacchiamo” dal resto del mondo, interrompiamo le relazioni – più o meno problematiche – che ci legano agli altri uomini e alla natura tutta, ebbene, anche la nostra anima appassisce e muore. Quando, credendo di poter “afferrare”, “staccare”, “isolare” le cose del mondo, per poterle “capire” ed “utilizzare”, sempre mossi dalla paura originaria, ci “mettiamo di traverso” alla interconnessione di tutto con tutto. Ovvero, negando la realtà che è “inter-essere” e cambiamento incessante, energia pulsante che passa, giocosamente, di forma in forma, alla stessa maniera ci chiudiamo in noi stessi, ci isoliamo, ci arrendiamo alla paura della sofferenza.
Le passioni, allora, non armonizzate con la realtà esterna, implodono generando ulteriore sofferenza. La “seconda freccia“.

Chico Xavier Pilado