Pubblicato in: istantanee, politica mente, pratica filosofica

Rifiuti, isolamento, infelicità


Finché non torneremo a renderci profondamente conto che quel che ci tiene in vita, quel che noi chiamiamo “vita” è identico a ciò che tiene in vita gli alberi, l’erba, i fiori, gli insetti, non libereremo noi stessi e il mondo dal fardello di sofferenza indotta dalla nostra mente.
Usiamo il verbo “tornare” a tale consapevolezza perché essa era presente a tutte le civiltà antiche. Questo finché il rapporto con la madre-terra non è stato reciso dall’iperfetazione della dimensione tecnico-concettuale. Imparando a pensare per concetti astratti abbiamo disimparato a sentire. Imparando a costruire “cose utili” per facilitarci la vita, abbiamo finito con il “cosalizzare” il mondo intero. Questa è l’esperienza “normale” – se così si può definire – di quella parte di umanità che vive immersa nell’ “artificiale”. Dunque, con “tornare” intendiamo “tornare alla conoscenza di se stessi”, a ri-scoprire il cordone ombelicale che ci unisce alla terra e al Tutto.
“Sofferenza” e “infelicità” sono stati psico-fisici diversi. Si può soffrire senza necessariamente sentirsi infelici. O piuttosto essere infelici senza patire, al momento presente, alcuna sofferenza. La sofferenza, entro certi limiti, è connaturata a qualsivoglia esperienza umana. E su di essa le nostre decisioni, la nostra consapevolezza può ben poco. Non c’è piacere senza dolore, né gioia senza tristezza, né salute senza malattia. Con l’infelicità, invece, possiamo (provare a) confrontarci. La sua radice più profonda si chiama “isolamento”, “disconnessione”. Infelicità è lo stato mentale che ci fa credere – illusoriamente – di essere separati dal Tutto reale e naturale cui apparteniamo. L’infelicità umana è un elemento essenziale dell’attuale crisi ambientale. Non la tecnologia in sé, ma l’uso disarmonico e irrispettoso che un’umanità dolente ne fa. L’isolamento genera altro isolamento, lascia “sfiorire” la natura intorno a noi, sopprime, nel sofferente, l’esigenza di “reciprocità curativa” che dovrebbe contraddistingue l’umano “pastore dell’Essere”, per usare una celebre definizione di Heidegger.

(Chico Xavier Pilado)

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Pubblicato in: istantanee, pratica filosofica

Della paura originaria


Paura di avere paura: la “paura originaria”. L’uomo si ritira nel mondo dell’illusione generato dalla mente come la tartaruga si ritira nel suo guscio. Ma la mente è così forte, così onnipervasiva, che uscirne fuori è assai difficile. I sogni degli uomini, poi, facilmente diventano contagiosi: attraverso il linguaggio si trasmettono da persona a persona.
Tensione tra paura ed “amor sui” (amore di sé): è funzionale alla vita. Un equilibrio meraviglioso che condividiamo con tutte le specie viventi. È la catena che lascia fluttuare liberamente il nostro pianeta intorno al sole, tensione dialetticamente armonizzata di forza centrifuga e forza centripeta. Così amore e paura, Eros ed Eris secondo Empedocle. Tensione alla quale occorre nietzscheanamente dire di sì. Ché altrimenti ci si avvita in quella “paura della paura” che risulta disfunzionale alla vita.
“Paura della paura” è non-accettazione del cambiamento. È attaccarsi al piacere perché si teme il dolore, alla vita per timore della morte. Senza rendersi conto che, così facendo, non si muore una volta sola, ma cento, mille volte.
Per questo bisogna imparare ad accettare la paura, senza vergognarsene, senza distoglierne lo sguardo. Imparare ad accettare la paura significa anche imparare a condividerla attraverso il linguaggio. Non per desiderio che essa evapori, altra illusione, ma per poterne condividere il peso con gli altri: ascoltare l’altrui paura aiuta a prendersi cura della propria paura. Perché così facendo non si è più soli. La solitudine dinanzi alla paura diventa patologica. E, in genere, essa è provocata dalla “paura della paura”.
Se imparassimo a creare comunità accoglienti nelle famiglie allargate, a scuola, soprattutto a scuola, al lavoro, nella società civile, tra amici, non avremmo tanto bisogno di prestazioni psichiatriche individuali. Gli esseri umani sarebbero presidio a se stessi.
Solitudine è la dimensione psichica che equivale alla prospettiva dell’isolamento in senso fisico, formale, energetico. La realtà è interconnessione. Tutto dipende da tutto. Quando “stacco” qualcosa dalla sua radice nutritiva si verifica il fenomeno apparente di quel che chiamiamo “morte”. Se colgo un fiore, recidendo il gambo che lo collega alla pianta e alla madre-terra, esso appassisce e muore come fiore. In senso assoluto, diventa altro, perché nulla si genera, nulla si distrugge. Quando, per “difenderci” dalla paura ci “stacchiamo” dal resto del mondo, interrompiamo le relazioni – più o meno problematiche – che ci legano agli altri uomini e alla natura tutta, ebbene, anche la nostra anima appassisce e muore. Quando, credendo di poter “afferrare”, “staccare”, “isolare” le cose del mondo, per poterle “capire” ed “utilizzare”, sempre mossi dalla paura originaria, ci “mettiamo di traverso” alla interconnessione di tutto con tutto. Ovvero, negando la realtà che è “inter-essere” e cambiamento incessante, energia pulsante che passa, giocosamente, di forma in forma, alla stessa maniera ci chiudiamo in noi stessi, ci isoliamo, ci arrendiamo alla paura della sofferenza.
Le passioni, allora, non armonizzate con la realtà esterna, implodono generando ulteriore sofferenza. La “seconda freccia“.

Chico Xavier Pilado

Pubblicato in: politica mente, scuola

Prof: “tre mesi di ferie”, “18 ore di lavoro” e altri luoghi comuni: non ne usciremo finché…


Leggo il solito articolo dal titolo Il Lavoro Sommerso degli Insegnanti Vale Almeno 800 Euro al Mese.

Sono vent’anni che ci ripetiamo le stesse cose. I pregiudizi dei più sono infondati, d’accordo. È pur vero che il sommerso lo si fa – chi più chi meno – su base volontaria, o con quattro soldi di compenso. E comunque “non si vede”. Col risultato, noto a tutti gli addetti ai lavori, che anche a scuola vige la regola non scritta dei “furbi” e dei “fessi”. Chi non vuole fare niente, di fatto, a parte la mera presenza fisica a scuola e le demenziali “burocazzate”, davvero, è lasciato libero di non fare niente (anche perché, spesso, non sa fare niente o non può fare niente per oggettive condizioni anagrafiche, psico-fisiche, di salute: per esempio, venite voi, a sessant’anni suonati, a lavorare in una classe delle elementari con 25-30 bambini scatenati, un handicap, tre DSA, due BES, ecc.). Lo chiameremo “furbo”? Di fatto, “fur” ladro di tempo e di energie, il suddetto ruba – magari senza volerlo o esserne consapevole – alla comunità tutta e anche a noi, anzi soprattutto a noi, i “fessi”, che oltre al surplus di lavoro “invisibile” ai più, dobbiamo accollarci tutte le criticità del sistema, nonché le contumelie della “clientela” (la cittadinanza si è quasi del tutto estinta). Per non parlare dei “succhiatori di energie”, gli incompetenti relazionali e i professional-autistici, i “signor-no”, pronti a prendere la parola quando si tratta di criticare astrattamente il “sistema”, ma poi sempiternamente assenti quando si tratta di assumersi uno straccio di responsabilità o dare una mano ai colleghi (per non parlare degli studenti loro affidati). Questi – e molti altri che non ho il tempo di descrivere – sono i tipi “sociali o sociopatici” che conosciamo o abbiamo conosciuto tutti. Ebbene, un discorso è collegato all’altro. Perché, purtroppo, noi umani siamo più portati – credo per ragioni culturali e antropologiche – a notare quel che non va, piuttosto che tutto quello che, invece e nonostante tutto, funziona. Così, gli studenti e le famiglie lanceranno improperi, generalizzando, contro l’istituzione in sé – il liceo Pinco Pallino, per esempio – ma si dimenticheranno di riconoscere a Cesare quel che è di Cesare. La questione è eminentemente politica. Finché non si introdurranno percorsi formativi seri per selezionare i nuovi insegnanti, ispezioni per valutare il lavoro di quelli in servizio, scatti di carriera basati sul merito e sul curriculum e valutati da una commissione più o meno imparziale – magari convocata su richiesta del docente che vorrebbe fare uno scatto di carriera, come in Francia – non ne usciremo. Non è possibile, per esempio, che una figura quadro, un vice-dirigente (in assenza del DS di ruolo, molti di noi sanno bene) abbia tassati al 38% o al 41% quei quattro soldi in più che prende. Non è possibile che il lavoro di un coordinatore di classe, alla fine dell’anno, equivalga al costo di una cena in famiglia in un ristorante di seconda (o terza) categoria – o piuttosto a qualche bolletta TIM, che paghiamo anche per poter lavorare da casa collegati 24 h con il registro elettronico. Non lo faranno perché a loro non conviene. La scuola pubblica va semplicemente lasciata a marcire nel suo limo fangoso. In attesa che il privato le si affianchi per cause di forza maggiore (come è avvenuto o sta avvenendo con la sanità pubblica). Tutto qui. Chi non vede questo è semplicemente cieco. È la storia degli ultimi venti anni… Quando si tratta di difendere le istituzioni pubbliche, non dico l’estinta “sinistra”, ma la sedicente “destra sociale” (quella delle barricate nelle periferie contro gli immigrati, per capirci) dov’è? La distruzione del welfare procede a piccoli ma infallibili passi da più di un quarto di secolo, in maniera coerente, sottile, al di là dei discorsi propagandisti, dei cambi di governo, dei colori, neri rossi gialli verdi… Diremo con Hegel che si tratta dello Spirito dei tempi?

Pubblicato in: politica mente, scuola, storia

Imparare da uno studente


Quando Giacomo ha scritto queste parole, prima di essere fucilato dalla GNR, aveva solo 19 anni. Leggiamole attentamente le considerazioni di Giacomo. Da lui possiamo apprendere chiaramente cos’è libertà, coraggio, dignità, spirito democratico. Da un diciannovenne possiamo apprendere un sacco di cose. Basta lasciare che si esprima.

Giacomo Ulivi

Di anni 19 – studente di terzo anno alla facoltà di legge dell’Università di Parma – nato a Baccanelli San Pancrazio (Parma) il 29 ottobre 1925. Dal febbraio 1944 è incaricato dei collegamenti fra il CLN di Parma ed il CLN di Carrara nonché con ufficiali inglesi. Collabora all’avvio ed all’organizzazione di renitenti alla leva sull’Appennino tosco-emiliano. Catturato una prima volta l’11 marzo 1944, riesce a fuggire rifugiandosi a Modena, mentre la madre viene anch’essa arrestata e sottoposta ad interrogatori e minacce. Riprende il lavoro organizzativo, è catturato una seconda volta dai tedeschi nei dintorni di Modena, riesce ancora a fuggire. Catturato una terza volta il 30 ottobre 1944 in via Farini a Modena, ad opera di militi delle Brigate Nere – tradotto nelle carceri dell’Accademia Militare – viene torturato. Dapprima amnistiato, poi fucilato per rappresaglia il mattino del 10 novembre 1944, sulla piazza Grande di Modena, da un plotone della GNR, con Alfonso Piazza e Emilio Po. Medaglia d’Argento al Valor Militare.

(Lettera scritta agli amici fra il secondo e l’ultimo arresto).

Cari amici,

vi vorrei confessare, innanzi tutto, che tre volte ho strappato e scritto questa lettera. L’avevo iniziata con uno sguardo in giro, con un sincero rimpianto per le rovine che ci circondano, ma, nel passare da questo all’argomento cui desidero parlarvi, temevo di apparire “falso”, di inzuccherare con un preambolo patetico una pillola propagandistica. E questa parola temo come un’offesa immeritata: non si tratta di propaganda ma di un esame che vorrei fare con voi.

Invece dobbiamo guardare ed esaminare insieme: che cosa? Noi stessi. Per abituarci a vedere in noi la parte di responsabilità che abbiamo dei nostri mali. Per riconoscere quanto da parte nostra si è fatto, per giungere ove siamo giunti. Non voglio sembrarvi un Savonarola che richiami al flagello. Vorrei che con me conveniste quanto ci sentiamo impreparati, e gravati di recenti errori, e pensassimo al fatto che tutto noi dobbiamo rifare. Tutto dalle case alle ferrovie, dai porti alle centrali elettriche, dall’industria ai campi di grano.

Ma soprattutto, vedete, dobbiamo fare noi stessi: è la premessa per tutto il resto. Mi chiederete, perché rifare noi stessi, in che senso? Ecco, per esempio, quanti di noi sperano nella fine di questi casi tremendi, per iniziare una laboriosa e quieta vita, dedicata alla famiglia ed al lavoro?

Benissimo: è un sentimento generale, diffuso e soddisfacente. Ma, credo, lavorare non basterà: nel desiderio invincibile di “quiete”, anche se laboriosa, è il segno dell’errore. Perché in questo bisogno di quiete è il tentativo di allontanarsi il più possibile da ogni manifestazione politica. E il tremendo, il più terribile, credetemi, risultato di un’opera di diseducazione ventennale, di diseducazione o di educazione negativa, che martellando per vent’anni da ogni lato, è riuscita ad inchiodare in molti di noi dei pregiudizi. Fondamentale quello della “sporcizia” della politica che mi sembra sia stato inspirato per due vie. Tutti i giorni ci hanno detto che la politica è lavoro di “specialisti”.

Duro lavoro, che ha le sue esigenze: e queste esigenze, come ogni giorno si vedeva, erano stranamente consimili a quelle che stanno alla base dell’opera di qualunque ladro e grassatore. Teoria e pratica concorsero a distoglierci e ad allontanarci da ogni attività politica. Comodo, eh? Lasciate fare a chi può e deve; voi lavorate e credete, questo dicevano: e quello che facevano lo vediamo ora che nella vita politica – se vita politica vuol dire soprattutto diretta partecipazione ai casi nostri – ci siamo scaraventati dagli eventi. Qui sta la nostra colpa, io credo: come mai, noi italiani, con tanti secoli di esperienza, usciti da un meraviglioso processo di liberazione, in cui non altri che i nostri nonni dettero prova di qualità uniche in Europa, di un attaccamento alla cosa pubblica, il che vuoi dire a se stessi, senza esempio forse, abbiamo abdicato, lasciato ogni diritto, di fronte a qualche vacua, rimbombante parola? che cosa abbiamo creduto? Creduto grazie al cielo niente ma in ogni modo ci siamo lasciati strappare di mano tutto, da una minoranza inadeguata, moralmente e intellettualmente.

Questa ci ha depredato, buttato in un’avventura senza fine; e questo è il lato più “roseo” io credo. Il brutto è che le parole e gli atti di quella minoranza hanno intaccato la posizione morale, la mentalità di molti di noi. Credetemi, la “cosa pubblica” è noi stessi; ciò che ci lega ad essa non è un luogo comune, una parola grossa e vuota, come “patriottismo” o amore per la madre che in lacrime e in catene ci chiama, visioni barocche, anche se lievito meraviglioso di altre generazioni. Noi siamo falsi con noi stessi, ma non dimentichiamo noi stessi, in una leggerezza tremenda.

Al di là di ogni retorica, constatiamo come la cosa pubblica sia noi stessi, la nostra famiglia, il nostro lavoro, il nostro mondo, insomma, che ogni sua sciagura, è sciagura nostra, come ora soffriamo per l’estrema miseria in cui il nostro paese è caduto: se lo avessimo sempre tenuto presente, come sarebbe successo questo? L’egoismo – ci dispiace sentire questa parola – è come una doccia fredda, vero?

Sempre, tutte le pillole ci sono state propinate col dolce intorno; tutto è stato ammantato di retorica. Facciamoci forza, impariamo a sentire l’amaro; non dobbiamo celarlo con un paravento ideale, perché nell’ombra si dilati indisturbato.

È meglio metterlo alla luce del sole, confessarlo, nudo scoperto, esposto agli sguardi: vedrete che sarà meno prepotente. L’egoismo, dicevamo, l’interesse, ha tanta parte in quello che facciamo: tante volte si confonde con l’ideale. Ma diventa dannoso, condannabile, maledetto, proprio quando è cieco; inintelligente.

Soprattutto quando è celato. E, se ragioniamo, il nostro interesse e quello della “cosa pubblica”, insomma, finiscono per coincidere.

Appunto per questo dobbiamo curarla direttamente, personalmente, come il nostro lavoro più delicato e importante. Perché da questo dipendono tutti gli altri, le condizioni di tutti gli altri.

Se non ci appassionassimo a questo, se noi non lo trattiamo a fondo, specialmente oggi, quella ripresa che speriamo, a cui tenacemente ci attacchiamo, sarà impossibile. Per questo dobbiamo prepararci. Può anche bastare, sapete, che con calma, cominciamo a guardare in noi e ad esprimere desideri. Come vorremmo vivere, domani? No, non dite di essere scoraggiati, di non volerne più sapere. Pensate che tutto è successo perché non ne avete più voluto sapere!

Ricordate, siete uomini, avete il dovere, se il vostro istinto non vi spinge ad esercitare il diritto, di badare ai vostri interessi, di badare a quelli dei vostri figli, dei vostri cari. Avete mai pensato che nei prossimi mesi si deciderà il destino del nostro Paese, di noi stessi: quale peso decisivo avrà la nostra volontà se sapremo farla valere: che nostra sarà la responsabilità, se andremo incontro a un pericolo negativo? Bisognerà fare molto. Provate a chiedervi un giorno, quale stato, per l’idea che avete voi stessi della vera vita, vi pare ben ordinato: per questo informatevi a giudizi obbiettivi. Se credete nella libertà democratica, in cui nei limiti della costituzione, voi stessi potreste indirizzare la cosa pubblica, oppure aspettate una nuova concezione, più egualitaria della vita e della proprietà. E se accettate la prima soluzione, desiderate che la facoltà di eleggere, per esempio, sia di tutti, in modo che il corpo eletto sia espressione diretta e genuina del nostro Paese, o restringerla ai più preparati oggi, per giungere ad un progressivo allargamento? Questo ed altro dovete chiedervi. Dovete convincervi, e prepararvi a convincere, non a sopraffare gli altri, ma neppure a rinunciare.

Oggi bisogna combattere contro l’oppressore. Questo è il primo dovere per noi tutti. Ma è bene prepararsi a risolvere quei problemi in modo duraturo, e che eviti il risorgere di essi e il ripetersi di tutto quanto si è abbattuto su noi.

Termino questa lunga lettera un po’ confusa, lo so, ma spontanea, scusandomi ed augurandoci buon lavoro.

Pubblicato in: filosofia, politica mente

Baruch Spinoza: sul libero pensiero – Bento de Espinosa: sobre a liberdade de pensamento



Tractatus theologico-politicus
Caput XX Ostenditur, in Libera Republica unicuique et sentire, quae velit, et quae sentiat, dicere licere.

Si aeque facile esset animis, ac linguis imperare, tuto unusquisque regnaret, et nullum imperium violentum foret: Nam unusquisque ex imperantium ingenio viveret, et ex solo eorum decreto, quid verum, vel falsum, bonum, vel malum, aequum, vel iniquum esset, judicaret. Sed hoc, ut jam in initio Cap. XVII. notavimus, fieri nequit, ut scilicet animus alterius juris absolute sit; quippe nemo jus suum naturale, sive facultatem suam libere ratiocinandi, et de rebus quibuscunque judicandi, in alium transferre, neque ad id cogi potest. Hinc ergo fit, ut illud imperium violentum habeatur, quod in animos est, et ut summa majestas injuriam subditis facere, eorumque jus usurpare videatur,
quando unicuique praescribere vult, quid tanquam verum amplecti, et tanquam falsum rejicere, et quibus porro opinionibus uniuscujusque animus erga Deum devotione moveri debeat; haec enim uniuscujusque juris sunt, quo nemo, etsi velit, cedere potest.

Tractatus theologico-politicus – Capitolo XX: Si dimostra che in una libera Repubblica è lecito a chiunque di pensare quello che vuole e di dire quello che pensa.

«Se fosse altrettanto facile comandare alla coscienza quanto alla lingua, ognuno regnerebbe in piena sicurezza e nessun governo degenererebbe nella violenza, perché ognuno vivrebbe secondo le intenzioni dei governanti e soltanto in conformità alle loro prescrizioni giudicherebbe del vero e del falso, del bene e del male, dell’equo e dell’iniquo. Ma questo, come già abbiamo notato al principio del capitolo XVII, non può avvenire, essendo impossibile che la coscienza soggiaccia assolutamente all’altrui diritto. Nessuno, infatti, può, né può essere costretto a trasferire ad altri il proprio naturale diritto, e cioè la propria facoltà di ragionare liberamente e di esprimere il proprio giudizio intorno a qualunque cosa. Ne viene di conseguenza che si giudica violento quel potere che si esercita sulle coscienze, e che la suprema maestà fa violenza ai sudditi e sembra usurparne il loro diritto quando pretenda di prescrivere a ciascuno che cosa debba accettare come vero e che cosa respingere come falso, e da quali opinioni l’animo di ciascuno debba essere mosso nell’esercizio dei suoi doveri verso Dio. Tutto questo infatti, rientra nell’ambito del diritto individuale, al quale nessuno anche se lo voglia, può rinunciare.»

Ma per esercitare veramente questo diritto naturale, è necessario studiare la filosofia e le scienze umane … come allenamento per esercitare la capacità del libero pensiero. Questa è la condizione fondamentale di ogni sistema politico che si dica “democratico”. Se alla società civile non viene offerta la possibilità concreta di addestrare tale capacità, essa, naturalmente, si indebolisce. Il potere dittatoriale si basa su questa debolezza, che chiamiamo “ignoranza”. Togliere risorse economiche all’insegnamento delle discipline umanistiche è una strategia che, in un certo senso, assomiglia a quella del lavoro forzato e della malnutrizione nei campi (nazisti, fascisti o comunisti è la stessa cosa), come strategia utile ad indebolire la volontà e la possibilità di rivolta dei prigionieri.

Em Português

«Se fosse tão fácil comandar a consciência quanto à língua, todos iriam reinar com toda a segurança e nenhum governo se degeneraria em violência, porque todos viveriam de acordo com a lei. As intenções dos governantes e somente em conformidade com suas prescrições julgariam o verdadeiro e o falso, o bom e o mau, o justo e o iníquo. Mas isso, como já observamos no começo do capítulo XVII, não pode acontecer, pois é impossível que a consciência absolutamente subjugue o direito dos outros. Na verdade, ninguém pode, nem ele pode ser forçado a transferir seu direito natural para os outros. Certo, isto é, a capacidade de raciocinar livremente e de expressar o próprio juízo sobre qualquer coisa. Consequentemente, o poder exercido sobre as consciências é julgado como violento, e a suprema majestade faz violência aos suditos e parece usurpar seu direito quando afirmam prescrever a cada um o que deve ser aceito como verdadeiro e o que rejeitar como falso, e de quais opiniões a alma de cada pessoa deve ser movida no exercício de seus deveres para com Deus. Tudo isso, de fato, se enquadra na esfera da lei individual, à qual ninguém, mesmo que assim o deseje, pode renunciar.»

Mas, para poder exercer verdadeiramente esse direito natural, é necessário estudar filosofia e ciências humanas … como treinamento para exercer a capacidade do pensamento livre. Esta é a condição fundamental de qualquer sistema político chamado “democrático”. Se a sociedade civil não é oferecida a possibilidade concreta de treinar essa capacidade, ela naturalmente enfraquece. O poder ditatorial baseia-se nessa fraqueza, que chamamos de “ignorância”. A remoção de recursos econômicos do ensino de ciências humanas é uma estratégia que, em certo sentido, se assemelha à do trabalho forçado e desnutrição nos campos (nazistas, fascistas ou comunistas é a mesma coisa), como ferramentas úteis para enfraquecer a vontade e a possibilidade de revolta de prisioneiros.

Pubblicato in: politica mente, storia

25 aprile 2019: in memoria di Ignazio Vian, insegnante, patriota, resistente


In memoria di Ignazio Vian, con gratitudine
Pubblicato in: politica mente

Crescita, felicità e ottusità politica


Filosopolis

Non ho mai visto nessuno decrescere ed essere felice. Secondo me la decrescita felice è un ossimoro antistorico.

Queste parole di Matteo Salvini, così grossolane e perfino in parte prive di senso, non meriterebbero una riflessione, se non fosse che la sostanza di ciò che l’attuale Ministro degli Interni voleva comunicare potrebbe essere sottoscritto – magari in forma meno inconsistente – da qualsiasi altro politico di destra, centro e perfino estrema sinistra.

E allora vediamole, queste parole, cominciando proprio dall’evidenziare dove mancano di senso e, solo dopo, mostrando perché, anche laddove un senso lo abbiano, sono semplicemente sbagliate.

Quando si usano i termini bisognerebbe conoscerne il significato o, comunque, dar loro quello corretto; “ossimoro”, nella fattispecie, identifica una figura retorica costruita accostando nella stessa espressione parole esprimenti significati opposti; ora, predicare una figura retorica dell’aggettivo “antistorico” è cosa del tutto senza senso, così come lo è definire antistorica una…

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