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Jiddu Krishnamurti: La libertà è una qualità della mente


Dal punto di vista economico, forse, potete organizzare il mondo in modo che l’essere umano possa avere maggiori comodità, più cibo, vestiario e abitazioni, e potreste pensare che sia questa la libertà. Sono cose necessarie ed essenziali; ma non rappresentano la libertà totale. La libertà è uno stato e una qualità della mente.

(Jiddu Krishnamurti, Sulla libertà, Ubaldini Editore, Roma 1996)

Jiddu Krishnamurti (Madanapalle, 12 maggio 1895 – Ojai, 18 febbraio 1986) è stato un filosofo apolide. Di origine indiana, non volle appartenere a nessuna organizzazione, nazionalità o religione.

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Sulla vecchiaia


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“La mente è l’unico bene il cui possesso la vecchiaia reclami”. Uno spunto di riflessione per intendere in maniera diversa la vecchiaia. Ovvero, se si accetta che la mente e l’attività contemplativa ad essa connessa rappresentano il momento più alto, più soddisfacente nella vita di un essere umano, la vecchiaia può essere vissuta con maggiore serenità e soddisfazione, qualora si sia trascorsa la vita ad affinare la pratica filosofica. In genere, al contrario, si tende a considerare l’indebolimento del corpo e il venir meno della prestanza fisica e della bellezza giovanile sciagure ineluttabili, che occorre quanto più è possibile procrastinare (per esempio attraverso la chirurgia estetica) o delle quali è meglio, ipocritamente, tacere (non si chiede l’età ad una signora… ma oramai nemmeno ad un signore). Se si riesce ad abbandonare la credenza tanto diffusa in questo “giovanilismo” superficiale (che rappresenta un’icona della società dei consumi), se si guarda alla natura e all’uomo per quello che sono realmente, tanto più si potrebbero apprezzare le peculiarità dell’età matura (e della vecchiaia): la minore incidenza psichica degli aspetti fisici e passionali, il crescente, naturale, distacco da ciò che è superfluo, vano, transitorio, dolorosamente inappagante. Un utile esercizio di preparazione alla morte, insomma.

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Criticità dell’ideale di vita teoretico. L’autàrcheia del sapiente


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Il sapiente, che conduce una vita contemplativa, è il più autosufficiente tra gli uomini e il più felice proprio in virtù della sua autosufficienza. Chi ha la possibilità di dedicarsi a tempo pieno alla contemplazione, ovvero all’attività teoretica, alla conoscenza per la conoscenza, è il più autarchico tra gli uomini, quello che più di tutti assomiglia all’immagine greca del dio: felice in quanto perfetto, perfetto in quanto indipendente, libero dal condizionamento di qualunque bisogno o desiderio. Domanda: è possibile, lecito, legittimo, far propria la tesi aristotelica? soprattutto, qualora la liberazione dal bisogno, ovvero dalla necessità di procurarsi in prima persona, quanto meno, i mezzi di sussistenza, comporti lo sfruttamento del lavoro altrui, e di conseguenza la negazione dell’altrui felicità o realizzazione?

La questione, forse, si può porre in un’altra maniera. Ovvero, è possibile svolgere una qualsiasi attività con spirito puramente contemplativo? Si può agire, di volta in volta, concentrandosi sull’azione che si compie e riconoscendovi, al di là del valore utilitaristico e strumentale, un fine in sé? Non è forse questo l’ideale – irraggiungibile, utopistico – di vita filosofica? Dunque, non una specifica attività contemplativa (anche se, va da sé, alcune attività sono da considerarsi più contemplative o più favorevoli alla contemplazione di altre: ad esempio il lavoro dello studioso rispetto a quello dell’operaio), quanto piuttosto la praticabilità e l’estendibilità di un certo “spirito contemplativo”, di un’ “ispirazione filosofica” di fondo, da sperimentare, da mettere alla prova in ogni aspetto della propria esistenza. A questo dovrebbe mirare concretamente la pratica della filosofia. In questa maniera si potrebbero riconsiderare le affermazioni aristoteliche, superando la questione della legittimità o meno della praticabilità di una determinata vita contemplativa a scapito di altre forme di vita, inferiori, cui sarebbe condannata, per così dire, una parte assai rilevante dell’umanità (ridotta, kantianamente, a mezzo per la realizzazione di pochi).

Va da sé che un’impostazione del genere, pur non annullando l’ideale di una vita contemplativa – può e deve rimanere lì, nell’orizzonte della nostra quotidianità – fa sì che esso non possa andar disgiunto, nella pratica, dalla costante ricerca della giustizia e dalla partecipazione attiva alla vita civile e politica della comunità alla quale si appartiene.

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Assaporare il nudo piacere di vivere


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Sentire che si vive è un piacere fine a se stesso. In ultima istanza è questo il fine che ci si propone attraverso la pratica della filosofia: il puro e semplice avvertire la vita scorrere al di là e al di sotto delle rappresentazioni più o meno pregiudiziali che ci si fa di sé e del mondo. Vivere è atto puro che trascende nozioni, opinioni, significati. La vita trascende il singolo vivente, rompe l’illusorietà degli schemi soggettivi erompendo da uno sfondo tutt’avvolgente, liquido o piuttosto aeriforme, donde tutto discende. Avere consapevolezza di ciò – o meglio vivere tale esperienza di consapevolezza – significa in qualche maniera annullare il proprio piccolo io come goccia nell’oceano dell’essere. Esserci e basta, gustando il piacere catastematico, animale, dionisiaco, di tale condizione originaria, pre-linguistica e pre-concettuale. Nel puro esserci il discorso filosofico si annulla perché la philo-sophia ha raggiunto la sua meta.

Il vero piacere è catastematico (immobile in assenza di desiderio), non cinematico (in movimento, mosso dal desiderio). Il piacere è completo in sé (è un intero) e non abbisogna di alcun movimento (o prolungamento) per perfezionarsi o accrescersi. Un attimo di piacere equivale ad un’eternità di piacere. Un cerchio è un cerchio sia esso immenso o minuscolo.

Perché è utile interrogarsi intorno alla natura del piacere? Si può affermare che praticando la filosofia, intesa come contemplazione, conoscenza disinteressata, puro atto del guardare in cui l’intero essere del contemplante è coinvolto di volta in volta, si provi “piacere”? Oppure, come dire, che ci si compiaccia del praticare la filosofia? La concezione corrente di piacere è legata al desiderio e alla sua soddisfazione. Ci si pone dinanzi un oggetto del desiderio e si pensa che il piacere derivi dall’accaparramento dello stesso oggetto. È un po’ come fare la spesa in un grande centro commerciale: ci vado perché desidero entrare in possesso di un lettore di DVD per poter assistere ad un film in noleggio, di cui, beninteso, la TV e gli amici mi hanno parlato assai bene. Ogni mia azione è strumentale, ovvero è in funzione del passo successivo: prendo la macchina per andare al centro commerciale, lo attraverso in lungo e largo per trovare il lettore di DVD, acquisto il DVD per poter assistere al film, assisto al film, forse, con l’intento di passare una serata piacevole. In questa catena di azioni, l’una che trae la sua ragion d’essere dall’altra, l’esperienza del piacere rappresenta una sorta di miraggio, un punto di tempo x che si dovrebbe collocare al termine della catena stessa. Un attimo (o una sequenza più o meno limitata di attimi) in cui il desiderio che aveva dato origine all’intera sequenza trovi soddisfazione. Insomma, si rimane in attesa che in un determinato punto della sequenza il piacere faccia la sua comparsa, allo scopo di dare senso (o di redimere) ore ed ore della propria esistenza spese in funzione di esso. Ora, ammesso e non concesso che la visione del tanto bramato film si riveli effettivamente all’altezza delle aspettative (ma si tratta comunque di un rischio, la possibilità della delusione – ossia di provare dispiacere – è sempre dietro l’angolo, o comunque è avvertita come tale e procura ansia) a quale prezzo si è pagato tale “piacere”? Se, al contrario, un’azione, una qualunque (mangiare, riposare, lavorare, passeggiare, ecc.), ha in sé la propria ragion d’essere, ovvero è vissuta come fine a se stessa, si realizza nel suo stesso farsi, incastrandosi all’interno di una quotidianità auto-sufficiente in quanto a senso e significato per il soggetto agente, di quanta maggiore soddisfazione o piacere sarà foriera! Soddisfazione, peraltro, scevra dal turbamento che deriva dalla considerazione del futuro o del passato. Perché qui ed ora non si ha alcuna aspettativa futura cui dover rendere conto, col rischio di fallire, né alcun ricordo di un’azione passata cui dover rendere conto. Il vero piacere, dunque, consiste nella capacità di concentrarsi (raccogliere al centro, non disperdere, dal latino centrum dal greco kéntron, pungiglione, punto centrale di un circolo) in quello che si sta facendo qui ed ora. Dunque, ogni attività, in un certo senso, può essere piacevole o spiacevole: dipende da come la si svolge e dal senso che le si dà. La piacevolezza, per fare il verso ad Aristotele, deriva dalla teoreticità (ovvero dalla contemplatività, mi si passi il termine) insita nelle modalità possibili di svolgimento di una determinata azione.

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Distacco da sé, rammemorazione e parresìa


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Esame di coscienza, allenamento della memoria: è un esercizio di “distacco da sé”, di osservazione realistica. Equivale a mettersi dinanzi il contenuto del proprio vissuto esistenziale (Erlebnis), ad interrogarlo, sottoporlo a verifica, giudicarlo come in un tribunale, con spirito di equità, senza passioni residue, senza pregiudicarlo in nome di dogmi o principi astratti, ma guardandolo per quello che è, né più, né meno. Questo genere di rammemorazione ha un effetto morale e catartico al contempo: giudicandosi si impara a prendere le distanze dalle proprie quotidiane piccolezze, si impara ad essere tolleranti e comprensivi con sé e con gli altri, ben disposti, equanimi. Tale esercizio di rammemorazione (richiamare alla mente) e di ricordo (richiamare al cuore) può essere effettuato in solitudine, in un momento di tranquillità, oppure comunitariamente (vedi per esempio la parresìa praticata nelle comunità epicuree). In quest’ultimo caso può – per estensione – diventare un esercizio autobiografico, un raccontarsi per chiarificare, purificare, leggere tra le righe del proprio vissuto per portare alla luce significati inediti, e scoprire nuovi nessi semantici attraverso l’ascolto empatico delle altre narrazioni. Si tratta di una pratica consigliabile a tutti, indipendentemente dall’età, dalla condizione fisica o psicologica e può essere messa in atto sia in aula scolastica che durante un seminario ristretto a pochi volenterosi partecipanti. A differenza del più noto “esame di coscienza” praticato nelle comunità cristiane, le regole del gioco non sono dettate dall’esterno, sulla scorta di un canovaccio prestabilito di valori e principi morali e religiosi. Bensì, è lo stesso confronto con se stessi e gli altri a produrre, spontaneamente, le norme cui fare riferimento, lasciando che nel contempo siano messe liberamente in discussione.

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Esame di coscienza


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Il discorso filosofico, in ultima istanza, è finalizzato alla vita concreta. È utile nella misura in cui aiuta il soggetto filosofante a vivere meglio, a trasformare radicalmente il proprio stile di vita. Il che è possibile soltanto incarnando tale discorso, assimilandolo in profondità. Il carattere di un uomo non si rivela dal contenuto dei suoi discorsi, bensì dalle sue azioni, ovvero dall’intima coerenza tra lògos e bìos. Nella prassi (e anche il dire, l’utilizzare simboli è una forma di prassi) ciascuno diventa quello che è, mostrando agli altri e a se stesso la sua natura (interpretata in maniera più o meno autentica). Prendere coscienza di sé e diventare se stessi significa allora riflettere accuratamente sul proprio agire, analizzando il comportamento cui si è adusi in base al concreto ventaglio di possibilità etiche che ci si dispiega dinanzi. Con questo intendimento dovremmo dedicare quotidianamente un piccolo spazio del nostro tempo alla riconsiderazione di quanto vissuto e fatto nel corso della giornata, sulle nostre reazioni, i nostri stati emozionali, le nostre più profonde motivazioni. Evitando, magari, di prenderci in giro.

L’esame di coscienza in senso filosofico non va confuso con l’omonima pratica religiosa di sapore catto-cristiano. Non è l’anticamera della penitenza, né precede un atto di contrizione magico-sacramentale. Di fatto, analizzando pensieri, emozioni ed azioni, non li si confronta in maniera acritica con una tavola di valori prestabilita (e in molti casi solo superficialmente assimilata), ma li si vaglia criticamente, per come si manifestano alla coscienza riflettente. L’esame, se ben condotto, è pura attività di ricerca che prevede il momento del ricordo, la capacità di rivivere di cuore (cor-cordis) quanto sperimentato in precedenza attualizzandolo, con l’aprirsi ad una diversa percezione del tempo (non più spazializzato indietro e in avanti, ma presenzializzato, centrato nell’attimo in sé); quello squisitamente teoretico dell’ascolto e della contemplazione, col farsi altro da sé, spettatore del proprio essere-al-mondo, catarticamente presente e distante al medesimo tempo; ed infine quello più propriamente scettico e critico, di ricerca (sképsis) dialogica (dià-logos) e di giudicare (krìno) consapevole. Come in tribunale (è la stessa metafora che utilizza Kant nella Critica della Ragion Pura) si ascoltano i testimoni e li si interroga, si passano al vaglio le loro posizioni, prima di giudicare con equanimità e senza passione. L’esame di coscienza filosoficamente inteso è un esercizio di giustizia, volto ad aprire nuove prospettive di comprensione e di azione in termini pro-attivi, positivi, e non meramente reattivi, vendicativi, autopunitivi o mortificanti. Ad ogni aspetto della realtà, così come si è manifestata alla propria coscienza, occorre rationem reddere, cercare di dargli voce senza pregiudicarlo in nome di un bene e di un male prestabilito.

Questo è un punto assolutamente centrale. Senza libertà non vi è giustizia. E senza riconoscimento non vi è vera libertà. Bisogna evitare che sulla cattedra del giudice si assida la comoda, acritica mole del senso comune, drappeggiata e paludata di pregiudizi, più o meno falsamente scintillanti. Nostra dev’essere la cattedra affinché il processo non si trasformi in una farsa dall’esito scontato. L’esame di coscienza, in ultima istanza, è un atto di libertà, anzi l’atto di libertà per eccellenza. Da esso, come da una sorta di causa prima discendono effetti a breve e lungo termine che si spandono sulla nostra (e sull’altrui) esistenza come cerchi concentrici nello stagno. In un certo senso, tutto è fatto di coscienza.

Occorre che il giudice sia compassionevole, ma non accondiscendente. Dinanzi a lui sfileranno il padre e la madre, il prete, il maestro, così come l’accattone e lo sguardo fugace dello sconosciuto, il volto amato e ciò che suscita ribrezzo, l’amico e il nemico, il distante e il quotidiano, l’ordinario e il meraviglioso. A nessuno si concederanno privilegi particolari. Il che non significa, si badi bene, neutralità ed insensibilità. Quanto piuttosto consapevolezza dell’impermanente teatralità della vita.

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Concentrarsi su quello che si sta facendo


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Denaro, potere, gloria: il desiderio guarda sempre al futuro, a ciò che non è. L’unica soddisfazione è nel presente: sii felice ora, non c’è domani!

Fugace ed instabile è la soddisfazione di chi si affida al desiderio, di chi lega la propria serenità al futuro. Esercizio di concentrazione sull’attimo presente: fissare la propria attenzione sull’attività che si sta svolgendo qui ed ora, sforzandosi di viverla per come è. Non importa tanto il tipo di attività in cui si è occupati, quanto piuttosto il modo in cui ci si pone in essa. Ogni momento della giornata da ordinario può divenire straordinario, perché in effetti due momenti identici nel corso di una vita non si danno. Lavare i piatti può rappresentare, ad esempio, un esercizio di grande utilità, se ci si concentra su quello che si sta facendo, se ci si lascia assorbire dal momento presente, senza che la mente si precipiti nell’anticipazione del futuro o nel vagheggiamento del passato. In questa prospettiva non esistono esercizi nobili o professioni qualificanti in sé: vuotare la pattumiera può essere altrettanto soddisfacente del ricevere il premio Nobel. Tutto dipende dal modo in cui si vive l’evento. Se lo si vive standoci dentro, ovvero rimanendo presso di sé, la soddisfazione seguirà l’evento (l’agire) “come l’ombra segue la ruota del carro” (Dhammapada). Ciò che gli uomini generalmente considerano un grande successo, una grande vittoria, un fatto memorabile, non è detto che lo sia in sé e per sé. Può apparirlo, certo, si può opinare che lo sia, ma tutto dipende dal reale stato di chi, in quel frangente, sta vivendo in prima persona l’evento. Se non è presso l’evento, se si aliena spostando illusoriamente l’attenzione al di fuori di quanto effettivamente sta vivendo in quel preciso istante, la vittoria si muta in sconfitta, lo straordinario diventa terribilmente ordinario, noioso, doloroso. Solo nel presente (ossia nell’essere presente a sé) vi è vera libertà, perché non si dipende da nulla, nessun desiderio brama soddisfazione, nessun ricordo grida vendetta.

Vivere nel presente non significa necessariamente abbandonare ogni progettualità riguardo al futuro, o speranza, oppure obliare quanto è stato. Bensì in ogni momento vivere progetto, speranza, reminiscenza. Perché anche questi stati d’animo, che forse contraddistinguono l’essere umano in quanto tale, accadono qui ed ora. Dunque, viverli per quello che sono, in buona pace, che nulla è in nostro potere riguardo al passato o al futuro, a ciò che non è più o a ciò che non è ancora.

Essere obiettivi con se stessi: questo è il vero esercizio, la pratica cui occorrerebbe sottoporsi quotidianamente! Saper analizzare il contenuto reale di quanto si sta vivendo, al di là dell’apparenza, del suono roboante delle parole, delle sirene stonate del luogo comune. Evitare di distrarsi, di mancare di rispetto alla propria sensibilità ed intelligenza. Abituarsi a chiamare le cose per quello che sono, a non giustificarsi, a non prendersi in giro. Se la vita è un sogno, come afferma Calderon de la Barca, cerchiamo se non altro di sognare ad occhi aperti!