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Thomas Hobbes: antologia etica


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Il bene e il male

Ma qualunque sia l’oggetto dell’appetito o desiderio di un uomo, questi lo chiamerà per conto suo bene e l’oggetto del suo odio e della sua avversione male; mentre l’oggetto del disprezzo sarà chiamato da lui vile e non degno di considerazione. Infatti queste parole: bene, male e spregevole, sono sempre usate in relazione alla persona che le usa, non essendoci niente che sia tale in se stesso e in senso assoluto e nemmeno una comune regola del bene e del male che si possa ricavare dalla natura stessa delle cose; una regola del genere deriva solo dall’individuo stesso là dove non esiste Stato, o, se c’è invece uno Stato costituito, essa deriva dalla persona che lo rappresenta, o da un arbitro o giudice che gli uomini in disaccordo consentiranno a istituire, decidendo di innalzare la sua decisione a regola del bene e del male.

La lingua latina ha due parole il cui significato si avvicina a quello di bene e di male, ma non vi corrispondono del tutto: esse sono pulchrum e turpe. La prima di queste due parole significa ciò che attraverso certi segni esteriori promette il bene, l’altra ciò che promette il male. Ma nella nostra lingua noi non abbiamo simili nomi di carattere generale per esprimere queste cose. Noi invece al posto di pulchrum diciamo riguardo a certe cose fair, riguardo ad altre beautiful, handsome o galant, oppure honorable, o comely, o amiable; e al posto di turpe: foul, deformed, ugly, base, nauseous, e simili espressioni, come richiede l’oggetto; tutte queste parole, nel proprio posto, significano nient’altro che l’aspetto, o il modo di apparire, che promette bene o male. Cosicché ci sono due specie di bene: il bene della promessa, cioè il pulchrum, il bene nell’effetto come il fine desiderato, che è chiamato jucundum, gradevole, e il bene come insieme di mezzi, che viene definito come utile, giovevole; altrettante sono le specie del male: infatti il male nella promessa è ciò che si chiama turpe, il male nell’effetto e nel fine è il molestum, spiacevole, fastidioso, e il male nei mezzi, non conducente al fine, non conveniente, dannoso.

E come nella sensazione ciò che è realmente in noi è (come ho detto più sopra soltanto movimento causato dall’azione degli oggetti esterni, ma all’apparenza per la vista è luce e colore, per l’udito è suono, per l’olfatto è odore, ecc.) così quando l’azione dello stesso oggetto va dagli occhi, dalle orecchie, e dagli altri organi fino al cuore, il reale effetto di ciò non è altro che movimento, un tendere, che consiste in un desiderio o avversione verso l’oggetto che produce quel movimento.

Questo movimento che è chiamato “appetito” e per il modo in cui si manifesta gioia e piacere sembra un rafforzamento del moto vitale e un aiuto ad esso; e per conseguenza quelle cose che producevano piacere venivano chiamate, e non impropriamente, jucunda, da juvando, dal fatto che giovano e fortificano, e le opposte molesta, dannose dal fatto che ostacolano e disturbano il moto vitale.

Il piacere quindi, o gioia, è l’apparire del bene, la sensazione di questo, e la molestia, o dispiacere è l’apparire del male, la sensazione di esso. Di conseguenza ogni appetito, desiderio, e amore è accompagnato da un certo piacere, pari o meno grande; e ogni odio o avversione da dispiacere e dolore più o meno grande.

Dei piaceri, o gioie, alcuni derivano dalla sensazione di un oggetto presente, e possono essere chiamati piaceri del senso, la parola sensuale, così come essa è usata da coloro soltanto che condannano i piaceri del senso, non avendo significato fino a quando non esistano delle leggi. Di questa specie sono il fatto del riempire o del liberare il corpo, come anche tutto ciò che è gradito alla vista, all’udito, all’odorato, al palato e al tatto. Gli altri derivano dall’attesa che si fonda sulla previsione del fine, o della conseguenza delle cose, sia che poi queste cose nella sensazione piacciano sia che dispiacciano. Questi sono piaceri della mente di colui che ricava tali conseguenze, e sono generalmente chiamati gioie. Allo stesso modo i dispiaceri sono alcuni del senso, e sono chiamati pene, gli altri consistono nell’attesa di certe conseguenze e sono chiamati dolori.

(Leviatano, I, cap. VI, pp. 41-43)

La volontà

Quando nella mente dell’uomo, appetiti e avversioni, speranze e timori riguardanti la stessa cosa, sorgono alternativamente, e al nostro pensiero si presentano ora le buone ora le cattive conseguenze che può portare con sé il fare o l’omettere l’azione ideata, cosicché noi a volte abbiamo desiderio di farla, a volte rifuggiamo da essa, a volte speriamo di essere capaci di compierla, a volte disperiamo di poterla realizzare, o addirittura lo temiamo, l’insieme complessivo di desideri, di avversioni, di speranze e di timori che sono in atto fino al momento in cui l’azione è compiuta, o è dichiarata impossibile, è ciò che noi chiamiamo deliberazione.

Per conseguenza delle cose passate non esiste deliberazione, poiché è manifestamente impossibile che esse siano cambiate; e nemmeno delle cose conosciute come impossibili, o ritenute tali, poiché gli uomini sanno, o ritengono che una deliberazione del genere sarebbe vana. Ma sulle cose impossibili che noi riteniamo possibili noi possiamo deliberare non sapendo che tutto ciò è fatto invano. Si chiama deliberazione perché è un mettere fine alla libertà che noi avevamo di fare o di non fare, secondo il nostro desiderio, o la nostra avversione.

Questo alterno succedersi di appetiti e avversioni, speranze e timori, si verifica in tutte le altre creature viventi non meno che nell’uomo: e quindi anche le bestie deliberano.

Ogni deliberazione si dice che ha fine quando ciò su cui si delibera è compiuto, o è ritenuto impossibile; poiché fino a quel momento noi manteniamo la nostra libertà di fare o di non fare, secondo il nostro appetito o la nostra avversione. Nella deliberazione l’ultimo desiderio, o avversione, che aderisce in modo immediato all’azione, o all’omissione di essa, è ciò che noi chiamiamo volontà: è l’atto, non la facoltà del volere. E le bestie che hanno la deliberazione debbono necessariamente avere anche la volontà. La definizione della volontà data comunemente dalle Scuole e secondo la quale essa è un appetito razionale, non è esatta. Infatti se le cose stessero così non si dovrebbe avere mai un atto volontario contrario alla ragione. L’atto volontario è ciò che procede dalla volontà, e nient’altro. Ma se invece di dire un appetito razionale noi diciamo un appetito risultante da una deliberazione precedente allora la definizione corrisponde a quella che io ho qui dato. La volontà perciò è l’ultimo appetito nel deliberare. E sebbene noi nella conversazione comune diciamo che un uomo aveva una volta la volontà di fare una cosa e tuttavia poi non la fece, in questi casi non si tratta propriamente che di una inclinazione che non dà luogo ad alcuna azione volontaria, poiché l’azione non dipende da una inclinazione qualsiasi, ma dall’ultima inclinazione, dall’ultimo appetito. E infatti se la presenza degli appetiti che intervengono rende volontaria un’azione, allora per la stessa ragione la presenza di tutte le avversioni che intervengono rende la stessa azione involontaria; a questo modo una stessa azione sarebbe contemporaneamente volontaria e involontaria.

Da tutto ciò risulta manifesto che non soltanto le azioni che hanno la loro origine nel desiderio, nell’ambizione, nella bramosia, o in altri appetiti verso una determinata cosa, ma anche quelli che derivano dall’avversione, o dal timore delle conseguenze che seguirebbero l’omissione dell’azione, sono azioni volontarie.

(Leviatano, cap. VI, pp. 47-49)

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Studiare filosofia in prospettiva storica è attuale


“Solo se ci rivolgiamo pensando verso ciò che è già stato pensato, ci troviamo ad esser volti al servizio di ciò che ancora è da pensare”. (M. Heidegger, Identità e differenza)

Le ragioni della sempreverde attualità dello studio della filosofia in una prospettiva storica. Storia vuol dire capacità di rendere attuale, di lasciare che il già pensato sia ri-pensato facendo i conti con la problematicità dell’evento attuale. L’apertura dell’evento riguarda tutti noi, presi insieme e singolarmente. Di fronte all’evento, alla sua irriducibile novità, al fatto che ogni vita è diversa dalle altre, abbiamo soltanto l’arma del pensiero, della parola che illumina, del nostro farci destino, abbandonandoci. Chi ci ha preceduto lungo la via è il nostro compagno. Chi ci seguirà è il nostro compagno. Abbiate rispetto per chi vi accompagna. Nel suo dire potrete prendere rifugio.

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AL VIAN DI BRACCIANO UN LIBRO DI FILOSOFIA “PRATICATA” PER LA NOTTE BIANCA DEL CLASSICO


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Il libro La filosofia non serve a niente! pubblicato, al momento, in versione e-book e liberamente scaricabile dal sito del liceo Vian di Bracciano (http://www.liceovian.gov.it/) è nato all’interno delle iniziative per la Notte bianca del Liceo Classico svoltasi il 12 gennaio scorso.

Giunta alla sua IV edizione, la Notte bianca del Liceo Classico è una manifestazione diffusa su scala nazionale alla quale il nostro istituto ha partecipato quest’anno per la prima volta. Scopo della manifestazione è aprire le porte dei licei alla società civile – genitori, amici, semplici cittadini – per mostrare quanto di bello e di vitale si faccia (o si possa fare) a scuola. Questo, anche per provare a sfatare il luogo comune, diffusosi negli ultimi anni a tambur battente, che la cultura classica abbia scarsa rilevanza nella formazione dei nostri giovani, viziata com’è da un’inguaribile inattualità che la rende inutile, poco produttiva ai fini tecnico-economici richiesti dalla società contemporanea e dal cosiddetto “mondo del lavoro”.

I protagonisti della kermesse sono i ragazzi. Eccoli sul palcoscenico: a suonare musica (classica), a recitare pezzi tratti dalla commedia o dalla tragedia antica, oppure brani di opere letterarie, selezionati con loro e per loro e preparati insieme agli insegnanti. Il fine ludico-teatrale rappresenta anche un diverso modo di fare scuola, più coinvolgente e stimolante, perché accanto allo studio quotidiano mobilita energie emozionali in genere sopite o poco sfruttate e crea quel “senso di appartenenza” che dovrebbe rappresentare la stella polare di ogni comunità, di lavoro, di apprendimento, di condivisione.

Per animare lo spazio filosofico all’interno della manifestazione si è tenuto conto di tre linee-guida valoriali:

  • Creatività: la voce cui donare un adeguato spazio-tempo di espressione ed ascolto empatico deve essere quella degli studenti. La filosofia non è nozionismo, mera ricapitolazione del “già pensato”, bensì sviluppo autonomo e consapevole della capacità di pensare il mondo e di pensarsi nel mondo, in relazione a se stessi e agli altri. Ovvero, creazione di visioni del mondo alternative, al di là del banale “si dice” e “si fa”.
  • Autenticità: la filosofia non esiste senza il soggetto filosofante, come l’arte non si dà senza la persona in carne ed ossa dell’artista. Per poter strutturare ed esprimere la propria visione del mondo è necessario partire dal proprio vissuto emozionale, interrogarlo, scoprirlo in maniera veritiera. Insomma, mettersi in gioco in prima persona. Solo così potremo essere davvero “utili” a noi stessi e agli altri.
  • Centralità della persona: come punto d’incontro del libero gioco di creatività ed autenticità in condivisione. Non “forgiare le persone”, ma “lasciare che le persone sboccino per proprio conto”, valorizzandole, incoraggiandole, “innaffiando i loro talenti individuali”.

Operativamente, tra novembre e dicembre 2017, si è bandito un concorso letterario cui gli studenti del triennio classico potevano partecipare in tutta libertà, producendo testi di non più di 1000-1500 parole che rispondessero alle seguenti tracce:

– Studiando filosofia mi è capitato di cambiare la mia visione del mondo.

– È vero studiare filosofia non serve proprio a niente. Ma proprio per questo…

– Non mi sentivo a mio agio con me stesso/a. Poi leggendo quel libro/testo di filosofia ho iniziato a pensare e…

– Senza la filosofia non avrei mai fatto quell’esperienza che mi ha cambiato profondamente.

Tra questi testi, ora raccolti nel libro, tre sono stati scelti per essere letti in pubblico, dopo un breve interludio musicale.

Attraverso approcci e generi letterari diversi (racconto autobiografico, fiaba, saggio breve di argomento letterario, ecc., ma anche fotografie) gli autori esplorano, da punti di vista differenti, il significato paradossale dell’inutilità della filosofia, rapportato ai nostri giorni. Nell’affrontare il tema si raccontano in un caleidoscopio di prospettive contrastanti: i diktat della presunta “realtà socio-economica” sfumano dinanzi ad orizzonti più ampi, sfaccettati, ricchi di spessore intuitivo ed emozionale.

Da cui emerge il paradosso (apparente) che fare filosofia è bello proprio perché non serve a niente: come tutte le cose belle della vita, amore, amicizia, felicità, arte, la filosofia è esperienza fine a se stessa. A che serve, del resto, predisporre strumenti utili alla vita (in termini tecnico-economici), se poi non si sa che farsene della vita stessa?

Un’ultima considerazione: questa attività è stata fatta rientrare nell’ambito dell’alternanza scuola-lavoro. Oltre all’organizzazione dell’evento, alla recitazione in pubblico e alla scelta dei brani musicali introduttivi, la correzione delle bozze, le immagini, i link e persino l’editing e la grafica dell’e-book sono farina del loro sacco (di una studentessa in particolare). Meditate gente. Meditate.

Francesco Dipalo

Vedi: https://francescodipalo.wordpress.com/2018/01/13/la-filosofia-non-serve-a-niente-ebook-liberamente-scaricabile/

Pubblicato in: pratica filosofica, scuola

La filosofia non serve a niente! (ebook liberamente scaricabile)


“A che serve la filosofia? Proprio a niente!”

Una risposta pronta, apparentemente banale, che nei testi di un gruppo di ragazze e ragazzi del liceo classico “Ignazio Vian” di Bracciano diventa tutto un programma… di riflessione, confronto, analisi introspettiva, critica, ironia, scoperta di sé…

Un luogo comune che si può volgere in paradosso. Basta un po’ di intelligenza e di creatività. Perché proprio a questo non serve il fare filosofia.

Una testimonianza polifonica del fatto che si può praticare la filosofia – perché filosofia è fondamentalmente un “fare” per se stessi e per gli altri, non una serie di nozioni astratte – anche a scuola, grazie alla scuola, a volte, nonostante la scuola, nonostante tutto… Basta – pare semplice, eh! – mettere al centro le persone. Anzi, lasciare spazio e tempo alle persone, creare spazio e tempo per le persone.

Con le giuste condizioni ambientali, a tempo debito, i fiori sbocciano da soli.

Download file pdf “La filosofia non serve a niente!” (Ebook – Ita – Filosofia)

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Notizia su adnkronos: http://www.adnkronos.com/fatti/cronaca/2018/01/18/filosofia-non-serve-niente-sfida-del-prof-agli-studenti_MYVOfUsac4vnJ6KiIxyDcO.html

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La lezione di Mandeville


Ricevo e con grande piacere pubblico per i nostri lettori questo articolo dell’amico Elio Rindone (http://www.italialaica.it/news/articoli/57730)

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Non se ne può più: dai ceti inferiori si innalza sempre più rabbiosa e insistita la protesta contro l’illegalità e la corruzione, che sarebbero causa dello sfruttamento e della miseria dei più. Certo, nessuno nega che nel nostro Paese il numero dei disoccupati, e degli scoraggiati che neanche cercano più un lavoro, supera i cinque milioni, il 21% della forza lavoro, e che ci sono 4.742.000 di poveri «assoluti» e 8.465.000 di poveri «relativi», mentre l’1% della popolazione possiede il 20% della ricchezza nazionale. E con ciò?

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Umana compassione per tutti


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Compassione con volo di stato a spese dei contribuenti. Comprensibile, umana. Ma per le salme di quelle centinaia di migliaia di nostri soldati, nonni, padri, fratelli, zii, che riposano, sfatte, in un giaciglio di ghiaccio presso il Don, in una buca ai bordi delle piste che conducono in Siberia; le cui ossa biancheggiano tra le sabbie del deserto egiziano o giacciono scomposte in qualche forra tra le montagne greche; o se ne stanno in fondo al mar Mediterraneo insieme ai cadaveri dei neo-migranti che fuggono dalla miseria di altre guerre; per quelli che se ne sono andati durch den Kamin, “attraverso il camino” di qualche lager nazista e che se ne stanno ben comodi nella loro tomba in cielo; per tutti questi nostri fratelli, in patria e in umanità, non ci saranno esequie in pompa magna, non ci saranno tombe a ricordarli, non ci saranno voli di stato. A memoria di tutti i “dispersi” che partirono per quella guerra del re e del duce, con entusiasmo o rassegnazione, per la patria o per la famiglia o perché non partir non si poteva. Con un minuto di silenzio proviamo a ricordare che queste cose furono, ma, soprattutto, come furono. Così facendo, forse, renderemo loro un briciolo di quella giusta memoria che loro spetta.

Vittorio Emanuele III, salma rientra in Italia tra le polemiche. Anpi: “Solennità e volo di Stato urtano le coscienze”

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DICHIARAZIONE DEI DIRITTI DELL’UOMO E DEL CITTADINO DEL 26 AGOSTO 1789


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I rappresentanti del popolo francese costituiti in Assemblea Nazionale, considerando che l’ignoranza, l’oblio o il disprezzo dei diritti dell’uomo sono le uniche cause delle sciagure pubbliche e della corruzione dei governi, hanno stabilito di esporre, in una solenne dichiarazione, i diritti naturali, inalienabili e sacri dell’uomo, affinché questa dichiarazione costantemente presente a tutti i membri del corpo sociale, rammenti loro incessantemente i loro diritti e i loro doveri; affinché maggior rispetto ritraggano gli atti del Potere legislativo e quelli del Potere esecutivo dal poter essere in ogni istante paragonati con il fine di ogni istituzione politica; affinché i reclami dei cittadini, fondati d’ora innanzi su dei principi semplici ed incontestabili, abbiano sempre per risultato il mantenimento della Costituzione e la felicità di tutti. Di conseguenza, l’Assemblea Nazionale riconosce e dichiara, in presenza e sotto gli auspici dell’Essere Supremo, i seguenti diritti dell’uomo e del cittadino:

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