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Ancora intorno alla contemplazione. La prospettiva del divino


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La vera felicità appartiene alla divinità. È il suo standard, la condizione che le è connaturata. La divinità esprime se stessa attraverso la contemplazione. Il divino è contemplativo, è – come afferma Aristotele – atto puro del contemplare. Dunque, la felicità equivale alla contemplazione, ovvero all’attuazione della potenzialità contemplativa che appartiene, in una certa misura (in quanto partecipa dell’intelletto divino) all’uomo in quanto tale.

Il dio, per il filosofo greco, rivela il suo aspetto salvifico in quanto si “disinteressa” dell’uomo, trascende completamente gli aspetti più infimi, bassi, miserabili della sua esistenza. La divinità assiste impassibile alla tragedia del vivere umano dalla vetta della sua olimpica serenità. È spettatrice, non partecipe. Muove senza essere mossa. Per la grecità antica, l’incarnazione in senso cristiano è assolutamente inconcepibile. Un dio che si fa uomo non ti salva: finisce solo col perdere se stesso, rinunciando alla sua funzione divina.

Il dio non è causa efficiente – non sta alle nostre spalle, non ci ha creato, non rivendica alcuna paternità sul genere umano – bensì causa finale, orizzonte ultimo. È un modello autarchico a cui tendere, uno straordinario bastare a se stesso. Oppure un Tutto nel quale immergersi, un Tutto-Natura del quale si è parte, in maniera più o meno inconsapevole. Non soggetto, ma oggetto d’amore e di desiderio, meta ultima, destino dell’umano. In un certo senso, il filosofo ama il divino – ovvero il sapiente per eccellenza, la fonte d’ogni sapienza – proprio perché sa di non conoscerlo e avverte profondamente l’abissale immensità della sua distanza.

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Contemplazione versus “svago”


Tramonto

Il cosiddetto show-business (icona della società dell’immagine) si basa, in fin dei conti, sul riconoscimento della natura contemplante dell’essere umano. Contempliamo (per immagini) perché non possiamo farne a meno, perché così facendo realizziamo un’istanza profonda del nostro essere. È un dato antropologico che il potere, in tutte le sue molteplici forme, cerca di sfruttare, assecondandolo e distorcendone il significato più profondo al tempo stesso. Continua a leggere “Contemplazione versus “svago””

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Contemplare significa coltivare l’immaginazione estetica


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Esistiamo per conoscere e per contemplare. Contemplare è pensare per “immagini” (idea), ossia interiorizzare gli oggetti di conoscenza, alla cui percezione giungiamo prima di tutto attraverso i sensi ed, in particolare, attraverso la vista. Osservare il cielo, le stelle e gli altri astri, significa, in qualche modo, “interiorizzarli”, vederli “dentro”, in maniera tale che chi osserva si perda nella sua visione, con essa diventi un tutt’uno, sperimenti l’armonia di appartenere al tutto attraverso il tutto. Contemplare un filo d’erba non vuol dire studiarlo, misurarlo, sezionarlo, raffigurarselo dall’esterno, bensì diventare filo d’erba, sentire come filo d’erba, crescere come filo d’erba. È il punto di vista dell’artista, del mistico. Risalire la scala discendente che ci ha condotto al punto di vista razionale, quello della ragione-misura (ratio), che classifica, divide, vede gli esseri in base all’utilità, come mezzi, strumenti, antagonisti da dominare o da sfruttare. Risalire all’origine, questo è contemplare. Risalire all’essere che tutto accomuna. Risalire per sentirsi in comunione con il tutto-natura. Godere della forma in quanto tale. Affinare la propria percezione estetica.

Se fosse possibile praticare un esercizio comunitario all’aria aperta, in un luogo il più possibile silenzioso ed ameno, si potrebbe provare a sperimentare una sorta di lectio divina a partire dalla contemplazione di un fenomeno naturale (il fiume che scorre, le fronde di un albero mosse dal vento, le nuvole bianche che si rincorrono nel cielo azzurro) a scelta del conduttore o del singolo partecipante. Il testo diventerebbe la natura stessa. Si proverebbe a leggere “il libro della natura”, deponendo ogni proposito scientifico galileiano o baconiano. Si tenterebbe di sperimentare in prima persona l’approccio dell’artista, il suo abbandonarsi al fenomeno in sé, diventando il fenomeno stesso. Non più, ad esempio, tizio che osserva le acque del fiume, ma il fiume in sé – sotto forma, magari, di percezione corporea, sangue che pulsa nelle vene, o della natura acquosa della propria mente, della sublime fuggevolezza dei propri pensieri e dei propri stati d’animo, il sublime lasciarsi andare al flusso dell’instabilità, dell’impermanenza di ogni stato, senza propositi, senza ricordi, senza attaccamento.

Provare liberamente, quietamente seduti per un certo periodo di tempo, quindici-venti minuti, in silenzio. E alla fine dell’esercizio liberamente comporre una narrazione di quanto vissuto, descrivendo a turno immagini, suggestioni, voli di fantasia, attingendo senso e significato dalla propria semantica autobiografica.

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Un altro modo di intendere la “fisica”


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Contemplare la natura (in greco physis, da phyo generare, dare la vita): mi vengono in mente momenti fuori dal comune, che so, un’arrampicata montana sul far del tramonto, lo sguardo fisso al cielo che si tinge di rosa e di violetto, alle nuvole che danzano il valzer suonato dal vento… oppure la danza di corteggiamento, furiosamente armonica, di una coppia di gabbiani in volo, le ali tese, le voci stridule a lacerare il bigio silenzio di un fiordo norvegese… Conoscere è sempre un’esperienza emozionale: quanto del soggetto che osserva, scruta, seziona, analizza, vi è nell’oggetto! Continua a leggere “Un altro modo di intendere la “fisica””

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FERITI PER LA GIOIA – Suggestioni su Nietzsche e la Consulenza filosofica


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FERITI PER LA GIOIA

Suggestioni su Nietzsche e la Consulenza filosofica

di Francesco Dipalo

 

[Il testo è liberamente utilizzabile purché se ne citi la fonte.]

 

Debitori di Nietzsche

«Il mio cammino è sempre stato, in tutto e per tutto, un tentativo e un interrogativo – in verità, bisogna anche “imparare” a rispondere a questo domandare! Ma questo è – il mio gusto: – non un buon gusto, né cattivo, bensì il “mio” gusto, di cui non mi vergogno più e che più non celo. «Questa, insomma, è la “mia” strada, – dov’è la vostra?», così rispondo a quelli che da me vogliono sapere ‘la strada’. “Questa” strada, infatti, non esiste!» (Z, Parte terza, Dello spirito di gravità)

«La filosofia, come l’ho compresa e vissuta fino ad oggi, è la vita volontaria tra i ghiacci e le cime – la ricerca di tutto ciò che di estraneo e di problematico vi è nell’esistenza, di tutto ciò che finora era posto al bando dalla morale.» (EH, Prologo, 3) Continua a leggere “FERITI PER LA GIOIA – Suggestioni su Nietzsche e la Consulenza filosofica”

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AUTOPSIA EMOZIONALE E MITOGRAFIA DI UNA CONSULENZA FILOSOFICA


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AUTOPSIA EMOZIONALE E MITOGRAFIA DI UNA CONSULENZA FILOSOFICA

di Francesco Dipalo

 

[Pubblicato su “Comunicazione Filosofica” in www.sfi.it, n. 20, maggio 2008 (ISSN 1128-9082) – Il testo è liberamente utilizzabile purché se ne citi la fonte.]

 

Introduzione

Vorrei provare a parlare di consulenza filosofica utilizzando un approccio narrativo “diretto”, ovvero partendo dalla rielaborazione del mio vissuto emozionale in chiave fenomenologica e utilizzando quest’ultimo come “materia prima”, una sorta di chòra platonica, da “ri-plasmare” attraverso l’uso delle categorie e delle suggestioni concettuali derivanti dalla mia esperienza di studio teoretico della materia. Continua a leggere “AUTOPSIA EMOZIONALE E MITOGRAFIA DI UNA CONSULENZA FILOSOFICA”

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Consulenza filosofica e saggezza antica


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Consulenza filosofica e saggezza antica

di Francesco Dipalo

 

Il mio rapporto con la filosofia antica viene da lontano e si intreccia profondamente con la mia autobiografia. Con questo non intendo riferirmi al curriculum di studi o all’attività di insegnante liceale che svolgo da anni, quanto piuttosto all’originaria ispirazione o scelta di vita – di cui oggi sono ancor più consapevole che in passato – che mi condusse, non ancora ventenne, ad intraprendere lo studio della filosofia. Continua a leggere “Consulenza filosofica e saggezza antica”