Terrorismo: cosa fare?


Questione terrorismo. Cerchiamo di essere pragmatici, politicamente efficaci. Cosa si potrebbe fare? Iniziamo con quello che dice Galli della Loggia su Corriere.it: “prendere decisioni nette e quindi necessariamente impegnative: tirare in ballo finalmente le responsabilità dell’Arabia Saudita o intervenire con efficacia contro il mercato delle armi”. È evidente che lo dica in senso paradossale: sembra escludere implicitamente che una cosa del genere rientri nei progetti politici degli attuali governanti della UE. Sulla scia di Galli della Loggia facciamo un altro esempio: una politica di intervento “europeo”, davvero europeo, a sostegno delle masse di civili esiliate, massacrate, ridotte alla miseria (dalla Siria, all’Iraq, alla Libia, ecc.), intervento politico e socio-economico (una sorta di piano Marshall), a prescindere da nazionalità, fede (o pseudo-fede: molti “musulmani” oggi sono tanto musulmani quanto Salvini o l’uomo della strada si dicono “cristiani”), etnia, ecc., da sottolineare attraverso una campagna massmediatica forte, un nuovo Kulturkampf. Colpiamo gli interessi delle multinazionali del petrolio, mettiamo alle strette i Sauditi, chiudiamo i rubinetti del grande capitale in modo che i guerriglieri IS (creati e finanziati in funzione anti-Assad e anti-russa, non dimentichiamocelo) non abbiano razzi e granate da sparare ma solo pietre da lanciare. Questo, in teoria, si potrebbe fare. E poi investiamo nel sociale in UE, ricostruiamo un welfare degno di questo nome, in modo da combattere emarginazione, povertà, da sfoltire quel sottobosco di ignoranza e disperazione dove può allignare il fanatismo religioso (o pseudo-religioso). Ci vorranno anni, forse decenni. Rispetto della legge, laicità, laicità e ancora laicità, ma accompagnata da giustizia sociale. Questa sarebbe una scelta, un orientamento politico. I vertici UE e i governi UE sono decisamente orientati da tutt’altra parte per quanto concerne la politica interna e quasi inesistenti per quanto riguarda la politica estera (a parte forse la questione dell’Ucraina in funzione anti-russa, di cui i media non parlano più da mesi…) che lasciano all’iniziativa dei singoli stati (vedi gli interventi militari di Francia e Turchia, non a caso tra i paesi più esposti agli attacchi terroristici). E poi all’interno si faccia rispettare la legge: controlli serrati, interventi di pubblica sicurezza, politica di respingimento là dove è necessario, ecc. ecc.

Però sarebbe necessario che i governanti producessero fatti (nella suddetta direzione) non chiacchiere pseudo-consolatorie. Le leggi ci sono. Manca la volontà politica. E sarebbe necessario che la cittadinanza e l’opinione pubblica premessero in questa direzione (cosa ancor più difficile: vedi Brexit). Nessun vittimismo passatista (l’imperialismo europeo, il colonialismo di fine XIX sec., ecc.): si tratta di fare adesso e domani (ovvero di combattere l’odierno neo-colonialismo). Il passato pesa soltanto se non ci si impegna a costruire un futuro diverso. Detto questo poi possiamo anche riconoscere, fuori dai denti, che il Corano è più facilmente fraintendibile della Torah (?) o del Vangelo e che nella cultura delle genti “musulmane” (tutte senza distinzione, dall’Indonesia al Marocco) ci siano potenziali germi alla violenza, attivabili in determinate condizioni (come anche in quella ebraica e cristiana). Va anche riconosciuto a chiare lettere che, ammesso e non concesso che il terrorista di Nizza sia solo un lupo solitario o uno squilibrato (lo è a prescindere, a mio avviso), la propaganda islamico-fondamentalista IS ha comunque un ruolo determinante nel provocare questo genere di fatti. Per quanto mi riguarda la religione, vissuta in una certa maniera, è strumento di potere e oppio dei popoli: Machiavelli e Marx insegnano. Tutte le religioni. Il punto non è il dogma o il modo in cui chiamiamo dio: ma il modo in cui concretamente viviamo quella visione religiosa. Questo non significa necessariamente fare di tutte le erbe un fascio, né negare che la pericolosità di certa propaganda fondamentalista su scala globale, allo stato attuale dei fatti.

Mi pare lapalissiano. Ma cambia qualcosa? Che facciamo? Violenza chiamerà sempre violenza. Alcuni invocano l’intervento militare, dimostrando di non avere la minima nozione di storia contemporanea e di geopolitica. Chi dovrebbe colpire chi? Dove? Come? Un altro Afghanistan? Le guerre degli ultimi 25 anni stanno lì a dimostrare che gli interventi militari NATO più che aver risolto i problemi li abbiano creati. (Anche gli eserciti nazionali, sempre più spesso, sono ridotti al ruolo di agenzie private al soldo del grande capitale).

Altra iniziativa della UE potrebbe riguardare i rapporti con Israele: di assistenza politica e solidarietà vera, non ipocrita. Fino all’integrazione di Israele nella UE. Ma questo comporterebbe la rinuncia a quella ambiguità nei confronti dei sauditi e degli sceicchi del Golfo. E saremmo punto da capo. Tutti processi difficilissimi, per carità. Ma non mi pare ci sia la minima volontà politica di intraprenderli. E di questo gli europei, la gente comune intendo, pagherà, sta già pagando il prezzo. Poveri disgraziati contro altri poveri disgraziati.

Il nostro nemico non abita in mezzo a noi, ma ai piani alti. Invero, esso risiede dentro di noi ed è culturale: corrisponde ad una certa concezione del potere.

Lunga vita a Sikilo


finché sei vivo manifestati nella maniera più intensa e ricca possibile
godi delle gioie della vita, non lasciarti mai sopraffare dalla tristezza
breve è il tempo che ti è concesso
sfavilla finché la notte non esigerà il suo tributo
per l’eternità dovrai non esser più
lunga vita a Sikilo
tre volte viva Sikilo

vivi imparando a stare al mondo
le opinioni degli uomini son solo balocchi
non turbarti più del dovuto
lascia che i tuoi occhi godano della luce
le nari del profumo dei fiori
il palato del dolce-salato
il cuore dell’amore
l’anima della contemplazione
respira
senza trattenere il fiato

nulla da temere, nulla di male
nel non esser più

Brexit e democrazia: una breve analisi storico-filosofica


Intervista a Francesco Dipalo** a cura della redazione di Diogene Multimedia

La “Brexit” ha riportato al centro dell’attenzione la questione di cosa si debba effettivamente intendere con “democrazia”. C’è chi ha celebrato il pronunciamento referendario del popolo britannico a favore dell’uscita dalla UE come massima espressione di democrazia, e chi, invece, ha parlato di “abuso di democrazia”, di “roulette russa politica”, vedi Mario Monti. Come si districa la matassa?

Entrambe le affermazioni, in un certo senso, sono storicamente e filosoficamente giustificabili. Il referendum (abrogativo, confermativo oppure consultivo, come nel caso inglese) è uno dei principali strumenti di democrazia diretta perché chiama l’intera cittadinanza a prendere una decisione politica a maggioranza. Secondo Rousseau, p. e., l’unica vera forma di democrazia è quella diretta, espressa dall’assemblea dei cittadini in cui s’incarna la volontà popolare. D’altro canto, le moderne democrazie occidentali nel XX secolo si sono costituite e fondate sul cosiddetto “principio di rappresentanza”, in base al quale i cittadini sono chiamati alle urne per selezionare le classi dirigenti cui affidare il potere legislativo e, in taluni casi, la gestione della cosa pubblica. Senza esprimersi, dunque, nel merito delle singole questioni, al più aderendo alla linea politica del partito prescelto. Una volta si parlava di “ideologie” o “visioni politiche alternative”. Oggi, tramontate le grandi narrazioni politiche germogliate nell’Ottocento, a distinguere le diverse “offerte politiche” rimangono, spesso ridotti ad una serie di slogan televisivi, i cosiddetti programmi elettorali, che, pur differendo tra di loro su punti importanti, generalmente non mettono in discussione i capisaldi del pensiero unico tecno-economicista neoliberista. A supporto della democrazia rappresentativa, che è, beninteso, una forma di democrazia “indiretta” e, dunque, “diminuita”, Kelsen adduceva due fatti indiscutibili: l’estensione territoriale degli stati moderni e l’elevato numero dei votanti, nonché la crescente complessità delle materie che il legislatore è chiamato a regolamentare, tale da richiedere una preparazione culturale e professionale specifica.

Ad ogni modo, lo strumento referendario, come correttivo previsto dallo stesso Kelsen, è presente, in misura diversa, nella maggior parte dei sistemi costituzionali. Nel nostro, p. e., salvo i referendum che riguardano le modifiche costituzionali (come quello del prossimo ottobre), esso ha funzione solamente abrogativa rispetto alle leggi fatte in Parlamento e comunque non può riguardare alcune specifiche materie: leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, e, soprattutto, leggi di autorizzazione a ratificare trattati internazionali (art. 75). In Italia, dunque, un referendum come quello britannico, semplicemente, non potrebbe aver luogo. In aggiunta occorre ricordare che il referendum sulla Brexit, essendo puramente consultivo, non vincola il Parlamento inglese – e tanto meno quello della Scozia o dell’Irlanda del Nord, paesi membri del Regno Unito in cui la maggioranza dei votanti si è espressa a favore del “Remain” – a ratificare l’uscita della GB dalla UE. Di fatto, però, non tenendo nella dovuta considerazione la “volontà popolare” l’attuale classe dirigente e le istituzioni andrebbero incontro ad un discredito politicamente rovinoso.

Il punto, dunque, è questo: se con “democrazia” intendiamo un sistema politico in cui, attraverso determinate leggi ed istituti, si esprime, prende corpo il potere (kratos) del popolo (demos), oggi inteso come totalità dell’elettorato a suffragio universale, è corretto affermare che il referendum in generale e questo in particolare, soddisfi appieno le caratteristiche di democraticità richieste in base al “principio di rappresentanza”? Non c’è il rischio – come segnalano molti politologi – che la democrazia degeneri in demagogia o, peggio, in dittatura della maggioranza?

Sarebbe a dire che il tema della Brexit per la sua complessità e tecnicità non avrebbe dovuto essere sottoposto a referendum? Quindi ha ragione Monti?

Attenzione: la mia non era affatto una domanda retorica. La questione è molto più complessa di quello che sembri di primo acchito. E a me, come studioso di filosofia, non preme prendere posizione netta pro o contro, quanto piuttosto cercare di evidenziare e comprendere le ragioni di entrambi i punti di vista. Perché, vedi, se consideriamo l’enorme mole di aspetti tecnici e di conseguenze amministrative, burocratiche ed economiche che comporta l’uscita dalla UE direi senz’altro di sì. Le competenze culturali e la capacità di informazione critica del cittadino medio, molto probabilmente, non sono affatto adeguate a valutare questioni così intricate. Senza considerare che molti – nessuno però saprebbe dire quanti, quindi è meglio rimanere sul generico – hanno scelto sulla scorta di suggestioni mediatiche ad effetto, mescolando e confondendo insieme cose diverse. Un percepito comune fatto di orgoglio nazionale, xenofobia, nostalgie imperiali, e soprattutto paura del futuro e rabbia, tanta rabbia per aver subito la progressiva riduzione delle garanzie socio-economiche offerte dal Welfare state: disoccupazione, erosione del potere d’acquisto dei salari medio-bassi, privatizzazioni diffuse nei sistemi sanitario e scolastico. Di tutto ciò, alcuni leader populisti e xenofobi hanno incolpato la UE, in parte a ragion veduta, in parte in maniera pretestuosa, se consideriamo che uno dei maggiori artefici della politica neoliberista negli anni Ottanta è stata proprio la signora Thatcher, la “lady di ferro” dell’ultima guerra imperiale britannica nelle isole Falkland. Ma, insomma, si tratta di considerazioni che, cambiando leggermente i termini del discorso, potrebbero valere per qualsivoglia paese occidentale. Fino a prova a contraria, non è previsto un esame di storia o di dottrine politiche per poter esercitare il diritto di voto. Per fortuna, aggiungo io.

D’altra parte, se consideriamo il referendum sulla Brexit come orientamento generale sulla politica estera o sui destini nazionali – dei dettagli giuridici si occuperanno poi gli addetti ai lavori – allora non ne sarei più così sicuro. Ovvero, potrebbe aver ragione il tanto bistrattato premier dimissionario Cameron, il quale, pur parteggiando per il “Remain”, ha affermato che il pronunciamento referendario è stato «un atto di pura democrazia».

Oltre al problema di come garantire quel minimo di consapevolezza ed informazione critica che, in democrazia, dovrebbero essere appannaggio del “cittadino medio”, per quale motivo l’Europa, nell’immaginario collettivo di moltissimi elettori rappresenta un ostacolo piuttosto che un incentivo al benessere collettivo e personale e alla stessa democrazia?

In genere per rispondere a questa domanda si evoca la cosiddetta “crisi economica”. La gente è scontenta perché l’economia va male. E le istituzioni europee, la BCE in particolare, pur non essendo perfette – tutto è perfettibile in democrazia – vengono a torto indicate come responsabili della crisi, mentre, in realtà, farebbero da argine contro un ulteriore peggioramento della situazione. Che ne sarebbe di noi fuori dall’UE? Come si riuscirebbe a vincere la sfida posta dalla globalizzazione? È un motivetto che ci sentiamo ripetere da anni.

Comunque la si pensi al riguardo – personalmente credo che l’economia sia una scienza empirica e non un dato metafisico – la questione è generalmente mal posta. Il problema non è l’economia in sé, ma le politiche economiche che i governi nazionali e la UE mettono in campo per affrontare i problemi che affliggono i cittadini, a cominciare dagli strati più bassi e più esposti della popolazione. Così ad essere messa in discussione dalla Brexit potrebbe non essere la UE come progetto politico in sé, quanto piuttosto le politiche messe in campo dalla UE nell’ultimo ventennio. Politiche, che si potrebbero giudicare, per altri versi, tutt’altro che democratiche.

In che senso? La democrazia sarebbe venuta meno proprio nel continente che le ha fatto da culla? Non è un’affermazione un po’ forte?

Mi spiego. Una delle principali domande che si è posta la filosofia politica contemporanea riguarda il rapporto tra forma e contenuto. Cioè: a definire democratico un dato regime è sufficiente l’adozione di una serie di regole formali e procedurali – diffusi diritti civili e politici, libere elezioni, ecc. – per la selezione della classe politica oppure sono necessari contenuti valoriali condivisi (p. e. libertà individuale, ma anche solidarietà e giustizia sociale) ed assetti socio-economici ben definiti (proprietà privata, ma anche redistribuzione del reddito e servizi basilari, pubblici, garantiti a tutti, ecc.)? Per la prima ipotesi propendono gli alfieri del pensiero “liberal-individualista”, p. e. Nozick e Hayek, per la seconda pensatori “liberal-socialisti” del calibro di Rawls o, ancor prima, Tocqueville. E, si noti, mi sono deliberatamente astenuto dal menzionare filosofi di area marxiana. Vale a dire che in assenza di uno Stato sociale, cito l’art. 3 della nostra Costituzione, atto a «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese», parlare di democrazia ha veramente poco senso. Aggiungo che nel secondo dopoguerra, almeno fino alla crisi petrolifera degli anni Settanta e alla caduta dell’URSS, salvo alcune eccezioni, il principio del Welfare state non è stato mai messo in discussione.

Se adottiamo questo criterio per valutare il livello di democraticità delle istituzioni e delle politiche UE, almeno per quanto concerne le reali ricadute nella vita quotidiana di milioni di persone, non solo in GB – mi riferisco alla cosiddetta politica dell’austerity – ebbene, il bilancio è abbastanza sconfortante. Ecco qui un altro paradosso. La UE, questa UE, risulta tutt’altro che sostanzialmente democratica. Le istituzioni europee, sconosciute al cittadino medio, sono considerate entità remote e spesso ostili, di fatto non rappresentative degli interessi dei cittadini. Per non parlare della BCE, che appare del tutto svincolata da qualsivoglia controllo democratico. E questo risulta tanto più vero quanto più ci si rivolge a persone in là con gli anni e con un basso grado di scolarizzazione. Quelli, insomma, che meno hanno potuto beneficiare della libera circolazione di capitali, persone, idee. Attenzione: non sto dicendo che tutto quel che si è costruito sin qui sia da gettare via. Tutt’altro. Ma che la fiducia e la considerazione di una fetta abbastanza ampia dell’opinione pubblica europea nei riguardi di questo modello di UE e di queste politiche sia in gran parte compromessa.

In altre parole, l’Europa esiste – o comunque è avvertita da un certo sentire comune – come costruzione economico-burocratica e non politica, tanto meno sociale. Il modello “metafisicamente” portato avanti da questa entità è, per lo più, quello neoliberista del capitalismo finanziario. E il principio bicipite su cui esso si fonda, “profitto (per pochi) ed efficienza”, spesso, non è facilmente conciliabile con le istanze di democrazia dal basso. Lo stesso Monti, che ha governato l’Italia per un anno e mezzo, non è stato eletto democraticamente, ma messo lì dall’allora presidente Napolitano con quello che qualcuno ha definito, a torto o a ragione, una sorta di “golpe bianco”.

Se le cose stessero così, magari per eterogenesi dei fini, scegliere di abbandonare questo sistema europeo, paradossalmente significherebbe optare per la democrazia, sfidando la “dittatura finanziaria” della Troika. Oppure, da un’altra angolazione, svolgere la funzione dialetticamente positiva di sollevare con forza il problema, prospettando politiche diverse. Tra parentesi, non sono affatto convinto che distruggendo la UE si faccia tout court terra bruciata intorno al capitalismo finanziario, risollevando le sorti delle masse oppresse. Lo stato nazionale, basta gettare un’occhiata alla storia del secolo passato, non offre alcuna garanzia in questo senso.

In conclusione, ribaltando l’assunto iniziale si potrebbe addirittura affermare che UE e democrazia siano difficilmente conciliabili tra loro?

Direi di no. In ultima istanza, l’Europa è come i cittadini europei hanno lasciato o voluto che fosse e sarà come vorranno farla. Uscire dalla UE, a mio avviso, non garantisce automaticamente il ripristino di condizioni improntate sui valori della democrazia sociale. Anzi, potrebbe rinvigorire alcuni spettri del nostro tragico passato, fatto di intolleranza, razzismo, totalitarismi, guerre. Anche questa è Europa, non dimentichiamocelo. Sto pensando all’omicidio della deputata labour Jo Cox, per mano di un fanatico xenofobo, pochi giorni prima del referendum. Come dicevo, il capitalismo finanziario può trovare altre strade. È fluido, adattabile. La battaglia per condizioni socio-politiche più democratiche – sempre che ci si riconosca, p. e., nella visione di Rawls – dovrebbe essere condotta da dentro l’Europa e non dal di fuori. Ovvero sarebbe necessario che i cittadini europei abbiano modo di esprimersi non a proposito del rimanere o andarsene dall’attuale, siffatta UE, bensì sui valori, sui principi da iscrivere nella carta costituzionale della costituenda “unione politica e sociale europea”. La redazione di tale carta è stata interrotta nel 2009 e mai più ripresa. Il che la dice lunga sulla effettiva aspirazione, delle classi dirigenti e di parte dell’opinione pubblica, a quella democrazia sostanziale di cui si diceva prima.

 

**Francesco Dipalo insegna filosofia e storia presso il Liceo “I. Vian” di Bracciano. Esperto di pratiche filosofiche, divulgatore e scrittore collabora con la casa editrice Diogene Multimedia di Bologna.
A giugno 2016 è uscito in libreria il suo ultimo lavoro frutto delle Vacanze Filosofiche edizione 2015: Democrazia. Analisi storico-filosofica di un modello politico controverso di Francesco Dipalo (Autore e Curatore), Giorgio Gagliano (Autore), Elio Rindone (Autore), Diogene Multimedia, Bologna 2016

Brexit e rabbia


The politcs of anger (The Economist)

Ottima sintesi della situazione politica (Gb and rest of Europe) in cui versiamo nel presente. La questione è sempre la stessa: il liberalismo senza welfare state è destinato a produrre disuguaglianze, povertà, paura, rabbia, tendenze isolazioniste. Che a loro volta non possono non nuocere allo stesso sistema liberal-democratico. A scriverlo è un giornalista dell’Economist non un redattore della Pravda. Del resto, di una costante possiamo senz’altro avvalerci (anche se la storia non si ripete): i fenomeni storici che originano dalle isole britanniche precedono quello che accade sul continente, così almeno dal XVII sec. ad oggi (rivoluzioni inglesi, scienza moderna, rivoluzione industriale, questione sociale, nascita dei sindacati, welfare state, ecc.). Ci auguriamo che almeno qualcuno dei tecnoburocrati CE o dei nostri politici conosca la storia. Statisti (o secondo altri, criminali) del calibro di Andreotti la storia la conoscevano e pure bene.

Vecchi e giovani dinanzi a Brexit


La questione si potrebbe leggere anche in questi termini: a differenza degli anziani le nuove generazioni non conoscono o conoscono poco i vantaggi dello stato sociale. Non hanno vissuto le battaglie degli anni Sessanta e Settanta per i diritti dei lavoratori. Sono abituati alla precarietà, al lavoro coatto, al consumismo. Con il neolib imperante i vecchi hanno tutto da perdere (e anche i giovani): gli uni però ne sono consapevoli, gli altri non tanto. Insomma, non sono sicuro di niente. Ma lascerei da parte qualsiasi forma di manicheismo (giovani sì, vecchi no). La questione mi pare assai più complessa. Il vero referendum – o piuttosto un documento condiviso e votato a livello europeo – dovrebbe riguardare non l’uscita dall’Europa ma i valori su cui costruire l’Europa futura, che non può essere quella affatto democratica della BCE, ma dev’essere in primo luogo sostanzialmente sociale e solidale. Allora sì che giovani e vecchi si troverebbero uniti. Cui prodest questo divide se non a chi impera?

LE PRATICHE FILOSOFICHE NEL MONDO ANTICO “VOCI” E “SPUNTI” PER LA PRATICA OGGI


Delfi- Tempio di Apollo

[Delfi, Tempio di Apollo]

Indice dei file
Introduzione alla raccolta di testi e al suo impiego
Antologia di testi antichi per la pratica filosofica
Appunti-spunti di pratica filosofica
Raccolta di saggi sulle pratiche filosofiche nel mondo antico
Informazioni storico-filosofiche

>LE PRATICHE FILOSOFICHE NEL MONDO ANTICO

Democrazia. Analisi storico-filosofica di un modello politico controverso


Acquistabile via internet ed in libreria
 
Democrazia. Analisi storico-filosofica di un modello politico controverso di Francesco Dipalo (Autore e Curatore), Giorgio Gagliano (Autore), Elio Rindone (Autore), Diogene Multimedia, Bologna 2016
 
 
dalla prefazione di Augusto Cavadi
La democrazia non è un principio “intoccabile” come lo sono invece i “sacri” princìpi dell’Ottantanove (la libertà, l’uguaglianza, la fraternità inalberati dai protagonisti, non sempre privi di contraddizioni, della Rivoluzione francese del 1789) e i tanti altri correlati (la giustizia, la solidarietà, il rispetto verso ogni differenza…). Ma, pur non essendo un valore in sé stesso, la democrazia è un metodo a cui si può rinunziare – in tutto o in parte – solo quando si è certi che la sua abolizione (o soltanto la sua attenuazione) non pregiudichi i princìpi cui è intrinsecamente finalizzato. Il che, concretamente, significa – come è stato da più parti e a più riprese asserito – che si può sostituire la democrazia solo se si ha a portata di mano un’alternativa almeno altrettanto conducente rispetto ai fini etici, politici, amministrativi che una comunità si prefigge.
È solo considerando questa caratteristica della democrazia – a un tempo contingente e necessaria, relativa e assoluta, opzionale (in sé) e difficilmente sostituibile (in pratica) – che si può spiegare l’enigma di milioni (ormai direi miliardi) di esseri umani sacrificatisi nella lotta per ottenerla (spesso anche per raggiungerne una misera caricatura) o – in misura decisamente ridotta – per difenderla una volta ottenuta. Anche le cronache politiche italiane di questi anni non registrerebbero dibattiti così vivaci – talora aspri – sulla Costituzione italiana e sulle mosse per modificarla se non si cogliesse il nesso fra garanzie costituzionali ed esercizio della sovranità democratica.
Ma dov’è nata l’idea – se non proprio la pratica – della democrazia? E in quale epoca? E quali interpretazioni critiche, obiezioni teoriche, apologie argomentate, proposte di correzioni e/o di integrazione ha suscitato nei venticinque secoli della sua storia? Quali gli interrogativi che oggi essa suscita, quali le sfide che è chiamata a fronteggiare se non vuole arretrare o anche solo restare nei suoi limiti attuali rifiutandosi di maturare – che sarebbe un altro modo di arretrare? A queste e analoghe domande risponde il volume che avete in mano. Un testo che, se vogliamo un po’ scherzare con le cose serie, è stato scritto in maniera democratica per parlare di democrazia. Detto altrimenti: riproduce nella genesi, nella struttura e nella finalità l’oggetto – il modello democratico e le sue disavventure, appunto – di cui si occupa. Infatti nasce dalla scommessa di coniugare la pluralità (degli autori, delle rispettive età anagrafiche, formazioni culturali e prospettive di analisi) con l’unicità (dello scopo): ricostruire un’immagine calibrata, problematica, sobriamente appassionata della democrazia come idea – o, se si preferisce, come utopia. E questo stile ‘democratico’ nella costruzione del testo si riverbera nel linguaggio adottato: lontano da tecnicismi per iniziati quanto da intenti retorico-declamatori, come si addice a un discorso indirizzato a un pubblico istruito, ma non specializzato in filosofia politica, che voglia entrare in una tematica cruciale seguendo una traccia documentata e argomentata, pur se sintetica e chiara.
Con queste caratteristiche, insomma, il libro di Elio Rindone, Francesco Dipalo e Giorgio Gagliano finisce con l’occupare un posto vuoto – o per lo meno poco affollato – nella biblioteca del cittadino desideroso di sostanziare con concetti ben temprati il proprio impegno, più o meno intenso a seconda delle circostanze storiche e delle fasi dell’esistenza di ognuno, per una convivenza sociale dignitosa.