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L’arroganza dell’uomo bianco


Scritto da Hermann Hesse nel 1918 al termine della Prima Guerra Mondiale un monito contro la stupidità e l’arroganza eurocentrica e razzista

Finalmente, preso da resipiscenza, Dio pose fine all’era terrestre terminata con la sanguinosa guerra mondiale inviando in terra il grande diluvio. Pietosi i flutti spazzarono via ciò che disonorava il vecchio pianeta: i campi di neve insanguinati e i monti irti di cannoni, le salme in decomposizione insieme a coloro che le piangevano, i ribelli e i violenti insieme ai depauperati, gli affamati insieme ai confusi e agli impazziti.
Benigno, l’azzurro cielo stellare contemplava dall’alto il globo luccicante.
Del resto la tecnica europea si era dimostrata splendida sino alla fine. Per settimane l’Europa aveva resistito al flutto, che lentamente saliva, con circospetta tenacia: dapprima con dighe immense, a cui lavoravano giorno e notte milioni di prigionieri di guerra, poi con rialzi artificiali che venivan su con favolosa rapidità, avendo da principio l’aspetto di gigantesche terrazze, ma poi culminando sempre più informa di torri. Da quelle torri l’umano eroismo diede prova di sé con fedeltà commovente fino all’ultimo giorno. Mentre l’Europa e il mondo tutto affondavano e annegavano, dalle ultime torri di ferro affioranti sull’acqua i fari continuavano a splendere accecanti e imperturbabili nell’umido crepuscolo della terra avviata a scomparire, e da una parte e dall’altra i cannoni rombavano lanciando le granate in archi eleganti. Così si sparò eroicamente fino all’ultima ora.
Adesso tutto il mondo era sommerso. L’ultimo europeo superstite galleggiava nei flutti con un salvagente, intento a scriversi con le ultime sue forze gli avvenimenti degli ultimi giorni, affinché l’umanità futura sapesse che era stata la sua patria a sopravvivere di ore alla disfatta dell ’ultimo nemico e ad assicurarsi così per sempre la palma della vittoria.
Allora sul grigio orizzonte comparve nero ed enorme un pesante bastimento che s’avvicinò pian piano all’uomo sfinito. Egli vi riconobbe con soddisfazione un ‘arca poderosa e vide, prima di cadere svenuto, l’antichissimo patriarca dall’argentea barba che ondeggiava al vento, alto sul bordo della casa galleggiante. Un negro gigantesco lo pescò fuori delle onde; era ancor vivo e tornò presto in sé. Il patriarca sorrise soddisfatto: la sua impresa era riuscita, avendo egli di ognuna delle specie terrestri salvato un esemplare.

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Per dare senso ad una vita – la tua



Vincent van Gogh
, Notte stellata

Para darle sentido a una vida, la suya, no hay necesidad de cultivar, de hilo a alambre, esperanzas de otro mundo o proyectar arquitecturas teleológicas en el cielo con la consistencia de las nubes.
Solo necesita respirar toda la belleza que puede crear y percibir en este mismo momento. Y, en una inspección más cercana, siempre es este momento preciso.
Esa belleza brillante y conmovedora que germina por vibración accidental del vacío, ese vacío abisal y silencioso que participa de todas las cosas más allá del tiempo y el espacio.
Ese pozo sin fondo que también es tu alma y del que tú, como solo tú puedes hacer, destila la belleza con pétalos, miradas, toques, suspiros. Inteligencia del ojo, inteligencia de la mano, inteligencia del aliento.
Si intentas detenerlo en este momento, lo perderás. Pero, usted mismo, tiene la oportunidad de vivirla para glorificarla.

Per dare senso ad una vita – la tua – non occorre coltivare, filo a filo, sovraterrene speranze o proiettare in cielo teleologiche architetture con la consistenza delle nuvole.
Ti basta respirare tutta la bellezza che sei in grado di creare e percepire in questo preciso istante. E, a ben guardare, è sempre questo preciso istante.
Quella splendente, struggente bellezza che germina per vibrazione accidentale dal vuoto, quell’abissale, silente vuotezza che di tutte le cose partecipa al di là del tempo e dello spazio.
Quel pozzo senza fondo che è anche la tua anima e da cui tu – come solo tu sai fare – distillerai bellezza a petali, a sguardi, a tocchi, a sospiri. Intelligenza dell’occhio, intelligenza della mano, intelligenza del respiro.
Se proverai a fermarlo questo istante, lo perderai. Ma – tu proprio tu – hai la possibilità, vivendolo, di glorificarlo.
da Quaggiù e altri scritti di Chico Xavier Pilado, Conversando con Ely

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La sfida mortale dell’enigma


Edipo e la Sfinge

G. Colli, La nascita della filosofia, Adelphi, Milano 1988, p.49-51

Attraverso l’oracolo, Apollo impone all’uomo la moderazione , mentre lui stesso è smoderato, lo esorta al controllo di sé, mentre lui si manifesta attraverso un “pathos” incontrollato: con ciò il dio sfida l’uomo, lo provoca, lo istiga quasi a disobbidirgli. Tale ambiguità si imprime nella parola dell’oracolo, ne fa un enigma . L’oscurità paurosa del responso allude al divario tra mondo umano e divino. […] Ma sin da epoca antichissima l’enigma tende a staccarsi dalla divinazione. L’esempio più celebre è fornito dal tenebroso mito tebano della Sfinge. Anche qui l’enigma sorge dalla crudeltà di un dio, dalla sua malevolenza verso gli uomini. La tradizione è incerta se sia stata Hera, oppure Apollo, a mandare a Tebe la Sfinge, mostro ibrido che simboleggia l’intrecciarsi di un’animalità feroce alla vita umana. La Sfinge impone ai Tebani la sfida mortale del dio, formula l’enigma sulle tre età dell’uomo. Solo chi scioglie l’enigma può salvare se stesso e la città: la conoscenza è l’istanza ultima, rispetto a cui si combatte la lotta suprema dell’uomo. L’arma decisiva è la sapienza . E la lotta è mortale: chi non risolve l’enigma è divorato o strozzato dalla Sfinge, chi lo risolve – soltanto ad Edipo tocca la vittoria – fa precipitare la Sfinge nell’abisso.

Pubblicato in: filosofia

Dalla follia derivano i beni più grandi


La Pizia, sacerdotessa di Apollo a Delfi

Platone, Fedro, 244 A – B

Invece, i beni più grandi ci provengono mediante la follia (manìa) che ci viene data per concessione divina.
Infatti, la profetessa di Delfi e le sacerdotesse di Dodona, quando si trovavano in stato di mania, procurarono all’Ellade molti e bei benefici e in privato e in pubblico, mentre, quando si trovavano in stato di senno, ne procurarono pochi o nessuno.

G. Colli, La nascita della filosofia, Adelphi, Milano 1988, p.20-21

È dunque posto in evidenza sin dal principio il collegamento tra “mania” e Apollo . In seguito si distingueranno quattro specie di follia, la profetica, la misterica, la poetica e l’erotica : le ultime due sono varianti delle prime due. La follia profetica e quella misterica sono ispirate da Apollo o da Dioniso (sebbene quest’ultimo non sia nominato da Platone). Nel Fedro in primo piano sta la “mania” profetica, al punto che la natura divina e decisiva della “mania” è testimoniata per Platone dal costituire il fondamento del culto delfico . Platone appoggia il suo giudizio con un’etimologia: la “mantica”, cioè l’arte della divinazione , deriva da “mania”, ne è l’espressione più autentica. Quindi la prospettiva di Nietzsche non solo dev’essere estesa, ma anche modificata. Apollo non è il dio della misura, dell’armonia, ma dell’invasamento, della follia. Nietzsche considera la follia come pertinente al solo Dioniso, e inoltre la circoscrive come ebbrezza. Qui un testimone del peso di Platone ci suggerisce invece che Apollo e Dioniso hanno un’affinità fondamentale, proprio sul terreno della “mania”; congiunti, essi esauriscono la sfera della follia, e non mancano appoggi per formulare l’ipotesi – attribuendo la parola e la conoscenza ad Apollo e ’immediatezza della vita a Dioniso – che la follia poetica sia opera del primo, e quella erotica del secondo.
Concludendo, se una ricerca delle origini della sapienza nella Grecia arcaica ci porta in direzione dell’oracolo delfico, della significazione complessa del dio Apollo, la “mania” ci si presenta come ancora più primordiale, come sfondo del fenomeno della divinazione. La follia è la matrice della sapienza.

Pubblicato in: filosofia

La filosofia come “recupero” della sapienza


Il santuario di Apollo a Delfi

G. Colli, La nascita della filosofia, Adelphi, Milano 1988, p.13-14

Le origini della filosofia greca, e quindi dell’intero pensiero occidentale, sono misteriose. Secondo la tradizione erudita, la filosofia nasce con Talete e Anassimandro: le sue origini più lontane sono state cercate nell’Ottocento, in favolosi contatti con le culture orientali, con il pensiero egiziano e quello indiano. Per questa via non si è potuto accertare nulla, e ci si è accontentati di stabilire analogie e parallelismi . In realtà il tempo delle origini della filosofia greca è assai più vicino a noi. Platone chiama “filosofia”, amore della sapienza, la propria ricerca, la propria attività educativa, legata ad un’espressione scritta, alla forma letteraria del dialogo . E Platone guarda con venerazione al passato, a un mondo in cui erano esistiti davvero i “sapienti”. D’altra parte la filosofia posteriore, la nostra filosofia, non è altro che una continuazione, uno sviluppo della forma letteraria introdotta da Platone; eppure quest’ultima sorge come un fenomeno di decadenza, in quanto “l’amore della sapienza” sta più in basso della “sapienza”. Amore della sapienza non significava infatti, per Platone, aspirazione a qualcosa di mai raggiunto, bensì tendenza a recuperare quello che già era stato realizzato e vissuto .

Pubblicato in: amore filosofico, filosofia

È Eros a muovere il filosofo


Canova, Eros e Psyche

Platone, Simposio, 201d–204c

Adesso ti lascerò un po’ in pace. Ecco il discorso su Eros che ho ascoltato un giorno da una donna di Mantinea, Diotima, molto competente su questo come su tanti altri argomenti. Fu lei che una volta, prima della peste, fece fare agli Ateniesi quei sacrifici che ritardarono di dieci anni l’epidemia. Proprio lei mi ha fatto capire molte cose su Eros.

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Pubblicato in: filosofia

Filosofare come rimedio contro il terrore della vita


E. Severino, La filosofia contemporanea, Rizzoli, Milano 1986, p.7

Riprendendo uno spunto di Platone, Aristotele dice che gli uomini sono spinti a filosofare dalla “meraviglia”: dalla “meraviglia” che essi provano quando, di fronte agli accadimenti del mondo, ne ignorano le “cause” . Cercano quindi la filosofia per sé stessa, perché vogliono conoscere; non perché intendano servirsi della filosofia in vista di qualche vantaggio .
Tuttavia la parola greca thàuma, che traduciamo con “meraviglia”, ha un significato molto più intenso: indica anche lo stupore attonito di fronte a ciò che è strano, imprevedibile, orrendo, mostruoso . Se infatti non si conoscono le “cause” di ciò che accade – se ciò che accade non rientra nella spiegazione del mondo della quale l’uomo di volta in volta si trova in possesso – allora l’accadimento delle cose è l’inquietante e diventa la fonte di ogni terrore e di ogni angoscia. E anche di ogni dolore, perché la sofferenza è insopportabile quando non è spiegabile e si avventa sull’uomo, imprevedibile e senza ragioni .
Affermando che la filosofia nasce dalla meraviglia, Aristotele intende dire (anche se evita di sottolinearlo) che la filosofia nasce dal terrore provocato dall’imprevedibilità del divenire della vita. Conoscendo le “cause” del divenire, la filosofia rende prevedibile l’imprevedibile, lo inserisce nella spiegazione stabile del senso del mondo, e quindi appronta il rimedio contro il terrore della vita.