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Struttura e funzionamento di un Dialogo socratico


Testo realizzato attraverso la traduzione liberamente riadattata ed integrata dell’articolo The Structure and Function of a Socratic Dialogue di Lou Marinoff, tratto dal sito http://www.appa.edu Copyright © 1999-2006, American Philosophical Practitioners Association, Inc. All rights reserved

1. Che cos’è un Dialogo socratico?
2. Il Metodo del Dialogo
3. La Struttura del Dialogo
4. Come prepararsi per un Dialogo
5. Ricapitolando…
6. Sitografia
7. Bibliografia

1. Che cos’è un Dialogo socratico?
Il Dialogo socratico è una pratica filosofica comunitaria basata su un metodo formale, ispirato dall’opera del filosofo tedesco Leonard Nelson (1882-1927). In genere, è organizzato all’interno di un piccolo gruppo di persone – tra le 5 e le 10 – (studenti, colleghi di lavoro, appassionati di filosofia, ecc.), guidato da un filosofo che funge da facilitatore. Scopo del Dialogo è ricercare, comunitariamente, una risposta condivisa – per quanto aperta e problematica – ad una domanda di tipo universale (per esempio: “che cos’è la felicità”?, “cos’è l’onestà?”, “come si può volgere in positivo un conflitto?”, “qual’è la natura del dolore?”, “su quali principi dovrebbe basarsi il rapporto tra colleghi?”, “qual è lo scopo dell’educazione?”, ecc.).
Il “Dialogo socratico” non dev’essere confuso con il cosiddetto “metodo socratico” (elenchos) sviluppato ed illustrato da Platone nei suoi Dialoghi. Pur ispirandosi in termini storico-filosofici alla tradizione socratico-platonica, la moderna pratica del “Dialogo socratico” ha proprie peculiarità. Se nei Dialoghi il personaggio Socrate, in molti casi (soprattutto nei cosiddetti “dialoghi aporetici”), aiuta o forza i suoi interlocutori a scoprire le contraddizioni implicite nei loro assunti di partenza, di contro, il Dialogo socratico viene svolto con comunanza d’intenti all’interno di una compagnia di individui interessati e opportunamente motivati a darsi ragione di un concetto generale, attraverso un’accurata indagine di cosa esso sia o non sia.

2. Il metodo del Dialogo
Il metodo del Dialogo socratico dovrebbe essere di per sé tanto gratificante per i partecipanti quanto elevati sono gli obiettivi che ci si propone. Il coinvolgimento di tutti a livello comunitario è determinante per la buona riuscita della pratica. Il gruppo è stimolato a prendere delle decisioni fondate sul consenso, che rappresenta, a differenza di altre più diffuse modalità relazionali, la caratteristica distintiva di questa pratica. Innanzitutto, poiché il Dialogo socratico non è né un dibattito, né una controversia, né una qualche altra forma di competizione dialogica, non prevede né vinti, né vincitori. Non è il singolo individuo, ma l’intero gruppo ad avere successo o a fallire nell’intento di raggiungere una conclusione accettabile in un tempo prestabilito, ed ogni fase di questo processo, ogni obiettivo intermedio è centrato soltanto attraverso il consenso. Si tratta, insomma, di un vero e proprio gioco di squadra, in cui la dimensione comunitaria è fondamentale e fondante. Tant’è che ogni domanda, dubbio, intuizione, osservazione, obiezione o ragionamento offerto da ogni singolo partecipante viene preso in considerazione ed esaminato dall’intero gruppo, fintantoché ciascuno non si senta soddisfatto di quanto deliberato.
Il metodo della ricerca del consenso, attraverso un confronto dialogico autentico ed aperto all’Altro, in cui ciascuno si mette in gioco in prima persona – consenso che porta all’assunzione individuale e collettiva di responsabilità nei riguardi della decisione finale presa dal gruppo sulla questione di partenza – si contrappone, evidentemente, ad altre ben note modalità relazionali di gruppo. Un dibattito, ad esempio, può servire ad esercitare la prontezza di spirito, le abilità retoriche e il potere di persuasione, ma coloro che sono coinvolti nel dibattito si trovano “imprigionati” in un contesto relazionale che li obbliga spesso a vincere o a perdere difendendo tesi che loro stessi avvertono per primi come imperfette, fallaci o, peggio, deleterie. In altre parole, la situazione non consente loro di lavorare sulle imperfezioni o sulle aporie contenute nei loro assunti, mettendo a fuoco tesi ulteriori e progredendo nella ricerca. Una votazione democratica può esser utile a rivelare l’opinione della maggioranza, ma i votanti raramente si interrogano a fondo sull’essenza delle questioni in gioco. E non sempre l’opinione della maggioranza coincide con il miglior argomento o con la migliore soluzione al problema. Una catena di comando basata su una rigida gerarchia, come nell’esercito o nella burocrazia, è utile a far rispettare degli ordini o delle direttive di rilevanza sociale o politica, ma, va da sé, tali ordini o tali direttive non possono essere sottoposte ad analisi, né messe in discussione per esser partecipate. E a prendere le decisioni o ad emanare normative e divieti nella vita accademica o in quella politica sono le cosiddette commissioni, ristretti gruppi di persone precostituiti all’uopo, che sovente – come è noto – sono caratterizzate in negativo da disaccordi interni, acrimonie, scenari da “terzo-uomo”, e altri compromessi insoddisfacenti o finanche nocivi. Difficile meravigliarsi, pertanto, che i metodi applicati per prendere una decisione, in questi casi, tendano a produrre discordia piuttosto che un armonioso accordo, a produrre fazioni e partiti contrapposti piuttosto che condivisione e partecipazione generalizzata, “particolari” in luogo di “universali”. La ricerca della verità è costantemente sacrificata alla logica dell’espediente, del machiavello; il consenso è ostacolato dal continuo, spesso pretestuoso, prender tempo. Tali approcci metodologici evidenziano difetti e lacune incolmabili che producono frustrazione, adattamento forzato, abulia. Al contrario, il Dialogo socratico anticipa il dissenso, concedendogli lo spazio che merita, e attraverso l’esame e il confronto delle varie posizioni alternative, produce infine una forma di consenso che soddisfa i partecipanti.
Il metodo del consenso, dunque, esclude le più comuni e grossolane imperfezioni che caratterizzano le altre forme di relazione. Sono le virtù della pazienza, della tolleranza, dell’attenzione, della meditazione e del confronto civile a prevalere. Ma al contempo vi è modo di lasciar sgorgare e fluire le proprie emozioni, di dar loro corpo smussandone i tratti più taglienti in un contesto allargato di dinamiche relazionali dal sicuro effetto catartico. Nel momento in cui i partecipanti ad un Dialogo socratico entrano nel vivo di tale processo, sviluppando reciprocità e sintonia, iniziano a rendersi conto, pian piano, che questa volta non hanno a che fare con un dibattito, che la polemica non è necessaria, la volontà di prevaricare il prossimo è bandita, non ci sono in gioco elezioni, né gerarchie, né interessi di partito. Si tratta, invece, di una ricerca cooperativa volta all’individuazione di una verità universale, che deve emergere, quanto più possibile, attraverso il lavoro di gruppo. Sotto questo profilo il Dialogo socratico assomiglia al lavoro di studio e di deliberazione che viene svolto in tribunale da una giuria popolare. All’interno di una giuria gli sforzi dei singoli componenti sono volti alla ricerca del consenso, e alla deliberazione finale si giunge soltanto dopo un lungo e complesso dibattimento. I giudici popolari sono tenuti ad esprimersi oltre ogni ragionevole dubbio, dopo aver passato in rassegna, analizzato e soppesato gli aspetti più salienti del caso: lo stesso devono fare i membri della comunità di ricerca, prima di formulare ed articolare una definizione universale, al termine del Dialogo socratico.
Sin qui le analogie. Anche le differenze, d’altra parte, appaiono manifeste: nel Dialogo socratico non si sta giudicando una persona, ma indagando una verità universale. I partecipanti, pertanto, sono legati tra loro da condizioni e norme di natura completamente diversa: non quelle della legge, bensì quelle del discorso razionale. Sarà lo stesso gruppo a presentare le prove e a decidere quale prova è più opportuno passare al vaglio della ragione. Non si presenteranno testimoni esterni alla comunità, ma ciascuno, a tempo debito, sarà chiamato a testimoniare direttamente e a svolgere una disamina della sua e dell’altrui testimonianza. Al contrario di una giuria che formula la sua deliberazione all’interno del consesso processuale senza di fatto avere il potere di emanare la sentenza, il Dialogo socratico produce attivamente sia l’equivalente del processo che del verdetto finale. Sotto questo aspetto, la pratica filosofica è completamente autonoma e fine a se stessa.
Il Dialogo socratico prevede tre livelli (o ordini) di discorso: innanzitutto, il discorso rappresentato dal dialogo in sé e per sé; in secondo luogo, quello strategico intorno alla direzione o alla forma da dare al dialogo; in terzo luogo, il meta-discorso intorno alle regole che lo governano. Il filosofo, in quanto facilitatore, non dà alcun contributo al primo ordine di discorso: si limita semplicemente ad annotare quanto emerge dal dialogo fase per fase, sulla falsariga della struttura prestabilita (vedi sotto). Per quanto concerne il secondo livello discorsivo, quello propriamente strategico, recita comunque un ruolo minimale: giacché gli è consentito, su richiesta, offrire alcuni suggerimenti intorno alle fondamentali strategie da adottare. È nell’ambito del terzo ordine, il meta-dialogo, che esplica attivamente la sua funzione. Si può ricorrere al meta-dialogo in ogni momento, su sollecitazione di un membro del gruppo che abbia bisogno di un chiarimento riguardo alle regole o a qualsiasi altra questione connessa al funzionamento generale del dialogo. Il facilitatore ha la responsabilità di fornire risposte precise e circostanziate a domande di natura meta-dialogica. Gli è consentito, inoltre, interrompere i lavori e dare vita ad un momento di riflessione meta-dialogica, qualora a suo giudizio alcuni passaggi procedurali richiedano ulteriori chiarificazioni. In tal modo, il filosofo-facilitatore assomiglia ad un direttore d’orchestra: non dà un contributo esplicito alla sinfonia, unendo la sua voce al coro strumentale, ma fa risuonare la sua meta-voce nel condurre ed armonizzare la performance complessiva del gruppo.

3. La Struttura del Dialogo
La struttura del Dialogo socratico è tipicamente simmetrica. Può esser paragonata alla forma di una clessidra, più larga in cima e sul fondo e più stretta al centro. Si comincia dalla sommità, prendendo in considerazione una domanda di carattere universale (ad esempio, “che cos’è l’onestà?”). Il tema può scaturire naturalmente dal gruppo, a seconda delle circostanze. Un gruppo di dipendenti ospedalieri, medici, psicologi, infermieri, portantini, per esempio, potrebbe sentire l’esigenza di interrogarsi intorno al significato del dolore o della sofferenza all’interno della struttura sanitaria. Oppure, uno staff di insegnanti porsi la domanda: “che cosa significa formare o educare?”. Quando la domanda non è immediatamente chiara e a portata di mano – il gruppo magari è composto da elementi eterogenei quanto a professione, interessi, cultura – il filosofo-facilitatore sollecita i partecipanti, uno dopo l’altro, a proporre una questione, da scegliere in base alla sua rilevanza o urgenza sul piano personale o sociale. Dopo averle annotate su un taccuino o su una lavagna, le sottopone al giudizio del gruppo affinché deliberi in merito alle varie proposte ed eventualmente le mette ai voti.
Individuato l’universale da sottoporre ad esame, ciascun membro del gruppo è invitato a raccontare un esempio tratto dalla propria particolare esperienza, atto ad incarnare o altrimenti ad illustrare tale universale. Il gruppo può liberamente indagare le varie storie proposte, ponendo, di volta in volta, domande chiarificatrici alla voce narrante. Gli esempi dovrebbero essere portati in prima persona ed avere una forte rilevanza autobiografica. È importante, inoltre, che la narrazione sia breve e concisa (la durata di ciascun intervento va stabilita preliminarmente, cinque o dieci minuti al massimo, a seconda della disponibilità di tempo complessiva), quanto più possibile semplice, lineare e scevra di particolare carica emotiva. Non bisogna dimenticarsi, infatti, che anche gli esempi apparentemente più elementari possono risultare estremamente complessi se sottoposti al fuoco dell’analisi dialogica.
A questo punto, il gruppo è chiamato a scegliere, tra le narrazioni proposte, quella che appare più interessante e significativa per il proseguo del dialogo, ovvero per l’individuazione di una definizione condivisa dell’universale in questione. L’esempio prescelto diventerà il principale veicolo per il successivo processo dialogico. Il suo autore è chiamato ad offrire al gruppo una relazione quanto più dettagliata possibile del caso proposto, che sarà soggetto, passo dopo passo, ad una serie di domande da parte del gruppo, al fine di elaborare e comprendere a fondo il senso della narrazione, in tutti i suoi molteplici aspetti. Il facilitatore ha il compito di trascrivere, paragrafare ed evidenziare ogni passaggio del racconto, cosicché il gruppo possa avere sotto mano una “storia scritta” da poter eventualmente consultare.
Il gruppo è chiamato, quindi, a specificare e delimitare il punto esatto della narrazione in cui l’universale si manifesta e prende corpo. Se la questione in ballo fosse “che cos’è l’onestà?”, in tal caso il gruppo dovrebbe essere in grado di determinare con esattezza il passaggio narrativo che contiene l’idea di “onestà”, le sue eventuali occorrenze, gli elementi narrativi che alludono ad essa e i possibili collegamenti interni.
Procedendo innanzi, il gruppo deve arrivare a dare una definizione di “onestà” che descriva adeguatamente ciò che è stato individuato all’interno del racconto. L’articolazione di tale definizione, sempre ottenuta in maniera consensuale, conduce il gruppo al punto più “stretto” della struttura a clessidra. L’universale da cui si era partiti è stato, per così dire, “particolarizzato”. Si giunge così al punto mediano della struttura concettuale del dialogo – e, grosso modo, a metà della sua scansione temporale complessiva.
Da questo punto in poi il dialogo inizia ad allargarsi. Il lavoro di definizione viene ri-applicato a ciascuno degli esempi precedentemente narrati, trascritti e messi a disposizione del gruppo, ma non ancora elaborati. Se la definizione è davvero universale, allora – per controprova – dovrebbe adattarsi alle varie narrazioni. In caso contrario, occorre apportare le necessarie modifiche attraverso successive rielaborazioni.
Nell’ultima fase, collocata verso il fondo della clessidra, il gruppo cercherà di immaginare eventuali contro-esempi, atti a confutare o falsificare la definizione sulla quale si era precedentemente accordato. Se è il caso, c’è ancora spazio per ulteriori modifiche o ritocchi; altrimenti, il procedimento può dirsi concluso con successo.

4. Come prepararsi per un Dialogo
Per partecipare ad un Dialogo socratico non è affatto necessario essere filosofi laureati, possedere titoli accademici o nozioni più o meno approfondite di filosofia. A rendere affascinante il Dialogo socratico è proprio il fatto che vi possa partecipare chiunque abbia voglia di mettersi in gioco in modo autentico e sincero, e sia disposto a ricercare una verità universale radicandola a fondo nella sua concreta e particolare esperienza di vita. Lo scopo del Dialogo è proprio quello di raggiungere l’universale partendo dal particolare. Ma non è previsto alcun riferimento preliminare alla letteratura filosofica, né occorre esplicitarlo durante lo svolgimento della pratica. La questione posta all’inizio non si affronta citando il pensiero di Nietzsche o di Platone al riguardo, bensì discutendo ed analizzando quanto i membri del gruppo hanno realmente sperimentato in prima persona. Tutti noi abbiamo fatto esperienza e rechiamo insita la capacità di pensare con la nostra testa. In un Dialogo socratico non è ammissibile alcun richiamo a pubblicazioni scientifiche o letterarie: il riferimento all’esperienza di ciascuno è ragione necessaria e sufficiente al fine che ci si prefigge. Nel regno delle arti filosofiche, la sintesi dell’esperienza plurale del gruppo può di fatto arrivare a conquistare un di più di verità – e quindi una più vasta universalità – rispetto alla ruminazione del singolo intelletto, non importa quanto fine e profondo esso sia. Il Dialogo è una sinfonia, non un assolo. Quindi il miglior modo per prepararsi ad esso consiste nel mantenere la mente aperta e nel coltivare la propria disposizione interiore al confronto e alla ricerca, sforzandosi di arricchire il lavoro comunitario con esempi appropriati ed illuminanti (scegliendoli con cura preliminarmente, sempre che l’argomento del Dialogo sia già noto ai suoi partecipanti).

5. Ricapitolando…

La Domanda
Le migliori domande sono quelle espresse nella forma: “che cos’è X?”. Ad esempio le domande: “che cos’è l’onestà?”, “che cos’è la felicità?”, “che cos’è la libertà?”, oppure “che cos’è la giustizia?”, sono decisamente indicate per un Dialogo socratico. Il gruppo è invitato a selezionare la sua domanda il prima possibile, consultandosi, se necessario, con il facilitatore.

Gli Esempi
Una volta che si è scelta la domanda, ciascun membro del gruppo dovrebbe pensare ad un esempio tratto dalla sua esperienza personale che metta in luce o personifichi l’universale che si sta ricercando. Ripeto, un esempio appropriato dovrebbe avere le seguenti caratteristiche: essere concluso, a tutto tondo, in uno ridotto spazio di tempo; la sua narrazione non dovrebbe essere eccessivamente emotiva, sia nella forma che nel contenuto, per non ostacolare la successiva analisi razionale; essere il più breve e semplice possibile; essere portato in prima persona e riguardare specificamente l’universale che si sta indagando, con la disponibilità da parte del narrante di rispondere dettagliatamente alle eventuali domande che il gruppo gli rivolgerà. Per questo, sarebbe meglio che i partecipanti scegliessero in anticipo i loro esempi.

Le Regole generali
Se il facilitatore ha la responsabilità di guidare il gruppo attraverso le varie fasi del Dialogo, ciascun partecipante è tenuto a rispettare le seguenti regole, le sole atte a garantire un’esperienza intensa e gratificante.
1. Esprimere i propri dubbi
2. Ascoltare con attenzione e rispetto gli altri
3. Evitare assolutamente i monologhi
4. Non fare domande ipotetiche
5. Non citare né fare riferimento a pubblicazioni di alcun genere
6. Sforzarsi di mirare al consenso

Criteri per un buon esempio
1. Basarsi sulla propria esperienza personale
2. Narrarlo in un periodo di tempo limitato
3. Narrarlo in maniera non troppo emotiva
4. Breve e conciso
5. Semplice
6. Essere disponibili a rispondere alle domande della comunità

Alcune considerazioni accessorie: spazio, tempi, numero di partecipanti, disposizione del gruppo
Per creare un clima adatto alla riflessione comunitaria, va da sé, è opportuno scegliere una sala sufficientemente spaziosa ed accogliente, né troppo calda, né troppo fredda, al riparo da fonti di rumore eccessive e dal passaggio di estranei.
Elemento di arredo importante (ma non indispensabile) potrebbe essere un tavolo, sufficientemente grande da accogliere i partecipanti, con un numero congruo di sedie.
I partecipanti, in genere, non dovrebbero superare la decina o la dozzina, più il filosofo-facilitatore. Un numero maggiore renderebbe più dispersiva la sessione di Dialogo socratico.
La scansione dei tempi, naturalmente, è un fattore fondamentale. Il facilitatore dovrà far sì che ogni fase del Dialogo rimanga entro i limiti di tempo prestabiliti, informando preventivamente il gruppo ed intervenendo durante i lavori, se necessario.
In genere, si dovrebbe avere a disposizione un orizzonte temporale abbastanza lungo, senza interruzioni di sorta: una giornata di lavoro, mattina e pomeriggio (con un breve spuntino), sarebbe l’ideale. Nel caso si renda necessario dividere il Dialogo in più incontri, le riunioni successive (due o tre) andrebbero fissate il prima possibile. Indispensabile, in tal caso, la sintesi scritta che il facilitatore va compilando durante le varie fasi del Dialogo, che sarà brevemente riesaminata dai partecipanti all’inizio di ciascun incontro.
La disposizione del gruppo dovrebbe essere in circolo, onde facilitare lo scambio dialogico e la comunicazione non verbale.

Sitografia
http://www.filosofare.org/pf/mcd/B6.htm
La comunità di pratica fucina del sapere di Alessandro Volpone
su http://www.filosofare.org
http://www.filosofare.org/pf/orientamento/excursus.htm
Excursus sulle Pratiche filosofiche
http://www.viterbo.edu/analytic/Vol.26%20No.%201/ethics%20in%20dialogue.pdf
ANALYTIC TEACHING Vol. 26 No.156 – Ethics and Socratic Dialogue in Civil Society by Patricia Shipley and Heidi Mason (eds) – Munster, LIT Verlag, 2004, pp. 234 – Review by Sarah Davey
http://www.appa.edu/groupfacil.htm
The Structure and Function of a Socratic Dialogue by Lou Marinoff
nel sito della American Philosophical Practitioners Association
http://www.philodialogue.com/Authenticity.htm
Authenticity: Is it possible to be authentic? An example of Socratic Dialogue, Conway Hall, London October 21, 2000
http://www.sfcp.org.uk/
SFCP – Society for the Furtherance of the Critical Philosophy
http://www.sfcp.org.uk/introduction.htm
The Socratic Method and education by Rene Saran and Barbara Neisser
http://www.friesian.com/method.htm
The Socratic Method, Die sokratische Methode by Leonard Nelson, translated by Thomas K. Brown III
in http://www.friesian.com/
The Project of the Friesian School
http://www.modernsocratic.com/
Sito web della Modern Socratic Dialogue Organization
http://www.pantaneto.co.uk/issue10/vanhooft.htm
Socratic Dialogue as Collegial Reasoning by Stan Van Hooft
http://www.consulentefilosofico.it/pubblicazioni/IL%20FILOSOFO%20PRATICANTE%20UN%20PARADIGMA%20PROFESSIONALE.pdf
Il filosofo praticante: un paradigma professionale dallo studio del consulente ai banchi di scuola di Francesco Dipalo

Bibliografia
• NELSON L., Socratic Method and Critical Philosophy, Dover, New York 1965
• NELSON L., Die sokratische Methode, Vortrag gehalten am 11. Dezember 1922 in der Pädagogischen Gesellschaft in Göttingen, Verlag “Öffentliches Leben”, Göttingen 1929; Vorwort von G. Raupach-Strey in Zusammenarbeit mit der Philosophisch-Politischen Akademie, Weber – Zucht & Co., Kassel-Bettenhausen 1987, Kassel, 19962.
• NELSON L., Gesammelte Schriften, Felix Meiner, Hamburg, 1970
• POLLASTRI N., Il pensiero e la vita, Apogeo, Milano, 2004
• Socratic Dialogue, the Humanities and the Art of the Question Mitchell Arts and Humanities in Higher Education.2006; 5: 181-197
• SHIPLEY P., MASON H., Ethics and Socratic Dialogue in Civil Society, LIT Verlag (Munster) 2004
• SFCP and PPA, Enquiring Minds – Socratic Dialogue in Education, (2004) Trentham Books

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Autore:

Ho studiato filosofia presso l'Università degli Studi di Roma “La Sapienza” e mi sono laureato nell'aprile del 1990, relatore il prof. Gabriele Giannantoni, con una tesi in storia della filosofia antica intitolata "Vivere significa morire: analisi di alcuni frammenti eraclitei". Sono socio della SFI - Società Filosofica Italiana di cui curo il sito web. Da alcuni anni mi interesso di Pratiche Filosofiche e Consulenza Filosofica, collaborando con riviste scientifiche del settore, sulle quali ho all'attivo decine di pubblicazioni. Dal 2004 svolgo la professione di Consulente Filosofico e ho promosso una serie di iniziative filosofiche (Caffè Philo, Dialogo Socratico, Seminari di gruppo) aperte al pubblico. Nel giugno del 2005 ho partecipato come relatore al convegno "Pratiche filosofiche e cura di sé" presso l'Università di Venezia "Cà Foscari". Tra il settembre 2006 e il giugno 2007 ho curato il ciclo di seminari "La filosofia come arte di vivere" presso la Biblioteca Comunale di Rieti "Paroniana" con il beneplacito dell'Assessorato alla Cultura del Comune di Rieti. Nell'anno accademico 2006-2007 sono stato docente a contratto per il master in Consulenza Filosofica attivato presso l'Università di Roma3. Attualmente insegno filosofia e storia presso il Liceo "I. Vian" di Bracciano (Liceo Classico sezione X).