Pubblicato in: zendo

Kosmoszen: Manifesto sullo zen d’Occidente


Questo articolo a cura del Centro Zen di Vicenza mi pare un ottimo punto di partenza per una comune riflessione che metta in dialogo la pratica Zen con la tradizione filosofica occidentale. Un dialogo che non vuole essere di stampo “intellettuale” o “accademico”, ma per l’appunto “pratico”, ovvero inerente alla “pratica”. Perché sono convinto che gioverebbe molto provare ad utilizzare testi della tradizione filosofica occidentale per meditare, riflettere, allargare ulteriormente i nostri orizzonti. È un lavoro ancora tutto da fare. Mi piacerebbe metterci mano quanto prima.

Un loto

Kosmoszen 1 – Manifesto sullo zen d’Occidente

Vorremmo proporre un punto e a capo nello stato delle cose della nostra pratica spirituale. Dove, il punto, potrebbe essere rappresentato da questo precisa accezione di spirito: kosmos, al modo della lingua greca, ovvero cosmo e l’ordine che lo tiene. Mentre l’a-capo, sarà sicuramente quel senso di ricominciamento da cui il senso di manifesto di questo scritto.

Quando diciamo pratica spirituale non parliamo di una parte di noi, una fetta del nostro vivere, quanto di tutto il nostro vivere – che appunto è cosmo – e – inscindibilmente insieme – dell’armonica bellezza di questo vivere stesso – che appunto è l’ordine che lo tiene – Non, perciò, uno spirito a cui farà da contrappeso un corpo, quanto la piena armonia di un essere che, proprio perché così intimamente kosmos, – cosmo e ordine – è ciò che è.

Prendendo a modello uno degli infiniti esseri che fanno questo kosmos, l’essere umano, eccolo unità di processi fisici e non fisici, battito cardiaco e processi mentali, corpo-mente-cuore. Nessun dualismo, dunque, nessuna contrapposizione, poiché niente nei processi vitali è contrapposto ad alcunché. La vita è fluida ed ha una sola legge: tutto cambia. E in questo tutto che cambia ogni cosa trova il proprio equilibrio.

Proveniamo dal continente buddhista, dalla casa Zen, e la convinzione a cui sempre più perveniamo è che non vi è garanzia alla sincerità del cammino di ognuno; figurarsi a cercarla affidandosi alla sola venerabilità della tradizione! Niente da dire sulla tradizione in quanto tale, a patto che sia quello che è: narrazione storica per intendere quel che è avvenuto. Niente di più e niente di meno. Ad un fiore che si voglia far attecchire nel nostro giardino, pur essendo quello che la propria linea di tradizione l’ha fatto, interessa poco sapere quanto – su quelle determinate montagne o splendide valli – era rigoglioso; o il kosmos rappresentato dal nostro giardino verifica tutte le condizioni necessarie a quella esistenza, oppure il nostro fiore dovrà modificarsi per non morire. Si chiama incubazione; si chiama attecchimento; si chiama dar vita ai morti.

Ora questo fiore chiamato buddhismo è giunto nel nostro giardino. Sono almeno trent’anni che vi è giunto. Ed ecco che, per lo più, non si sa bene ancora che farne tranne che la cosa più semplice ma, a noi sembra, più inattuale e inefficace: continuare come se niente fosse con le tradizioni di provenienza!

Pure, ogni storia culturale e spirituale è lì per dirci che, forse, c’è una riflessione da compiere e, per quanto riguarda il solco che ci interessa, quello Zen, è del tutto assodato l’originale innesto – sul corpo del buddhismo indiano – di tesi taoiste.[1] È perciò solo a causa della pervicace miopia degli uomini che, oggi, non si ha percezione nettissima del fatto che, se siamo qua a parlare di Zen, è proprio perché quegli uomini in Cina non fecero – come fin qui noi – finta di niente!

Diciamo meglio. Ci pare evidente e perfettamente in luce come, nei confronti delle tradizioni di provenienza di ogni insegnamento, sia solo in modo assai superficiale applicabile il quesito continuità o rottura; dovendosi piuttosto mettersi in esercizio l’applicabile continuità e rottura. Il primo approccio, difatti, che stiamo vedendo immobilizzare non pochi centri di pratica a partire dai loro insegnanti, è per sua natura di matrice concettuale e di ordine moralistico, in quanto mette in scena l’ipotesi di una scelta che, di per se stessa, escluderebbe l’altra [2]; il secondo approccio è, invece, frutto sperimentale della nostra vita e opere. Ciò vorrà dire, per noi, che a partire dal fuoco vivo della pratica dello zazen, non trascureremo l’aspetto della continuità studiando ed investigando opere e pensiero dei patriarchi ma, pure e necessariamente, opereremo sul versante della rottura per tutto quanto concernerà le modalità fattuali dell’apprendimento, fino al senso da dare alla figura del maestro e della trasmissione.

Ci sembra di poter applicare, a questo nostro sforzo, che da qui fa il suo primo passo, un’opportuna metafora attribuita all’insegnamento di Buddha Sakyamuni. Si tratta della candela che ne accende un’altra. Ebbene: come si applica qui il nesso continuità/rottura? Non si potrà argomentare che si rifiuta l’aspetto tradizionale poiché è ciò che accende la seconda candela ma, neanche, che indifferentemente si continua come se ciò che arde ora non fosse un’altra candela. Ecco, dipenderà dalla cera di questa seconda candela – che siamo noi e il kosmos d’occidente dove la luce tenta d’illuminare – la sorte dell’insegnamento.

Ma ricominciamo dagli inizi. Dallo sbalorditivo incipit di Giovanni:

In principio era il Logos, il Logos era presso Dio e il Logos era Dio (Gv 1,1-18)

Era percezione chiara dei Padri della Chiesa come il logos giovanneo in nulla differisse da quello proclamato da Eraclito (VI-V), il filosofo di Efeso. Efeso in cui, secondo la tradizione, proprio fu redatto quel vangelo che da allora sarà detto di Giovanni.

Pensiero greco presocratico ed avvio della predicazione cristiana, dunque: torna, difatti, e in modo clamoroso, l’identificazione in Meister Eckhart, il maestro domenicano che tanti problemi avrà con la gerarchia ecclesiastica. Dice Eckhart in un suo sermone a proposito di Eraclito:

Uno dei nostri più antichi maestri, che trovò la verità molto tempo prima della nascita di Dio, prima che sorgesse la fede cristiana. [3]

La verità è dunque nata in terra greca e parla così:

Per chi ascolta non me, bensì l’espressione [il Logos], sapienza è riconoscere che tutte le cose sono una sola. [4]

È nostra impressione come, oggi, a duemila anni dall’inizio dell’avventura cristiana e duemilacinquecento da quelle parole greche, sia possibile ricominciare da lì svolgendole con il pettine buddhista.

A partire dal pensiero eracliteo, difatti, ci sembra di cogliere l’identica opportunità che fu dei cinesi dell’epoca del Chan; lì la connessione dovette farsi con le profondità taoiste, qui, oggi, necessariamente con quelle greche. Non ne vediamo altre, del resto.

Se, da un lato, è pacifica l’appropriazione da parte degli evangelisti cristiani delle speculazioni greche, resta da capire meglio cosa fa, del pensiero del logos, un orto così fecondo tanto da far nascere il sospetto che, anche col buddhismo-zen, da lì si debba ripartire.

La parola greca ‘logos‘ significa ‘discorso’, ‘pensiero’, ma in Eraclito essa assume il significato di ‘ragione’, nel duplice senso presente anche nella lingua italiana: motivo profondo per cui qualcosa avviene (la ‘ragione’ di un fatto) e facoltà di comprensione da parte dell’uomo. [5]

Ma, accanto a questa, più comune, folgorante è la lettura che di logos, dà Simone Weil:

Arithmos, numero, e Logos, rapporto, sono usate indifferentemente l’una per l’altra nella tradizione pitagorica. Logos vuol dire parole, ma più ancora rapporto. [6]

Dove la novità sta tutta nel fatto che, oltre che con pensiero, parola, ecc.., traduzione canonica, ecco emergere l’accostamento con rapporto e perciò misura, equilibrio, proporzione,armonia, via di mezzo. Logos, in questo senso, è il Kai del Sandokai di Sekito Kisen! [7]

L’etimologia rimanda, come nel latino lego, al raccogliere elementi altrimenti dispersi. Di più: nomina la relazione tra finito ed infinito. [8] Ebbene il nostro intendimento del sanscrito Dharma, non è poi altra cosa. Da uno qualunque dei nostri testi, trovo la seguente definizione di Dharma:

Letteralmente: “ciò che sostiene”. La legge cosmica. L’Ordine universale; per estensione la Dottrina del Buddha che la predica agli uomini. Il Buddha è lui stesso una emanazione del Dharma. Al plurale e senza la maiuscola iniziale, i dharma designano gli elementi costitutivi dei fenomeni materiali e fisici, sottomessi a questo ordine e percepiti come distinti dalla mente. [9]

Dove ciò che s’impone è l’equivalenza semantica tra Logos come motivo profondo per cui qualcosa avviene (la ‘ragione’ di un fatto), relazione tra finito ed infinito, e Dharma come legge cosmica, ordine universale. Insomma stiamo parlando della stessa radice!

A questo movimento diamo un nome,Zen d’Occidente, ancora una volta non perché contrapposto ad un altro d’Oriente, ma come semplice indicatore di intenzioni. Non è necessario, perciò, né stupirsi né tantomeno scandalizzarsi. D’altra parte, consci dei nostri innumerevoli limiti, non pensiamo d’aver inventato alcunché. Se son rose fioriranno, si usava dire un tempo; ebbene, è proprio così. Appuntamento da qui a dieci anni.

Salvatore Shogaku Sottile

NOTE

[1] Nel 520 d.C., all’arrivo di Bodhidharma (circa 470-543) in Cina, considerato il primo patriarca di ciò che diventerà lo Zen, il buddhismo era studiato e praticato da oltre quattrocento anni. Pure, solo con Hui-Neng, Eno (638-713), sesto patriarca, l’insegnamento attecchì rigoglioso

[2] E qui è tristemente in opera l’amnesia nei confronti, per esempio, della dialettica coincidenza dei contrari propria di Eraclito. Il nesso amo o non amo appartiene difatti a quel che questa coincidenza è divenuta nella storia cristiana, ad eccezione dell’esperienza dei mistici che, difatti, a procurar scandalo, a tutte le latitudini ha rimesso in scena proprio quella coincidenza: E’ del resto la nostra stessa esperienza esistenziale a suggerci che, in effetti, amo e non amo.

[3] Meister Eckhart, Prediche, Mondadori, Milano 1995, pp.11-15

[4] Giorgio Colli, La sapienza greca – vol.III- Eraclito, Adelphi, Milano 1980, p. 21

[5] Marco Vannini, Il volto del dio nascosto, Mondadori, Milano 1999, p.45

[6] Simone Weil, La Grecia e le intuizioni precristiane, Borla, Roma, 1999, pag. 66

[7] Shunryu Suzuki, Rami d’acqua scorrono nell’ombra, Ubaldini, Roma, 2000, pag. 32

[8] Logos per i Greci è essenzialmente il miscuglio del limite e dell’illimitato. Eudosio, citato da Simone Weil, op. cit. pag. 66

[9] Jacques Brosse, I maestri zen, Edizioni Borla, Roma 1999, p. 200

[Fonte: http://www.zendoccidente.org/kosmoszen_1.html]

Autore:

Ho studiato filosofia presso l'Università degli Studi di Roma “La Sapienza” e mi sono laureato nel 1990, relatore il prof. Gabriele Giannantoni, con una tesi in storia della filosofia antica intitolata "Vivere significa morire: analisi di alcuni frammenti eraclitei". Sono socio della SFI - Società Filosofica Italiana di cui curo il sito web. Da alcuni anni mi interesso di Pratiche Filosofiche e Consulenza Filosofica, collaborando con riviste scientifiche del settore, sulle quali ho all'attivo decine di pubblicazioni. Dal 2004 svolgo la professione di Consulente Filosofico e ho promosso una serie di iniziative filosofiche (Caffè Philo, Dialogo Socratico, Seminari di gruppo) aperte al pubblico. Attualmente insegno filosofia e storia presso il Liceo "I. Vian" di Bracciano (Liceo Classico sezione X). Utilizzo la filosofia in pratica sia durante le lezioni ordinarie che in altre "straordinarie" occasioni (passeggiate filosofiche nel bosco, dialoghi socratici a tema, ecc.). A scuola provo a tener aperto uno "sportello" di consulenza filosofica rivolto ai grandi ed ai meno grandi.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...