Pubblicato in: filosofia, pratica filosofica

Il conoscere come puro piacere teoretico e realizzazione della natura umana (Pierre Hadot)


La natura da contemplare: esercizi spirituali e filosofia antica – Antologia di passi scelti (sulla scorta dell’insegnamento di Pierre Hadot) – Parte Prima

Platone, Timeo, 59c-d
Gli altri fenomeni simili non è difficile spiegarli ancora, seguendo la norma della verosimiglianza: e se alcuno, per desiderio di riposo, lasciando i discorsi intorno alle cose, che sono sempre, ed esaminando le ragioni verosimili delle cose generate, prende un piacere senza rimorsi, si potrebbe procacciare nella vita un passatempo moderato e ragionevole.

Aristotele, Parti degli animali, 645a
La natura riserva a chi studia le sue produzioni piaceri meravigliosi, purché sia capace di risalire alle cause e sia veramente filosofo.

Aristotele, Protreptico, B16-B24
Ora gli esseri viventi appartengono, o tutti in generale o almeno i migliori e più nobili, a ciò che è generato dalla natura e in accordo con essa; e non significa nulla se qualcuno invece asserisce che la maggior parte degli animali sarebbe generata contro natura, cioè per far male e provocare danno. Il più nobile degli animali esistenti sulla terra è l’uomo, sicché risulta chiaro che l’uomo è generato per natura e conformemente a natura. Se dunque 1) il fine è sempre migliore della cosa (perché tutto si genera in vista dello scopo e il “ciò per cui” è sempre migliore e il meglio di tutto), se poi 2) il fine conforme a natura è ciò che viene raggiunto per ultimo nel processo del divenire, quando questo si sviluppi con continuità fino al compimento; se inoltre assumiamo 3) che nell’uomo prima giunge a compimento il corpo, e soltanto in seguito ciò che concerne l’anima, e che il compimento di ciò che è migliore è sempre successivo alla sua generazione; se dunque assumiamo che 4) l’anima viene all’essere sempre dopo il corpo, e che a sua volta all’interno dell’anima la facoltà della mente viene all’essere per ultima (poiché vediamo che questa per natura è l’ultima che si origina nell’uomo, e questa è la ragione per cui l’unico bene il cui possesso la vecchiaia reclami); 5) ammesso tutto questo, allora la facoltà della mente è per natura il nostro fine, ed il suo esercizio costituisce lo scopo ultimo in vista di cui siamo nati. Posto che noi siamo stati generati conformemente a natura, è allora anche chiaro che esistiamo per pensare ed imparare. Ed ora domandiamoci per quale fra gli oggetti di pensiero esistenti il dio ci ha prodotti. Quando a Pitagora fu posta questa domanda dagli abitanti di Fliunte, egli rispose: “per osservare il cielo.” Egli usava definirsi un osservatore della natura, e diceva di essere nato per questo scopo. Di Anassagora, poi, si racconta che così abbia risposto alla domanda per quale scopo l’uomo potrebbe augurarsi di nascere e di vivere: “per osservare il cielo, e le stelle in esso, e la luna e il sole”, come se per nulla altro valesse la pena. In accordo con questo argomento, Pitagora avrebbe dunque a ragion veduta affermato che ogni uomo è stato formato dal dio per conoscere e meditare. Se poi l’oggetto di questa conoscenza sia l’ordine del mondo oppure una qualche altra natura, sarà forse da esaminare in seguito; per il momento ci basta, come base, ciò che abbiamo detto. Se cioè conformemente a natura il fine è la facoltà della mente, allora non v’è dubbio che la cosa migliore è di esercitarla. E dunque bisogna fare ogni altra cosa in vista del bene che è presente nell’uomo stesso; e, fra queste cose a loro volta, quelle corporee in vista di quelle dell’anima, e la virtù in vista della facoltà della mente, perché questa è la cosa più alta. Alla stessa meta ci porta quest’altra argomentazione. Dal momento che nella natura tutta domina l’ordine, essa non fa nulla a caso, ma tutto subordina a uno scopo. In quanto essa esclude il caso, si adopera per la realizzazione dello scopo in grado ancor maggiore di ogni arte umana, perché, come già sappiamo, le capacità umane prendono a modello la natura. Poiché per natura l’uomo consta di anima e corpo, e l’anima vale più del corpo, e inoltre ciò che vale meno è sempre subordinato a ciò che è migliore in vista di uno scopo, così il corpo esiste in vista dell’anima. Già sappiamo che l’anima è in parte razionale, in parte invece irrazionale, e che la parte irrazionale ha minor valore; se ne ricava che la parte irrazionale esiste in vista di quella razionale. Alla parte razionale appartiene l’intelligenza; la dimostrazione dunque porta inevitabilmente alla conclusione che tutto esiste in vista dell’intelligenza. L’attività dell’intelligenza è quella di pensare, e il pensare consiste nella contemplazione degli oggetti del pensiero, così come l’attività dell’organo della vista è di vedere gli oggetti visibili. Sono quindi il pensiero e l’intelligenza che rendono ogni altra cosa desiderabile per l’uomo, perché le altre cose sono desiderabili in vista dell’anima, e nell’anima l’intelligenza è ciò che vale di più, e in vista di cui esiste tutto il resto.

Epitteto, Diatribe, I, 6, 19-25
L’uomo, al contrario, Dio l’ha introdotto nel mondo quaggiù per contemplare lui e le sue opere, e non solo per contemplarle, ma anche per interpretarle… La natura si conclude per noi nella contemplazione, nella comprensione, in una vita in armonia con la natura. Badate dunque di non morire senza aver contemplato tutte queste realtà. Voi viaggiate pure fino ad Olimpia per vedere l’opera di Fidia, e tutti quanti pensate che sia una disgrazia morire senza avere visto un simile spettacolo. E là, dove non è necessario viaggiare, poiché avete presso di voi e sotto di gli occhi le opere d’arte, non avrete dunque il desiderio di contemplarle e di comprenderle? Non sentirete dunque chi siete, perché siete nati, qual è il significato dello spettacolo a cui siete stati ammessi?

Lucrezio, Della natura, II, 1034 sgg.
In primo luogo il luminoso e puro colore del cielo
e quanto esso contiene in sé, gli astri vaganti in ogni parte,
e la luna e il sole con lo splendore della luce chiarissima –
se tutte queste cose ora per la prima volta fossero vedute
dai mortali, se d’improvviso si presentassero loro, d’un tratto,
che mai si potrebbe dire meraviglia più grande di esse
o che prima le genti meno osassero credere possibile?
Nulla, io penso: tanto questa vista sarebbe parsa mirabile.
E ora osserva: per la stanchezza di vederlo a sazietà, nessuno
ormai si degna di levare lo sguardo alle volte lucenti del cielo.

Seneca, Questioni naturali, III, prefazione, 18
A questo scopo ci gioverà indagare attentamente la natura. In primo luogo ci allontaneremo da ciò che è ignobile; poi separeremo dal corpo l’anima, che dobbiamo avere sana e grande; poi l’acutezza del nostro pensiero, esercitata con i misteri della natura, non conseguirà risultati inferiori applicandosi a ciò che è chiaro. Ma niente è più chiaro di questi insegnamenti salutari che apprendiamo contro la nostra malvagità e la nostra pazzia, vizi che condanniamo, ma senza rinunciare a essi.

Seneca, Questioni naturali, VI, 4, 2
«Quale vantaggio ne trarremo?», chiedi. Il più grande di tutti: la conoscenza della natura. Infatti, l’affrontare questo argomento, pur avendo in sé molte cose che potranno essere utili, non ha niente di più bello del fatto che con la sua magnificenza avvince l’uomo e che la ricerca viene condotta non in vista di un guadagno, ma per la meraviglia destata da questi fenomeni.

Plutarco, Della tranquillità dell’anima, 20, 477c
E una festa splendida se siamo virtuosi. Il mondo è il più sacro e il più divino di tutti i templi. L’uomo vi è introdotto dalla nascita per essere lo spettatore non già di statue artificiali ed inanimate, ma di quelle immagini sensibili delle essenze intelligibili che sono il sole, la luna, le stelle, i fiumi la cui acqua scorre sempre nuova e la terra che fa crescere l’alimento delle piante e degli animali. Una vita che sia iniziazione a questi misteri e rivelazione perfetta dev’essere colma di lode e di gioia.

Marco Aurelio, A se stesso, III, 2
Occorre far tesoro anche di osservazioni come questa: anche gli elementi accessori dei processi naturali possiedono qualcosa di gradevole e attraente. Per esempio, mentre il pane si cuoce alcune sue parti si screpolano e queste venature che vengono così a prodursi, e che in un certo senso contrastano con il risultato che si prefigge la panificazione, hanno una loro eleganza e un modo particolare di stimolare l’appetito. Ancora: i fichi pienamente maturi si presentano aperti. E nelle olive che dopo la maturazione sono ancora sulla pianta è proprio quell’essere vicine a marcire che aggiunge al frutto una speciale bellezza. E le spighe che si incurvano verso terra e la fronte grinzosa del leone e la bava che cola dalle fauci dei cinghiali e molte altre cose: a osservarle una per una sono lontane da un aspetto gradevole, e tuttavia, per il fatto di essere conseguenze di fatti naturali, contribuiscono ad abbellire e affascinano, al punto che se uno ha una sensibilità e una concezione più profonda di ciò che si produce nell’universo, non ci sarà quasi nulla, anche tra quanto avviene in subordine ad altri eventi, che non gli risulterà avere una sua piacevolezza. Costui, allora, guarderà anche le fauci spalancate delle belve in carne ed ossa con non meno piacere di quando guarda l’imitazione che ne presentano pittori e scultori; e con i suoi occhi casti saprà scorgere in una vecchia e in un vecchio una loro forma di florida maturità, e la grazia che seduce nei fanciulli, e gli si presenterà l’occasione di compiere molte analoghe osservazioni, non persuasive per chiunque, ma solo per chi abbia raggiunto un’autentica familiarità con la natura e le sue opere.

Marco Aurelio, A se stesso, VIII, 26
La gioia per l’uomo è fare ciò che è proprio dell’uomo. E proprio dell’uomo è la benevolenza verso i propri simili, il disprezzo dei movimenti dei sensi, il vaglio delle rappresentazioni verosimili, la contemplazione della natura universale e di ciò che avviene in conformità ad essa.

Autore:

Ho studiato filosofia presso l'Università degli Studi di Roma “La Sapienza” e mi sono laureato nel 1990, relatore il prof. Gabriele Giannantoni, con una tesi in storia della filosofia antica intitolata "Vivere significa morire: analisi di alcuni frammenti eraclitei". Sono socio della SFI - Società Filosofica Italiana di cui curo il sito web. Da alcuni anni mi interesso di Pratiche Filosofiche e Consulenza Filosofica, collaborando con riviste scientifiche del settore, sulle quali ho all'attivo decine di pubblicazioni. Dal 2004 svolgo la professione di Consulente Filosofico e ho promosso una serie di iniziative filosofiche (Caffè Philo, Dialogo Socratico, Seminari di gruppo) aperte al pubblico. Attualmente insegno filosofia e storia presso il Liceo "I. Vian" di Bracciano (Liceo Classico sezione X). Utilizzo la filosofia in pratica sia durante le lezioni ordinarie che in altre "straordinarie" occasioni (passeggiate filosofiche nel bosco, dialoghi socratici a tema, ecc.). A scuola provo a tener aperto uno "sportello" di consulenza filosofica rivolto ai grandi ed ai meno grandi.

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