Pubblicato in: filosofia

Schopenhauer e il suicidio


[vedi anche https://francescodipalo.wordpress.com/2017/05/09/schopenhauer-intorno-al-suicidio/]

Perché Schopenhauer rifiuta il suicidio come via di liberazione dal dolore?

«Chi è oppresso dal peso della vita, chi vorrebbe e afferma la vita, ma ne aborre i tormenti, e soprattutto non riesce a tollerare più a lungo il duro destino, che proprio a lui è capitato: questi non deve sperare una liberazione dalla morte, e non può salvarsi col suicidio; solo con un falso miraggio lo attrae l’oscuro, freddo Orco, come porto di quiete. La terra si volge dal giorno verso la notte; l’individuo muore; ma il sole arde senza interruzione in eterno meriggio. Alla volontà di vivere è assicurata la vita: la forma della vita è un presente senza fine; non importa che nascano e periscano nel tempo gli individui, fenomeni dell’idea, simili a sogni fugaci. Il suicidio ci appare già da questo come un’azione inutile e quindi stolta: quando saremo proceduti più oltre nella nostra indagine, ci si presenterà in una luce ancor più sfavorevole».

(A. Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, I, 54)

Mettere fine alla propria vita suicidandosi equivale, in un certo senso, ad affermare in extremis la volontà di vita, piuttosto che a negarla, estinguendola. Non ci si suicida “contro la vita” ma perché della vita si è insoddisfatti. È un po’ come fare del male alla persona che si ama perché essa ci ha tradito: in quell’atto non esprimiamo la nostra distanza dall’amato, il nostro essere andati “al di là” del desiderio, bensì l’affermiamo con altri mezzi. Non ne siamo realmente liberi. Ecco perché suicidarsi non risolve niente. Anzi la volontà di vita (Wille zur Leben), che si serve dei singoli individui per esplicitarsi fenomenicamente, ma che è noumenicamente un unicum impersonale, dalla soppressione dell’individuo non riceve alcun danno reale: parafrasando il testo di Schopenhauer “il sole continua comunque ad illuminare il mondo: che importa un individuo in più o in meno? La volontà di vita ha come obiettivo la sopravvivenza della specie.” Da questo punto di vista, non vi è alcuna differenza tra un essere umano e una zebra.

Quindi, ragazzi: pensatene un’altra! Suicidarsi non serve proprio a niente! Non siate egoisti!

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Autore:

Ho studiato filosofia presso l'Università degli Studi di Roma “La Sapienza” e mi sono laureato nell'aprile del 1990, relatore il prof. Gabriele Giannantoni, con una tesi in storia della filosofia antica intitolata "Vivere significa morire: analisi di alcuni frammenti eraclitei". Sono socio della SFI - Società Filosofica Italiana di cui curo il sito web. Da alcuni anni mi interesso di Pratiche Filosofiche e Consulenza Filosofica, collaborando con riviste scientifiche del settore, sulle quali ho all'attivo decine di pubblicazioni. Dal 2004 svolgo la professione di Consulente Filosofico e ho promosso una serie di iniziative filosofiche (Caffè Philo, Dialogo Socratico, Seminari di gruppo) aperte al pubblico. Nel giugno del 2005 ho partecipato come relatore al convegno "Pratiche filosofiche e cura di sé" presso l'Università di Venezia "Cà Foscari". Tra il settembre 2006 e il giugno 2007 ho curato il ciclo di seminari "La filosofia come arte di vivere" presso la Biblioteca Comunale di Rieti "Paroniana" con il beneplacito dell'Assessorato alla Cultura del Comune di Rieti. Nell'anno accademico 2006-2007 sono stato docente a contratto per il master in Consulenza Filosofica attivato presso l'Università di Roma3. Attualmente insegno filosofia e storia presso il Liceo "I. Vian" di Bracciano (Liceo Classico sezione X).